Blog

  • Un caso di chiusura del dotto arterioso pervio per via endovascolare

    Un caso di chiusura del dotto arterioso pervio per via endovascolare

    Un Bulldog inglese maschio intero di 4,5 mesi di età (adottato all’età di 2 mesi e mezzo) e 20 kg di peso è stato riferito per sospetta persistenza del dotto arterioso a seguito di una visita di routine dal medico veterinario curante (auscultazione di un soffio cardiaco). I proprietari non hanno notato anomalie di rilievo nel loro cane, a parte una notevole stanchezza a fine giornata.

    Esame clinico

    Alla visita clinica effettuata al momento del ricovero l’animale si presenta in buone condizioni generali. Le anomalie evidenziate in questa occasione sono una stenosi delle narici, compatibile con la razza, e la presenza di un soffio cardiaco sistolico-diastolico basale sinistro di grado 5/6 all’auscultazione dell’area cardiaca. Data la giovane età del soggetto e l’auscultazione cardiaca caratteristica, si sospetta una patologia congenita con persistenza del dotto arterioso.

    Esami complementari

    Dagli esami ematologici (emocromocitometrico con formula, biochimico esteso) non è emersa alcuna anomalia significativa; mentre una successiva ecocardiografia permette di identificare il dotto arterioso. La modalità color-Doppler rivela un flusso continuo e turbolento a livello del dotto arterioso e all’interno dell’arteria polmonare post-valvolare (shunt di tipo sinistro-destro), con associata una lieve insufficienza polmonare.

    In modalità Doppler spettrale, viene osservato un flusso sistolico-diastolico patognomonico quando la sonda è posizionata davanti al dotto arterioso (in asse corto transaortico parasternale destro). I risultati degli esami complementari supportano quindi l’ipotesi di uno shunt sinistro-destro secondario alla persistenza del dotto arterioso.

    Il trattamento chirurgico

    La gestione chirurgica del caso viene pianificata dieci giorni più tardi. All’accettazione viene eseguita un’ecocardiografia, che risulta invariata rispetto alla precedente. Viene quindi posizionato un catetere endovenoso periferico; l’anestesia generale viene realizzata con metadone (0,2 mg/kg), poi diazepam (0,2 mg/kg) associato a propofol (dose a effetto per via endovenosa lenta). Dopo l’intubazione endotracheale, l’anestesia viene mantenuta con isoflurano in ossigeno al 100%.

    La tecnica chirurgica scelta è mininvasiva, e consiste nel chiudere il dotto arterioso per via endovascolare mediante il dispositivo Amplatz® Canine Duct Occluder (ACDO), sotto controllo fluoroscopico. Questo dispositivo è composto da due dischi in rete di nitinol. Per l’operazione, all’inizio della procedura viene inserito un catetere marcatore nell’esofago.

    dispositivo-ACDO-dotto-arterioso-pervio
    Immagine preoperatoria del dispositivo ACDO dispiegato. © Azurvet

    L’animale viene posizionato in decubito laterale destro e, dopo isolamento chirurgico, si procede all’approccio all’arteria femorale destra. Una prima guaina vascolare da 5 Fr con dilatatore viene introdotta nell’arteria femorale, per consentire poi il passaggio di una guaina vascolare di diametro maggiore (7 Fr), che viene quindi fatta avanzare nell’aorta toracica distalmente al dotto arterioso.

    Viene eseguita una prima angiografia utilizzando un mezzo di contrasto iodato (1-1,5 ml/kg), che consente di visualizzare il tipo di dotto arterioso (IIa) e di effettuare le misurazioni per il resto della procedura.

    angiografia-aortica-dotto-arterioso-pervio-cane
    Angiografia aortica: si evidenzia la morfologia del dotto arterioso. Vengono misurati il bulbo duttale (asterisco) e il diametro duttale minimo (freccia bianca), consentendo al chirurgo di scegliere la taglia appropriata del dispositivo ACDO (da 1,5 a 2 volte il diametro duttale minimo). © Azurvet
    Classificazione del dotto arterioso
    • Tipo I: restringimento progressivo del dotto arterioso dall’aorta verso il tronco polmonare senza brusca variazione di diametro del dotto.
    • Tipo IIa: parte prossimale del dotto arterioso di dimensioni costanti, poi restringimento improvviso all’inserzione nel tronco polmonare.
    • Tipo IIb: dotto arterioso conico con restringimento distale improvviso appena prima della sua inserzione nel tronco polmonare.
    • Tipo III: dotto arterioso di aspetto tubulare senza restringimento del diametro duttale (< 8% dei casi, sovrarappresentati i Pastori tedeschi).

    La guaina vascolare e il suo dilatatore vengono fatti avanzare nel canale fino all’ingresso dell’arteria polmonare. Il dispositivo ACDO viene posizionato dopo la rimozione del dilatatore. Il disco distale piatto viene rilasciato per primo a livello di ostio polmonare, poi il disco prossimale viene rilasciato nel bulbo duttale. La stabilità e la localizzazione dell’Amplatz vengono verificate mediante un’angiografia di controllo, dopodiché il dispositivo viene sganciato dal sistema di rilascio mediante rotazione in senso antiorario.

    angiografia-aortica-acdo-dotto-arterioso-cane
    Angiografia di controllo dopo il posizionamento del dispositivo ACDO. Viene ricercata la presenza o meno di flusso duttale residuale (a livello della freccia bianca: qui assenza). © Azurvet

    La guaina vascolare viene rimossa, l’arteria femorale viene suturata prossimalmente e distalmente e il piano cutaneo viene chiuso in modo convenzionale.

    Una radiografia del torace viene eseguita subito dopo l’intervento e 24 ore dopo per verificare la posizione del dispositivo e l’assenza di migrazione. Il soffio sistolico-diastolico non è più udibile all’auscultazione cardiaca. Le cure postoperatorie comprendono una riduzione progressiva dell’analgesia (passaggio a buprenorfina, 20 μg/kg EV ogni 6 ore), il prosieguo della fluidoterapia a dosaggio di mantenimento (Ringer lattato 2 ml/kg/h) e una terapia antibiotica per via endovenosa (cefazolina 20 mg/kg EV ogni 8 ore).

    Dopo la dimissione dall’ospedale, la terapia antibiotica viene continuata per tre settimane (cefazolina 15 mg/kg, due volte al dì) e viene raccomandato che l’animale venga tenuto a riposo stretto e, se possibile, che durante le tre settimane successive il cane non sia sottoposto a interventi chirurgici e non si ferisca, per ridurre al minimo i rischi di infezione del dispositivo ACDO.

    Follow-up

    L’animale mostra, a distanza di 4 mesi dall’intervento, una convalescenza molto buona e rapida. Il dispositivo ACDO è ben posizionato sulla radiografia del torace di controllo e l’auscultazione cardiaca rimane invariata. L’ecocardiografia di controllo evidenzia un’occlusione completa del dotto arterioso, assenza di flusso duttale residuo, con nonostante tutto la persistenza di una lieve insufficienza polmonare che si manifesta clinicamente con un soffio sistolico basale sinistro di grado da 1/6 a 2/6.

    cane-radiografia-torace-dotto-arterioso-pervio-post-chirurgia
    Radiografia del torace (in proiezione laterale sinistra), 4 mesi dopo l’operazione chirurgica: il dispositivo ACDO è correttamente in posizione (freccia nera). © Azurvet

    Il dotto arterioso pervio nel cane

    Il dotto arterioso nel cane è, in origine, una comunicazione vascolare fetale che collega l’aorta discendente e il tronco polmonare, consentendo al sangue di aggirare il territorio polmonare non funzionante. Normalmente, con l’aumento della pressione parziale di ossigeno e la diminuzione delle prostaglandine, si chiude pochi giorni dopo la nascita, andando a formare il legamento arterioso. In caso contrario, si verifica la persistenza del dotto arterioso, principale causa di cardiopatia congenita nel cane.

    Le femmine sono sovrarappresentate (75%), così come i cani di piccola taglia (tra cui Barboncini e Yorkshire terrier) e i cani da pastore (tra cui il Pastore delle Shetland). Gli shunt sono per lo più del tipo sinistro-destro. Nella maggior parte dei casi (60-70%) i cani sono asintomatici; quando sono presenti sintomi, questi sono rappresentati da segni di insufficienza cardiaca congestizia.

    La scelta della tecnica chirurgica dipende dalla morfologia del dotto arterioso (tipi I, IIa, IIb, III) e dalle dimensioni dell’animale. Il vantaggio principale delle nuove tecniche di occlusione per via endovascolare è la riduzione del dolore postoperatorio (la procedura è molto meno invasiva) e della durata della degenza. Il dispositivo ACDO è il trattamento di scelta per la chiusura del dotto arterioso nel cane grazie alla sua facilità d’uso, al minor rischio di embolia associato (5%) e alla sua capacità di occlusione molto buona (solo il 3% flusso duttale residuo).

    Questa tecnica è tuttavia controindicata in caso di lesione di tipo III (mancanza di stabilità e rischio di embolia, perché le pareti del canale restano parallele per tutto il suo tragitto), e nei cani di peso inferiore a 3-4 kg (per l’esiguo diametro dell’arteria femorale).

    In assenza di intervento chirurgico su un dotto arterioso di tipo sinistro-destro, la prognosi dell’animale è infausta, con una mortalità descritta del 65% durante il primo anno. In caso contrario, la chirurgia è risolutiva.

    Per approfondire:
  • Gender gap nella professione veterinaria: c’è e si vede!

    Gender gap nella professione veterinaria: c’è e si vede!

    Alle porte di una data significativa come quella dell’8 marzo, si è svolto un webinar1 che ha affrontato una tematica importante, ovvero il gender gap e le discriminazione nella professione veterinaria.

    L’evento, promosso dalla Società Italiana di Diagnostica di Laboratorio Veterinaria (SIDiLV), in collaborazione con l’Associazione Donne Medico Veterinario (ADMV) e con l’Ordine dei medici veterinari di Napoli, ha affrontato un argomento importante come quello della condizione della donna medico veterinario sia durante il suo percorso formativo che successivamente nel mondo del lavoro, ponendo lo sguardo su quale sia la situazione italiana a oggi.

    Veterinarie e veterinari: un diverso approccio alla professione

    La dott.ssa Laura Cutullo (presidente ADMV) ha introdotto l’argomento evidenziando come la presenza femminile nella professione veterinaria sia oggi predominante e come alcune situazioni che coinvolgono la donna debbano ancora essere sgretolate e reimpostate.

    ADMV infatti, come associazione, si pone l’obiettivo di supportare e valorizzare il ruolo della donna medico veterinario, mostrando sbocchi professionali meno conosciuti e promuovendo incontri tra professionisti. Inoltre ha da poco istituito un supporto legale per i casi di disagio o disparità di genere sul posto di lavoro.

    Con il suo intervento, la dott.ssa Loredana Baldi, presidente SIDiLV, ha poi messo in luce che, di pari passo con l’incremento della presenza femminile nel mondo veterinario, nel corso degli anni ci si è posti la domanda se una tale “femminilizzazione” della professione possa costituire una risorsa oppure un ostacolo.

    In realtà sono emerse diverse sfaccettature: infatti dalle indagini è stato rilevato che la donna mantiene più un atteggiamento di tipo “pediatrico” nei confronti del lavoro, andando a prediligere settori in cui la cura e l’accudimento sono predominanti; il rischio di questa caratteristica è quello di crogiolarsi in una sorta di “comfort zone” e non essere portate all’esplorazione di altri orizzonti. Ciò che emerge di positivo è il rapporto con il paziente, che diventa più empatico e meno distaccato.

    Al contrario, il genere maschile ha, nei confronti della professione, un atteggiamento maggiormente “meccanico”, ovvero tende a vedere e risolvere le problematiche mediche con più distacco e pragmatismo, vedendo i pazienti quasi più come macchine da riparare.

    Esistono però dei rischi correlati a quello che può essere definito un “post-femminismo”: infatti, appurato che la donna ha una presenza sempre più maggioritaria nel panorama della professione veterinaria, si rischia di incorrere in un effetto paradosso, ovvero identificare quello della disparità di genere come un problema ormai appartenente al passato, oppure appartenente ad altre culture o addirittura una battaglia ormai individuale e personale da portare avanti con le proprie sole forze nel vano tentativo di impersonare delle “Wonder woman” dei tempi moderni.

    La situazione italiana

    L’intervento della dott.ssa Natalia Sanna (coordinatrice della Commissione Pari opportunità dell’Ordine dei medici veterinari della Provincia di Napoli) ha posto uno sguardo generale sulla condizione lavorativa della donna. È chiaro che quello delle pari opportunità non è un problema che interessa unicamente il mondo femminile, ma riguarda in realtà tanto gli uomini quanto le donne, su uno sfondo socioculturale che vede entrambi protagonisti attivi e in sinergia.

    L’articolo 21 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE condanna qualunque tipo di discriminazione, comprendendo anche quella di sesso. Tuttavia, secondo l’European institute for gender equality, l’Italia ha un gender equality index (indice che misura i progressi nella parità di genere in diversi settori della vita economica e sociale nell’UE) ancora piuttosto basso in confronto ad altri Paesi europei. La donna, infatti, si trova spesso a dover scegliere tra carriera professionale e cura della famiglia, optando quasi sempre per la seconda; in questo modo trova impossibile sfondare quello che viene definito il “tetto di cristallo”, ovvero quell’insieme di ostacoli e difficoltà che impediscono di progredire nella carriera lavorativa e raggiungere eventualmente posizioni di leadership.

    Per ovviare a tali difficoltà sarebbe auspicabile che il ruolo accudente nei confronti del nucleo famigliare fosse condiviso con la figura maschile; risulterebbe inoltre molto utile avere la disponibilità, presso le strutture lavorative, di asili nido, oggi ancora molto scarsi in Italia, o ausilii simili che supportino il genitore lavoratore.

    Alla luce di ciò, un dato che emerge è che sempre più professioniste veterinarie in Italia optano per una carriera professionale nel mondo dell’insegnamento, con un notevole cambio di rotta nel panorama lavorativo.

    Il gender pay gap in Italia

    Altro dato preoccupante relativo al nostro Paese riguarda il gender pay gap; infatti, per quanto riguarda le discipline STEM, a un anno dalla laurea trovano impiego il 91,8% dei laureati maschi contro l’89,3% delle neolaureate; ma se si considera poi il salario, si è calcolato che lo stipendio medio netto per l’uomo è di 1.600 euro mentre per la donna scende a 1.400 euro.

    Così il nostro Paese, secondo la classifica per le pari opportunità del World Economic Forum, presenta un global gender gap, ovvero una disparità tra i sessi sia a livello economico che politico, che ci porta all’ottantasettesimo posto su 146 Stati esaminati, con solo il 55% della popolazione femminile occupata.

    Negli anni sono state fatte varie proposte per ovviare a, o quantomeno tamponare, questa condizione di divergenza; un esempio è la Legge 120/2011, o Legge Golfo Mosca, che ha introdotto le famose “quote rosa”, che però hanno diviso l’opinione pubblica e quella della popolazione femminile stessa, perché questa previsione non è ritenuta a tutti gli effetti una soluzione adeguata e realmente efficace nell’eradicare la disparità di genere.

    La situazione nelle università italiane

    La FVE (Federation of Veterinarians of Europe) ha constatato che, tra gli studenti iscritti alle Facoltà di Medicina Veterinaria, il 63% è rappresentato da donne ma solo il 41% di queste raggiunge posizioni di leadership. Secondo la prof.ssa MariaIaura Corrente (docente della Sezione Malattie infettive del Dipartimento di Medicina Veterinaria presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”) un capitolo importante da considerare nell’ambito accademico italiano è quello delle STEM (Science, Technologies, Engineerings, Mathematics), Facoltà per le quali è evidente una prevalenza maschile tra gli iscritti già a partire dagli anni ’70.

    grafico-iscritti-STEM-gender-gap
    Totale iscritti a Facoltà STEM (Science, Technologies, Engineerings, Mathematics) e NON STEM nell’a.a. 2018/2019 in Italia. Fonte: rielaborazione Osservatorio Talents Venture su dati Anagrafe degli studenti-MIUR.

    Tuttavia, con la comparsa dei test d’ammissione, tale tendenza ha cominciato a invertirsi, facendo ipotizzare una miglior qualità di studio e impegno da parte delle studentesse.

    grafico-immatricolati-atenei-gender-gap
    Variazione (in percentuale) degli immatricolati (triennali e a ciclo unico) dall’a.a. 2011/2012 all’a.a. 2021/2022 per genere, per ambito di studio e per area geografica dell’Ateneo di appartenenza. Fonte: grafica ed elaborazione Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) su dati Anagrafe nazionale studenti.

    Ad ogni modo, ciò che si osserva in ambito accademico dopo la laurea è una sorta di “effetto imbuto”, per cui solo una minima parte rispetto alle figure candidate alle varie posizioni professionali raggiunge ruoli di rilievo, sempre e comunque con prevalenza maschile rispetto a quella femminile, andando nuovamente a invertire il trend; questo fenomeno coinvolge anche altre Facoltà, dunque non è una realtà esclusiva del mondo veterinario.

    grafico-carriera-accademica-gender-gap
    Componente maschile e femminile nei passaggi di carriera accademica negli anni 2012-2022 (quote percentuali sui totali). Fonte: grafica ed elaborazione Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) su dati Anagrafe nazionale studenti, USTAT-MUR e MIUR-Cineca.

    La Medicina di genere

    Un altro aspetto importante emerso nell’esposizione della dott.ssa Sanna è stato quello riguardante la Medicina di genere. Molti studi, infatti, hanno evidenziato come le differenze biologiche, come il sesso, ma anche socioeconomiche e culturali, influenzino le dinamiche della Medicina e il suo funzionamento (ad esempio, alcuni farmaci è dimostrato abbiano concentrazioni di assorbimento differenti tra sesso maschile e femminile).

    In seguito, la dott.ssa Daniela Mulas (vicepresidente della Federazione Nazionale degli Ordini Veterinari Italiani e direttrice del Servizio di Sanità Pubblica Veterinaria e Sicurezza Alimentare della Regione Sardegna) ha focalizzato l’attenzione sulla condizione lavorativa della donna facendo riferimento agli Ordini veterinari e confermando una crescita della presenza femminile tra gli iscritti.

    In collaborazione con la Fondazione della professione psicologica Adriano Ossicini e con l’Osservatorio delle Pari opportunità, è stato redatto un questionario rivolto ai professionisti veterinari dal quale è emersa l’effettiva presenza di disparità tra i generi sia in termini economici che culturali. Infatti l’81% delle rispondenti di sesso femminile ha dichiarato di essere stato discriminato a causa del proprio sesso.

    Anche lo stress è donna

    La professione del veterinario, si sa, può essere molto stressante, ricca di sfaccettature e variabili che spesso mettono a dura prova il medico, uomo o donna che sia. Il dott. Alessandro Schianchi, medico veterinario e psicoterapeuta, con il suo intervento ha messo in luce come, in ambito veterinario, le categorie maggiormente a rischio dal punto di vista psicologico siano gli studenti e le donne.

    I fattori di stress sono svariati: la relazione con il cliente, i rapporti tra colleghi, la mancanza di strumenti adeguati allo svolgimento del proprio lavoro, la condizione salariale, le pratiche eutanasiche, il poco tempo a disposizione per attività extra-lavorative, lo scarso riconoscimento sociale e infine le numerose ore di lavoro.

    Per quanto riguarda la pratica dell’eutanasia, un dato sconcertante è che è stato rilevato che eseguire un numero di eutanasie maggiore di cinque a settimana rappresenta un fattore predisponente allo sviluppo di pensieri suicidari o dipendenze.

    Questo quadro è poi aggravato dall’ansia e dai sensi di colpa che spesso coinvolgono il professionista medico, sia umano che veterinario. Le difficoltà e le sfide quotidiane portano il professionista a sviluppare quella che viene definita “sindrome dell’impostore”, che porta a un giudizio verso sé stessi negativo, fino a considerarsi non all’altezza della situazione e non meritevoli di apprezzamento.

    A peggiorare questo quadro di autocritica va aggiunta anche l’incapacità, spesso femminile, di chiedere aiuto, rendendo così il carico di stress da sopportare spesso insostenibile. Il peggiore e più severo giudice del professionista, infatti, è egli stesso.

    Partire dalle fondamenta

    Ci si è quindi chiesti quali possano essere le strategie e le accortezze da mettere in atto per poter ridurre il gender gap che tutt’oggi esiste nel nostro Paese. Secondo studi recenti, infatti, se lasciassimo fare al corso naturale degli eventi raggiungeremmo una condizione di pari opportunità tra i sessi nell’arco di circa 150 anni, lusso che la moderna società non può certo permettersi. Considerando poi che uno degli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU è proprio quello di “raggiungere l’uguaglianza di genere e l’autodeterminazione di tutte le donne e ragazze” possiamo constatare come il nostro Paese (ma non solo) sia decisamente in ritardo sul programma.

    Un ruolo fondamentale è sicuramente svolto dalla scuola; già a partire dall’infanzia è possibile – e auspicabile – educare alla parità di genere in tutte le sue forme e sfaccettature. Si punterebbe così all’educazione sia dei giovani che degli adulti, demolendo e destrutturando determinati stereotipi e pregiudizi.

    Per quanto riguarda nello specifico la professione veterinaria, servirebbero maggiori interventi sia a medio che a lungo termine, oltre a buone pratiche che garantiscano le pari opportunità. Inoltre sono necessarie politiche attive per la gender equity e una maggior consapevolezza tra gli iscritti all’Ordine sulla condizione lavorativa dei professionisti veterinari, che li renda più consci e responsabili delle dinamiche che caratterizzano la professione.

    1. 7/3/25: Come cambia la professione veterinaria: affrontare il disagio e le disparità di genere. Organizzato da SIDiLV, in collaborazione con ADMV e Ordine dei medici veterinari di Napoli ↩︎
  • Cistite nel cane e nel gatto: CISTITINA di Buona Pet per coadiuvarne la risoluzione

    Cistite nel cane e nel gatto: CISTITINA di Buona Pet per coadiuvarne la risoluzione

    Tra le diverse affezioni che colpiscono le basse vie urinarie del cane e del gatto la cistite è uno dei problemi più frequenti, e se non trattata, può compromettere il benessere dell’animale e portare a complicanze più serie. Gli animali colpiti manifestano segni di disagio, difficoltà a urinare correttamente con tentativi infruttuosi e ripetuti e forte dolore con vocalizzazioni durante la minzione.

    Cistitina è il nuovo prodotto di Buona Pet per contrastare questo problema.

    Principali cause di cistite

    Le cause di cistite sono molto varie, e possono differire a seconda della specie considerata e delle condizioni di salute dell’animale. Tra i fattori più comuni si trovano:

    • infezioni batteriche: più frequenti nei cani, sostenute soprattutto da patogeni intestinali, in particolare Escherichia coli, che possono richiedere una terapia antibiotica
    • presenza di calcoli urinari: che possono irritare la mucosa vescicale e ostacolare il flusso urinario
    • stress e fattori ambientali: soprattutto nel gatto, nel quale lo stress è una delle principali cause di cistite idiopatica
    • alimentazione inadeguata: una dieta sbilanciata può favorire la formazione di cristalli o calcoli urinari
    struvite-cristalli-sedimento-urinario
    Sedimento urinario al microscopio con presenza di cristalli di struvite, eritrociti e cellule infiammatorie. © Todorean-Gabriel – shutterstock.com

    Sintomi da non sottovalutare

    Tra i sintomi che un animale con cistite potrebbe manifestare si possono annoverare:

    • minzione frequente e in piccole quantità (pollachiuria)
    • sforzo o dolore durante la minzione (stranguria), con eventuali vocalizzazioni
    • ematuria
    • eliminazione inappropriata (urinazione al di fuori dalla lettiera o in luoghi insoliti)
    • leccamento eccessivo della zona genitale (ipergrooming)
    gatto-minzione-inappropriata
    © Victoria 1 – shutterstock.com

    Nel trattamento della cistite nel cane e nel gatto, è fondamentale identificare la causa sottostante per impostare una terapia mirata; per esempio, se l’infezione batterica è confermata, molto spesso la terapia antibiotica è necessaria, ma è importante integrare il trattamento con misure di supporto per favorire il recupero e prevenire recidive.

    Oltre alla terapia farmacologica, è utile consigliare al proprietario di utilizzare alcuni accorgimenti. Fondamentale è aumentare l’assunzione di acqua da parte del pet incoraggiandolo a bere di più, utilizzando fontanelle o alimenti umidi.

    Nei gatti, è fondamentale gestire lo stress, fornendo arricchimenti ambientali e impostando routine stabili. Seguire una dieta specifica in caso di predisposizione alla formazione di cristalli urinari.

    Utilizzare integratori mirati, come CISTITINA, per supportare la funzionalità delle vie urinarie e ridurre l’infiammazione.

    CISTITINA: mangime complementare utile supporto naturale per il benessere urinario

    CISTITINA è il nuovo prodotto della linea Buona PET, studiato per supportare il benessere delle vie urinarie di cani e gatti, grazie a una formulazione completa e innovativa. Cistitina contiene principi attivi selezionati per garantire un’azione multimodale per il benessere delle vie urinarie.

    Nello specifico, per un’azione antibatterica, disinfettante delle vie urinarie e protettiva sulla mucosa vescicale, sono presenti:

    • D-mannosio, cranberry, tamarindo: che contribuiscono a contrastare la formazione del biofilm batterico e quindi l’adesione dei patogeni (quali E. coli) alle pareti della vescica.
    • Uva ursina, nota per le sue proprietà lenitive e antisettiche sulle vie urinarie. L’uva ursina contiene infatti arbutina, un glucoside dell’idrochinone. Una volta ingerita, l’arbutina viene metabolizzata nell’intestino e nel fegato, liberando idrochinone, che poi viene escreto nelle urine. L’idrochinone ha proprietà antisettiche sulle vie urinarie; contribuisce infatti a contrastare la proliferazione batterica, risultando particolarmente utile in caso di cistite e infezioni urinarie.
    • Semi di pompelmo, fonte naturale di bioflavonoidi con azione antiossidante e antimicrobica.
    • Vitamina A e zinco sostengono le difese immunitarie ed il mantenimento dell’integrità delle mucose urinarie. In particolare, la vitamina A aiuta a prevenire lo sfaldamento dell’epitelio vescicale e a ridurre le infezioni del tratto urinario.

    Per un’azione contro il dolore e l’infiammazione:

    • PEA Levagen Plus®: è la forma di palmitoiletanolamide (PEA) utilizzata nei prodotti BuonaPET ed è ottenuta con una tecnologia innovativa che la rende biodisponibile. Aiuta a modulare la risposta infiammatoria e algica, riducendo il fastidio associato alla cistite.
    • Olio di pesce (fonte di EPA e DHA) favorisce il benessere generale, contribuendo al controllo dell’infiammazione.

    Per contribuire alla riduzione dello stress:

    • L-teanina (da tè verde) supporta il rilassamento senza effetti collaterali, particolarmente utile nei gatti predisposti alla cistite da stress.
    • Lattobacilli: favoriscono l’equilibrio della flora intestinale, contribuendo a una migliore salute generale e al benessere delle vie urinarie.

    Grazie alla sua formulazione completa, CISTITINA è il nuovo alleato per il benessere urinario di cani e gatti, ideale per prevenire e gestire i fastidi legati alla cistite.

    CISTITINA è disponibile in flaconi da 60 grammi di pasta fluida appetibile, con siringa dosatrice.

    cistitina-flacone
    Il falcone di Cistitina da 60 grammi in pasta fluida appetibile, con siringa dosatrice. © Buona Pet
  • CIRBLOC® M Hyo: nuovo alleato nella prevenzione contro PCV2 e micoplasma

    CIRBLOC® M Hyo: nuovo alleato nella prevenzione contro PCV2 e micoplasma

    PCV2 e Mycoplasma hyopneumoniae sono due dei patogeni più comuni nell’allevamento suino e i principali responsabili implicati nel complesso delle malattie respiratorie del suino (Porcine respiratory desease complex, PRDC), il loro controllo riveste dunque una primaria importanza sia per il benessere animale che per il bilancio economico dell’allevamento: a questo proposito per Ceva Salute Animale, leader nella ricerca in questo settore, ha recentemente1 presentato un nuovo vaccino, CIRBLOC® M Hyo, che combina le valenze di questi due patogeni, per una protezione completa.

    Dopo il saluto iniziale di Stefania Badavelli (general manager Ceva Salute Animale) e Stefano Gozio (swine business unit manager Ceva Salute Animale), quattro relatori hanno spiegato le caratteristiche e i danni economici provocati da queste malattie nell’allevamento suino e come sia possibile intervenire riducendo le perdite determinate dal PRDC.

    relatori-presentazione-cirbloc
    I relatori dell’evento di presentazione di CIRBLOC® M Hyo, da sinistra: i prof. Dominiek Maes e Joaquim Segalés; Philippe Mazerolles e Roman Krejci di Ceva Salute Animale. © Tatiana Lo Valvo

    PCV2: aggiornamenti su epidemiologia, diagnosi e controllo

    Il prof. Joaquim Segalés (Veterinary School dell’Universitat Autònoma de Barcelona, Spagna), ha presentato gli aggiornamenti in ambito diagnostico, epidemiologico e di prevenzione delle malattie da PCV2.

    Inizialmente, la diagnosi si basava sul rilievo di sintomi clinici compatibili, principalmente presenza di suini deperiti e problemi respiratori; si è poi passati alle indagini istopatologiche, con il rilevamento di infiammazioni granulomatose nei tessuti linfatici, fino alla più moderna ricerca del virus nei tessuti mediante PCR quantitativa.

    Tuttavia, considerando che nei suini sono diverse le condizioni che possono causare deperimento, sintomi respiratori o digestivi e scarsa produzione, la necessità di diagnosticare le malattie da circovirus e di valutare il loro impatto sulla redditività aziendale è probabilmente oggi più importante di un tempo.

    Poiché le malattie da PCV sono multifattoriali, legate non solo alla presenza dell’infezione da PCV2 ma anche di altri fattori scatenanti, la semplice rilevazione e persino la quantificazione del virus non bastano a fornire una solida prova che ci sia questo virus all’origine di un dato problema clinico.

    Anni fa, poco dopo l’introduzione della vaccinazione contro PCV2 in tutto il mondo, si scoprì che l’infezione subclinica da PCV2 non era solo la forma più frequente, ma anche quella che provocava i danni economici maggiori. Da allora, si è potuto assistere a un grande successo della vaccinazione contro PCV2, ma nel suinetto l’immunizzazione ha comportato un cambiamento nell’epidemiologia dell’infezione.

    Infatti, la vaccinazione sistematica allo svezzamento ha portato a una significativa riduzione della pressione infettiva generale nell’allevamento, tanto che alcuni lotti possono arrivare quasi sieronegativi alla fine del periodo di ingrasso. Questo cambiamento epidemiologico ha suscitato discussioni sulle implicazioni a lungo termine delle strategie di controllo del PCV2 e sulla necessità di adattare i protocolli vaccinali sulla base dei nuovi scenari epidemiologici.

    suinetti-gruppo
    © PuwanaiSomwanPhoto – shutterstock.com

    I vaccini contro il PCV2 sono considerati efficaci, probabilmente tra i migliori per i suini. Tuttavia, negli ultimi dieci anni sono stati descritti casi occasionali di circovirosi sistemica in allevamenti vaccinati, forse a causa della possibile presenza di PCV2d, il genotipo attualmente predominante.

    Potrebbe anche accadere che in un allevamento la vaccinazione non funzioni correttamente, ma che, in assenza di fattori scatenanti, non si arrivi ad osservare una malattia manifesta, ma solo una forma subclinica. In questi casi l’infezione potrebbe passare inosservata.

    Ci sono diverse ragioni per cui anche in un allevamento vaccinato contro il PCV2 può manifestarsi la forma sistemica, tra queste la mancanza di una vaccinazione efficace, un’applicazione non corretta del vaccino, una vaccinazione tardiva (quando l’infezione naturale avviene prima o durante la somministrazione del vaccino) o troppo precoce (possibile interferenza dell’immunità materna o mancata maturazione del sistema immunitario del suinetto), oppure una vaccinazione in presenza di concomitanti infezioni da patogeni immunodepressori.

    M. Hyo: risposta immunitaria post-vaccinazione

    Il prof. Dominiek Maes (Unit Porcine Health Management e Ghent University, Belgio) ha discusso dell’interazione di Mycoplasma hyopneumoniae (M. hyo) con il tratto respiratorio, di efficacia delle strategie vaccinali e di risposta immunitaria. M. hyo, il principale agente patogeno della polmonite enzootica, è diffuso in tutto il mondo e causa ingenti perdite economiche.

    È un patogeno primario e può quindi infettare suini in buone condizioni sanitarie; a livello anatomico colpisce l’epitelio ciliato del tratto respiratorio. La malattia clinica, che si presenta con tosse cronica, febbre, aumento della mortalità e scadimento delle prestazioni, è però solo la punta dell’iceberg, sono infatti più frequenti le forme subcliniche, in cui M. hyo, a causa della sua azione sul sistema immunitario, rende i suini più suscettibili ad altre infezioni respiratorie, e causa un peggioramento delle prestazioni, con un calo dell’incremento ponderale giornaliero (IPG) medio tra 15 e 40 grammi.

    Molti studi hanno infatti dimostrato la correlazione tra l’estensione del tessuto polmonare colpito e il calo delle performance produttive. Le scrofette sono spesso positive, così come le scrofe sono più spesso positive all’inizio della gestazione.

    Nei suinetti allo svezzamento sono state riscontrate positività del 4-20%, e un’alta variabilità tra gruppi successivi. I fattori di rischio comprendono il livello di infezione delle scrofe, la dimensione delle sale parto e la durata della lattazione.

    Per quanto riguarda la patogenesi dell’infezione, M. hyo viene trasmesso per contatto diretto o per via aerogena; raggiunti i polmoni, colonizza trachea, bronchi e i bronchioli di maggiori dimensioni. A livello di epitelio, una volta attraversato lo strato mucoso, aderisce alle ciglia causando morte delle cellule epiteliali ciliate, ciliostasi e quindi perdita delle ciglia stesse.

    L’evoluzione delle lesioni è piuttosto lenta, in 2-4 settimane dall’infezione si può osservare consolidamento del tessuto polmonare a livello cranioventrale. Dopo 4 settimane, ha inizio una graduale riduzione delle lesioni con la formazione di tessuto cicatriziale.

    Vaccinare i suinetti allo svezzamento consente di indurre l’immunità prima che vengano infettati e di ridurre la presenza di patogeni che potrebbero interferire con la risposta immunitaria. I vaccini in commercio sono costituiti da batterine o antigeni solubili, principalmente derivanti dal ceppo J. Tali presidi sono efficaci nel ridurre i segni clinici, le lesioni micro e macroscopiche polmonari e il peggioramento delle performance, ma offrono solo una protezione parziale, nei casi in cui M. hyo potrebbe non essere il patogeno principale del PRDC presente in allevamento.

    Vaccinazione combo: sicurezza ed efficacia

    Philippe Mazerolles (Ceva Swine Corporate range manager) e Roman Krejci, (Ceva Swine Corporate technical manager) hanno illustrato le caratteristiche di sicurezza ed efficacia di CIRBLOC® M Hyo, vaccino inattivato che può essere somministrato ai suinetti dalle 3 settimane di vita.

    PCV2 è caratterizzato da un alto tasso di mutazione e nel tempo sono emersi diversi genotipi, tuttavia solo tre, in particolare PCV2a, 2b e 2d, sembrano circolare in tutto il mondo ed essere associati alla malattia. La protezione crociata contro vari genotipi di PCV2, ma soprattutto verso PCV2d, è cruciale per la riduzione delle perdite, perché questo è il genotipo più frequentemente isolato negli allevamenti.

    Questa evoluzione epidemiologica ha portato Ceva a sviluppare un vaccino basato sul ceppo PCV2d, sostituendo alcuni aminoacidi così da creare un virus “consensus” per indurre risposte immunitarie universali e conferire il massimo grado di protezione contro tutti i principali ceppi circolanti di PCV2.

    Il processo di produzione del vaccino porta alla produzione di materiale antigenico di PCV2 caratterizzato da stabilità, potenza ed elevata purezza, che non interferisce con la componente M. hyo.

    Mycoplasma hyopneumoniae è il più piccolo organismo autoreplicante conosciuto, e in quanto privo di parete cellulare è resistente agli antibiotici attivi a questo livello. I differenti ceppi di campo di M. hyo si distinguono non solo a livello genomico e proteomico, ma anche per la diversa virulenza. Si tratta, come detto, di un patogeno primario, uno dei più frequentemente isolati nei polmoni, e il primo patogeno responsabile di PRDC; in grado di interferire con la risposta immunitaria e di facilitare l’insorgenza di infezioni concomitanti.

    I danni provocati da questo patogeno in azienda sono evidenti se si considera che è stato stimato che l’aumento di un decimo di punto dello score delle lesioni polmonari corrisponde a una riduzione di 11 g dell’IPG.

    Per la creazione di CIRBLOC® M Hyo, Ceva ha utilizzato un ceppo di M. hyo altamente virulento, per indurre una risposta immunitaria protettiva efficace, e lo ha sottoposto a un processo di inattivazione che consente di conservare proteine e strutture lipidiche, fondamentali per una elevata capacità antigenica.

    cirbloc-flacone
    Il flacone da 100 ml di CIRBLOC®M HYO. © Ceva

    Infine, per garantire la compatibilità tra PCV2 e M. hyo, elevata stabilità e sicurezza e indurre risposte immunitarie forti ed efficienti, Ceva ha sviluppato e ottimizzato un adiuvante a base di un olio minerale altamente raffinato in concentrazione testata e selezionata, che consente l’attivazione della risposta immunitaria innata, la presentazione di entrambi gli antigeni e lo sviluppo dell’immunità specifica.

    CIRBLOC® M Hyo: prove di campo

    L’efficienza e la sicurezza di CIRBLOC® M Hyo è confermata da consistenti dati scientifici e prove di campo. Uno studio condotto in un allevamento con circolazione di PCV2b confermata dalla viremia e infezione da M. hyo confermata dallo score polmonare, CIRBLOC® M Hyo è stato somministrato a un gruppo di suinetti di 3 settimane.

    Rispetto al gruppo controllo non vaccinato, a ogni campionamento si è osservata una riduzione significativa della viremia, della carica virale in diversi organi e dell’escrezione virale nel gruppo dei vaccinati. CIRBLOC® M Hyo ha consentito di ridurre significativamente gli score delle lesioni polmonari e la carica di M. hyo nei polmoni e nel liquido tracheobronchiale, e alla macellazione ha consentito un incremento ponderale significativo dei vaccinati.

    È stata dimostrata l’attivazione dell’immunità dopo 2 settimane dalla vaccinazione nei confronti dei genotipi principali: PCV2a, PCV2b e PCV2d, e dopo 3 settimane nei confronti di M. hyo. La durata dell’immunità è di almeno 23 settimane dalla vaccinazione per entrambe le valenze.

    In tutte le prove, sia di campo che sperimentali, CIRBLOC® M Hyo ha sempre ridotto in modo significativo la quantità di PCV2 nel sangue e soprattutto nei tessuti linfatici e polmoni, distretti dove il virus, moltiplicandosi, causa immunosoppressione.

    CIRBLOC® M Hyo ha superato anche le prove di sicurezza, sia sperimentali che di campo, ed è stato calcolato che il suo impiego si traduce in un beneficio economico pari a quasi 8 euro per suino.

    Il supporto si Ceva per l’allevatore

    • Ceva Lung Program: applicazione che consente di registrare i punteggi polmonari, elaborare e riassumere i risultati, archiviare e inviare i dati finali. La metodologia di punteggio del programma polmonare Ceva è progettata per aiutare a identificare la diagnosi corretta di malattia respiratoria attraverso la valutazione dei polmoni al momento della macellazione. Consente inoltre di scoprire infezioni subcliniche non notate durante il periodo di crescita e quantificare le lesioni. Viene utilizzata per determinare il protocollo di vaccinazione migliore.
    • Piglet Ideal Growth (P.I.G.) Program: metodo strutturato che promuove le pratiche di buona vaccinazione identificando punti chiave misurabili e facilmente migliorabili correlati alla vaccinazione in azienda per assicurare una buona vaccinazione degli animali. Grazie al supporto di personale, attrezzature e processi certificati, P.I.G Program promuove il raggiungimento di una vaccinazione efficiente al 100%, attraverso l’analisi del processo di vaccinazione, la valutazione della sua qualità e la formazione del personale coinvolto.


    1. Maranello (MO), 26/2/2025. ↩︎
  • Idronefrosi bilaterale in un gatto: caso clinico

    Idronefrosi bilaterale in un gatto: caso clinico

    Nel gatto l’idronefrosi si presenta con una grave dilatazione del bacinetto renale (> 10 mm) che può essere mono o bilaterale e determina appiattimento della papilla renale. Essa è conseguente a un ostacolo al normale flusso di urina prodotta dal rene verso la vescica.

    Le cause sono comunemente acquisite (litiasi, processi infiammatori, neoplastici, ecc.), ma sono descritte anche cause congenite.

    Quando la terapia medica non è sufficiente a risolvere il problema bisogna ricorrere alla chirurgia (tubi nefrostomici, ureterotomia, ureterocistotomia, stent ureterali o SUB – subcutaneous ureteral bypass). Il bypass sottocutaneo ureterale (o SUB) è un dispositivo extra anatomico caratterizzato da un catetere nefrostomico associato a un catetere per cistostomia permanente tramite un port sottocutaneo.

    Lo scopo del presente articolo è sottolineare come una corretta diagnosi, seguita da opportuna terapia chirurgica e medica possa risolvere problemi clinici considerati gravi o terminali. La tempestività di approccio è però fondamentale per poter risolvere o rallentare l’evoluzione della patologia renale.

    Il seguente report non tratta l’aspetto chirurgico (per il quale si rimanda a pubblicazioni scientifiche specialistiche) mentre si focalizza sull’aspetto gestionale medico e alimentare, dando rilievo all’importanza della qualità di vita dell’animale e della collaborazione e disponibilità dei proprietari.

    Il caso di Rocky

    Rocky è un gatto comune Europeo, maschio castrato che all’epoca della presentazione aveva 7 anni.

    Anamnesi remota

    Il gatto non aveva mai mostrato sintomi fino a 6 mesi prima, vaccinato regolarmente, conduceva vita indoor ed era alimentato con un alimento commerciale.

    Anamnesi recente

    I proprietari si presentano in visita per secondo consulto poiché il gatto da 3 mesi era sottoposto ad accertamenti e terapia per malattia renale (riscontrata idronefrosi bilaterale) presso altra struttura. Erano già stati eseguiti esami in precedenza.

    Alla prima visita vengono riferiti sintomi di anoressia, vomito, poliuria, polidipsia e debolezza.

    Visita clinica

    Il gatto presenta mucose rosate-pallide, evidente perdita di peso, disidratazione e cachessia (BCS 2/5), sensorio abbattuto, lieve ipotermia; si rilevano inoltre tachicardia e ritmo di galoppo all’auscultazione. I linfonodi esplorabili risultano nella norma mentre i reni alla palpazione sono soggettivamente bilateralmente di dimensioni aumentate. Viene misurata la pressione con metodica oscillometrica e il paziente risulta normoteso.

    Accertamenti diagnostici

    • Ecografia addominale: idronefrosi bilaterale senza segni di dilatazione ureterale.
    ecografia-idronefrosi-gatto
    Immagine del rene sinistro di Rocky prima dell’intervento. Presenza di idronefrosi, pielectasia grave (> 10 mm) con appiattimento della papilla renale. © Anubi s.r.l.
    • Esame radiografico: nefromegalia e assenza di segni di urolitiasi a carico di reni o ureteri.
    • Esame ecocardiografico: cardiopatia lieve a fenotipo ipertrofico segmentale con lieve insufficienza della valvola mitralica.
    • Esami ematobiochimici e urinari:
    emogramma-idronefrosi-gatto
    Emogramma di Rocky al primo accesso in visita. © Anubi s.r.l.
    ematobiochimico-idronefrosi-gatto
    Esami biochimici del paziente. © Anubi s.r.l.
    esame-urine-idronefrosi-gatto
    Esame urinario completo di sedimento e PU/CU. © Anubi s.r.l.
    • Emogasanalisi venoso: acidosi metabolica con elettroliti nei limiti di normalità.
    • Urinocoltura: negativa.
    • Esame coagulativo completo: risulta nella norma tranne per l’aumento di fibrinogeno, del valore di 688 mg/dl (limite superiore: 450 mg/dl).
    • Vengono eseguiti esami anche per valutare eventuali patologie concomitanti: il test FIVFeLV risulta negativo e la funzionalità tiroidea è nella norma.
    • Sotto stretto monitoraggio, per eventuali complicazioni, viene effettuato un esame citologico renale che esclude un processo neoplastico.

    Sospetto diagnostico

    Il sospetto diagnostico è quello di una malattia renale cronica in stadio avanzato secondaria a subocclusione ureterale che ha provocato idronefrosi cronica bilaterale.

    Non si può escludere che vi sia una potenziale ACKD (acute chronic kidney disease), quindi un danno renale acuto su un processo cronico che potrebbe dare maggiori margini prognostici sulla possibilità di recupero funzionale renale.

    Gestione medica

    Viene impostata fluidoterapia endovenosa bilanciata per 24-48 ore associata a terapia di supporto, analgesica, antiemetica e alimentare con applicazione di sondino nasogastrico. La pressione arteriosa normale del gatto consente un uso maggiormente sicuro di un alfa bloccante selettivo per i recettori alfa-1 adrenergici al fine di favorire il miglioramento del flusso ureterale.

    Tuttavia dopo due giorni, nonostante il miglioramento dei parametri biochimici renali, in mancanza di un’adeguata risposta si decide per l’approccio chirurgico, accettato dai proprietari, consapevoli dei rischi dell’intervento e della possibilità di non recupero.

    Gestione chirurgica

    Viene quindi eseguita la chirurgia con posizionamento di SUB bilaterale, e applicata una sonda esofagostomica permanente per la gestione nutrizionale, idrica e farmacologica nel post-intervento. In fase di risveglio Rocky riceve una trasfusione di sangue con una sacca di emazie concentrate compatibili.

    radiografia-sub-idronefrosi-gatto
    Esame radiografico per controllo del posizionamento del SUB (subcutaneous ureteral bypass) post-intervento.
    © Anubi s.r.l.
    gatto-sonda-esofagostomica-idronefrosi
    Il gatto Rocky, il paziente del caso descritto, nel primo periodo del percorso terapeutico. © C. Tomarelli

    Follow-up

    Post-intervento vengono effettuati controlli ecografici seriali del sistema protesico e si nota già dal primo giorno un netto miglioramento dell’aspetto renale con espansione del parenchima e adeguata posizione dell’estremità del SUB sia nei reni che in vescica.

    ecografia-idronefrosi-pre-chirurgia-gatto
    Aspetto ecografico del rene sinistro prima (A) del posizionamento del bypass ureterale bilaterale. © Anubi s.r.l.
    ecografia-idronefrosi-post-chirurgia-gatto
    Aspetto ecografico del rene sinistro dopo 2 giorni (B) dal posizionamento del bypass ureterale bilaterale. © Anubi s.r.l.

    Il paziente viene quindi dimesso prescrivendo a casa un appropriato supporto medico alla patologia renale e viene seguito da una collega nutrizionista per garantire una dieta renale spontanea se gradita e parzialmente integrata attraverso la sonda esofagostomica, per completare i fabbisogni necessari alle sue esigenze.

    gatto-sonda-esofagostomica-dettaglio
    Rocky in visita di controllo: in primo piano la sonda esofagostomica, con opportuna sutura per garantire un posizionamento corretto.
    © C. Tomarelli

    Quest’ultima viene quindi utilizzata anche per la somministrazione delle terapie di supporto alla malattia renale (antiemetici, farmaci per la restrizione del fosforo, integrazione di bicarbonati utile a contrastare l’acidosi metabolica, probiotici e antiossidanti). Vista l’anemia normocromica normocitica non rigenerativa di probabile origine renale, al gatto viene inoltre somministrata darbepoetina alfa (eritropoietina) per via sottocutanea una volta a settimana ripetuta per 4 volte fino alla normalizzazione del valore di ematocrito.

    Essa viene associata all’integrazione di ferro e somministrata ciclicamente allo stesso protocollo al bisogno.

    Nel corso dei mesi, i valori di funzionalità renale si stabilizzano portando a classificare Rocky in uno stadio IRIS III vs IV, normoteso, borderline proteinurico.

    Si rileva un progressivo aumento del peso di Rocky da 3,7 kg a 4,3 kg. Gli esami batteriologici urinari, eseguiti nel primo mese e poi ogni 6 mesi, con lavaggio del SUB, come da protocollo gestionale, risultano sempre negativi. All’esame urine vi è assenza di ematuria, emoglobinuria o mioglobinuria. Permane un recupero parziale dell’alimentazione spontanea e un netto miglioramento della qualità di vita del gatto che riprende vivacità e i comportamenti che aveva precedentemente al ricovero.

    gatto-sonda-esofagostomica
    In ambiente domestico il gatto tollerava senza disagio la sonda esofagostomica. © C. Tomarelli

    Nel tempo la progressione della patologia renale cronica comporta l’insorgenza di ipertensione, con iniziale sintomatologia neurologica (disorientamento/aggressività) trattata con l’introduzione di calcio antagonisti, associati a terapia con sartani (telmisartan) quando si rileva, ai successivi controlli, anche mancato miglioramento e persistenza della proteinuria.

    I parametri principali di progressione della CKD, fosfatemia, proteinuria e ipertensione sono sempre stati controllati. Sono state necessarie sostituzioni della sonda esofagostomica, revisione dei punti di ancoraggio, e gestione medica della stomia ogni 3-4 mesi circa. Il gatto si è mostrato sempre compliante a queste procedure da sveglio, richiedendo l’anestesia per un corretto riposizionamento solo in un’unica occasione.

    Il dispositivo SUB inserito originariamente non ha mai manifestato alcuna delle possibili complicazioni descritte in letteratura (ostruzioni, intasamenti, infezioni).

    A un controllo radiografico del posizionamento della sonda esofagostomica, si riscontra accidentalmente la calcificazione della parete aortica (possibile conseguenza di iperparatiroidismo renale secondario e alterato metabolismo Ca-P-vitamina D).

    radiografia-calcificazione-aorta-gatto
    Esame radiografico del torace del paziente, con rilevamento di calcificazione aortica. © Anubi s.r.l.

    Dopo quasi un anno e mezzo dall’intervento (17 mesi) e a 20 mesi dall’insorgenza della problematica renale, Rocky ha iniziato a manifestare dispnea. All’esame radiografico si rileva lieve edema polmonare cardiogeno e all’esame ecocardiografico si riscontrano segni di scompenso cardiaco.

    Si cerca di intervenire con supporto terapeutico adeguato e bilanciato ma in pochi giorni la patologia renale cronica si acutizza nuovamente portando in definitiva Rocky a blocco renale con anuria e malessere generalizzato, che in poche ore conduce all’arresto cardio-respiratorio del gatto.

    Discussione

    Questo caso supporta la consapevolezza dell’importanza della diagnosi precoce di malattia renale al fine di valutare al meglio come poter intervenire per rallentarne la progressione. Merita attenzione la capacità di recupero del parenchima renale precedentemente compresso dall’idronefrosi, tramite applicazione del SUB, con conseguente parziale reversibilità del danno renale insorto.

    L’andamento dei parametri di funzionalità renale in 1 anno e mezzo di percorso sono in linea con il miglioramento del danno acuto e con le caratteristiche tipiche della malattia renale cronica contraddistinta da evoluzione lenta, progressiva e irreversibile.

    grafico-andamento-creatininemia
    Andamento dei valori di creatinina dal primo accesso in struttura, stabilizzazione medica, intervento chirurgico e recupero post-intervento fino alla progressione graduale della patologia (in condizioni cliniche stabili per circa 1 anno).
    © Anubi s.r.l.
    grafico-andamento-uremia
    Andamento del valore di urea in tutto il periodo di monitoraggio di Rocky. © Anubi s.r.l.
    grafico-andamento-fosforemia
    Andamento del valore del fosforo nel tempo di osservazione del paziente. © Anubi s.r.l.

    Il caso clinico di Rocky ci fa ragionare sull’importanza di lavorare in un ambiente con un ottimo gruppo in cui si predisponga il confronto costante e vi sia stima e rispetto per crescere insieme al meglio e offrire le migliori cure ai pazienti. L’apporto nutritivo adeguato appare fondamentale nel supporto della CKD, così come l’utilizzo della sonda esofagostomica in questi pazienti per garantirne un adeguato mantenimento.

    Solo le motivazioni economiche, personali e gestionali dei proprietari possono porre dei limiti reali al percorso. Emerge quindi l’importanza di un’assoluta chiarezza nei confronti del proprietario sulla consapevolezza dei rischi, della prognosi riservata nel lungo termine e dell’impatto economico, ma soprattutto gestionale ed emotivo che questo percorso può avere sui caregiver.

    L’aspetto psicologico dei proprietari merita di trovare accoglienza per poter far sì che possano, anche loro, affrontare al meglio la malattia del proprio animale.

    Un ringraziamento speciale

    L’autrice ringrazia: il dott. Claudio Brovida, la dott.ssa Alessia Candellone e tutto lo staff dell’Ospedale Veterinario Anubi BluVet di Moncalieri per il supporto offerto a Rocky, in ogni reparto specialistico, per la gestione del caso, e il dott. Stefano Nicoli per la collaborazione e la conoscenza approfondita fornita per l’applicazione e la gestione del SUB. Un ringraziamento speciale ai proprietari, così attenti, amorevoli e unici nella gestione alimentare e farmacologica del gatto. Un ringraziamento anche a Rocky, alla sua energia e voglia di vivere che ci ha insegnato tanto.

  • Dieta e longevità del cane: quale relazione?

    Dieta e longevità del cane: quale relazione?

    La ricerca per prolungare il più possibile la durata dell’esistenza è stata estesa dall’uomo anche agli animali da compagnia, sebbene nel corso del tempo l’aspettativa di vita, sia per l’uomo che per il cane, sia già aumentata considerevolmente. Ciò è avvenuto grazie a diversi fattori, in primis al miglioramento delle cure mediche e veterinarie, con programmi vaccinali sempre più efficaci e diffusi, e anche grazie a una dieta appropriata in grado di soddisfare i fabbisogni nutrizionali.

    Aver ottenuto un allungamento della vita media non è però sufficiente, ed è intensa l’attività di ricerca mirata alla comprensione dei meccanismi sottostanti il processo di invecchiamento. La fase più avanzata della vita è infatti associata a una maggiore suscettibilità verso patologie degenerative, infettive, autoimmuni e neoplastiche; pertanto, comprenderne le cause può portare non solo ad aumentare la longevità (lifespan) ma anche a prolungare il periodo della vita in cui il soggetto è clinicamente sano (healthspan).

    Non sempre lifespan ed healthspan coincidono, anzi: come mostra il grafico, il declino inevitabile che si verifica dalla fase di adulto a quella di anziano può percorrere traiettorie diverse, a parità di durata della vita.

    grafico-longevita-salute-cane
    Traiettorie del ciclo di vita con durata della salute variabile nei cani. Le terapie anti-invecchiamento possono aumentare la durata della vita (anni vissuti) e la durata della salute (anni vissuti in buona salute) ritardando l’insorgenza di malattie e disabilità associate all’età (gli intervalli di durata della vita sono tratti da studi limitati disponibili che riportano dati sulla longevità canina).
    Fonte: McKenzie et al., 2022; doi: 10.2460/javma.22.02.0088.

    Gli interventi per promuovere un invecchiamento sano dovrebbero dunque essere focalizzati non solo ad aumentare il numero di anni vissuti, ma anche a prolungare il più possibile il periodo di buona salute, limitando al massimo la fase caratterizzata da perdita di capacità funzionali e fisiologiche.

    La longevità e l’invecchiamento nel cane

    La durata media della vita di un cane è di circa 10-13 anni ed è influenzata da numerose variabili, quelle maggiormente consolidate sono la taglia e la razza: i cani di piccola taglia hanno aspettativa di vita maggiore, mediamente di circa 5 anni, rispetto ai cani di taglia grande, ed è dimostrato che i meticci hanno una longevità mediamente superiore rispetto ai cani di razza, stimata in circa 1,2 anni rispetto a cani della stessa taglia. Questo è probabilmente spiegato dai vantaggi che può conferire una maggior differenziazione genetica.

    Cosa influenza un invecchiamento sano?

    Esistono numerosi fattori in grado di influenzare positivamente o negativamente l’invecchiamento, ad esempio la genetica, le terapie (preventive o meno), i fattori ambientali, tra cui si annovera anche la nutrizione.

    fattori-longevità-cane
    Figura. Fattori che influenzano positivamente o negativamente l’invecchiamento.
    Fonte: Adams VJ, Morgan DM, Watson PJ. Healthy ageing and the science of longevity in dogs. Part I: is grey the new gold? Companion Animal; 2018;23:12-17.

    Come la dieta influisce sulla longevità e sul mantenimento della salute? Di seguito, un’analisi che vuole essere non esaustiva ma spunto di riflessione sul tema.

    Dieta e sistema immunitario

    Per definire l’invecchiamento del sistema immunitario è stato coniato il termine “immunosenescenza”. Inizialmente il cucciolo fa affidamento sul sistema immunitario della madre, che trasferisce le immunoglobuline attraverso il colostro. Tra i 2 e i 6 mesi di età inizia a instaurarsi l’immunocompetenza, che diventa completa nel cane adulto per poi indebolirsi nell’anziano.

    Tale decadimento è correlato all’involuzione del timo. Esso, infatti, si sviluppa fino alla pubertà e in seguito inizia un’involuzione lenta e progressiva che porta a riduzione della produzione degli ormoni timici e dei linfociti T. Questo spiega perché i pazienti anziani siano più sensibili alle infezioni e ad alcune neoplasie.

    All’immunosenescenza si collega un altro termine nuovo: inflammaging, ovvero un’infiammazione cronica di basso grado presente nell’anziano, che contribuisce a questo stato di maggiore sensibilità.

    Poiché il funzionamento del sistema immunitario è strettamente collegato alla dieta, è possibile in un certo senso andare a potenziare l’immunità lavorando sulla nutrizione. Alcuni studi hanno dimostrato come alcune supplementazioni, ad esempio di spirulina, betaina e l-carnitina, possano influenzare la risposta immunitaria.

    Nel cane è stato poi osservato che soggetti anziani e contemporaneamente obesi hanno una peggiore funzionalità del sistema immunitario; è pertanto fondamentale garantire il mantenimento del peso ideale.

    Oltre che dalla dieta, il sistema immunitario è pesantemente influenzato dal microbiota, e ciò sembra avere ripercussioni sulla longevità. Ad esempio, nei pipistrelli è stato osservato come il microbiota di individui molto longevi fosse simile a quello dei giovani, dimostrando una potenziale correlazione. Nel cane non esistono ancora molti studi che abbiano valutato l’invecchiamento del microbiota, potrebbe però comunque essere utile lavorare su aspetti nutrizionali come la somministrazione di fibre prebiotiche per mantenerlo in buona salute.

    Dieta e funzione cognitiva

    La sindrome da disfunzione cognitiva colpisce fino al 22,5% dei cani sopra gli 8 anni e porta con sé degenerazioni neurologiche che causano svariati sintomi, tra cui disorientamento e modifiche nell’interazione con il proprietario. Diverse supplementazioni dietetiche si sono dimostrate efficaci nel supportare il mantenimento della funzione cognitiva: tra queste, antiossidanti come vitamine E e C, acidi grassi omega 3 e trigliceridi a media catena (MCT).

    Si stanno inoltre facendo strada studi molto interessanti riguardo all’asse intestino-cervello, ovvero al collegamento, ormai assodato, tra sistema nervoso centrale, sistema nervoso intestinale e microbiota.

    In Medicina Umana è stato dimostrato che nei pazienti affetti da malattia di Alzheimer le lesioni a carico dell’intestino iniziano a svilupparsi molti anni prima dei cambiamenti neurodegenerativi. Siccome il microbiota del cane è molto simile a quello umano e siccome in Umana è stato visto come una dieta mediterranea possa avere effetti benefici sull’apparato cognitivo, è lecito chiedersi se questo valga anche per il cane.

    I segni dell’invecchiamento

    L’invecchiamento è connotato da una serie di segni distintivi. Nel cane, tra questi si possono annoverare:

    • incanutimento del mantello e assottigliamento dei peli
    • maggior frequenza di patologie dentarie e parodontali
    • maggiore frequenza di neoplasie, sia benigne che maligne
    • perdita di massa muscolare, spesso accompagnata inizialmente da aumento, nella proporzione, della massa grassa e successivamente da perdita di peso
    • comparsa di problemi articolari e osteoartrite, spesso favoriti dall’aumento della massa grassa
    • cambiamenti a carico degli organi di senso, quindi alterazioni dell’udito, della vista, dell’olfatto
    • problemi gastroenterici, associati sia al peggioramento della funzione del sistema immunitario, sia a deterioramenti nella fisiologia dell’apparato digerente, come una riduzione delle secrezioni salivari e gastriche e della funzionalità egli enzimi digestivi, oltre a cambiamenti strutturali dell’epitelio intestinale
    • cambiamenti comportamentali

    Proteine

    Uno dei cambiamenti che si verificano con l’invecchiamento è la perdita di massa muscolare. Per prevenire la sarcopenia è importante concentrarsi sulla quota proteica presente nella dieta. Le proteine devono essere di elevato valore biologico, quindi in grado di fornire tutti gli aminoacidi essenziali, ed essere altamente digeribili.

    dieta-cane-anziano-longevita
    © Pommer Irina – shutterstock.com

    Anche la quantità è importante e, al contrario di quello che una volta veniva consigliato, in un soggetto anziano sano è importante mantenere un tenore proteico non eccessivamente basso, ovvero intorno al 25% delle calorie della dieta.

    Restrizione calorica

    Recenti studi hanno rilevato una correlazione tra body condition score (BCS) e aspettativa di vita: è emerso che i cani obesi monitorati mediamente avevano 1,5 anni in meno di aspettativa di vita rispetto a quelli con BCS ideale.

    Anche la restrizione energetica è in grado di agire sulla longevità nel cane. In uno studio, due gruppi di cani sono stati seguiti per tutta la loro vita. Un gruppo è stato alimentato con il 75% della quantità di alimento dell’altro gruppo. Il risultato è stato che il gruppo in restrizione calorica ha vissuto mediamente circa 1,8 anni in più.

    Nell’uomo è stato osservato come la restrizione calorica, definita come la riduzione dell’apporto calorico senza la privazione dei nutrienti essenziali, determina cambiamenti nei processi molecolari che sono stati associati all’invecchiamento, tra cui la metilazione del DNA.

    In conclusione, l’invecchiamento è il principale fattore di rischio per le patologie croniche ed è inevitabile, ma anche modificabile. È un processo che dura tutta la vita, pertanto richiede di essere osservato con una prospettiva a lungo termine, con lo scopo non necessariamente di allungare la vita, ma di migliorarne quanto più la qualità. La dieta può fare la differenza, e tra i vari fattori una particolare attenzione va sicuramente posta all’assunzione calorica giornaliera.

  • Il nibbio in Italia: status, conservazione e ruolo nella biodiversità

    Il nibbio in Italia: status, conservazione e ruolo nella biodiversità

    Il nibbio reale (Milvus milvus) e il nibbio bruno (Milvus migrans) sono due specie di rapaci diurni appartenenti alla famiglia degli Accipitridi, presenti nel territorio italiano con popolazioni distinte per distribuzione e abitudini ecologiche. Entrambi rivestono un ruolo cruciale negli ecosistemi, contribuendo al controllo delle popolazioni di piccoli mammiferi e uccelli, nonché alla rimozione delle carcasse, prevenendo la diffusione di malattie.

    Nibbio: distribuzione e status delle popolazioni

    Il nibbio reale è una specie endemica dell’Europa e in Italia la sua popolazione nidificante si concentra prevalentemente nelle Regioni centro-meridionali, con nuclei importanti in Basilicata, Abruzzo, Molise e Calabria. È una specie parzialmente migratoria: le popolazioni dell’Europa centrale, settentrionale e orientale lasciano le aree di nidificazione nel periodo autunnale e migrano verso ovest e verso sud (nella Penisola iberica, in Italia e sino alla Turchia).

    In passato, la specie ha subito un declino significativo a causa della perdita di habitat e dell’avvelenamento da pesticidi, ma recenti programmi di conservazione hanno favorito un leggero recupero delle popolazioni.

    Il nibbio reale si ciba in larga parte di carcasse e la sua dieta comprende prevalentemente piccoli mammiferi (come topi, arvicole e conigli selvatici), anfibi, invertebrati (gli sono molto graditi i lombrichi e gli insetti) e piccoli uccelli (inclusi giovani di gazze e cornacchie). A causa della costituzione anatomica delle zampe e del becco, poco robusti, riesce a catturare solo prede vive di piccole dimensioni; questa specie, inoltre, non disdegna i rifiuti.

    nibbio-reale
    Il nibbio reale (Milvus milvus) è una specie endemica dell’Europa e in Italia la sua popolazione nidificante si concentra prevalentemente nelle Regioni centro-meridionali. © Rob Lavers RIBA ARPS – shutterstock.com

    Il nibbio bruno, più adattabile e diffuso, ha una distribuzione più ampia ed è presente su quasi tutto il territorio italiano, con una maggiore concentrazione nelle Regioni settentrionali e lungo le principali vie migratorie. Questa specie si distingue per la capacità di sfruttare ambienti antropizzati, comprese discariche e aree agricole, che rappresentano importanti fonti alimentari; la sua dieta, infatti, è molto varia.

    nibbio-bruno
    Il nibbio bruno (Milvus migrans) popola maggiormente le Regioni settentrionali e si distingue per la capacità di sfruttare ambienti antropizzati.
    © Vincenzo Iacovoni – shutterstock.com

    Ruolo ecologico e biodiversità

    Il nibbio svolge un’importante funzione ecologica nel mantenimento degli equilibri naturali. Il nibbio reale, in particolare, predilige ambienti semi-aperti con pascoli e boschi a mosaico, mentre il nibbio bruno mostra una maggiore plasticità ecologica, frequentando anche ambienti urbani e discariche. Recenti studi hanno evidenziato un’interazione ecologica tra le due specie, con fenomeni di segregazione spaziale e temporale per la riduzione della competizione.

    nibbio-bruno-caccia
    Un esemplare di nibbio bruno a caccia. © Jan Hejda – shutterstock.com

    In Italia centrale, ad esempio, è stato osservato che il nibbio reale predilige le aree agricole tradizionali e i pascoli, mentre il nibbio bruno sfrutta più frequentemente le discariche e le zone periurbane.

    Due specie soggette a minacce

    Entrambe le specie affrontano diverse minacce, tra cui:

    • perdita e frammentazione degli habitat, a causa dell’espansione urbana e della trasformazione del paesaggio agricolo;
    • avvelenamento accidentale e deliberato, spesso legato all’uso di rodenticidi e bocconi avvelenati per il controllo dei predatori;
    • collisioni con infrastrutture antropiche, come linee elettriche e impianti eolici, che rappresentano un pericolo crescente;
    • riduzione delle risorse trofiche, dovuta a cambiamenti nella gestione del territorio e alla scomparsa delle pratiche di allevamento tradizionali che favorivano la disponibilità di carcasse.

    I casi di avvelenamento

    L’avvelenamento rappresenta una delle principali cause di mortalità per i nibbi in Italia. Esistono due tipi principali di avvelenamento:

    1. avvelenamento secondario: causato dall’ingestione di prede che hanno accumulato rodenticidi anticoagulanti o altre sostanze tossiche utilizzate in agricoltura e per il controllo dei roditori;
    2. avvelenamento deliberato: derivante dalla pratica illegale dell’uso di bocconi avvelenati per eliminare predatori opportunisti come volpi, lupi e cani randagi, con effetti collaterali devastanti per i rapaci.

    Negli ultimi anni, il numero di casi di avvelenamento è stato monitorato grazie a progetti di sorveglianza e al coinvolgimento di enti come ISPRA, Legambiente e associazioni faunistiche regionali. Le analisi tossicologiche sui campioni prelevati da esemplari trovati morti hanno rivelato alte concentrazioni di sostanze chimiche pericolose come il carbofurano, un pesticida altamente tossico, e i rodenticidi di seconda generazione.

    Un caso emblematico è quello della popolazione di nibbi reali in Toscana e Lazio, dove si sono registrati eventi di mortalità di massa legati all’uso di veleni illegali. Per contrastare questo fenomeno, sono stati attivati protocolli di emergenza con squadre cinofile addestrate per il rilevamento di bocconi avvelenati, oltre a campagne di sensibilizzazione per dissuadere gli agricoltori dall’uso indiscriminato di sostanze tossiche.

    Interazione con l’uomo e impatto delle attività antropiche

    L’interazione tra i nibbi e le attività umane è complessa e influenzata da diversi fattori. Mentre il nibbio bruno si è adattato meglio alle modificazioni ambientali, il nibbio reale risente maggiormente delle trasformazioni del paesaggio. Il degrado degli habitat, dovuto alla conversione di terreni agricoli in aree industriali e urbanizzate, ha infatti ridotto le zone idonee alla nidificazione.

    Le discariche poi, se da un lato forniscono una fonte alimentare, dall’altro possono esporre gli uccelli a contaminanti chimici e tossici. Studi recenti hanno inoltre dimostrato come l’accumulo di metalli pesanti e di residui chimici nelle prede dei nibbi possa avere effetti negativi sulla loro sopravvivenza e capacità riproduttiva.

    L’elettrocuzione e le collisioni con linee elettriche rappresentano un altro problema significativo. Alcuni progetti di mitigazione prevedono l’isolamento delle linee elettriche ad alta tensione e la creazione di posatoi sicuri per i rapaci.

    Inoltre, l’espansione degli impianti eolici in Italia ha sollevato preoccupazioni per il rischio di collisione e avviato iniziative che mirano a rendere più sicuri i parchi eolici attraverso il monitoraggio della presenza dei rapaci e la regolazione delle turbine in base ai movimenti della fauna selvatica.

    Progetti di conservazione

    Numerosi progetti di conservazione sono stati avviati in Italia per tutelare queste specie, tra cui:

    • programmi di reintroduzione e restocking (con rilascio di individui provenienti da allevamenti in cattività o da altre popolazioni europee) come quelli attuati in Toscana e Marche per il nibbio reale;
    • sensibilizzazione ed educazione ambientale, per ridurre le pratiche di avvelenamento e favorire la coesistenza tra le attività umane e i rapaci;
    • monitoraggi e censimenti, per valutare lo stato di salute delle popolazioni e pianificare interventi mirati.

    Tra gli altri, il progetto Life rete Natura 2000 ha svolto un ruolo fondamentale nella tutela del nibbio. Principale strumento dell’Unione Europea per la conservazione della biodiversità, il programma prevede la protezione degli habitat e delle specie a rischio, istituendo Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS) che garantiscono ambienti idonei alla nidificazione e alla sosta dei rapaci.

    In Italia, il monitoraggio delle popolazioni di nibbio rientra nei protocolli di sorveglianza di Natura 2000, con studi basati su censimenti a lungo termine e il tracciamento GPS degli individui. Queste attività, condotte in collaborazione tra enti pubblici, università e associazioni ambientaliste, permettono di raccogliere dati preziosi sulla distribuzione, sulle rotte migratorie e sulle minacce principali che interessano queste specie.

    Un caso significativo è rappresentato dal monitoraggio del nibbio reale nelle aree protette dell’Italia centrale e meridionale, dove vengono impiegati rilevamenti diretti e fototrappole per valutare il successo riproduttivo e il tasso di sopravvivenza. Inoltre, l’uso di dispositivi di telemetria satellitare consente di seguire gli spostamenti degli esemplari e di individuare eventuali criticità legate alla perdita di habitat e alla presenza di pericoli antropici.

    Progetti di reintroduzione e successi nella conservazione

    Uno dei progetti di maggior successo riguarda la reintroduzione del nibbio reale in Toscana, che ha permesso il ritorno della specie dopo decenni di assenza come nidificante. Questo progetto, supportato da fondi europei e dalla collaborazione con associazioni locali, ha permesso la liberazione di esemplari provenienti da altri Paesi, con un monitoraggio costante della loro sopravvivenza e riproduzione.

    In Basilicata e Calabria, programmi di tutela mirano alla protezione dei siti di nidificazione: attraverso l’istituzione di ZPS vengono limitate le attività potenzialmente dannose come la caccia e l’uso di pesticidi.

    Le prospettive future includono l’ampliamento dei programmi di ripopolamento, l’incremento delle aree protette e il miglioramento delle politiche di gestione delle risorse naturali.

    Inoltre, lo sviluppo di nuove tecnologie di monitoraggio, come il tracciamento GPS e l’uso di droni per l’osservazione delle popolazioni, potrebbe offrire strumenti più efficaci per la ricerca e la conservazione.

    La tutela del nibbio rappresenta un obiettivo di conservazione della fauna selvatica e anche un indicatore della qualità degli ecosistemi italiani. Proteggere questi rapaci significa preservare un patrimonio naturale fondamentale per il nostro territorio e per le generazioni future.

  • Dermatite atopica del cane: determinare le sensibilizzazioni IgE specifiche per gli allergeni

    Dermatite atopica del cane: determinare le sensibilizzazioni IgE specifiche per gli allergeni

    Nei cani con dermatite atopica la diagnosi è clinica per esclusione: si basa sulla confluenza dei dati anamnestici (razze predisposte/ familiarità, vivere in ambiente urbano, età precoce d’insorgenza..), clinici (eritema e prurito a coinvolgere in modo simmetrico testa/muso, aree glabre ventrali ed estremità degli arti) e l’esclusione delle possibili diagnosi differenziali.

    cane-dermatite-atopica-ventre-malassezia
    Pastore tedesco con dermatite atopica: lesioni a livello di aree glabre ventrali e infezione da Malassezia. © F. Fabbrini
    cane-dermatite-atopica-testa-arti
    Bull terrier atopico con lesioni facciali e a livello di estremità degli arti.
    © F. Fabbrini
    cane-dermatite-atopica-muso
    Bull terrier con dermatite atopica: lesioni simmetriche del muso. © F. Fabbrini

    A differenza dell’uomo, nel cane la malattia raramente va incontro a una regressione spontanea, richiedendo spesso un trattamento a vita. Nella sua gestione multimodale, tra le principali opzioni disponibili viene indicata l’immunoterapia, ovvero la desensibilizzazione allergene-specifica (ASIT), basata sugli esiti degli esami allergologici.

    L’ASIT è considerata l’intervento di scelta per prevenire la ricomparsa dei segni clinici dopo l’esposizione agli allergeni e l’unico metodo in grado di prevenire l’insorgenza di ulteriori sensibilizzazioni a nuovi allergeni. La selezione degli allergeni per allestire l’ASIT si basa su una combinazione di storia clinica, segni clinici e risultati dei test allergologici preposti al rilevamento delle IgE (sia intradermici che sierologici).

    La rilevazione delle IgE

    In Medicina Veterinaria, la rilevazione delle IgE avviene solitamente tramite test cutanei o sierologici con estratti allergenici grezzi/interi. Tuttavia, questi estratti sono difficili da standardizzare, e ciò può comportare risultati imprecisi o variabili. Tale eterogeneità, ad esempio, è stata illustrata/dimostrata negli estratti degli acari Dermatophagoides che risultano essere eterogenei nella loro composizione e nel loro contenuto in allergeni immunologicamente importanti; pertanto, i test effettuati con questi estratti potrebbero dare risultati variabili a seconda dell’estratto utilizzato.

    Inoltre, un’ampia categoria di proteine, dette glicoproteine, è in grado di legare oligosaccaridi (glicani) sulla loro superficie. In allergologia, il termine CCD (Cross-reactive Carbohydrate Determinants) è stato coniato per diversi tipi di oligosaccaridi che vengono riconosciuti come determinanti antigenici (epitopi B) da anticorpi IgE umani e che, essendo espressi in molte specie vegetali (incluse graminacee, alberi, piante erbacee) o animali (inclusi nematodi, molluschi, artropodi), giustificano anche una loro cross-reattività tra glicoproteine di specie diverse, altrimenti tra loro non correlabili.

    Fu all’inizio degli anni ’80 che Rob Aalberse osservò, in vari pazienti allergici, anticorpi IgE che reagivano contro la componente glucidica, invece della componente proteica, delle molecole allergeniche. Due importanti proprietà caratterizzavano questi anticorpi: l’incapacità di indurre un’efficiente degranulazione dei mastociti a contatto con l’antigene e la loro capacità di interagire con diverse glicoproteine allergeniche.

    Aveva anche previsto la bassa rilevanza patogenetica di questi anticorpi nel causare reazioni allergiche, oltre al rischio che fossero in grado di confondere/alterare i risultati dei test allergologici in vitro, dando luogo a test positivi per diversi estratti allergenici, in assenza di un’effettiva patogenicità di quegli stessi estratti. Da qui la necessità di prevenire i falsi positivi trattando i reagenti allergenici per rimuovere i loro componenti glucidici e/o la necessità di privare il siero dei pazienti allergici di questi anticorpi prima di esaminare il siero stesso per la sua reattività IgE contro gli estratti allergenici. A Rob Aalberse va il merito di aver coniato la duratura definizione di CCD.

    Nel cane è stata dimostrata una reattività crociata tra alcune glicoproteine del Dermatophagoides farinae e del nematode Toxocara canis, rendendo difficile distinguere tra la sensibilizzazione a questo acaro e l’infestazione da parte del parassita intestinale.

    Allergologia molecolare

    Con lo scopo di migliorare l’affidabilità dei risultati dei test allergologici sierologici a IgE in campo veterinario, un gruppo di studiosi europei1 ha illustrato la validazione di una metodica, già in uso in campo umano, che si basa sull’uso dell’allergologia molecolare. Nota anche come component-resolved diagnostics (CRD) o precision allergy molecular diagnostic applications (PAMD@), l’allergologia molecolare studia le molecole specifiche degli allergeni che causano reazioni allergiche.

    Invece di testare la reattività nei confronti di un allergene “intero”, i test molecolari possono individuare la reattività a una specifica proteina di un allergene. Il test, solitamente sierologico, prevede di vagliare singoli componenti molecolari in aggiunta o in sostituzione degli estratti grezzi, e rappresenta un approccio più preciso per rilevare i responsabili specifici delle sensibilizzazioni a IgE. Ciò migliora la standardizzazione del test, nonché la sua sensibilità e specificità, poiché si avvale al 100% di singole proteine allergeniche ben definite.

    Ad esempio, un estratto di Dermatophagoides farinae (Der f) dovrebbe contenere tutte le migliaia di proteine codificate nel suo genoma, di cui solo 37 (lo 0,34%) risultano a oggi riconosciute come allergeni per l’uomo.2 Un problema analogo, dovuto al basso contenuto dei principali allergeni, si verifica anche in Medicina Veterinaria: è stato segnalato che un estratto di Der f a uso veterinario contiene solo l’1-2% dei principali allergeni Der f (Der f 1, Der f 2, Der f 15 e Der f 18) presi di mira dalle IgE nei cani con dermatite atopica.

    L’allergologia molecolare consente inoltre una migliore identificazione delle reazioni crociate tra allergeni e sensibilizzazioni primarie. Aiuta a prevedere il decorso clinico e a selezionare in modo più logico gli allergeni da utilizzare per allestire l’immunoterapia allergene specifica ASIT.

    Strumentazione e validazione

    In Medicina Umana viene utilizzato un test microarray molecolare multiplex di produzione austriaca (Vienna) per determinare le sensibilizzazioni IgE a circa 300 allergeni, costituito per circa due terzi da singoli allergeni molecolari (o componenti), e per un terzo da estratti totali selezionati per fonti di allergeni i cui componenti molecolari non sono completamente caratterizzati.

    Successivamente, ne è stato sviluppato un derivato per l’uso in Medicina Veterinaria per i cani, e in seguito anche per gatti e cavalli, includendo circa un terzo di estratti allergenici e due terzi di componenti molecolari. La selezione degli allergeni si è basata su quelli presenti nello strumentario di Medicina Umana, partendo dal presupposto che le proteine allergeniche presenti negli esseri umani potrebbero essere allergeniche anche negli animali.

    Sono stati esclusi gli allergeni non rilevanti per i cani e aggiunti quelli che sensibilizzano specificatamente la specie canina, come Der f e i suoi componenti Der f 15 e Der f 18, arrivando così a includere 247 spot allergenici di cui 132 dedicati agli aeroallergeni ambientali (53,4%), 13 per veleni di imenotteri (5%) e 98 per allergeni alimentari (39,7%). Due rilevatori CCD e i relativi controlli non CCD completano questa configurazione.

    La procedura per la validazione dello strumento diagnostico adattato alla Medicina Veterinaria ha compreso numerosi passaggi; per rilevare le IgE specifiche dell’allergene, il test utilizza anticorpi monoclonali accoppiati alla fosfatasi alcalina, che riconoscono solo un epitopo del dominio Cε2 delle IgE canine, senza interferire con le IgG, le IgM o le IgA.

    Gli allergeni ambientali

    Nel 2023, 23.858 cani europei sospettati di essere allergici sono stati sottoposti a questa metodica. È stato studiato il tasso di sensibilizzazione di questi cani verso 145 allergeni ambientali e al veleno di api e vespe. Sono stati così prodotti 3.030.375 valori di IgE individuali contro allergeni ambientali e/o veleni di imenotteri, ed è emerso che il 78,9% dei cani testati presentava almeno una IgE specifica positiva per gli allergeni ambientali e/o veleno di api o vespe.

    Infine, 17.548 cani presentavano almeno una positività alle IgE specifiche per allergeni ambientali o di api o vespe, trattabile con l’immunoterapia ASIT.

    I 20 allergeni a cui i cani testati sono risultati maggiormente sensibilizzati sono stati suddivisi in 3 gruppi maggiori:

    • veleni degli imenotteri (api e vespe)
    • pollini di erbacee graminacee e alberi
    • acari della polvere di casa e delle derrate alimentari

    Risultati del rilevamento delle sensibilizzazioni agli allergeni del veleno di imenotteri

    Per la prima volta, i risultati del test hanno rivelato che circa il 20% dei cani era già stato punto almeno una volta da api o vespe, il che li rendeva sensibili agli estratti e ai componenti di questi veleni. Questo tasso di sensibilizzazione sembra essere la metà di quello rilevato nell’uomo. È importante notare che la presenza di IgE sieriche specifiche per i veleni di insetti non sempre predice la presenza dell’allergia clinica alle punture di api o vespe. L’allergene più frequentemente rilevato è stato la fosfolipasi A2 del veleno d’api, Api m 1, con il 22,8% di cani positivi.

    Risultati della rilevazione delle sensibilizzazioni agli allergeni ambientali di alberi ed erbe

    Le sensibilizzazioni polliniche più frequentemente rilevate dal test hanno riguardato tre piante erbacee: l’ambrosia (Ambrosia artemisiifolia, Amb a), la parietaria (Parietaria judaica, Par j) e la Salsola kali (Sal k). I tassi di sensibilizzazione all’estratto di Par j e al suo componente molecolare Par j 2 erano quasi identici, indicando una sensibilizzazione primaria a questa erbacea.

    Sono state inoltre frequentemente identificate sensibilizzazioni all’estratto di polline di cipresso (Cupressus sempervirens, Cup s) e all’allergene della famiglia del faggio europeo (Fagus sylvestris) PR-10 Fag s 1.

    È interessante notare che la sensibilizzazione a Fag s 1 è risultata più diffusa rispetto a quella ad altri allergeni del polline della famiglia PR-10 testati: Bet v 1 dalla betulla (Betula verrucosa), Aln g 1 dall’ontano (Alnus glutinosa) o Cor a 1 dal nocciolo (Corylus avellana). Questa differenza evidenzia probabilmente il fatto che il faggio, dopo diversi decenni di rimboschimento, è oggi l’albero deciduo più diffuso nell’Europa continentale.

    Risultati del rilevamento della sensibilizzazione agli allergeni degli acari della polvere di casa Dermatophagoides

    I tassi di sensibilizzazione agli acari della polvere domestica Dermatophagoides e ai loro componenti sono stati studiati in dettaglio per confermare il valore dei test sui sieri con allergeni molecolari rispetto agli estratti. A questo scopo, tutti i valori di IgE sieriche contro l’allergene dell’acaro Der f 2 superiori a 28 ng/mL (valore soglia di positività) sono stati confrontati con quelli degli estratti di Der f.

    Ne è emerso che i livelli di IgE specifiche contro la componente molecolare erano in media tre volte superiori a quelli dell’estratto, evidenziando l’interesse dell’uso dell’allergologia molecolare: il 77,9% dei cani testati aveva un livello di IgE specifiche per l’allergene Der f 2 superiore al livello di IgE specifiche per l’estratto Der f, con livelli medi delle IgE tre volte superiori.

    È anche interessante notare che nel 22% dei cani testati le IgE specifiche per Der f erano più elevate di quelle dirette contro Der f 2. Questa differenza suggerisce che la sensibilizzazione di questi cani era probabilmente diretta contro uno o più componenti dell’acaro, diversi da Der f 2. Al contrario, è stato rilevato un tasso sorprendentemente basso (0,6%) di sensibilizzazioni agli allergeni degli acari ad alto peso molecolare Der f 15 e Der f 18, sebbene siano stati precedentemente identificati come allergeni principali.

    La spiegazione di questa discrepanza risiede nella recente scoperta che le IgE dirette contro i glicani complessi delle mucine secretorie di Toxocara canis reagiscono in modo incrociato. Der f 15 e Der f 18 identificati sul test utilizzato non hanno glicani naturali e pertanto non vengono rilevati da queste IgE cross-reattive. Il test adattato da quello utilizzato in Medicina
    Umana è risultato dunque preciso e coerente.

    Un arricchimento dell’allergenoma canino

    Sebbene vi sia una conoscenza avanzata degli allergeni molecolari nelle persone allergiche, le segnalazioni di allergeni identificati tramite IgE nei cani rimangono rare e riguardano principalmente gli allergeni alimentari. Pertanto, la selezione di allergeni molecolari formulata per l’utilizzo del test valutato in Medicina Veterinaria si basa sull’ipotesi che le proteine che provocano risposte IgE negli esseri umani possano provocare reazioni simili negli animali, un’ipotesi supportata dai risultati che mostrano che tutti i componenti inclusi sono riconosciuti dalle IgE in diversi cani.

    La gamma di allergeni così testati contribuisce ad arricchire l’allergenoma canino e sono in corso ricerche per identificare ulteriori allergeni molecolari da incorporare nelle future versioni del test.

    L’allergologia molecolare consente quindi una comprensione amplificata delle reattività crociate degli allergeni, e ciò potrebbe aiutare a migliorare le formulazioni di immunoterapia per i cani affetti da allergie ambientali.

    1. Olivry T, Fontao AM, Aumayr M, Ivanovova NP, Mitterer G, Harwanegg C. Validation of a multiplex molecular macroarray for the determination of allergen-specific IgE sensitizations in dogs. Vet Sci. 2024;11(10):482. doi: 10.3390/vetsci11100482.   ↩︎
    2. www.allergen.org ↩︎
    Per saperne di più:
  • Cane e gatto anziano: approccio multidisciplinare

    Cane e gatto anziano: approccio multidisciplinare

    L’ordine dei medici veterinari della Provincia di Cosenza ha organizzato un corso di aggiornamento professionale1 composto da due giornate formative in cui i colleghi Maria Chiara Catalani (DVM, esperto in comportamento, PhD, coordinatore Gerivet – Gruppo di Studio in Geriatria Veterinaria SCIVAC) e Antonio Maria Tardo (DVM, resident ECVIM-CA – Internal Medicine) si sono alternati nell’approfondire e sottolineare l’importanza di un approccio specifico e multidisciplinare nella cura dell’animale anziano.

    La geriatria veterinaria, infatti, è ambito di studio e lavoro che origina e si realizza con un approccio multidisciplinare e che ha fatto molti passi avanti nei Paesi anglosassoni, cominciando a destare interesse anche in Italia. Di fronte ai pazienti geriatrici il medico veterinario non solo dovrà intervenire sulla “cura della malattia” ma, integrando diversi ambiti di intervento, potrà accompagnare l’animale in questa delicata fase della vita, garantendogli il massimo benessere possibile.

    Anziano a chi?

    È la domanda chiave con cui si è aperto l’evento formativo. L’invecchiamento, sebbene naturale, porta con sé una serie di cambiamenti a livello fisico, fisiologico e comportamentale. Questi possono manifestarsi in modo graduale e sottile. Qualcosa cambia nel comportamento del pet e il proprietario evidenzia così difficoltà mai incontrate in passato.

    cane-anziano
    © Magui RF – shutterstock.com

    È fondamentale quindi che il medico veterinario preventivamente presti attenzione ai sintomi prodromici, manifestati anche con piccole alterazioni che talvolta il cliente ci riferisce in visita e che potremmo sottovalutare. I cambiamenti nel comportamento rappresentano quei sintomi sentinella di un invecchiamento problematico che, a un’indagine accurata, spesso corrisponde ad alterazioni di una o più funzioni organiche.

    La visita del paziente anziano

    La letteratura scientifica relativa alla geriatria veterinaria sottolinea quanto sia importante la prevenzione e la necessità di focalizzare le attenzioni su tutti quei cambiamenti che possono comparire in un animale che entra in una fase avanzata della sua vita.

    Una raccolta anamnestica accurata e adattata al paziente anziano, associata a un ascolto attivo di ciò che il proprietario spontaneamente riferisce, rappresenta il primo punto della visita geriatrica. A questo deve seguire un attento esame obiettivo generale che consenta di procedere con una visita geriatrica completa, indirizzata dalle criticità che emergono dalle fasi precedenti.

    La tipicità della visita del paziente anziano è la necessità di un’impostazione olistica, ovvero che tenga conto di tutti gli aspetti della vita dell’animale, tutte le difficoltà gestionali riferite dal proprietario, tutte le modificazioni o alterazioni che possono emergere durante la visita clinica e comportamentale. Una volta individuate eventuali patologie, sarà possibile impostare un piano terapeutico personalizzato che dovrà considerare la necessità di approcciare il paziente cercando di mantenere in equilibrio molte funzioni che si trovano in una condizione di fragilità.

    Gli interventi preventivi rilevanti

    • L’adeguamento dell’alimentazione è tra i primi interventi da mettere in atto. Sarà importante consigliare alimenti specifici per l’animale anziano, tenendo conto di eventuali patologie e della sua capacità di bere e alimentarsi autonomamente e adeguatamente, dei fabbisogni calorici in evoluzione e del bisogno di un buon bilanciamento della razione.
    • L’integrazione con nutraceutici ad hoc per supportare la funzione cognitiva, rallentare i processi degenerativi e migliorare il benessere generale è un altro intervento rilevante da prevedere già in fase preventiva. Antiossidanti, vitamine, fonti di palmitoiletanolamide (PEA) sono alcuni esempi delle molecole necessarie in questi pazienti.
    • Nel contempo, sulla base delle criticità individuate, è opportuno valutare quando intervenire sulla gestione del dolore cronico per migliorare la qualità di vita e prevenire l’insorgere di comportamenti problematici.
    • Dal punto di vista comportamentale, un intervento preventivo sarà focalizzato sul dare suggerimenti di adeguamento e arricchimento ambientale e relazionale, per stimolare mentalmente e fisicamente l’animale e prevenire la noia, la frustrazione, l’ansia o la depressione. Nei casi in cui il paziente, cane o gatto, presenti segni di disfunzione cognitiva o sintomi di alterazioni comportamentali, il supporto comportamentale diventerà indispensabile per migliorare la comunicazione e la relazione con il proprietario, riducendo il disagio e rallentando l’evoluzione patologica dell’invecchiamento.

    Il caregiver ha bisogno di essere guidato

    La visita del paziente anziano diventa un momento delicato e importante per fornire ai clienti le informazioni necessarie per aiutarli ad assumersi al meglio il ruolo di cura e sostegno dell’animale, che per moltissime persone rappresenta un’espressione del profondo legame con lui. Il proprietario, meglio descritto con il termine “caregiver”, ha bisogno di essere guidato per poter creare un ambiente confortevole e sicuro, mantenere una routine regolare, adattare le attività fisiche alle capacità dell’animale, offrire supporto emozionale, e dovrà essere motivato a comunicare con il veterinario e a intensificare le visite di controllo.

    cane-gatto-anziano-carezza
    © Alex Zotov – shutterstock.com

    Prendersi cura di un animale anziano può essere impegnativo, ma è anche un’esperienza che valorizza il ruolo del “medico veterinario curante” che avrà modo di garantire a pazienti “storici” la giusta attenzione, supportandoli per una “buona vecchiaia”.

    Invecchiamento di successo o patologico

    L’invecchiamento è da considerarsi fisiologico nei pet quando evolve attraverso cambiamenti graduali che consentano al paziente, con il nostro aiuto, un adattamento funzionale e comportamentale.

    L’invecchiamento patologico, d’altra parte, è caratterizzato da un declino accelerato di una o più funzioni organiche ed è accompagnato spesso dalla degenerazione delle funzioni cognitive (sindrome da disfunzione cognitiva).

    L’invecchiamento si considera fisiologico quando i pet anziani, pur presentando la necessità di più tempo per apprendere o per ricordare informazioni apprese in passato, mantengono le loro capacità cognitive di base. Questi pazienti possono aumentare le ore di sonno diurno, riducendo quello notturno, ma generalmente mantengono un ciclo sonno-veglia regolare. I pet anziani con invecchiamento fisiologico possono infine ridurre il livello di attività e interagire meno con i membri della famiglia, pur mantenendo un legame affettivo e interazioni consuete con il gruppo famigliare e con ciò che li circonda.

    I pet con sindrome da disfunzione cognitiva (CDS) e invecchiamento patologico, al contrario, manifestano importanti cambiamenti comportamentali.

    La sindrome da disfunzione cognitiva

    I pet con sindrome da disfunzione cognitiva (CDS) mostrano una significativa perdita di memoria, disorientamento e difficoltà nell’eseguire ciò che fa parte della normale vita quotidiana da sempre, come trovare la ciotola del cibo o rispondere al proprio nome. Questi animali, inoltre, possono avere un’inversione del ciclo sonno-veglia, con forte agitazione notturna, accompagnata da vocalizzazioni e vagabondaggio. I pazienti con CDS possono anche mostrare una riduzione delle interazioni sociali (persino con i membri della famiglia), avere difficoltà a riconoscere persone e animali familiari, modificare il comportamento esplorativo, presentando alterazioni talvolta evidenti degli schemi comportamentali – vagare senza meta (pacing), fissare il vuoto o rimanere bloccati in angoli della casa.

    In alcuni pazienti con invecchiamento patologico, inoltre, possiamo osservare alterazioni dello stato emozionale come sintomi ansiosi, paure, irritabilità mai mostrati in passato. Questi possono evolvere in reattività, aggressività, vocalizzazioni eccessive o comportamenti compulsivi.

    È importante sottolineare che i sintomi della degenerazione cognitiva possono essere simili a quelli di altre patologie, come malattie neurologiche, metaboliche o sensoriali. Anche per questa ragione è fondamentale approfondire l’anamnesi del paziente geriatrico per effettuare una diagnosi accurata e un piano di trattamento adeguato.

    Inoltre, i cambiamenti della funzionalità organica che si manifestano con l’avanzare dell’età possono colpire vari tessuti e organi, tra i quali il tessuto muscolare, adiposo, nervoso e il sistema immunitario, influendo sulla capacità dell’animale di rispondere allo stress e aumentando il rischio di malattie con una riduzione del livello della qualità di vita.

    Pertanto, anche dal punto di vista internistico l’approccio al paziente geriatrico richiede un’attenzione particolare alle modifiche fisiologiche e alle patologie comuni in questa fase della vita.

    Approccio completo e personalizzato

    Tra i punti chiave da considerare nella visita geriatrica, un ottimo strumento è costituito dalle scale di valutazione del Body Condition Score (BCS) e del Muscle Condition Score (MCS). Queste ci consentono di monitorare lo stato nutrizionale del paziente e identificare precocemente eventuali variazioni del peso. Tanto la perdita quanto l’eccesso di peso, analogamente alla sarcopenia, sono fattori prognostici negativi in età geriatrica, andranno quindi prevenute quanto più possibile.

    gatto-anziano-obeso-cibo
    © Zhuravlev Andrey – shutterstock.com

    L’approccio diagnostico nel paziente geriatrico, pertanto, dev’essere completo e personalizzato, tenere conto dell’anamnesi, dell’esame fisico e dei risultati dei test di screening, mirato a identificare eventuali patologie e comorbilità da trattare adeguatamente e il più precocemente possibile.

    Essendo frequente la necessità di gestire complesse comorbidità in questi pazienti, rilevante è anche il sostegno del proprietario più motivato e disponibile. Per questo scopo, risulta centrale adottare strategie per una comunicazione efficace, con informazioni chiare e comprensibili sulla salute dell’animale, sui cambiamenti legati all’età, sulle possibili patologie e sulle opzioni terapeutiche disponibili. Un approccio empatico e comprensivo può aiutare a costruire un rapporto di fiducia con il proprietario e a migliorare la compliance alle terapie.

    La complessità della geriatria e della gerontologia veterinaria rendono questo ambito estremamente interessante e stimolante per la Medicina Veterinaria: i pet owner che vivono relazioni profonde con i loro animali anziani cercano e si aspettano dal medico veterinario curante preparazione, sostegno, accoglienza, e per questo motivo è necessario adeguare le proprie competenze con iniziative formative come quella presieduta dal Gruppo di Studio SCIVAC – Gerivet

    Sintomi comuni nell’anziano: poliuria/polidipsia

    Durante il corso di aggiornamento sono stati presentati casi clinici che potessero rappresentare gli ambiti di più frequente intervento della geriatria veterinaria. Partendo dall’approccio internistico-endocrinologico presentato dal dott. Tardo e analizzando anche la componente emozionale dal punto di vista comportamentale, i relatori si sono focalizzati su poliuria/polidispia, l’iperadrenocorticismo, le disfunzioni tiroidee e la disfunzione cognitiva.

    Poliuria e polidipsia (PU/PD) sono sintomi comuni negli animali anziani e possono essere causati da una varietà di condizioni, sia fisiologiche che patologiche. L’iperadrenocorticismo è una causa comune di PU/PD nei cani, così come l’ipertiroidismo causa questi sintomi nei gatti. L’ipotiroidismo nei cani può portare a un forte aumento di peso, ma non è direttamente associato a PU/PD.

    Tra le diagnosi differenziali sottolineate per questo sintomo compaiono anche la malattia renale cronica (CKD), una delle cause più comuni di PU/PD negli animali anziani, il diabete mellito, il diabete insipido, le infezioni del tratto urinario così come alcuni trattamenti farmacologici.

    Ciò che è emerso, dal punto di vista comportamentale, è la rarità della diagnosi di polidipsia psicogena. Sia nel cane che nel gatto, infatti, lo stato ansioso che può sottostare all’alterazione del comportamento dipsico (assunzione di acqua) ha quadri sintomatologici diversi e più complessi.

    La conclusione è stata nuovamente focalizzata sull’importanza di affrontare il paziente con un’accurata anamnesi, un esame fisico completo e una serie di test diagnostici, tra i quali, nel caso specifico di PU/PD, test endocrini per valutare la funzionalità surrenalica e tiroidea.

    L’ipertiroidismo felino, con una prevalenza dell’11,9% nei gatti di età superiore ai 9 anni, risulta associato spesso ad adenomi benigni. L’ipotiroidismo del cane ha una prevalenza stimata tra lo 0,2% e lo 0,8% ed è frequentemente causato da tiroidite linfocitaria.

    1. Rende (CS), 9-10/11/24: Anziano a chi? Corso di geriatria veterinaria: approccio al cane e gatto anziani. Organizzato dall’Ordine dei medici veterinari della Provincia di Cosenza in collaborazione con il Gruppo di Studio SCIVAC – Gerivet ↩︎
    Per saperne di più:
  • Speciale UNISVET 2025. Colangite felina: da diagnosi a terapia

    Speciale UNISVET 2025. Colangite felina: da diagnosi a terapia

    Il Congresso Nazionale UNISVET1, giunto quest’anno alla 19° edizione, ha proposto agli oltre 800 partecipanti un ricco programma di masterclass specialistiche. Nell’ambito di quella dedicata alla medicina interna, sono state proposte lezioni dedicate all’endocrinologia e all’epatologia.

    Il dott. Federico Porporato (DVM, MRVCS, dipl. ECVIM-CA Internal Medicine) ha approfondito l’argomento delle colangiti e colangioepatiti feline, patologie non infrequenti, dalla gestione complessa e dalla diagnosi impegnativa. Il relatore si è soffermato sulle due tipologie di colangiti più frequenti nel paziente felino: la colangite neutrofilica e la colangite linfocitica. Questa classificazione, basata sull’istologia, è fornita dal WSAVA Liver Standardization Group

    Colangite: perché proprio nel gatto?

    Per comprendere la patogenesi della colangite e perché colpisca il gatto è importante l’anatomia di questa specie: a differenza del cane, infatti, nel gatto il dotto biliare comune sbocca nella papilla duodenale maggiore insieme al dotto pancreatico, e qualora ci sia un’infiammazione intestinale, della papilla, del dotto biliare o del dotto pancreatico, è più facile un interessamento che coinvolga tutte queste strutture.

    Secondo l’ipotesi più accreditata, una traslocazione batterica ascendente proveniente dal segmento intestinale è in grado causare infiammazione del dotto biliare, e potenzialmente anche di quello pancreatico, portando alla cosiddetta triadite felina. Alla base della traslocazione batterica o dell’infiammazione mucosale può esservi un quadro di disbiosi intestinale (che a sua volta può essere dovuta a una patologia infiammatoria, infettiva favorente la permeabilità mucosale); si arriva così a una contaminazione batterica (reflusso) nelle vie biliari e/o pancreatiche.

    Un ruolo minore nella patogenesi della triadite lo hanno invece fenomeni di disseminazione batterica ematogena.

    Non esistono però solo le forme puramente batteriche: secondo un’ipotesi patogenetica (Lidbury et al. 2020) è possibile un circolo vizioso tra disbiosi e infiammazione intestinale che diventa poi cronica, con conseguente risposta immunitaria aberrante sia innata sia acquisita, fino ad arrivare a colangiti croniche linfocitiche o a pancreatiti croniche immunomediate sterili.

    Cosa dice la letteratura

    Secondo lo studio di Frangkou et al. (2016) la stima della prevalenza di triadite (data da diagnosi istologica) nel gatto con colangite è del circa il 32-50%, una percentuale particolarmente alta. Nello specifico, tra i gatti sintomatici, il 34% dei soggetti presenta una colangite associata a una IBD (inflammatory bowel disease), il 6,4% una pancreatite associata a IBD e il 30% una triadite. Tuttavia, il dato sorprendente è che tra i gatti asintomatici ben il 50% presenta colangite associata a IBD. Conseguentemente, è altamente probabile che le forme subcliniche siano molto più frequenti di quanto ritenuto.

    In uno studio recente, oltre a valutare la prevalenza della triadite, Schreeg et al. (2024) hanno analizzato, attraverso indagini istologiche, la papilla duodenale maggiore in gatti sintomatici e non: il 15% dei soggetti presentava triadite (di cui più del 50% asintomatici), il 30% mostrava infiammazione della papilla, e nel 91% di questi è stata identificata una concomitante colangite o pancreatite o enterite.

    In aggiunta, a circa un quarto dei soggetti è stato diagnosticato un tumore (di cui il 29% linfomi intestinali associati a triadite).

    In definitiva, in un gatto sintomatico l’edema della papilla visualizzata all’ecografia può quindi indicare un’infiammazione intestinale o una forma di triadite.

    Colangite neutrofilica

    La colangite neutrofilica o suppurativa è la forma più comunemente diagnosticata nel gatto (con una positività del 10-25% dei reperti istologici). Il nome deriva dal tipo di infiltrato prevalente – quello neutrofilico – nell’area periportale, nei canalicoli biliari, nella parte adiacente agli stessi, fino a interessare il parenchima epatico (colangioepatite). È quindi possibile una forma che interessa il parenchima biliare soltanto (colangite) o con estensione a quello epatico (colangioepatite).

    Tuttavia, non è raro riscontrare, accanto all’infiltrato neutrofilico, anche uno linfocitario-plasmacellulare. Inoltre, non sempre sono rilevabili patogeni batterici. Un quadro con infiltrato misto neutrofilico (prevalente)- linfocitario-plasmacellulare in assenza di agente eziologico può suggerire una forma di colangite in un primo momento batterica ma che, in un secondo momento, ha visto un coinvolgimento del sistema immunitario specifico, ovvero una forma infiammatoria acuta batterica che ha portato a una immunomediata. Questo ritrovamento istologico diviene un fattore fondamentale per poi impostare la terapia, che in un caso del genere non sarà solamente antibiotica ma anche immunosoppressiva.

    I fattori di rischio riconosciuti sono: malformazioni delle vie biliari, pancreatite (con reflusso delle secrezioni e/o compressione del dotto biliare), enteropatie (anche a causa della maggior presenza di batteri nel duodeno del gatto rispetto a quello del cane), ostruzioni biliari (congenite, dovute a colelitiasi, neoplasie o infiammazione).

    Per quanto riguarda gli agenti eziologici, la colangite neutrofilica può essere secondaria a infezioni da batteri ascendenti.

    Come già accennato, questa patologia può essere associata a varie comorbidità: ostruzione del dotto biliare extra-epatico (EHBDO, extrahepatic biliary tract obstruction, ovvero una dilatazione del coledoco visibile in ecografia secondaria a infiammazione spesso associata a edema papillare ostruttivo, nel 64-76% dei casi), lipidosi epatica (quasi sempre secondaria), colelitiasi (un fattore di rischio per le colecistiti ricorrenti, nel 42% dei casi), enteriti o linfomi intestinali (nel 74% dei soggetti), pancreatite (fino al 78% dei gatti) e neoplasia epatica.

    In generale, in caso di sospetta diagnosi di colangite, è sempre opportuno valutare anche altre patologie del settore enterico.

    Per quanto riguarda il segnalamento, alcune razze feline come quelle asiatiche sembrano predisposte alla colangite neutrofilica, forse per differenze anatomiche o nell’immunità biliare.

    gatto-orientale-pelo-corto
    © Yuriy Shurchkov – shutterstock.com

    Colangite linfocitica

    A livello istologico la colangite linfocitica o non suppurativa è caratterizzata dall’omonimo infiltrato. La prevalenza stimata è del 7-20% delle biopsie in soggetti sintomatici. Per quanto riguarda la patogenesi, come già accennato questa forma è il risultato di una cascata infiammatoria causata da una risposta immunitaria esagerata ovvero un disordine immunomediato che porta alla perdita dei dotti biliari di piccole e medie dimensioni e alla duttopenia.

    Nei reperti istologici l’infiltrato è spesso associato a fibrosi e proliferazione biliare. Non sempre è possibile distinguere la colangite linfocitica dal linfoma con la sola analisi istologica; la PARR (PCR for Antigen Receptor Rearrangements, eseguibile sullo stesso campione istologico), con una sensibilità del 72-100% e una specificità del 96-100%, potrebbe essere di supporto. Vista la possibile comorbidità di forme linfomatose è essenziale, a livello terapeutico, poter discriminare tra forma infiammatoria e tumorale.

    Le cause del trigger infiammatorio-immunitario sono attualmente poco certe; alcune ipotesi riguardano infezioni batteriche (tra cui Helicobacter spp.) e ostruzione biliare, ma attualmente la colangite linfocitica è definita come idiopatica.

    Le predisposizioni di razza sono le stesse della colangite neutrofilica, con una sovrarappresentazione del sesso maschile.

    Colangite neutrofilica o linfocitica: che sfida!

    Differenziare le due tipologie di colangite è essenziale per la terapia, ma può essere problematico.

    • Segnalamento: non vi è alcuna differenza significativa nell’età della presentazione tra le due colangiti; possono presentarsi anche in età giovanile ma entrambe sono più frequenti nei gatti anziani (età media 9 anni per la colangite neutrofilica e 11 anni per quella linfocitica).
    • Segni clinici: il quadro clinico può invece dare qualche spunto aggiuntivo. Tipicamente, i soggetti affetti da queste patologie sono fortemente debilitati e sofferenti, per questo i sintomi più frequenti in entrambe le forme sono letargia, vomito, ittero, epatomegalia. Alcuni segni clinici però sono più frequenti nella forma neutrofilica (diarrea, perdita di peso, inappetenza, ipertermia, ptialismo e dolore addominale) mentre altri sono più spesso segnalati nella forma linfocitica (polifagia e ascite per aumentata permeabilità vascolare). Come già detto, molti dei soggetti con colangite o con colangite e IBD possono essere asintomatici, evenienza assente in caso di colangite, IBD e pancreatite (triadite), poiché l’infiammazione pancreatica aggrava molto il quadro clinico.
    ittero-gatto-colangite
    L’ittero è uno dei possibili segni clinici della colangite o colangioepatite del gatto. © Todorean-Gabriel – shutterstock.com
    • Rilievi di laboratorio: anche i quadri ematologici sono in gran parte sovrapponibili. Le alterazioni più comuni sono l’aumento della bilirubinemia e degli enzimi di danno epatico (ALT e AST) e di colestasi (ALP). Nella forma neutrofilica possono essere presenti (30% dei casi circa) altri rilievi come neutrofilia, anemia, iperazotemia, alterazioni dei parametri coagulativi (aumento di PT, aPTT, D-dimeri ecc., a cui è necessario fare attenzione per valutare il rischio di emorragia post-biopsia epatica), iperammoniemia ecc.
    • Ecografia addominale: l’ecografia non aiuta a distinguere tra le due forme (anche se spesso la colangite linfocitica provoca meno alterazioni a cistifellea e vie biliari), ma è molto utile per ipotizzare un’infiammazione biliare. L’80% dei soggetti con colangite mostra anomalie (Se 87%, Sp 90%). Attenzione: se la cistifellea appare normale, il valore predittivo negativo è superiore al 96%, il che significa che è molto probabile che un campionamento citologico da una cistifellea ecograficamente sana (e senza coleliti) risulterebbe negativo. Di contro una cistifellea con parete ispessita, edema della parete, colelitiasi e sludge (fango biliare, considerato sempre patologico nel gatto), è associata a esami colturali batterici positivi. I coleliti, formatisi per dismotilità o infiammazione, sono frequentemente composti da calcio carbonato (diametro > di 3 mm, radiopachi, ma non sempre visibili in ecografia per le dimensioni minute) e sono nel 71-90% dei casi associati a infezione batterica. Da non sottovalutare è il fattore negativo rappresentato dai calcoli rispetto alla terapia antibiotica: la sterilizzazione del calcolo è un evento poco probabile ed è un fattore predisponente per l’insorgenza di colecistite persistente; per questo è altamente consigliato rimuovere i calcoli biliari tanto nei soggetti asintomatici quanto in quelli sintomatici (valutato il bilancio rischio/beneficio di una chirurgia). I calcoli biliari possono anche provocare pancreatite: piccoli calcoli passanti per il dotto possono infiammare la papilla duodenale maggiore con conseguente estensione dell’infiammazione nel dotto pancreatico e sviluppo di pancreatite cronica sterile clinica o subclinica. Infine, il versamento addominale eventualmente presente (tipico della forma linfocitica) è spesso composto da un trasudato ricco in proteine, neutrofili e piccoli linfociti. In questo caso è necessario fare attenzione a due altre diagnosi differenziali: FIP e linfoma addominale.

    Diagnosi citologica o istologica?

    Prima di eseguire un campionamento invasivo in soggetti con epatopatia, ovvero a rischio emorragico, è sempre indicato eseguire un profilo coagulativo. Nel caso sia compromesso, prima di procedere è necessario impostare un’appropriata terapia (es. trasfusione di plasma) e valutarne l’efficacia.

    La citologia epatica ha una concordanza/accuratezza del 51% rispetto alla biopsia istologica (gold standard): questo rende l’approccio citologico poco indicato, soprattutto in soggetti con concomitante lipidosi epatica secondaria.

    Per il campionamento istologico sono tre le possibili metodiche: ecografia, laparoscopia e laparotomia (in ordine di invasività). C’è però da considerare che, nonostante per le colangiti si parli di infiammazione, non è detto che essa sia distribuita uniformemente in tutto il parenchima (forma diffusa), anzi, può essere focale o multifocale con gravità variabile a seconda dei lobi epatici. Per questo è altamente consigliato effettuare più campionamenti (più di uno per ogni lobo epatico), impiegando pinze bioptiche in grado di asportare almeno 6 spazi portali per ogni campione.

    È possibile che un campionamento bioptico ecoguidato (con ago da 16 G) restituisca dei campioni insufficienti (di piccole dimensioni e troppo pochi, dato che secondo letteratura si arriva a un 48% di accuratezza e a un’area campionata di 1/3 rispetto alla laparotomia), per questo motivo l’approccio laparoscopico risulta il più utile, bilanciando un miglior campionamento e una procedura mediamente invasiva.

    Sono consigliati 4-5 campioni bioptici per l’esame istologico, un campione per la quantificazione del rame (anche se l’epatopatia da accumulo di rame è molto rara nel gatto), uno per l’esame batteriologico aerobio e anaerobio, e uno per la metodica FISH (fluorescence in situ hybridation). La FISH utilizza sonde che colorano il tessuto per la presenza di batteri localizzandoli nel campione, a differenza dell’esame colturale, si riduce così la possibilità di una positività causata da un contaminante; è tuttavia necessario indicare al laboratorio quali batteri ricercare (es. Escherichia coli ed Enterococcus spp., i più frequenti responsabili di colangite neutrofilica) e non è possibile ricavarne un antibiogramma.

    Colecistocentesi

    Alla diagnosi istologica è necessario affiancare il campionamento della bile, poiché in caso di infezione batterica, l’agente eziologico sarà molto probabilmente presente in essa; inoltre è possibile che il soggetto abbia solo una colangite semplice e non una colangio-epatite.

    La bile teoricamente è sterile grazie a fattori protettivi (flusso anterogrado, sfintere di Oddi, tight-junction degli epatociti, cellule di Kupfer, IgA, sali biliari batteriostatici), ma è possibile ritrovare batteri intestinali di passaggio. Anche nel caso della colecistocentesi è possibile procedere per via ecoguidata o laparoscopica: è importante sospendere l’eventuale terapia antibiotica già impostata almeno 24 ore prima del prelievo.

    Per effettuare correttamente una colecistocentesi è indicato lo svuotamento completo della sacca (3- 5 ml), in questo modo il campionamento batterico risulterà migliore. È consigliato inoltre effettuare la centesi attraversando un lobo epatico, in modo da evitare il più possibile la fuoriuscita di bile grazie all’effetto “tappo” del lobo epatico stesso.

    Con il campione biliare bisogna allestire un esame citologico e uno batteriologico, questo perché la presenza di batteri non è diagnostica (possibili contaminanti o transitori) e la citologia permette di visualizzare la popolazione cellulare presente (es. segni di flogosi neutrofilica o agenti come Toxoplasma); inoltre, nel caso ci siano solo batteri contaminanti è improbabile che sia presente una risposta immunitaria.

    La coltura su campione biliare è spesso più indicativa di quella su campione epatico (in letteratura si parla di un 36% di positivi vs 14%) e i contaminanti sono molto meno frequenti (4% vs 29%).

    La colecistocentesi è controindicata quando il rilievo ecografico indica una colecistite enfisematosa, per l’alto rischio di rottura della cistifellea. Per quanto riguarda le complicanze, in letteratura si trovano percentuali minime (casi estremamente rari di peritonite biliare, o altre complicanze gravi come shock, arresto in anestesia, malattia renale acuta).

    I batteri più frequentemente ritrovati nelle colture biliari sono quelli di origine intestinale come E. coli ed Enterococcus, e in misura minore Streptococcus, Clostridium, Bacteroides, Salmonella enterica, Pseudomonas, Staphylococcus e Acinetobacter, con un 25-44% di infezione mista con due o più specie batteriche.

    In particolare, in uno studio di Center et al. (2022) che ha preso in considerazione un numero elevato di gatti (168) in un periodo dal 1980 al 2019, è stato osservato che:

    • esiste una forte correlazione tra infezione batterica e colangite neutrofilica;
    • i batteri più frequentemente coinvolti sono aerobi e anaerobi facoltativi;
    • le infezioni polimicrobiche sono presenti nel 44% dei casi;
    • le colture da più inoculi sono più efficaci (82% di positività) rispetto a quella da singolo inoculo (48% di positività);
    • nei soggetti con coleliti la positività colturale è molto alta (92%).

    Il trattamento per la colangite neutrofilica: l’importanza dell’antibiogramma

    Pur ipotizzando che la coltura biliare e/o epatica molto probabilmente porterà a una positività per batteri come E. coli o Enterococcus spp. è estremamente importante eseguire un antibiogramma poiché questi agenti sono nella stragrande maggioranza dei casi multiresistenti.

    antibiogramma-dischetti-diffusione
    © Zaharia Bogdan Rares – shutterstock.com

    Se i soggetti sono stabili e in buone condizioni (probabilità molto rara) è consigliato aspettare il risultato delle analisi, in caso contrario è consigliato iniziare con un antibiotico di prima linea, generalmente una penicillina o la clindamicina, lasciando in secondo piano antibiotici come chinoloni (da preferire la marbofloxacina rispetto all’enrofloxacina per l’assenza di tossicità retinica anche in soggetti con diminuita escrezione renale) e metronidazolo.

    Non ci sono indicazioni certe sulla durata della terapia, si consiglia un trattamento di 4-6 settimane, da valutare con monitoraggi clinici e laboratoristici, e mettendo in conto la presenza di coleliti non rimossi (che necessitano di trattamenti più lunghi).

    In alcuni casi è possibile associare una terapia con corticosteroidi a bassi dosaggi per un breve periodo come terapia antinfiammatoria.

    Questo trattamento dev’essere associato a quello delle eventuali comorbidità (es. pancreatite, IBD, lipidosi epatica, ecc.).

    Il trattamento per la colangite linfocitica: immunosoppressori e…?

    Quando gli esami colturali sono negativi e la citologia e l’istologia sono indicative di colangite linfocitica, il trattamento è a base di farmaci immunosoppressori. La terapia di prima linea prevede l’uso di prednisolone a 1-2 mg/kg bid monitorando gli enzimi epatici-biliari e scalando il dosaggio del 25% ogni 15-20 giorni in caso di risposta positiva, per un periodo totale di 4-6 mesi. È assolutamente necessario fare attenzione a non terminare la terapia troppo rapidamente scalando troppo in fretta, poiché ciò può portare a recidive più difficili da controllare.

    Farmaci immunosoppressivi di seconda scelta o in affiancamento in caso di bassa efficacia del prednisolone sono la ciclosporina a 5 mg/kg sid e il clorambucile a 2 mg/kg sid poi ogni 48 ore. Nei casi di associazione prednisolone-altro immunosoppressore è consigliato scalare il prednisolone gradualmente a effetto.

    Anche in questo caso è necessario trattare le comorbidità. In Medicina Umana viene utilizzato in questi casi l’UDCA (acido ursodesossicolico), ma nel gatto la sua efficacia come coleretico, fluidificante della bile e antinfiammatorio non è risultata sufficiente in monoterapia, mentre è utile se impiegato in associazione (10 mg/kg sid).

    La terapia poi comprende spesso fluidoterapia EV, alimentazione forzata, antiemetici, vitamina K, SAMe (S-adenosil-L-metionina, 20 mg/kg sid), UCDA, e N-acetilcisteina.

    Complicanze

    Tra le complicanze segnalate nelle colangiti feline vi sono l’endotossiemia, la necrosi della cistifellea, gli ascessi epatici e l’ostruzione parziale/totale del dotto biliare (EHBDO). In particolare, l’EHBDO può essere causata da coleliti e neoplasie, e se la terapia medica per la colangite non porta a risultati soddisfacenti o si presentano delle recidive legate a questo problema, è indicata la chirurgia (colecistectomia, diversione biliare, stent, coledocotomia ecc.) a cui si associa però una mortalità perioperatoria da non sottovalutare.

    Prognosi

    Per la forma neutrofilica la prognosi può essere di anni, ma dipende in modo preponderante da alcuni fattori negativi come: patologie concomitanti, infezione con Gram +, colelitiasi senza colecistectomia.

    Per la forma linfocitica le previsioni sono ancora più rosee, con una prognosi ottima di 3 anni nel 35% dei casi, soprattutto nei soggetti in cui è stato possibile individuare il trigger infiammatorio (es. enteropatia cronica responsiva alla dieta ecc.).

    1. Milano, 14-16/02/2025: XIX Congresso Nazionale UNISVET. ↩︎
    Bibliografia: