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  • Masticazione: le implicazioni per il benessere del cane

    Masticazione: le implicazioni per il benessere del cane

    È risultato evidente che i cani mostrano il comportamento di masticazione ogni volta che gli si presenta l’occasione. Nonostante ciò, l’importanza di tale attitudine non è ancora stata totalmente approfondita, né se essa possa essere influenzata dalle caratteristiche dell’individuo.

    Inoltre, l’ammontare di masticazione necessario per una salute ottimale e la minima masticazione richiesta per il benessere ottimale rimangono ancora scarsamente esplorati, sebbene recenti studi abbiano evidenziato una correlazione tra masticazione e benessere del cane.

    La masticazione nel cane

    I cani utilizzano i denti per molte funzioni, tra le quali:

    1. l’acquisizione del cibo
    2. il grooming
    3. le interazioni sociali
    4. il gioco
    5. le interazioni agonistiche

    Al di là dello scopo finale di questi comportamenti (nutrirsi, tenere pulito il mantello e migliorare le relazioni sociali), la masticazione può anche riflettere una motivazione immediata in quanto questa attività risulta piacevole e importante per il cane.

    Infatti alcuni cani tendono a masticare oggetti non edibili e questo può spesso creare problemi nella relazione con i proprietari (Arhant et al., 2021; Quinn et al., 2025). In particolare, è stato osservato che soprattutto i cani adolescenti mostrano un’elevata attività masticatoria.

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    © MR.Yanukit – shutterstock.com

    I denti utilizzati principalmente per masticare sono premolari e molari compresi i denti carnassiali (Seksel, 2008).

    Il metodo di alimentazione utilizzato oggigiorno nella cura dei cani da compagnia copre sicuramente le necessità nutritive ma impatta sulla capacità di soddisfare i bisogni comportamentali, con possibili conseguenze (non trascurabili) sul benessere degli animali (Young, 1997). Infatti il lupo (specie ancestrale del cane domestico) si nutre principalmente di animali da preda che devono essere sezionati e masticati per essere ingeriti (Peterson et al., 2010).

    Inoltre, i cani selvatici sono spesso spazzini e vivono di rifiuti urbani ma possono anche cacciare prede e nutrirsi di grandi alimenti (Bonanni et al., 2014). Il modello di alimentazione dei cani liberi, che rappresentano circa l’80% della popolazione mondiale di cani, può essere considerato la forma ecologicamente rilevante del comportamento alimentare del cane domestico. La dieta di questi animali comprende carcasse per il 50% circa. Nutrirsi con questo tipo di cibo richiede una certa masticazione, la cui durata è in media di 26 minuti (Butler et al., 2002; Arhant et al., 2021).

    Pertanto, la motivazione per sezionare il cibo e masticare potrebbe non essere soddisfatta da cibi commerciali per cani come, ad esempio, il secco.

    Masticativi nella salute orale

    Una gamma di materiali da masticare ha dimostrato di essere vantaggiosa e utile allo scopo di migliorare la salute orale del cane (alcuni masticativi crudi di derivazione animale, bastoncini da masticare e ossa di manzo grezze; Stookey, 2009; Quest, 2013; Marx et al., 2016), e le linee guida della AAHA (American Animal Hospital Association) per la cura dentale raccomandano la somministrazione di masticabili in maniera routinaria (Bellows et al., 2019).

    La somministrazione di ossa è però controversa nella comunità veterinaria, sebbene uno studio affermi che le grandi ossa di manzo che possono essere masticate senza scheggiature e deglutizione possono essere considerate idonee per i cani (Chandler et al., 2014; Arhant et al., 2021). È essenziale scegliere i masticativi adeguati tenendo conto di qualità, dimensione e consistenza, nonché delle caratteristiche del cane a cui fornirli (età, taglia, razza).

    Ruolo della masticazione nel cane

    Il ruolo primario della masticazione è correlato al consumo di cibo (preparare fisicamente gli alimenti alla deglutizione) ma masticare coinvolge tutte le porzioni del sistema digestivo, dalla cavità orale al colon, oltre ad avere benefici effetti sul microbiota intestinale.

    • La masticazione favorisce infatti la digestione aumentando efficacemente la superficie del cibo solido e aumentando così l’esposizione agli enzimi digestivi e alla saliva. La saliva prodotta e regolarmente ingerita in volumi significativi può essere necessaria per la funzione gastrica e per proteggere contro l’irritazione gastrointestinale (Arhant et al., 2021; Quinn et al., 2025).
    • È stato inoltre dimostrato che la masticazione lenta del cibo permette l’attivazione peri e post-alimentazione del sistema nervoso parasimpatico (importante stimolatore della digestione), e la somministrazione di alimenti che richiedono tempo per la masticazione migliora la digestione (Ohtani et al., 2015). Se ne deduce che anche la forma del cibo può essere importante per consentire una sufficiente masticazione come ruolo chiave della digestione. Va sottolineato però che molti alimenti per cani disponibili in commercio sono trasformati (ad esempio, carne macinata e ossa schiacciate) o omogeneizzati ed estrusi (ad esempio, cibo secco), riducendo così la necessità di masticare ed eliminando qualsiasi capacità di auto-selezionare i componenti e rispondere alle necessità etologiche della specie (Quinn et al., 2025).

    Masticazione e benessere positivo del cane

    La risposta allo stress è un importante meccanismo di fitness in tutti i vertebrati, utile ad affrontare potenziali minacce attivando adeguate risposte fisiologiche, comportamentali e psicologiche, ed è definita come uno stato transitorio e adattativo progettato per ripristinare l’omeostasi il più rapidamente possibile.

    La masticazione svolge un ruolo significativo nella moderazione dello stress e delle sue conseguenze negative. L’omeostasi è infatti mantenuta dal sistema nervoso parasimpatico, che predomina durante lo stato di riposo e durante la digestione (Chu et al., 2024). La masticazione, quindi, è in grado di moderare il sistema nervoso autonomo. È stato anche dimostrato che masticare modera l’eccitazione; di conseguenza, dare al cane la possibilità di mettere in atto la masticazione può aiutarlo ad affrontare meglio eventuali situazioni nel corso della sua vita promuovendo o riducendo l’eccitazione a uno stato ottimale (eustress) (Quinn et al., 2025).

    A tal proposito, in un recente studio di Krichbaum et al. (2023) è stato osservato che cani timorosi hanno ottenuto risultati migliori in un test di memoria spaziale subito dopo aver masticato un oggetto sintetico non commestibile per 5 minuti. Inoltre, quelli che masticavano con una maggiore intensità del morso hanno ottenuto risultati migliori nel test del labirinto, suggerendo che una masticazione più enfatica migliorava il consolidamento della memoria a lungo termine. Questi risultati suggeriscono che masticare può attenuare la paura, che altrimenti ostacolerebbe la memoria.

    Lo stesso non è stato rilevato per i soggetti non paurosi, indicando che gli eventuali effetti della masticazione possono dipendere dallo stato emotivo del cane all’inizio della masticazione e che la masticazione può aumentare o diminuire l’eccitazione. La masticazione può dunque influenzare la fitness, e tali risultati evidenziano la necessità di valutare lo stato emotivo nei cani prima, durante e dopo gli studi cognitivi o di benessere che coinvolgono attività di masticazione (Krichbaum et al. 2023).

    Il modello dei “cinque domini” di benessere e masticazione

    Il modello dei “cinque domini” è un quadro di valutazione del benessere animale che consente di distinguere tra i fattori fisici che influiscono sul benessere dell’animale e lo stato mentale generale derivante da tali fattori. Quindi, anche se utilizza gli stessi elementi delle “cinque libertà”, il modello dei “cinque domini” esplora lo stato mentale di un animale in modo più dettagliato, e i bisogni emotivi sono considerati altrettanto importanti quanto i bisogni fisici.

    Secondo l’approccio con il modello dei “cinque domini” del benessere animale (Mellor et al., 2020; Quinn et al., 2025), il valore della masticazione per il benessere positivo del cane riflette la sua importanza in tutti e quattro i domini di benessere e, nel complesso, influisce positivamente sul quinto.

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    Il modello dei “cinque domini” di benessere e masticazione.

    È possibile quindi affermare che la masticazione allevia gli stati emotivi negativi quali frustrazione, depressione, noia e stress da separazione. Allo stesso modo può indurre stati emotivi positivi quali l’impegno e la concentrazione su un’attività, nonché sensazioni di calma e relax, oltre a promuovere il piacere dell’autonomia e l’espressione di un normale comportamento masticatorio (Quinn et al., 2025).

    Bibliografia:
  • Otiti esterne: per diagnosi e terapia corrette attenzione all’esame citologico e al biofilm

    Otiti esterne: per diagnosi e terapia corrette attenzione all’esame citologico e al biofilm

    In tour in diverse città italiane per approfondire temi legati alla diagnosi e alla terapia delle otiti esterne nel cane e nel gatto: è Ototour1, evento che nella sua seconda tappa ha toccato Modena. I colleghi Fabiano Necci (DMV, libero professionista) e Luca Luciani (DMV, master di II livello in dermatologia veterinaria) hanno presentato ai colleghi un approfondimento sull’importanza dell’esame citologico e sul ruolo del biofilm in queste affezioni.

    L’esame citologico nelle otiti esterne

    Dopo un richiamo sull’anatomia del condotto uditivo esterno e i criteri di classificazione delle otiti acute e croniche, i relatori hanno illustrato l’iter diagnostico da loro utilizzato per approcciare l’otite esterna.

    Si parte da un’anamnesi approfondita, un EOG ed un EOP dei padiglioni auricolari e dei condotti uditivi, per valutare eventuale presenza di prurito, dolore e mineralizzazione.

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    © 24K-Production – shutterstock.com

    Un passaggio fondamentale nella scelta della gestione terapeutica dell’otite esterna è l’esame citologico, che consente di identificare le popolazioni microbiche coinvolte e successivamente scegliere la molecola o le molecole da utilizzare nella terapia.

    Sono stati poi descritti gli scenari citologici osservabili, dal più semplice al più complesso, descrivendo ed analizzando le differenze citologiche che consentono di distinguere le varie forme di otite esterna:

    • eritematosa/ceruminosa non complicata: in cui si apprezza la presenza di materiale ceruminoso associato a corneociti;
    • forme da sovracrescita: in queste forme si apprezza la presenza di lieviti o batteri in assenza di cellule infiammatorie;
    • forme purulente: in cui si riscontra la presenza di cellule infiammatorie.

    L’esame citologico è inoltre fondamentale oltre che per il monitoraggio della patologia soprattutto per decidere la sospensione della terapia, che potrà avvenire solo dopo ottenimento della negatività citologica.

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    © Todorean-Gabriel – shutterstock.com

    Biofilm: perché non va sottovalutato

    Il dott. Luciani ha poi affrontato le caratteristiche e le problematiche legate alla produzione di biofilm da parte dei microrganismi, e quindi quando eseguire e come interpretare l’esame colturale.

    Il biofilm è un nemico estremamente pericoloso da non sottovalutare. Si tratta di un aggregato di microrganismi, solitamente batteri, che aderisce a una superficie organica e produce una matrice gelatinosa che prende il nome di glicocalice o EPS (Extracellular PolySaccarides). È considerato indice di infezioni croniche, ma si può trovare anche in alcune patologie acute (come la dermatite acuta umida): in vitro infatti è stato dimostrato che i batteri sono in grado di produrlo anche in 24 ore.

    Inizialmente il biofilm viene prodotto da una singola specie microbica, ma nel tempo possono entrarne a far parte altri microrganismi, complicando l’approccio terapeutico. Una volta entrato a far parte della popolazione del biofilm, ogni microrganismo tende ad assumere caratteristiche genotipiche e fenotipiche differenti rispetto alla corrispettiva forma planctonica, spesso acquisendo caratteristiche di maggior resistenza.

    Il biofilm può poi crescere, e parte dei microrganismi che lo costituiscono possono liberarsi colonizzando altre sedi, portando con sé tutte le nuove caratteristiche di resistenza acquisite, disseminando così l’infezione in altri siti, complicando ulteriormente il quadro clinico. Macroscopicamente appare come un materiale bruno- nerastro, a volte verdognolo, colloso e viscoso; microscopicamente si presenta come una sorta di pizzo, basofilo, a volte debolmente eosinofilo, più o meno spesso e denso, con imbrigliati al suo interno cellule e batteri.

    Il biofilm è considerato pericoloso per via delle sue caratteristiche:

    • l’EPS, o glicocalice, che ne costituisce l’85%, regola ciò che può entrare e uscire; mette in comunicazione i microrganismi che costituiscono il biofilm; neutralizza molecole potenzialmente pericolose che cercano di attraversarlo, inclusi gli antibiotici la cui concentrazione tende a ridursi nelle aree più profonde del biofilm;
    • la presenza di cellule slow growing (precursori delle cellule persisters, con attività metaboliche diminuite) fornisce ai batteri un’ulteriore resistenza a fattori stressanti;
    • il fenotipo biofilm-specifico induce modificazioni genetiche e fenotipiche delle cellule batteriche al suo interno e porta a un aumento della loro resistenza;
    • i geni che codificano per le pompe di efflusso vengono attivati per la presenza di dosi subterapeutiche di antibiotico che non eliminano il batterio ma ne inducono una reazione (l’attivazione di maggiori pompe di efflusso, appunto), che permettono alle cellule di liberarsi di sostanze tossiche. Di conseguenza gli antibiotici che riusciranno a penetrare il glicocalice troveranno batteri in grado di proteggersi dal loro attacco in maniera più efficace;
    • le cellule persisters (cellule metabolicamente inattive e quindi insensibili all’azione degli antibiotici) normalmente presenti in una quota fissa, possono aumentare in concomitanza di eventi stressanti. Esse fungono da ultimo baluardo di resistenza perché sono in grado di riattivarsi quando la fase stressogena diminuisce e così riportare in vita la popolazione del biofilm.

    Presentando un suo studio di comparazione tra risultati microbiologici, citologici e di microscopia elettronica in corso di otiti batteriche nel cane, il relatore ha approfondito l’impatto dell’antibiotico sul biofilm in vitro, arrivando alla conclusione che gli antibiotici, alle concentrazioni abituali, riescono generalmente ad essere efficaci sul biofilm in costruzione ma non sempre quando è già costituito.

    Nello studio, alcuni biofilm prodotti da ceppi di Staphilococcus pseudointermedius e Pseudomonas sono risultati resistenti a dosi di antibiotici presenti nei prodotti in commercio sottoforma di gocce otologiche. Trattandosi di uno studio in vitro, con condizioni ottimali per l’attività degli antibiotici, il relatore ha concluso che in vivo, dove le condizioni sono più complesse (cerume, pus, difficoltà di distribuzione omogenea), la situazione può solo peggiorare; tuttavia, per gli altri ceppi dove l’antibiotico a certe concentrazioni ha eradicato il biofilm, anche in vivo il farmaco potrebbe riuscire ad espletare la sua efficacia.

    La presenza di biofilm si deve sospettare ogni volta che è osservabile sia macroscopicamente sia citologicamente; sempre di fronte a una problematica cronica e infine in tutte le otiti non responsive ai trattamenti standard e in cui non ci sia una patologia primaria sottostante non trattata o non considerata.

    L’utilizzo dell’esame colturale

    L’utilità di eseguire un esame colturale, come descritto dal relatore, è da valutare caso per caso.

    • È sicuramente consigliato eseguirlo in caso di patologie croniche, perché è più probabile che si siano sviluppate resistenze agli antibiotici; in presenza di bastoncelli all’esame citologico; quando si è di fronte a un’otite purulenta oppure quando sono presenti ulcerazioni del condotto uditivo.
    • È importante anche in pazienti in cui sono già stati riscontrati batteri resistenti, perché nel corso del tempo la situazione potrebbe essere peggiorata, oppure in soggetti non responsivi a una precedente terapia effettuata correttamente, avendo già escluso la problematica del biofilm.
    • In corso di miringotomia (con campionamento di materiale dalla bolla timpanica) oppure sulla bolla timpanica (TECA-LBO), per scegliere l’antibiotico da somministrare per via sistemica.
    • L’esame colturale non serve invece per confermare o meno un’infezione: in questo caso fa da guida l’esame citologico.
    • Non serve per valutare l’efficacia o l’inefficacia in termini assoluti degli antibiotici, ma piuttosto per capire se il germe isolato presenti resistenze intrinseche a determinate classi di antibiotici.
    • Non serve per evitare di seguire un iter diagnostico corretto (ad es. ricorso a TC).

    I risultati di un antibiogramma devono essere interpretati in base all’anamnesi e al quadro clinico del paziente; essi devono essere correlati alla citologia e bisogna prestare attenzione alle eventuali incongruenze fra citologia ed esami colturali.

    È importante inoltre fornire al laboratorio referente informazioni più complete possibili, per scegliere l’antibiotico da utilizzare, seguendo le linee guida EMA per indirizzarsi verso la molecola meno impattante per la situazione clinica dell’animale.

    La terapia medica delle otiti esterne acute e croniche

    L’obiettivo della terapia medica, in caso di otite esterne, è quello di eradicare l’infezione ed evitare lo sviluppo di resistenze nei microrganismi.

    Nella pratica clinica tra le terapie abbiamo a disposizione antibatterici non antibiotici topici (es. clorexidina, tris-EDTA +/- N-acetilcisteina e peptidi antimicrobici), antibiotici topici e antibiotici sistemici (normalmente sconsigliati per la gestione dell’otite esterna).

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    Peptivet soluzione otologica è un prodotto contenente clorexidina, tris EDTA e peptidi antimicrobici.

    Ruolo altrettanto importante nella terapia medica delle otiti risulta la gestione del dolore, fondamentale per aumentare la compliance del paziente nei confronti delle terapie topiche. Tra i farmaci frequentemente utilizzati abbiamo: corticosteroidi, gabapentin, meno frequentemente FANS.

    Sono stati discussi alcuni scenari clinico-citologici per la gestione della pratica clinica delle otiti:

    • per le otiti eritematoso/ceruminose (paziente affetto da dermatite atopica) con l’utilizzo in combinata di un ceruminolitico (es. squalene) più o meno associato a un corticosteroide topico (es. idrocortisone);
    • per le otiti da sovracrescita (batterica, micotica o mista) con l’utilizzo di una terapia antibatterica non antibiotica in associazione a corticosteroide topico oppure sistemico, in base alla valutazione endoscopica del canale auricolare;
    • per le otiti purulente, anche in presenza di biofilm, con l’utilizzo di un antibatterico non antibiotico topico a base di Tris-EDTA e N-acetilcisteina (Tris-NAC®) in associazione a un antibiotico topico e un corticosteroide topico oppure sistemico, da valutare in base alla situazione dell’animale. Il controllo del dolore è fondamentale, per aumentare la compliance del paziente nei confronti delle varie terapie topiche, in alcuni casi quindi si inizia prima con il corticosteroide sistemico e poi con le terapie locali.
    • Per le otiti esterne croniche l’approccio terapeutico prevede sempre steroidi sistemici per controllare il dolore e ridurre l’infiammazione cronica, soluzioni con tris EDTA/N-acetilcisteina/peptidi per la disgregazione del biofilm.
    • Per le otiti croniche eritematose/ceruminose si utilizza un ceruminolitico, una soluzione per disgregare il biofilm e, se necessario, un antibatterico non antibiotico topico in associazione a un corticosteroide sistemico. Può essere necessario ricorre a una video- otoendoscopia (VOE).
    • Per le otiti croniche purulente si esegue una VOE per aspirare il materiale presente e pulire il condotto uditivo. Essendo una condizione purulenta, si applica un antibiotico trifasico, l’antimicrobico non antibiotico non è indicato in questo caso, sicuramente si associa il Tris NAC® per trattare il biofilm a un corticosteroide sistemico. In presenza di ulcere si può valutare il ricorso a un antibiotico sistemico, supportato però da un esame citologico ed un esame colturale.
    • Per le otiti croniche iperplastiche/stenosanti si esegue una VOE e si interviene con il laser a diodi per rimuovere l’iperplasia quando possibile. La terapia medica si basa sul risultato dell’esame citologico; va sempre associato un cortisonico topico, una soluzione per disgregare il biofilm e un cortisonico sistemico.
    • Per le otiti croniche associate a otite media/PSOM (Primary Secretory Otitis Media) si esegue una VOE e una miringotomia. La terapia medica si basa sul risultato dell’esame citologico e sull’esame colturale; va sempre associato un corticosteroide sistemico e un antibiotico o antimicotico sistemico in relazione agli esiti dell’esame colturale esguito dal materiale prelevato dalla bolla timpanica. Di fronte alle otiti croniche è sempre bene ricorrere alla diagnostica per immagini (TC): si stima infatti che dal 30% all’80% di cani con questa patologia sviluppi anche otite media.

    I follow up sono essenziali, sia per l’otite acuta che cronica: queste patologie richiedono controlli seriali per poter modulare correttamente la terapia, che, per le otiti croniche, può durare diverse settimane.

    Dopo la risoluzione si prosegue con una terapia a base di corticosteroidi topici e con antibatterici non antibiotici topici oppure una soluzione per disgregare il biofilm, a seconda della necessità. La cronicizzazione delle otiti esterne aumenta la necessità di farmaci sia in termini di tipologie, sia di quantità, aumenta il rischio di produzione di biofilm e antibioticoresistenza. Può anche aumentare il rischio di otiti medie e le mineralizzazioni dei condotti, così come il ricorso a terapie di mantenimento a vita oppure alla terapia chirurgica (es.TECA-LBO): l’obiettivo quindi è cercare di evitare la cronicizzazione di queste patologie.

    1. Modena, 30/3/2025: Navigando nel mondo delle otiti: tricks and tips per mantenere la rotta. Organizzato da ICF pet, in collaborazione con l’Associazione veterinari modenesi. ↩︎
  • Alfabeto del gattino: D come dermatologia

    Alfabeto del gattino: D come dermatologia

    Il gattino rappresenta un paziente dermatologico peculiare, per il quale la diagnosi tempestiva è spesso determinante non solo per garantire il benessere dell’individuo, ma anche per la salute degli altri animali e delle persone che lo circondano, inoltre nel giovane paziente felino la pelle costituisce molto più di una semplice barriera, in quanto rappresenta un’immagine specchiata dello stato immunitario, nutrizionale e ambientale dell’animale.

    Il gattino dal dermatologo

    Ciò è quanto emerso durante il quarto webinar della serie organizzata dal GISPEV (Gruppo Italiano Studio Pediatria Veterinaria), incentrato sulle patologie dermatologiche più frequentemente riscontrabili nel gattino.

    Il dott. Stefano Borio (DVM, MRCVS – Member of the Royal College of Veterinary Surgeons, Dipl. ECVD – European College of Veterinary Dermatology), relatore all’evento, ha esordito spiegando che il sistema immunitario ancora non perfettamente competente (e ciò eventualmente in associazione ad interferenze da parte dell’immunità materna) può predisporre, anche in età pediatrica, a forme di allergie con manifestazioni anche cutanee.

    Spesso le patologie dermatologiche sono associate a prurito e alopecia, che costituiscono le principali motivazioni per cui vengono portati i gattini in visita dermatologica.

    L’importanza dell’anamnesi

    Al momento dell’anamnesi è fondamentale porre alcune domande al proprietario del gattino, tra cui le principali dovrebbero essere relative a:

    • la percezione da parte del proprietario che il suo gattino abbia prurito (“Il suo gattino mostra prurito?”);
    • l’eventuale presenza di alopecia (“Ha individuato zone del mantello del gattino prive di pelo?”);
    • la provenienza dell’animale (“Da dove viene il gattino?”);
    • l’eventuale presenza di trasmissione all’interno del nucleo familiare (“I membri della famiglia hanno lesioni simili a quelle riscontrate sul suo gattino?”);
    • le terapie pregresse (“Il gattino è stato sottoposto a trattamenti farmacologici nel corso della sua vita? Quali? A quale dosaggio?”).
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    © Lapina – shutterstock.com

    Gli ectoparassiti, molto frequenti già nei primi mesi di vita

    Nei primi mesi di vita, la parassitosi rappresenta la causa più frequente di prurito e dermatite. Il dott. Borio ha ricordato come spesso si tenda a sottovalutare il ruolo degli ectoparassiti nel gattino, o a considerarli solo in seconda battuta.

    Tra i principali agenti coinvolti:

    • Otodectes cynotis, acaro auricolare che può estendersi alla testa e al collo. Molto contagiosa, questa parassitosi si associa a grave prurito;
    • Ctenocephalides felis, che provoca una pulicosi la quale spesso si rivela causa di dermatite allergica;
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    © Tomasz Klejdysz – shutterstock.com
    • Cheyletiella blakei (la cosiddetta “forfora che cammina”), che rappresenta una zoonosi per i proprietari;
    • Notoedres cati, responsabile della rogna felina, che si mostra come parassitosi altamente pruriginosa, in grado di determinare papule e croste sui padiglioni auricolari.

    Diagnosi e terapia delle ectoparassitosi

    La diagnosi è spesso clinica, supportata da raschiati, scotch test, esame otoscopico e valutazione della risposta ai trattamenti antiparassitari. L’approccio empirico iniziale è considerato giustificato, soprattutto in cuccioli fragili o in ambienti a rischio come allevamenti o colonie.

    Il trattamento terapeutico utilizzabile fin dal secondo giorno di vita è il fipronil in formulazione spray, con applicazione 1 volta al mese contro infestazioni da pulci e pidocchi.

    Per gattini di età superiore alle 6-8 settimane e di peso corporeo maggiore di 600 grammi, i trattamenti utilizzabili sono fipronil + methoprene in formulazione spot-on, dinotefuran + piriproxifene in formulazione spot-on, selamectina.

    In soggetti di più di 9-14 settimane di vita e di peso maggiore a un chilogrammo, possono essere impiegati anche imidacloprid + moxidectina spot-on e imidacloprid + flumetrina collare.

    I “nuovi” antiparassitari a base di isoxazoline possono essere utilizzati per diverse categorie di ectoparassiti con somministrazione mensile o trimestrale dall’età minima di 8 settimane e a partire da almeno 800 grammi di peso corporeo.

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    © Csaba Deli – shutterstock.com

    Le micosi cutanee nel gattino

    Il secondo grande gruppo di malattie da considerare è quello delle micosi cutanee (o dermatofitosi). Tra le specie fungine che possono colpire il gattino, il dott. Borio ha menzionato in primis Microsporum canis, mentre ha indicato come meno frequenti Trichophyton spp. e Nannizzia gypsea. Secondo quanto riportato da recenti review, la prevalenza delle dermatofitosi è dello 0-2,4%, e non ci sono evidenze scientifiche che la sieropositività a FIV e FeLV predisponga alla dermatofitosi.

    In molti casi i gattini possono però essere portatori asintomatici o presentare forme cliniche atipiche (ad esempio, lesioni singole, alopecie lievi, lesioni crostose, prurito di entità variabile, presenza di scaglie). Il relatore ha sottolineato come un esame gold standard non sia definibile; per un corretto iter diagnostico è comunque necessaria la cultura micotica, da affiancare a lampada di Wood, tricogramma, PCR. In situazioni atipiche è indicata anche una biopsia cutanea.

    Il trattamento del gattino con dermatofitosi

    Il trattamento richiede un intervento sistemico e topico, oltre alla rigorosa gestione ambientale, con particolare attenzione alla decontaminazione. La terapia sistemica prevede l’utilizzo di itraconazolo alla dose di 5 mg/kg somministrata a settimane alterne per tre cicli.

    Il confinamento del gattino durante il periodo di trattamento deve prevedere comunque un’interazione sociale con il proprietario per garantire il corretto sviluppo cognitivo del soggetto, utilizzando accorgimenti per evitare la contaminazione ambientale e delle persone (ad esempio, è opportuno utilizzare giochi in materiale plastico e coperte lavabili, e permettere le interazioni solo per un tempo breve).

    Il valore zoonosico è assolutamente centrale: il gattino affetto da dermatofitosi può infatti essere fonte di contagio per bambini, soggetti immunodepressi e altri animali domestici.

    Anche il gattino può essere allergico

    Pur con una minore incidenza rispetto al cane, anche nei gattini si possono manifestare forme allergiche e atopie, con dermatite allergica o alimentare, eczemi localizzati, alopecie simmetriche e forme autoimmuni (rare).

    Il prurito è il sintomo maggiormente presente e i pattern reattivi sono: alopecia autoindotta (52%), prurito testa-collo (42%), dermatite miliare (31%), complesso del granuloma eosinofilico (18%). I segni non cutanei di allergie comprendono invece: sintomi gastrointestinali (18%), congiuntivite (12%), sintomi respiratori (11%).

    Gli allergeni alimentari maggiormente segnalati come responsabili di allergia alimentare anche nei gattini sono manzo, pesce e pollo. Per la diagnosi e la terapia delle allergie alimentari il dott. Borio ha indicato la dieta ad esclusione, sottolineando però che le varie forme di allergie (ambientale, alimentare, dermatite allergica da pulci – DAP) possono essere presenti singolarmente oppure anche in associazione.

    Anche in questi casi è pertanto fondamentale un’accurata anamnesi, associata alla valutazione dell’età d’insorgenza, della distribuzione delle lesioni, della risposta ai trattamenti di prima linea e dell’eventuale necessità di esami citologici o istologici o di trial dietetici.

    Come curare il gattino con sindrome atopica cutanea felina

    La terapia in caso di sindrome atopica cutanea felina nel gattino è limitata all’uso di glucocorticoidi (sistemici e topici), acidi grassi essenziali e PEA. L’utilizzo di ciclosporina, immunoterapia, oclacitinib, maropitant è invece sconsigliato in soggetti di età inferiore ad un anno.

    Rare le malattie genetiche causa di patologie dermatologiche

    Anche rare malattie di origine genetica possono portare a patologie dermatologiche.

    Ad esempio:

    • l’alopecia congenita, riportata nelle razze Birmano, Siamese, Burmese e Devon rex
    • l’ipotricosi congenita associata a ridotta aspettativa di vita nel Birmano
    • l’astenia cutanea e malattia della giunzione dermo- epidermica
    • la seborrea primaria
    • l’epidermolisi bollosa
    • la dermatite nasale (che può affliggere la razza Bengala)

    L’iter diagnostico prevede in questo caso indagini genetiche specifiche.


    Le altre lettere dell’alfabeto del gattino:


  • Rifiuti pericolosi: istruzioni per l’uso e per evitare le sanzioni

    Rifiuti pericolosi: istruzioni per l’uso e per evitare le sanzioni

    Dopo la fallimentare esperienza del Sistri (Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti), pensionato senza essere mai entrato realmente in funzione a causa delle complessità delle inefficienze del sistema, è dall’inizio del 2025 operativo il RENTRI (Registro Elettronico Nazionale per la Tracciabilità dei Rifiuti), il nuovo sistema di gestione dei rifiuti che raccoglie il testimone del precedente e vuole introdurre una semplificazione e un minor onere di spesa per i produttori di rifiuti.

    Lo strumento ufficiale per la gestione dei rifiuti

    Il Sistema RENTRI, basato sul Decreto 4 aprile 2023, n. 59, che regola la disciplina della tracciabilità dei rifiuti ai sensi dell’articolo 188-bis del Dlgs 3 aprile 2006, n. 152, rappresenta uno strumento fondamentale istituito dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica per garantire la tracciabilità dei rifiuti in Italia, con importanti implicazioni per i medici veterinari.

    Si tratta infatti dello strumento ufficiale per la gestione e il monitoraggio dei rifiuti prodotti in ambito professionale; ha quindi un’elevata importanza anche per i medici veterinari poiché, nell’esercizio della loro attività, producono frequentemente rifiuti classificati come pericolosi.

    Questi possono includere strumenti medici monouso, farmaci scaduti, resti biologici e altri materiali potenzialmente contaminati che richiedono una gestione attenta e tracciata per motivi di salute pubblica e ambientale. Ciò significa che i medici veterinari che producono rifiuti pericolosi sono tenuti obbligatoriamente a iscriversi al RENTRI, con scadenze differenziate in base alle dimensioni della struttura; questo comporta la digitalizzazione dei documenti relativi alla movimentazione e al trasporto dei rifiuti prodotti durante l’attività medico-veterinaria, pena sanzioni amministrative.

    Le responsabilità dei veterinari iscritti al RENTRI

    Il sistema, come detto, prevede la registrazione dei produttori di rifiuti e la digitalizzazione completa dei documenti relativi alla movimentazione e al trasporto dei rifiuti. Si tratta di un passaggio fondamentale verso la completa digitalizzazione e tracciabilità del ciclo di vita dei rifiuti pericolosi, rendendo più trasparente e controllabile l’intero processo di gestione. Pertanto, tutti i medici veterinari che producono rifiuti potenzialmente pericolosi nell’esercizio della loro attività professionale, o che sono responsabili di strutture in cui questi vengono prodotti, sono tenuti ad iscriversi al sistema RENTRI.

    Un veterinario iscritto al RENTRI ha diverse responsabilità legate alla gestione e alla tracciabilità dei rifiuti prodotti durante l’attività professionale.

    • Registrazione e iscrizione: il medico veterinario deve iscriversi al sistema RENTRI entro le scadenze stabilite, se produce rifiuti pericolosi, indipendentemente dalla forma organizzativa della sua attività.
    • Gestione dei registri cronologici: dopo l’iscrizione, il veterinario deve tenere un registro cronologico di carico e scarico dei rifiuti, che deve essere mantenuto in formato digitale.
    • Tracciabilità digitale: il veterinario è responsabile della tracciabilità digitale dei rifiuti prodotti, assicurandosi che tutti i documenti relativi alla movimentazione e al trasporto dei rifiuti siano digitalizzati e trasmessi al RENTRI secondo le norme vigenti.
    • Rispetto delle scadenze di trasmissione: è necessario trasmettere i dati al RENTRI con la frequenza richiesta, che può variare in base alla tipologia di rifiuti e alla dimensione dell’impresa.
    • Responsabilità ambientale: il veterinario è responsabile della corretta gestione dei rifiuti pericolosi, garantendo che siano smaltiti in modo sicuro per l’ambiente e la salute pubblica.
    • Conformità normativa: il veterinario deve essere a conoscenza delle normative vigenti e assicurarsi di rispettarle, evitando sanzioni amministrative derivanti dalla mancata registrazione o dalla gestione non conforme dei rifiuti.

    Chi si deve riscrivere al RENTRI, e quanto costa?

    Sono tenuti a iscriversi al RENTRI tutti i “produttori di rifiuti pericolosi”, anche quelli non configurati come ente e impresa.

    I soggetti obbligati, le scadenze e i costi sono così sintetizzabili:

    • gli enti o imprese con più di 50 dipendenti dovevano iscriversi entro il 13 febbraio 2025; di fatto passano direttamente dal vecchio registro cartaceo al registro informatico (costo di iscrizione per ogni unità locale: 10 euro/ anno per diritti di segreteria, 100 euro contributo primo anno, 60 euro/anno contributo anni successivi). Le strutture veterinarie con più di 50 addetti sono il 5%1;
    • gli enti o imprese con più di 10 e meno di 50 dipendenti tengono il nuovo registro cartaceo dal 13 febbraio 2025 fino alla data di iscrizione al RENTRI (che deve avvenire tra il 15/6 e il 14/8/25). Dalla data di iscrizione dismettono il registro cartaceo e passano al registro informatico (costo di iscrizione per ogni unità locale: 10 euro/anno per diritti di segreteria, 50 euro contributo primo anno, 30 euro/anno contributo anni successivi). Le strutture veterinarie con più di 10 e meno di 50 addetti sono il 14%2;
    • gli enti o imprese fino a 10 dipendenti sono tenuti a iscriversi al RENTRI a decorrere dal 15 dicembre 2025 ed entro il 13 febbraio 2026. Le strutture veterinarie fino a 10 dipendenti sono l’81%.3

    Con Codice Ateco 75 sono iscritte alla CCIAA oltre 1.270 imprese di cui più di 500 sono Società di capitali, mentre il resto sono Società di persone. Su oltre 8.400 attività veterinarie, dunque, circa 7.100 sono attività professionali che agli effetti del RENTRI sono le ultime a doversi iscrivere; cioè tutte le strutture veterinarie produttrici di rifiuti pericolosi non configurati come enti o imprese sono tenute a iscriversi al RENTRI a decorrere dal 15 dicembre 2025 ed entro il 13 febbraio 2026.

    Dalla data di iscrizione, queste dismettono il registro cartaceo e passano al registro informatico (costo di iscrizione per ogni unità locale: 10 euro/anno per diritti di segreteria, 15 euro contributo primo anno, 10 euro/anno contributo anni successivi). Al di là di questi termini, scatterà per tutti i soggetti l’obbligo di adottare il formulario di identificazione rifiuti in formato digitale. Mancare queste deadline può comportare gravi conseguenze legali e amministrative, perciò è cruciale agire tempestivamente.

    Devo iscrivermi al RENTRI?

    La mia struttura produce rifiuti pericolosi derivati dall’uso o dal consumo di:

    • materiali monouso come guanti, mascherine e camici contaminati;
    • oggetti taglienti come aghi, siringhe e bisturi usati;
    • materiali utilizzati per il trattamento degli animali, come garze, drenaggi e pannoloni contaminati;
    • sostanze chimiche pericolose o contenenti sostanze pericolose;
    • farmaci utilizzati principalmente nella chemioterapia per trattare il cancro.

    Per capire in ambulatorio sono presenti rifiuti potenzialmente pericolosi, è utile spuntare la seguente check list:

    1. Eseguo atti medico-veterinari uso di bisturi e altri taglienti, aghi, siringhe, camicia mascherine, guanti e altri dispositivi monouso?
    2. Faccio uso di garze, drenaggi, pannolini e altro materiale da medicazione?
    3. Faccio uso di prodotti chimici sulla confezione dei quali è applicata o stampata un’etichetta contenente uno o più pittogrammi di sostanze pericolose?
    4. Faccio uso di chemioterapici, citostatici e altri farmaci antitumorali?

    Quindi, in pratica, si effettua una ricognizione per verificare e registrare tutti rifiuti pericolosi, per poi trattarli in conformità con la normativa vigente. Se almeno una risposta è positiva, sarà necessario iscriversi al RENTRI.

    Quali sono i rifiuti pericolosi?

    I rifiuti pericolosi sono quelli inclusi nell’Allegato D Parte IV del Dlgs 3 aprile 2006, n. 152 e classificati nel sottocapitolo 18 02 come Rifiuti legati alle attività di ricerca, diagnosi, trattamento e prevenzione delle malattie negli animali.

    pittogramma-rischio-biologico
    © Egoreichenkov Evgenii – shutterstock.com

    Di questi sono considerati pericolosi quelli con i seguenti codici EER:

    • EER 18 02 01
    • EER 18 02 02
    • EER18 02 05
    • EER18 02 07

    Tipologie di rifiuti pericolosi in base al codice EER

    EER 18 02 01

    Il codice EER (precedentemente CER) 18 02 01 si riferisce a “oggetti da taglio” derivanti da attività sanitarie e veterinarie, escluse le categorie classificate come pericolose (ad esempio, il codice 18 02 02). Più specificatamente, identifica oggetti da taglio che non contengono sostanze pericolose e non rappresentano un rischio infettivo diretto. Questo codice è parte dell’Elenco Europeo dei Rifiuti e identifica rifiuti non pericolosi prodotti nel settore sanitario e veterinario o da attività di ricerca correlate.

    Caratteristiche principali
    • Settore di origine: attività sanitarie e veterinarie, inclusa la ricerca, diagnosi, trattamento, e prevenzione delle malattie negli animali.
    • Tipologia: rifiuti non pericolosi (NP), come indicato dalla classificazione generale dei codici EER; tuttavia, diventano pericolosi se entrano in contatto con materiali biologici.
    • Gestione: questi rifiuti devono essere raccolti e smaltiti secondo normative specifiche per garantire la sicurezza ambientale e sanitaria, ma non richiedono precauzioni particolari per evitare infezioni.

    EER 18 02 02

    Questo codice identifica rifiuti derivati da attività sanitarie ritenuti pericolosi.

    • Origine: provengono da attività veterinarie o di ricerca su animali, in particolare da ambienti di isolamento infettivo o da situazioni in cui è stata diagnosticata una patologia trasmissibile.
    • Contaminazione: possono essere contaminati da sangue, secrezioni biologiche (come liquido cerebro- spinale, pleurico, peritoneale, ecc.), feci o urine contenenti agenti patogeni trasmissibili.
    Esempi di rifiuti EER 18 02 02
    • Materiali monouso come guanti, mascherine e camici contaminati.
    • Oggetti taglienti come aghi, siringhe e bisturi usati.
    • Materiali utilizzati per il trattamento degli animali, come garze, drenaggi e pannoloni contaminati.
    Modalità di gestione
    • Raccolta: devono essere raccolti in contenitori specifici (rigidi per oggetti taglienti o doppi contenitori per altri tipi di rifiuti). I contenitori devono riportare la dicitura “Rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo” e il simbolo di rischio biologico.
    • Precauzioni: manipolazione con dispositivi di protezione individuale (DPI) come guanti monouso e mascherine. Conservazione in ambienti asciutti e puliti fino al trasporto.
    • Smaltimento: devono essere inviati a impianti autorizzati per sterilizzazione o incenerimento, secondo le normative vigenti. Questi rifiuti richiedono una gestione rigorosa per prevenire rischi di infezione sia per gli operatori che per l’ambiente.

    EER 18 02 05

    Il codice EER 18 02 05 identifica i rifiuti costituiti da sostanze chimiche pericolose o contenenti sostanze pericolose. Questo codice è classificato come Mirror Hazardous (MH), il che significa che il rifiuto può essere considerato pericoloso o non pericoloso a seconda della sua composizione chimica specifica e delle proprietà pericolose rilevate. Questo codice è utilizzato principalmente nel contesto della ricerca e della cura della salute animale, dove vengono generati rifiuti chimici che possono includere sostanze tossiche, corrosive o inquinanti.

    Dettagli
    • Descrizione: sostanze chimiche pericolose o contenenti sostanze pericolose.
    • Classificazione: Mirror Hazardous (MH), la cui pericolosità dev’essere valutata in base alla presenza di sostanze pericolose e alle loro concentrazioni.
    • Normativa: la gestione di questi rifiuti deve rispettare le normative europee e nazionali relative alla classificazione, etichettatura e smaltimento dei rifiuti pericolosi, come previsto dal regolamento REACH e CLP.
    Gestione

    Per determinare se un rifiuto classificato con questo codice è effettivamente pericoloso, è necessario:

    1. analizzare la composizione chimica del rifiuto;
    2. identificare le sostanze pericolose presenti e i relativi codici di dichiarazione di rischio (hazard statement codes);
    3. valutare le proprietà pericolose del rifiuto, come tossicità, infiammabilità o impatti ambientali.

    EER 18 02 07

    Il codice EER 18.02.07 si riferisce ai medicinali citotossici e citostatici utilizzati nel settore veterinario o in attività di ricerca legate agli animali. Questi farmaci sono classificati come rifiuti pericolosi e richiedono un trattamento speciale per lo smaltimento, generalmente attraverso incenerimento, a causa della loro tossicità e potenziale impatto ambientale.

    Caratteristiche dei farmaci citotossici e citostatici
    • Definizione: sono farmaci utilizzati principalmente nella chemioterapia per trattare il cancro. Agiscono inibendo la crescita e la divisione delle cellule tumorali.
    • Tipologie: includono alchilanti, antimetaboliti, antibiotici citotossici, inibitori della topoisomerasi e inibitori della mitosi. Uso: utilizzati per trattare diverse forme di cancro, come carcinoma mammario, leucemie, linfomi, carcinoma polmonare, ecc.
    • Smaltimento: i medicinali citotossici e citostatici scaduti o inutilizzabili devono essere gestiti con precauzioni speciali e smaltiti attraverso incenerimento.
    Gestione

    La gestione di questi rifiuti è regolamentata da norme specifiche che prevedono l’incenerimento come metodo di smaltimento principale per ridurre il rischio di contaminazione ambientale e sanitaria.

    I rifiuti pericolosi EER 18 02 05

    L’allegato 1 (caratteristiche di pericolo per i rifiuti) alla parte IV del Dlgs 3 aprile 2006 n. 152 definisce le caratteristiche di pericolosità. Per semplificare possiamo fare l’inventario della sostanze chimiche e verificare se sull’etichetta – che deve avere caratteristiche specifiche – sono presenti i pittogrammi riprodotti qui sotto.

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    pittogrammi-rifiuti-pericolosi

    I rifiuti pericolosi in pratica

    I rifiuti, come attualmente in uso, devono essere raccolti e conservati temporaneamente in modo sicuro, in attesa del conferimento al gestore autorizzato, cioè un’azienda iscritta all’Albo nazionale dei gestori ambientali tenuto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.

    Del resto, ogni struttura veterinaria ha già un gestore che si occupa del ritiro dei rifiuti e di fatto, rispetto allo status quo, il RENTRI non cambia molto il ventaglio di adempimenti a carico dei veterinari. Quando arriva il momento di conferire i rifiuti al gestore autorizzato, si deve anche provvedere alla corretta compilazione del relativo formulario.

    Normalmente è il gestore che ha già un rapporto con la struttura a fornire un vademecum per assolvere anche a quest’incombenza. In sintesi, le novità per il medico veterinario rispetto alla gestione dei rifiuti pericolosi risiedono nell’obbligo di iscrizione al Registro entro il termine stabilito (che per la stragrande maggioranza delle strutture veterinarie sta nella finestra temporale 15 dicembre 2025-13 febbraio 2026), nel pagamento della quota di iscrizione e di quella annuale e adeguamenti dell’impianto sanzionatorio.

    Come si accede al RENTRI

    La registrazione al sistema RENTRI avviene esclusivamente online, attraverso il portale ufficiale disponibile all’indirizzo: https://www.rentri.gov.it/area-operatori.

    Per completare la procedura, i medici veterinari dovranno:

    • accedere al portale con le proprie credenziali digitali (SPID, CIE);
    • fornire i dati relativi alla propria attività professionale;
    • indicare la tipologia di rifiuti pericolosi prodotti;
    • completare la registrazione seguendo le istruzioni fornite dal sistema.

    L’accesso al RENTRI avverrà esclusivamente mediante autenticazione, al fine di acquisire l’identità digitale del soggetto che accede.

    Gli strumenti che possono essere utilizzati per effettuare l’autenticazione sono:

    • CNS (Carta Nazionale dei Servizi);
    • CIE (Carta d’Identità Elettronica);
    • SPID della persona fisica, anche ad uso professionale;
    • SPID della persona giuridica, anche ad uso professionale.

    L’accesso al portale può essere effettuato sia da una persona fisica, attraverso il proprio dispositivo di identità digitale, sia da una persona fisica che utilizza un dispositivo di identità digitale riferito alla persona giuridica. Al momento dell’accesso, il titolare del dispositivo di autenticazione inserisce il codice fiscale che identifica l’impresa o l’ente per conto del quale intende accedere al RENTRI.

    Nel caso di altra organizzazione, andranno inserite anche la partita IVA e la PEC del soggetto per conto del quale si intende accedere al RENTRI. Sarà il sistema stesso a verificare se il soggetto che ha effettuato la richiesta di accesso è tra i titolari della delega a operare per conto dell’impresa, dell’ente o dell’organizzazione. In questi ultimi due casi, verrà inviata una richiesta di conferma alla PEC associata e solo a seguito della conferma, il titolare del dispositivo di identità digitale potrà accedere al RENTRI.

    La documentazione

    Il sistema RENTRI prevede l’impiego di tre documenti.

    Il Registro di carico e scarico

    Si tratta di una lista in cui sono riportati i rifiuti prodotti, le relative caratteristiche di pericolo, i codici CER (o EER) di appartenenza, la quantità di rifiuti prodotta e il riferimento dei FIR (vedere oltre) per il conferimento presso il centro di smaltimento.

    Il Registro di carico e scarico deve essere tenuto in formato cartaceo (scaricabile dal sito RENTRI) fino alla decorrenza dell’obbligo di iscrizione al RENTRI, dopodiché obbligatoriamente solo in formato digitale. Le normative vigenti in materia di gestione dei rifiuti (come previsto dal Testo Unico Ambientale Dlgs 152/2006) impongono che i registri di carico e scarico vengano conservati presso la sede legale dell’azienda o presso l’unità locale dove i rifiuti sono prodotti, gestiti o stoccati.

    Attenzione: tutti i registri cartacei dovranno essere conservati per cinque anni dall’ultima registrazione. Nel passaggio dal formato cartaceo al digitale, quelli vecchi non potranno più essere utilizzati, qualora rimangano degli spazi disponibili, andranno barrati. La numerazione del nuovo registro dovrà cominciare dal numero successivo a quello relativo all’ultimo movimento di quello vecchio.

    Il registro digitale RENTRI dovrà essere vidimato digitalmente mediante l’assegnazione di un codice univoco dal servizio di vidimazione digitale delle Camere di commercio. Le tempistiche per l’annotazione nel registro cronologico di carico e scarico digitale sono stabilite dalla normativa nazionale; per i produttori di rifiuti la registrazione deve essere effettuata almeno entro dieci giorni lavorativi dalla produzione del rifiuto e dal suo scarico.

    Il Formulario di identificazione dei rifiuti (FIR)

    Questo è un documento che durante il trasporto accompagna i rifiuti stessi in modo che possano essere sempre identificati e che, qualora necessario, renda possibile risalire al produttore o detentore.

    Nel FIR sono inseriti:

    • il produttore del rifiuto;
    • il trasportatore che si occupa del conferimento;
    • il destinatario (centro di smaltimento o stoccaggio);
    • il codice EER di appartenenza e la relativa descrizione;
    • le caratteristiche di pericolo;
    • il quantitativo di rifiuto trasportato;
    • i dati del mezzo utilizzato per il trasporto.

    La redazione e compilazione di questi formulari è obbligatoria per legge e conseguentemente va fatta in maniera precisa e dettagliata per evitare all’azienda produttrice di rifiuti di incorrere in sanzioni dovute al mancato rispetto delle normative.

    L’utilizzo del FIR prevede tre momenti:

    1. la compilazione iniziale: il produttore compila il formulario e lo firma;
    2. durante il trasporto: il trasportatore controfirma e consegna il FIR al destinatario insieme ai rifiuti;
    3. all’arrivo presso il destinatario: l’impianto destinatario verifica i rifiuti ricevuti, firma il FIR e ne restituisce una copia al produttore, certificando l’avvenuto smaltimento o recupero.

    Il FIR deve essere conservato per cinque anni sia dal produttore, sia dal trasportatore, sia dal destinatario. Anche il FIR, con l’introduzione del RENTRI, sarà progressivamente digitalizzato, in questo modo sarà semplificata la tracciabilità e si avranno meno errori di compilazione. Tuttavia, fino alla piena operatività del RENTRI (prevista per il 2025-2026), il formulario cartaceo rimane obbligatorio.

    Il Modello unico di dichiarazione ambientale (MUD)

    Si tratta di una notificazione annuale che riassume la gestione dei rifiuti risalente all’anno precedente. Il MUD è un modello di dichiarazione ambientale che serve a controllare la produzione e lo smaltimento dei rifiuti, il cui scopo è quello di garantire la tracciabilità dei rifiuti prodotti, trasportati, intermediati, smaltiti o avviati al recupero.

    Sono obbligati a presentare il MUD Enti o imprese produttori iniziali di rifiuti pericolosi. A differenza dei precedenti documenti, il MUD deve essere presentato esclusivamente in formato telematico. E la scadenza per la sua presentazione è generalmente fissata al 30 giugno dell’anno successivo a quello di riferimento, ma è importante verificare eventuali aggiornamenti o eccezioni specifiche.

    RENTRI, documenti e sanzioni

    La normativa per la gestione dei rifiuti prevede ovviamente anche un impianto sanzionatorio per le inadempienze e gli errori.

    Le sanzioni previste dal RENTRI riguardano principalmente 5 ambiti.

    • Mancata o irregolare iscrizione:
      • rifiuti non pericolosi: da 500 a 2.000 euro;
      • rifiuti pericolosi: da 1.000 a 3.000 euro; riduzione di un terzo se l’iscrizione avviene entro 60 giorni dalla scadenza.
    • Errori nel registro di carico e scarico:
      • rifiuti non pericolosi: da 2.000 a 10.000 euro;
      • rifiuti pericolosi: da 10.000 a 30.000 euro;
      • per le aziende con meno di 15 dipendenti è previsto un importo minore: da 1.040 a 6.200 euro per rifiuti non pericolosi e da 2.070 a 12.400 euro per quelli pericolosi.
    • Trasporto senza FIR: da 1.600 a 10.000 euro per entrambi i tipi di rifiuti, con reclusione fino a 2 anni per quelli pericolosi.
    • Errori formali nei registri: da 260 a 1.550 euro per entrambi i tipi di rifiuti.
    • Mancata conservazione dei registri: da 260 a 1.550 euro per entrambi i tipi di rifiuti.

    Le sanzioni possono essere più severe se i dati trasmessi sono incompleti o inesatti e rilevanti per la tracciabilità dei rifiuti.

    Per quanto riguarda il registro di carico e scarico, chiunque omette di tenerlo o lo tiene in modo incompleto relativamente ai rifiuti non pericolosi, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 2.600 a 15.500 euro (la sanzione è ridotta da 1.040 a 6.200 euro nel caso di imprese con meno di 15 dipendenti).

    Le sanzioni per errori relativi ai rifiuti pericolosi invece vanno da 15.500 a 93.000 euro, con la possibilità di ulteriori sanzioni accessorie come la sospensione da un mese a un anno dalla carica rivestita dal soggetto responsabile (da 2.070 a 12.400 euro per le imprese con meno di 15 dipendenti).

    Inoltre sono previste sanzioni per inesattezze o incompletezze formali ma con dati ricostruibili o per la mancata conservazione del registro, che vanno da 260 a 1.550 euro. Gli errori possono essere corretti barrando i dati errati e riportando nel campo “annotazioni” quelli corretti e il motivo della correzione.

    Le sanzioni relative al FIR riguardano:

    • errori o omissioni nella gestione: multe che possono arrivare fino a 93.000 euro e, nei casi più gravi, responsabilità penali con possibili condanne detentive fino a due anni;
    • trasporto effettuato senza FIR o con dati inesatti: sono previste sanzioni amministrative per i rifiuti non pericolosi (da 1.600 a 10.000 euro), e nel caso di quelli pericolosi, anche penali, compresa la reclusione fino a due anni;
    • vidimazione non effettuata: l’uso di formulari non vidimati comporta ulteriori sanzioni, in quanto compromette la validità del documento.

    Per il MUD, in caso di ritardo nella presentazione, sono previste sanzioni che variano da 26 a 160 euro se presentato entro i 60 giorni successivi alla scadenza.

    Strategie per evitare le sanzioni

    Le sanzioni RENTRI possono ricadere sul legale rappresentante dell’azienda, come previsto dagli articoli 12 del DM 59/2023 e 258 del Dlgs 152/06. Per evitare le sanzioni, è fondamentale mantenere la conformità normativa attraverso la corretta gestione dei registri e la trasmissione tempestiva dei dati. La digitalizzazione dei processi e l’uso di strumenti tecnologici possono aiutare a ridurre gli errori e garantire la tracciabilità dei rifiuti.

    Normativa di riferimento:
    • Dlgs 3 aprile 2006, n. 152: l’art. 188-bis del Dlgs 152/2006, nell’attuale formulazione, aggiornata a seguito della pubblicazione del Dlgs 213/2022, dispone che il sistema di tracciabilità dei rifiuti si componga delle procedure e degli strumenti di tracciabilità dei rifiuti integrati nel Registro elettronico nazionale per la tracciabilità dei rifiuti, e che il Registro elettronico nazionale per la tracciabilità dei rifiuti sia gestito direttamente dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, con il supporto tecnico operativo dell’Albo nazionale dei gestori di cui all’articolo 212. Lo stesso articolo, al comma 3 bis, individua i soggetti tenuti ad iscriversi al RENTRI e stabilisce che l’iscrizione al Registro elettronico nazionale comporta il versamento di un diritto di segreteria e di un contributo annuale, al fine di assicurare l’integrale copertura dei costi di funzionamento del sistema.
    • Dlgs 23 dicembre 2022, n. 213: il Decreto Legislativo 23 dicembre 2022 n. 213, recante “Disposizioni integrative e correttive al Decreto legislativo 3 settembre 2020, n. 116, di attuazione della direttiva (UE) 2018/851, che modifica la direttiva 2008/98/CE relativa ai rifiuti e attuazione della direttiva (UE) 2018/852, che modifica la direttiva 1994/62/CE sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio”, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1° giugno 2023. Il provvedimento modifica la parte IV del Dlgs 152/2006, con riferimento al Titolo I (gestione dei rifiuti), al titolo II (gestione degli imballaggi), al titolo III (gestione di particolari tipologie di rifiuti) e all’Allegato D (elenco dei rifiuti). In particolare, le modifiche all’art. 188 bis del Dlgs 152 del 2006 per quanto concerne il sistema di tracciabilità dei rifiuti confermano che la gestione del Registro elettronico nazionale per la tracciabilità dei rifiuti è affidata al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica che opera con il supporto tecnico operativo dell’Albo nazionale dei gestori ambientali. Viene inoltre stabilito che agli oneri di funzionamento del RENTRI si provvede con i proventi derivanti dai diritti di segreteria e con il contributo da versare al momento dell’iscrizione e, successivamente, annualmente.
    • Decreto 4 Aprile 2023, n. 59: questo decreto, in attuazione di quanto disposto dall’articolo 188-bis del Dlgs 3 aprile 2006, n.152, rappresenta il regolamento che disciplina il sistema di tracciabilità dei rifiuti (che si compone delle procedure e degli adempimenti di cui agli articoli 189, 190 e 193 del Dlgs n.152 del 2006) integrati nel Registro elettronico nazionale per la tracciabilità dei rifiuti (RENTRI). Il regolamento è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 31 maggio 2023 ed è entrato in vigore il 15 giugno 2023; da tale data decorrono le scadenze per l’iscrizione al RENTRI. Il regolamento disciplina in particolare l’organizzazione ed il funzionamento del sistema di tracciabilità, definendo:
      • i modelli e i formati relativi al registro cronologico di carico e scarico dei rifiuti e al formulario di identificazione dei rifiuti con l’indicazione delle modalità di compilazione, vidimazione e tenuta degli stessi;
      • le modalità di iscrizione al RENTRI e i relativi adempimenti, da parte dei soggetti obbligati oppure da parte di coloro che intendano volontariamente aderirvi;
      • il funzionamento del RENTRI ivi incluse le modalità di trasmissione dei dati;
      • le modalità per la condivisione dei dati del RENTRI con l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (ISPRA) e per il coordinamento tra le comunicazioni di cui alla legge 25 gennaio 1994, n. 70 e gli adempimenti previsti dal RENTRI;
      • le modalità di interoperabilità per l’acquisizione della documentazione di cui al regolamento (CE) n. 1013/2006 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 14 giugno 2006 relativo alle spedizioni di rifiuti;
      • le modalità di svolgimento delle funzioni di supporto tecnico-operativo da parte dell’Albo nazionale gestori ambientali, ai sensi dell’articolo 188-bis, comma 1, del Dlgs n. 152 del 2006;
      • le modalità di accesso ai dati del RENTRI da parte degli organi di controllo;
      • le modalità per la verifica e l’invio della comunicazione dell’avvio a recupero o smaltimento dei rifiuti nonché le responsabilità da attribuire all’intermediario.
    • Decreto direttoriale n. 97 del 21 settembre 2023: Il regolamento recante la disciplina del sistema di tracciabilità dei rifiuti e del RENTRI e i relativi allegati che disciplinano il modello di registro cronologico di carico e scarico e di formulario di identificazione è stato adottato con il DM 4 aprile 2023, n. 59. L’articolo 13 del regolamento stabilisce la tempistica, dalla data di entrata in vigore del regolamento, per l’iscrizione al RENTRI da parte dei soggetti interessati. Gli articoli 9, 4 e 7 stabiliscono le tempistiche per l’applicabilità dei nuovi modelli nonché delle disposizioni generali sul registro cronologico di carico e scarico e sul formulario di identificazione del rifiuto in formato digitale. Alcune disposizioni contenute nel regolamento recano riferimenti ad intervalli temporali connessi all’entrata in vigore degli adempimenti previsti. Il Decreto Direttoriale del 21 settembre 2023 fornisce le indicazioni per semplificare il rispetto, da parte dei soggetti interessati, delle tempistiche di iscrizione al RENTRI e delle altre scadenze previste.
    1. Fonte: FVE VetSurvey 2023 ↩︎
    2. Fonte: FVE VetSurvey 2023 ↩︎
    3. Fonte: FVE VetSurvey 2023 ↩︎
  • La linea ANCARIA®, per la salute oculare degli animali da compagnia: da Ciam la soluzione sull’adeguata gestione della terapia oftalmica nutraceutica

    La linea ANCARIA®, per la salute oculare degli animali da compagnia: da Ciam la soluzione sull’adeguata gestione della terapia oftalmica nutraceutica

    Si è tenuto presso la sede aziendale di Ascoli Piceno di CIAM un incontro formativo1 rivolto ai medici veterinari durante il quale la dott.ssa Maria Cristina Pincelli (DVM GpCert of Ophthalmology ISVPS, professore a contratto Dipartimento Medicina Veterinaria dell’Università degli studi di Teramo) ha fornito un aggiornamento pratico sulle principali indicazioni d’uso, efficacia clinica e potenzialità della linea di supporto oftalmico Ancaria, per la salute oculare degli animali da compagnia.

    Cenni di anatomia funzionale delle palpebre e annessi

    Le palpebre svolgono un ruolo essenziale nella protezione e nel mantenimento della salute della superficie oculare. Strutture mobili costituite da cute, muscoli, connettivo e mucosa, le palpebre sono una barriera fisica e dinamica che protegge il bulbo oculare da traumi meccanici, disidratazione e agenti patogeni.

    Oltre alla funzione protettiva, concorrono alla distribuzione del film lacrimale, al suo rinnovamento e al drenaggio delle lacrime attraverso il sistema lacrimale.

    Anatomicamente, le palpebre sono suddivise in tre strati principali:

    • strato cutaneo esterno;
    • strato muscolare, composto principalmente dal muscolo orbicolare dell’occhio, che consente il movimento di chiusura;
    • strato tarsale interno, che contiene le ghiandole di Meibomio (ghiandole tarsali), responsabili della produzione della componente lipidica del film lacrimale.

    La superficie interna è tappezzata dalla congiuntiva palpebrale, una mucosa ricca di cellule caliciformi che producono muco, fondamentale per la stabilità e l’adesione del film lacrimale alla cornea. A queste si aggiungono le ghiandole di Zeis (sebacee modificate associate ai follicoli ciliari) e le ghiandole di Moll (apocrine sudoripare), che contribuiscono alla secrezione palpebrale.

    È presente anche la ghiandola lacrimale accessoria della terza palpebra che, insieme alla ghiandola lacrimale principale, fornisce la maggior parte della componente acquosa del film lacrimale.

    La vascolarizzazione delle palpebre è abbondante

    Le palpebre presentano un’abbondante vascolarizzazione, elemento chiave sia nella risposta infiammatoria locale che nei processi di guarigione. Il rifornimento arterioso è garantito principalmente dai rami delle arterie angolari dell’occhio, infraorbitarie e lacrimali, derivanti a loro volta dalla carotide esterna. Le reti arteriose formano un ricco plesso vascolare superficiale e profondo, che anastomizza tra i margini palpebrali superiore e inferiore.

    Il drenaggio venoso avviene tramite le vene sovraorbitarie e infraorbitarie, che confluiscono nel plesso facciale e oftalmico. La vascolarizzazione abbondante rende le palpebre soggette a edemi marcati in corso di infiammazione ma, al contempo, ne favorisce una rapida rigenerazione tissutale in caso di lesione o intervento chirurgico.

    L’integrità dell’innervazione è indispensabile

    L’innervazione delle palpebre è affidata a componenti sia sensitive che motorie, e risulta fondamentale per il corretto riflesso palpebrale, per la protezione corneale e per il mantenimento dell’integrità oculare. L’innervazione sensitiva è fornita principalmente dal nervo trigemino (V paio cranico), in particolare il ramo oftalmico (nervo sopraorbitario) per la palpebra superiore e la regione mediale e il ramo mascellare (nervo infraorbitario) per la palpebra inferiore e la porzione laterale.

    L’innervazione motoria della muscolatura orbicolare è mediata dal nervo facciale (VII paio cranico), che consente la chiusura attiva delle palpebre. Un suo deficit, come nelle paralisi facciali periferiche, determina lagoftalmo e predisposizione a ulcerazioni corneali. Il muscolo elevatore della palpebra superiore, invece, è innervato dal nervo oculomotore (III paio cranico), permettendo l’apertura della palpebra. L’integrità di questi nervi è indispensabile per una corretta funzione riflessa e volontaria dell’apparato palpebrale, e il loro coinvolgimento in patologie neurologiche può condurre a blefarospasmo, ptosi o paralisi palpebrale.

    Le patologie oculari più comuni: un approccio multimodale

    Tra le patologie che possono colpire le palpebre e gli annessi si trovano blefariti e congiuntiviti che presentano le tipiche manifestazioni dell’infiammazione con rubor, calor, tumor, dolor e functio laesa (rossore, calore, gonfiore, dolore e alterazione funzionale).

    Il riconoscimento della presenza di dolore, definito come “esperienza sgradevole associata a un danno tissutale”, è fondamentale. In Medicina Veterinaria la soglia e la percezione del dolore associata alle differenti lesioni patologiche può essere interpretata attraverso una diagnosi presuntiva e deduttiva.

    I segni clinici e le lesioni più frequenti in caso di blefarite sono:

    • Desquamazione
    • Iperemia
    • Alopecia
    • Edema
    • Prurito
    • Dolore
    • Papule
    • Macule
    • Pustole, croste, ulcere

    Anche negli animali, infatti, la risposta al dolore è variabile; essa può manifestarsi con isolamento, riluttanza al movimento, anoressia, autotraumatismo. In caso, ad esempio, di blefarospasmo le manifestazioni algiche più spesso associate sono lo sfregamento, l’ammiccamento, e la produzione di scolo lacrimale.

    Focus sulle blefariti

    Le cause di blefarite possono essere diverse, è quindi importante un’accurata anamnesi, anche ambientale, soprattutto qualora il sospetto diagnostico cada sulle forme allergiche (la blefarite si rileva spesso associata a dermatite su base allergica).

    • Tra le eziologie di blefarite sono comprese cause infiammatorie primarie come orzaiolo, calazio e meibomite. Le tre forme sono accomunate dalla sede ma sono variabili la componente algica e la componente microbiologica coinvolta.
    • La conformazione anatomica (es: brachicefali) predispone a blefariti.
    • Tra le cause secondarie di origine immunomediata (associate a manifestazioni dermatologiche e oculari) sono stati poi annoverati il lupus e il pemfigo, per i quali i segni clinici sono ascrivibili a dermatiti e anche a patologie oculari quali uveite.
    • Le forme di blefarite parassitaria hanno invece come agenti eziologici Sarcoptes scabei, Demodex canis, Leishmania infantum (segnalata nel 24,4% dei casi).
    • Ulteriori cause secondarie di blefariti sono le infezioni micotiche e le forme seborroiche.

    L’ausilio di indagini diagnostiche quali esami microbiologici, ematobiochimici, sierologici, test allergici, Schirmer tear test è importante nell’iter diagnostico per definire le possibili diagnosi differenziali.

    Giunti alla diagnosi di blefarite, la terapia attuabile prevede l’impiego di farmaci ad azione sistemica (antiinfiammatori, antibiotici, antiparassitari, antimicrobici, cortisonici) e topica.

    Tra i prodotti della linea Ancaria utilizzabili per il trattamento delle blefariti si trovano:

    • la formulazione spot-on con passiflora, canapa, ceramidi, alfabisabololo;
    • la formulazione in compresse con passiflora, acido linoleico, EPA-DHA.

    I casi clinici gestiti con Ancaria

    Un momento centrale della relazione della dott.ssa Pincelli è stato dedicato alla presentazione di case report documentati, in cui l’utilizzo dei prodotti Ancaria ha affiancato con successo protocolli terapeutici tradizionali. È stata sottolineata l’importanza di affiancare la terapia farmacologica con prodotti di supporto non farmacologici ma clinicamente efficaci, soprattutto nei casi in cui non è possibile somministrare corticosteroidi o immunosoppressori.

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    Ancaria® spot-on.

    “Kitty”

    Kitty è una gatta di razza Comune europeo dell’età di 3 anni condotta a visita in quanto presenta una “macchia rossa” sulla palpebra destra da qualche settimana. La lesione è alopecica, con squame e detriti, e la cute ha assunto una colorazione rosso intenso. Alla palpazione non viene rilevato dolore.

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    Kitty con una forma di dermatite perioculare allergica alla presentazione.

    La lesione, di tipo erosivo-ulcerativa, comprende tra le diagnosi differenziali: sfregamento, ulcera corneale, necrosi, ustione da candeggina, parassitosi (acariasi, rogna).

    Vengono effettuate le seguenti indagini diagnostiche:

    • visita neuroftalmologica;
    • Schirmer tear test;
    • test con fluoresceina;
    • test con rosa bengala;
    • misurazione della pressione oculare;
    • palpazione;
    • raschiato cutaneo;
    • ispezione con lampada di Wood.

    Sovrapponendo gli esiti delle indagini diagnostiche all’anamnesi, viene posta la diagnosi di dermatite allergica. In questo caso la terapia topica con Ancaria® spot-on ha determinato in 14 giorni un significativo e visibile miglioramento.

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    Kitty con una forma di dermatite perioculare allergica dopo 14 giorni di terapia con Ancaria® spot-on.

    “Gioia”

    Gioia è un cane Yorkshire terrier femmina di 6 anni che si presenta a visita con una lesione erosiva cutanea del canto mediale dell’occhio destro.

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    Gioia con epifora da ostruzione del dotto lacrimale alla presentazione.

    Tra le diagnosi differenziali vengono inclusi: grattamento, aumento della lacrimazione (epifora), cheratocongiuntivite secca, ulcera corneale, scarse condizioni igieniche, parassitosi, allergia.

    Vengono eseguite le seguenti indagini diagnostiche:

    • visita neuroftalmologica;
    • Schirmer tear test;
    • test con fluoresceina;
    • test con rosa bengala;
    • misurazione della pressione oculare;
    • palpazione;
    • raschiato cutaneo;
    • tricogramma;
    • citologia.

    Viene stabilita la diagnosi di epifora per inadeguato drenaggio del dotto nasolacrimale, e viene impostata una terapia topica con Ancaria® spot-on, ottenendo un netto miglioramento della lesione cutanea nell’arco di 30 giorni.

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    Gioia con epifora da ostruzione del dotto lacrimale dopo 30 giorni di terapia con Ancaria® spot-on.
    1. Ascoli Piceno, 5/4/25. APERICIAM FOR VET- Applicazione dei prodotti della linea Ancaria in oftalmologia veterinaria. Organizzato da CIAM. ↩︎
  • Peptivet soluzione otologica: una nuova aggiunta del catalogo ICF DRN Nextmune Italia nella lotta all’antibioticoresistenza

    Peptivet soluzione otologica: una nuova aggiunta del catalogo ICF DRN Nextmune Italia nella lotta all’antibioticoresistenza

    Grazie a Cogito Ergo Vet e a ICF DRN Nextmune Italia, si è tenuto un webinar dedicato all’antibioticoresistenza in dermatologia, seguito da circa 800 colleghi e tenuto dalla dott. ssa Chiara Noli. Durante l’evento è stato presentato anche il nuovo prodotto di ICF DRN Nextmune Italia: Peptivet soluzione otologica.

    L’antibioticoresistenza in medicina veterinaria

    L’AMR (Anti Microbial Resistance) è un fenomeno preoccupante e in forte crescita sia in Medicina Umana che Veterinaria; la relatrice ha quindi approfondito questo tema, sia riguardo alle sue cause, sia focalizzandosi sulle soluzioni da adottare per evitare i danni che ne possono derivare.

    I meccanismi di resistenza agli antibiotici sono dovuti principalmente:

    • all’inattivazione o modificazione enzimatica degli antibiotici
    • all’alterazione della molecola bersaglio dell’antibiotico
    • alla diminuzione dell’assorbimento dell’antibiotico (minor penetrazione e/o maggiore eliminazione)

    Tutto questo pone seri problemi terapeutici perché la maggior parte degli MRSP (Methicillin-Resistant Staphylococcus pseudintermedius) è anche multi-resistente (anche a 3 o più classi di antibiotici) nonché resistente a tutte le penicilline, cefalosporine, chinolonici, lincosamidi, macrolidi, TMP-sulfonamidi. Restano quindi disponibili solo antibiotici alternativi d’emergenza (cloramfenicolo, rifampicina, fosfomicina, amikacina e altri aminoglicosidi) che sono più tossici, e dei quali negli animali spesso non sono note né la farmacocinetica né i dosaggi!

    Cosa non fare

    La relatrice ha indicato quindi cosa non bisogna fare:

    • utilizzare antibiotici di nuova generazione come prima scelta
    • usare di frequente chinolonici, che promuovono più di altri l’AMR
    • utilizzare antibiotici ad uso umano, da riservare ai casi più gravi (soprattutto umani)
    • ricorrere agli antibiotici senza la conferma che ci sia un’infezione e senza esami batteriologici e antibiogrammi

    Cosa fare

    Ecco invece cosa bisogna fare:

    • limitare il più possibile l’uso degli antibiotici
    • somministrarli solo se indispensabili, scegliendo quello appropriato (antibiogramma) e rispettando le linee guida

    In merito alla diagnosi, grazie anche a un’ampia galleria fotografica, sono state mostrate le patologie cutanee più comuni, e le relative procedure per identificarle correttamente.

    Aggiornamenti terapeutici e Peptivet gocce otologiche

    In accordo alle ultime raccomandazioni suggerite al Congresso mondiale di dermatologia veterinaria (Boston, luglio 2024) le terapie prevedono:

    • per piodermite di superficie – intertrigo, hot-spot: solo terapia topica
    • per piodermite superficiale – follicolite, impetigine: terapia topica per le prime 2 settimane. Se la risposta è assente o parziale, o se la terapia topica è impossibile, aggiungere antibiotico per os
    • per piodermite profonda: antibiotico per via sistemica.

    Gli antimicrobici topici preferiti sono:

    • soluzioni/spray/schiuma per le aree con poco pelo;
    • gel alla clorexidina per hot-spot (Clorexyderm® Spot gel con clorexidina allo 0,45%);
    • salviette con clorexidina e climbazolo (Clx Wipes®: con più di un articolo scientifico a supporto della loro efficacia);
    • shampoo a base di clorexidina al 3-4%, come si evince dallo studio in vivo Borio e Colombo1, pubblicato sul Veterinary Dermatology Journal (VDJ), che ha dimostrato come, in corso di piodermite superficiale del cane sostenuta da stafilococchi meticillino-sensibili e meticillino-resistenti, la terapia topica con Clorexyderm® Shampoo 4% e Clorexyderm® Soluzione Spray 4%, ha avuto la stessa efficacia e rapidità di risposta della terapia con amoxicillina/acido clavulanico.
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    I prodotti della linea dermatologica di DRN ICF Nextmune Italia.

    Infine, la dott.ssa Noli ha citato i peptidi antimicrobici di sintesi che rappresentano il futuro, perché hanno azione battericida e fungicida e non causano resistenza. In particolare, AMP 2041, già al centro di due studi che ne dimostrano l’efficacia, uno in vitro2 e uno in vivo realizzato con Peptivet® Oto Gel (ICF), ed ARTA0002, entrambi brevettati da ICF. La relazione, grazie anche alla capacità oratoria della dottoressa Noli, è stata apprezzata sia in termini di chiarezza che di praticità dei concetti da attuare nel lavoro quotidiano.

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    Peptivet soluzione otologica.

    ICF DRN Nextmune Italia hanno a cuore questo tema da sempre! Responsabilmente e con professionalità, formuliamo prodotti di supporto alle più comuni patologie, senza essere farmaci. L’ultimo “nato” in casa ICF lo dimostra: Peptivet® 4, soluzione otologica eudermica che supporta efficacemente la riduzione della crescita batterica e di Malassezia in corso di otiti del cane e del gatto, associando 4 differenti componenti con 4 differenti meccanismi (azione combinata o multipla a supporto della riduzione dell’AMR)! Sempre un passo avanti!

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    Le 4 carte vincenti di Peptivet.
    1. Borio S, Colombo S, La Rosa G, et al. Effectiveness of a combined (4% chlorhexidine digluconate shampoo and solution) protocol in MRS and non-MRS canine superficial pyoderma: a randomized, blinded, antibioticcontrolled study. Vet Dermatol. 2015;26(5):339-e72. doi:10.1111/vde.12233 ↩︎
    2. Ghibaudo G, Santospirito D, Sala A, et al. In vitro antimicrobial activity of a gel containing antimicrobial peptide AMP2041, chlorhexidine digluconate and Tris-EDTA on clinical isolates of Pseudomonas aeruginosa from canine otitis. Vet Dermatol. 2016;27(5):391-e98. doi:10.1111/vde.12371 ↩︎
  • Le soluzioni di Zinpro per contrastarne gli effetti dello stress da caldo nei suini

    Le soluzioni di Zinpro per contrastarne gli effetti dello stress da caldo nei suini

    L’estate è il momento in cui i suinicoltori cominciano a preoccuparsi per il calo di produzione e il peggioramento della salute a causa dello stress da caldo.

    Il THI (indice di temperatura e umidità) è uno strumento ben noto che prende in considerazione i livelli di temperatura e di umidità per calcolare le zone di rischio per lo stress da caldo in diversi animali. Questo indice è importante, perché con un’umidità elevata, anche temperature non troppo elevate possono provocare stress da caldo.

    A seconda dell’umidità, ogni grado centigrado al di sopra di 25 °C riduce l’assunzione di alimenti da parte della scrofa di 250-450 g/giorno. Ciò significa che una punta di pochi gradi può ridurre facilmente l’assunzione di alimenti di oltre 1 kg al giorno.

    Com’è possibile intervenire e qual è la soluzione proposta da Zinpro?

    Effetti visibili e non visibili

    Rispetto ad altri animali, i suini sono più suscettibili allo stress da caldo, perché sono privi di ghiandole sudoripare funzionali che regolano la temperatura corporea. Se anche la genetica ha fatto un ottimo lavoro nel produrre razze da carne magre, ha reso anche i suini in accrescimento ancora più sensibili al calore. Le razze genetiche moderne hanno un tasso metabolico e una produzione di calore interna più elevati. Anche le scrofe con livelli elevati di grasso del dorso sono particolarmente sensibili al calore.

    Quando un suino prova stress da caldo, agisce in maniera istintiva, aumentando l’assunzione di acqua, diminuendo quella di alimenti (per ridurre la produzione di calore metabolico) e spostandosi in un luogo più fresco all’interno della stalla o al suo esterno; aumentando frequenza cardiaca e respiratoria, e semplicemente muovendosi poco.

    Si tratta di un comportamento naturale per rinfrescarsi, ma ha un effetto negativo diretto, tra l’altro, sui livelli di accrescimento quotidiano nei suini all’ingrasso e sulle problematiche riproduttive delle scrofe.

    Ma ci sono anche effetti (meno visibili) che possono essere altrettanto dannosi per le performance degli animali per l’intero ciclo vitale. È stato dimostrato che lo stress da caldo compromette il sistema immunitario, riduce la salute intestinale (compreso l’aumento del rischio di sindrome della permeabilità intestinale), riduce la qualità della carcassa nei suini all’ingrasso, aumenta lo stress ossidativo e compromette lo sviluppo embrionale.

    Si sa che gli animali con stress da caldo subiscono in misura maggiore lo stress ossidativo (danni ossidativi a lipidi, proteine e DNA), a causa di un metabolismo distruttivo. Lo stress ossidativo è un effetto meno visibile dello stress da caldo, eppure, può avere effetti estesi a diversi livelli. Per esempio, può influire sullo sviluppo precoce dei follicoli e sulla variabilità della successiva nidiata di suinetti, ma influisce negativamente anche sulla salute intestinale.

    Quest’ultimo effetto può essere provocato da un apporto ematico insufficiente a livello intestinale durante lo stress da caldo, che compromette il corretto assorbimento dei nutrienti, e possono verificarsi sindromi come quella dell’intestino permeabile. Oltre alla perdita di fluidi corporei, essenziali per l’efficienza dello scambio di calore all’interno del corpo, la permeabilità intestinale comporta l’ingresso di fattori antinutrizionali come micotossine ed endotossine, nonché di agenti patogeni, con conseguenti processi infiammatori e immunologici.

    Alloggiamento, raffreddamento e ventilazione

    Esistono vari modi per ridurre gli effetti negativi dello stress da caldo. L’alloggiamento, il raffreddamento e la ventilazione svolgono un ruolo significativo al riguardo. Gli specchi d’acqua, bagnare e rinfrescare le superfici pavimentali della stalla e gli animali spruzzando o nebulizzando acqua, nonché l’impiego di pannelli rinfrescanti congiuntamente all’impianto di ventilazione trovano ampia applicazione negli allevamenti suini.

    È importante lasciare anche sufficiente spazio nell’alloggiamento di gruppo e garantire una quantità sufficiente di acqua fredda di buona qualità. Inoltre, il corretto isolamento dei tetti e degli edifici è fondamentale per evitare l’esposizione al calore, ma spesso anche accorgimenti semplici, quali l’isolamento ed evitare l’esposizione diretta al calore delle tubazioni idriche e dei serbatoi dell’acqua, nonché la pulizia degli impianti di condizionamento prima dell’inizio della stagione calda, sono mezzi efficaci per garantire un raffreddamento efficiente.

    In particolare nelle scrofe in lattazione, è possibile rinfrescare gli animali utilizzando il raffreddamento a gocciolamento sul collo, nonché impianti di condizionamento con erogatori appena sopra alla testa. Le scrofe in lattazione sono molto sensibili allo stress da caldo e preferiscono una temperatura ambientale tra 18 e 20 °C.

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    © CHIRATH PHOTO – shutterstock.com

    Una scrofa in condizioni di stress da caldo spesso non mangia a sufficienza per produrre abbastanza latte, il che si traduce e nell’utilizzo del proprio grasso corporeo per compensare e in minori tassi di crescita dei suinetti fino allo svezzamento. Ciò lascia la scrofa in cattive condizioni corporee e riproduttive, che possono provocarne la riforma. Molte volte, anche la fertilità del verro viene compromessa, contribuendo a ridurre ulteriormente i risultati della riproduzione.

    Servono correzioni alimentari

    Dal momento che l’assunzione di alimenti è uno dei primi e più gravi segni dello stress da caldo, è importante esaminare in maniera critica la gestione e la composizione degli alimenti.

    I cambiamenti nella gestione degli alimenti durante il periodo estivo possono comprendere:

    • aumento della frequenza di alimentazione
    • ricorso ad alimenti umidi ove possibile
    • diminuzione delle porzioni dei pasti
    • nutrizione nei momenti in cui le temperature sono più basse,
    • sviluppo di strategie per controllare qualità, flusso e temperatura dell’acqua

    In presenza di temperature elevate, anche la formulazione degli alimenti deve essere adattata, al fine di garantire che non vengano sprecati nutrienti preziosi e che rimanga a disposizione una quantità sufficiente di energia e di aminoacidi per una crescita sana e per le performance riproduttive.

    Si può utilizzare una formulazione basata su valori energetici netti, che favorisca i grassi, e che riduca i livelli di fibre fermentabili, per limitare la quantità di calore generato dal metabolismo e la degradazione dei nutrienti alimentari. Le correzioni della formulazione possono anche comportare un aumento della densità di nutrienti della dieta, al fine di compensare i livelli minori di assunzione degli alimenti.

    Tuttavia, un’aggiunta di più ingredienti ricchi di energia e proteine può aumentare significativamente il costo della dieta. Pertanto, è importante formulare gli aminoacidi liberi comuni (lisina, metionina, treonina, triptofano), ma anche bilanciare gli aminoacidi a catena ramificata come isoleucina e valina, per ridurre i livelli di proteine senza peggiorare le performance.

    Esistono anche additivi alimentari che possono essere utilizzati per migliorare la digestione dei nutrienti alimentari (per esempio gli enzimi), nonché l’utilizzo dei nutrienti influenzando positivamente il metabolismo degli animali o la neuroregolazione dell’assunzione alimentare, per esempio.

    Il ruolo chiave degli oligoelementi: le soluzioni di Zinpro

    Scegliere la fonte giusta di oligoelementi è fondamentale.

    Zinpro® Performance Minerals® si avvale di una via di assorbimento unica: il trasportatore di aminoacidi. La maniera in cui vengono assorbiti questi elementi, associata al fatto che non vengono degradati a livello gastrico, si traduce in una minore escrezione con le urine e in una maggiore disponibilità dell’elemento per l’animale.

    È noto che Zinpro® Zn, Cu, Mn e Se, parte della gamma di Zinpro Performance Minerals, hanno proprietà antiossidanti e, pertanto, possono giovare alle scrofe in condizioni di stress da caldo. Per esempio, Zinpro Availa Zn migliora la resistenza dell’intestino e potenzia l’immunità delle scrofe.

    Uno studio condotto in Spagna ha esaminato gli effetti di Zinpro® Availa® Sow (contenente 50 ppm Zinpro Availa Zn, 20 ppm Zinpro Availa Mn e 10 ppm Zinpro Availa Cu) più 0,2 ppm Zinpro® Availa® Se.

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    Zinpro® Avalia® Sow

    Queste integrazioni sono state fornite alle scrofe da 45 giorni prima del parto fino alla fine della lattazione. Le scrofe sono state mantenute in condizioni di stress da caldo tra giugno e settembre 2021. Questo studio ha mostrato un aumento significativo di assunzione pre-parto, nonché un apporto di alimenti in lattazione maggiore di 200 g/giorno.

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    Influenza di Zinpro Availa Sow e Zinpro Availa Se sull’assunzione di alimenti in lattazione.

    Probabilmente ciò è dovuto a una migliore salute intestinale, nonché all’aumento dell’immunità e a una migliore gestione dello stress da parte della scrofa.

    I dati relativi a riserve corporee si sono distinti particolarmente.

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    Effetti di Zinpro Availa Sow e Zinpro Availa Se sulla perdita del grasso del dorso e sulla profondità del muscolo lombare.

    Le scrofe che hanno ricevuto Zinpro Availa Sow e Zinpro Availa Se durante la lattazione hanno perso significativamente meno grasso del dorso rispetto a una fonte diversa di oligoelementi (MHA chelati: chelati oligoelementi basati su metionina-idrossi- analogo). Inoltre, contemporaneamente quelle scrofe hanno guadagnato riserve sotto forma di muscolo lombare.

    Conclusioni

    Un lieve aumento di temperatura, congiuntamente a livelli elevati di umidità, può facilmente tradursi in stress da caldo per i suini. Lo stress da caldo è da evitare dal punto di vista della salute e del benessere degli animali, inoltre in tal modo si riducono le perdite economiche, considerando la riduzione delle performance riproduttive nelle scrofe e i tassi di crescita più lenti nei suini in accrescimento/finissaggio.

    Si tratta di due degli impatti diretti più riscontrati dello stress da caldo. La prevenzione si attua associando la gestione della stalla a correzioni della dieta. Se le correzioni nutrizionali non possono mai invertire completamente gli effetti negativi delle temperature elevate, sono però utili. Integrando la dieta con oligoelementi che riducono l’impatto dello stress da caldo, possiamo rendere l’animale più resiliente, affinché affronti meglio i danni visibili e meno visibili.

  • La zootecnia nella visione agricola dell’UE fino al 2040

    La zootecnia nella visione agricola dell’UE fino al 2040

    Il 19 febbraio 2025, la Commissione Europea ha presentato la sua “Visione per l’agricoltura e l’alimentazione”, un piano strategico che guiderà il settore agroalimentare dell’Unione Europea fino al 2040, e che ha lo scopo dichiarato di gettare le basi per “un sistema agroalimentare attrattivo, competitivo, resiliente, orientato al futuro ed equo per le generazioni attuali e future di agricoltori e operatori agroalimentari”.

    Si tratta di un documento che vuole fornire stabilità e prevedibilità a lungo termine per gli agricoltori e gli allevatori, affrontando le sfide emergenti nel contesto della zootecnia, la sostenibilità ambientale e lo sviluppo rurale.

    La Visione pone gli operatori agricoli al centro delle politiche agricole dell’UE, sottolineando l’importanza del ricambio generazionale nel settore. In questo contesto, il ruolo della zootecnia è considerata cruciale per affrontare queste sfide.

    Il documento è stato anche commentato da European livestock voice, che riporta la voce delle principali organizzazioni con sede nell’UE che lavorano attivamente su questioni legate all’allevamento. L’Unione del 2040, viene specificato, “dovrà essere un luogo in cui l’agricoltura e la produzione alimentare prosperano in ogni loro sfaccettatura in tutto il continente, un luogo in cui l’agricoltura attrae le generazioni future e in cui il settore agroalimentare è competitivo, resiliente, equo e pronto alle sfide che lo attendono.

    Il settore della zootecnia dovrà essere attrattivo e garantire agli operatori un reddito che consenta loro di prosperare e di non considerare di abbandonare l’attività, competitivo e resiliente di fronte all’intensificarsi della concorrenza e degli shock globali, pronto alle sfide del futuro e valorizzante le produzioni. Per realizzare questa visione, il sistema agroalimentare europeo dovrà investire e fare leva sulle possibilità di trasformazione offerte dalla ricerca, dalla conoscenza, dalle competenze e dall’innovazione.

    L’importanza economica della zootecnia nell’UE

    L’allevamento viene descritto come una parte essenziale dell’agricoltura, della competitività e della coesione dell’UE, in particolare l’allevamento sostenibile è ritenuto fondamentale per l’economia dell’Unione, la redditività delle zone rurali e la salvaguardia dell’ambiente e dei paesaggi rurali: “Si tratta di un settore in cui l’innovazione può prosperare e apportare benefici tangibili”.

    Il contributo del settore alla stabilità economica delle aree rurali è quindi ritenuto indispensabile, specialmente nelle regioni con limitate alternative economiche. La Visione sottolinea la necessità di rafforzare le economie locali, garantendo che i produttori zootecnici rimangano competitivi e resilienti di fronte alle fluttuazioni del mercato e alla concorrenza globale.

    Il settore zootecnico comunitario, inoltre, richiede una visione a lungo termine che rispetti la diversità e la sostenibilità della produzione zootecnica in tutta Europa. In questo senso, per proteggere questa diversità la Commissione ammette che non è possibile adottare un approccio universale, ma occorrono invece soluzioni territoriali mirate per la competitività e la sostenibilità del settore.

    Un forte impulso potrebbe provenire dalla creazione di condizioni favorevoli allo sviluppo di una “catena di produzione zootecnica di eccellenza”. La Commissione intende quindi avviare un filone di intervento nel settore zootecnico per elaborare percorsi strategici che:

    1. forniscano un’analisi delle sfide del settore, compresa la concorrenza globale;
    2. propongano strumenti adeguati per accompagnare il settore e, se opportune, misure di reciprocità;
    3. cerchino modi per affrontare l’impronta climatica/ ambientale, compresi quelli per valorizzare il legame tra la produzione zootecnica e il mantenimento di prati di valore ambientale e climatico attraverso sistemi di allevamento più estensivi, a vantaggio della conservazione della biodiversità e dei paesaggi;
    4. promuovano gli investimenti, lo sviluppo tecnologico e l’innovazione;
    5. favoriscano lo sviluppo di modelli di produzione sostenibili.

    Sostenibilità ambientale

    Un aspetto fondamentale del documento è rappresentato dalle considerazioni ambientali, dato che saranno necessari notevoli sforzi per ridurre l’impronta ecologica della produzione zootecnica. La strategia in tal senso include l’adozione di pratiche sostenibili per abbassare le emissioni di gas serra, migliorare l’efficienza delle risorse e promuovere la biodiversità.

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    © Todor Stoyanov-Raveo – shutterstock.com

    La Commissione incoraggia pertanto l’implementazione di soluzioni innovative che concilino produttività e conservazione ecologica, enfatizzando che un allevamento sostenibile può essere parte della soluzione alle sfide climatiche.

    Per quanto riguarda le emissioni derivanti dal settore zootecnico, quindi, le raccomandazioni ottenute dal filone di intervento sull’allevamento serviranno da base per lo sviluppo di un pacchetto di misure mirate volte a sostenere il settore e le regioni nei loro sforzi di riduzione delle emissioni.

    Vengono indicati come prioritari la lotta contro i punti critici di inquinamento dovuti ai nutrienti e la promozione di approcci territoriali integrati. Un aspetto fondamentale in questo ambito è la gestione dei nutrienti provenienti dall’allevamento per limitare le esternalità negative, sostenere l’estensivizzazione nelle regioni a elevate concentrazioni di animali allevati e promuovere la circolarità che può contribuire a ridurre l’uso di concimi sintetici.

    La valutazione della Direttiva nitrati, prevista per la fine del 2025 fornirà ulteriori elementi di prova per orientare questa discussione.

    Benessere animale e aspettative sociali

    Soddisfare le richieste sociali per standard più elevati di benessere animale è un’altra priorità evidenziata nella visione. La Commissione Europea sottolinea l’importanza di migliorare il benessere degli animali in tutte le fasi della produzione per allinearsi alle aspettative dei consumatori e alle normative etiche emergenti: a tale scopo la Commissione dichiara di voler perseguire, in linea con le norme internazionali, un maggiore allineamento delle norme di produzione applicate ai prodotti importati, in particolare per quanto riguarda il benessere degli animali, campo in cui intende anche garantire che le future proposte legislative applichino le stesse norme per i prodotti elaborati nell’UE e per quelli importati da Paesi terzi.

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    © Bernd Wolter – shutterstock.com

    Le proposte di revisione delle norme sul benessere animale (compreso l’impegno a eliminare gradualmente le gabbie) prevederanno uno scambio di opinioni con gli allevatori, la filiera alimentare e la società civile, e saranno comunque basate sui dati scientifici più recenti.

    Questa revisione mirata della normativa in materia di benessere degli animali offrirà l’opportunità di applicare tale approccio in modo conforme alle norme del WTO e sulla base di una valutazione d’impatto. Inoltre, per rispondere alle aspettative della società, la Commissione valuterà la definizione di un’etichettatura mirata in relazione al benessere degli animali.

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    © Habib CREATIVE – shutterstock.com

    Maggiore competitività

    Per rafforzare la competitività e la resilienza del settore agricolo e zootecnico, la Commissione intende presentare, quale prerequisito, un pacchetto per la semplificazione delle politiche UE (pur preservando il contributo agli obiettivi sociali), proporrà un’estensione dell’etichettatura del Paese di origine in linea con le specificità del settore e con le norme del mercato unico e intensificherà la sua politica di promozione.

    Altro punto qualificante della visione è il ruolo cruciale dell’innovazione e della ricerca nel trasformare il settore zootecnico. Investire in nuove tecnologie e pratiche può migliorare la produttività, ridurre l’impatto ambientale e affrontare le sfide sanitarie. La Commissione si impegna quindi a sostenere iniziative che promuovano l’adozione di tecnologie avanzate e la condivisione delle migliori pratiche tra gli Stati membri.

    In conclusione, con la “Visione per l’agricoltura e l’alimentazione” la Commissione Europea delinea un percorso per il futuro del comparto della produzione agroalimentare nell’UE, nel quale il settore zootecnico dovrà essere sostenibile, competitivo e in linea con le aspettative della società. Per la realizzazione degli obiettivi, tuttavia, sarà necessario non solo il lavoro delle istituzioni politiche, ma anche che “le nuove generazioni di agricoltori, operatori agroalimentari, consumatori informati e comunità rurali subentrino all’attuale generazione come imprenditori, custodi del paesaggio e agenti del cambiamento”.

    Vi è infine la consapevolezza che alcuni di questi temi temi sono sensibili e che spesso non trovano facilmente consenso nella società, in particolare gli aspetti relativi all’alimentazione, al settore zootecnico e al futuro della PAC. Per questo motivo sono avviati ulteriori filoni di lavoro al fine di elaborare tali questioni e trovare soluzioni in stretta collaborazione con i portatori di interessi e i responsabili politici competenti.

  • Meningioma e glioma nel paziente felino: dalle forme asintomatiche al debulking

    Meningioma e glioma nel paziente felino: dalle forme asintomatiche al debulking

    Le neoplasie primarie del sistema nervoso centrale (SNC) sono rare nel gatto (circa 3,5 casi ogni 100.000, secondo alcuni studi); alcune sono però più comunemente diagnosticate in questa specie: il meningioma e il glioma (astrocitoma, oligodendroglioma e, meno frequentemente, ependimoma). La diagnosi e la classificazione seguono i criteri utilizzati per i tumori nell’uomo e si basano principalmente sulle caratteristiche del tipo cellulare, sul suo comportamento patologico, sulla localizzazione e su studi di immunoistochimica.

    Meningioma

    Il meningioma, rappresentando nel gatto l’85% dei tumori cerebrali primari, è la neoplasia primaria del SNC più comune in questa specie; meno frequenti sono i meningiomi del midollo spinale. Questi tumori colpiscono prevalentemente gli animali adulti e anziani (dai 3 a 18 anni) e, secondo alcuni autori, sono descritti con maggiore frequenza nei gatti maschi e nella razza Comune europeo nei soggetti a pelo corto; tuttavia, questi dati non sono statisticamente significativi e potrebbero essere causati da una maggior rappresentanza di tali soggetti all’interno della popolazione.

    Il meningioma origina dalle cellule aracnoidee che rivestono i villi aracnoidei e ha un comportamento generalmente benigno, anche se sono descritti casi di invasione del tessuto cerebrale extradurale (ad esempio attraverso la lamina cribrosa etmoidale e la cavità nasale).

    I segni clinici

    La crescita lenta porta a segni clinici insidiosi e progressivi, che possono essere direttamente associati alla neoplasia o dovuti agli effetti secondari della massa tumorale (ernia attraverso il forame magno nel 95% dei casi o edema peritumorale). I segni clinici consistono principalmente in alterazioni della coscienza, crisi epilettiche, atassia, visione compromessa, circling, deficit vestibolari e paresi.

    postura-decerebrazione-gatto-meningioma
    Postura da decerebrazione in un gatto con meningioma e gravi segni di aumentata pressione intracranica. Per gentile concessione Ambulatorio veterinario dott. Caglieri A. (Vimercate, MB).

    Tuttavia, nel gatto circa il 20% dei meningiomi è clinicamente asintomatico e tali neoplasie possono rappresentare reperti occasionali in sede autoptica.

    Dal punto di vista macroscopico, i meningiomi sono tipicamente tumori capsulati, di colore bianco o giallo pallido, solidi, di forma ovoidale o similari, sebbene a volte si presentino sottoforma di placche (specialmente quando localizzati sul pavimento della cavità cranica, a sede soprasellare o in prossimità del chiasma ottico).

    Circa il 75% dei meningiomi è sovratentoriale, mentre solo una piccola percentuale (circa il 10%) si trova in posizione sottotentoriale. I tumori sovratentoriali si trovano principalmente nei lobi parietale, temporale, frontale, occipitale, nel diencefalo e nella falce cerebrale, mentre quelli sottotentoriali colpiscono principalmente il cervelletto.

    Generalmente si osservano tumori singoli, anche se nei gatti è riportata un’incidenza elevata di meningiomi multipli (17%), per cui il consiglio personale è sempre quello di eseguire uno studio completo del sistema nervoso centrale, soprattutto nel caso in cui questi tumori possano interessare anche il midollo spinale.

    La maggior parte dei meningiomi nei gatti non infiltra il neuroparenchima e ha un comportamento clinico benigno; tuttavia, questi tumori possono invadere strutture adiacenti come la lamina cribrosa e la cavità nasale e non di rado si può osservare un ispessimento dell’osso attiguo alla neoplasia (iperostosi del calvario).

    I meningiomi prevalenti nei gatti sono di tipo transizionale, fibroso, psammomatoso e meningoteliale. I meningiomi angiomatosi, papillari e anaplastici sono invece raramente riportati. Il tipo psammomatoso, in particolare, si distingue per la presenza di calcificazioni o depositi di granuli (ad es. colesterolo) al loro interno.

    Diagnosi e gestione

    La diagnosi di meningioma si effettua tramite diagnostica per immagini e la risonanza magnetica (RM) rappresenta la metodica più accurata nel rilevare le masse tumorali in questione. Il meningioma in RM presenta tipicamente margini distinti e netti, è isointenso o ipointenso nelle immagini pesate T1, iperintenso e eterogeneo nelle immagini pesate T2, e mostra una captazione contrastografica da moderata a marcata.

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    Risonanza magnetica di un gatto in proiezione sagittale e trasversa con un’importante massa extradurale iperintensa nelle sequenze T1 pesate (A, C) e iperintensa nelle sequenze T1 post-contrasto (B, D).
    Per gentile concessione Clinica veterinaria Valcurone (Missaglia, LC).

    Alcuni meningiomi possono presentare segni come il “dural tail” piuttosto che una presa di contrasto a forma di anello o edema peritumorale.

    La conferma diagnostica si basa sulla valutazione istologica e in particolare sull’immunoistochimica (IHC) per identificarne i sottotipi. L’IHC, nello specifico, permette di rilevare la presenza di marcatori proteici all’interno delle cellule (vimentina, CD34 ed E-caderina), fornendo indicazioni sulla loro origine e sul grado di differenziazione.

    La presenza, all’interno dei meningiomi, di linfociti T (CD3+), cellule istiocitiche (Iba1+) e, in una parte dei casi, linfociti B (Pax5+) rimane invece ancora da chiarire, e la loro caratterizzazione potrebbe aprire nuove strade per future ricerche focalizzate sull’immunoterapia di questi tumori.

    Il trattamento di scelta per il meningioma nei gatti è la chirurgia, poiché questi tumori sono solitamente asportabili in toto, con tempi di sopravvivenza postoperatori di circa 2 anni. La recidiva è possibile, con percentuali fino al 20%, tuttavia, sono possibili anche seconde resezioni chirurgiche. La radioterapia può essere impiegata come terapia adiuvante o nei casi in cui il trattamento chirurgico non risulti eseguibile.

    Glioma

    Il glioma origina dalle cellule immature subependimali o dai precursori gliali del cervello e del midollo spinale, e rappresenta la seconda neoplasia primaria del SNC più frequente nel gatto (8% dei tumori intracranici). Si distinguono diversi tipi di gliomi a seconda del fenotipo gliale, per cui si può parlare di astrocitoma (il più comune), ependimoma, oligodendroglioma; esistono anche altri sottotipi rari come il glioma non classificato, i gliomi diffusamente infiltranti (gliomatosi cerebrale) e la gliomatosi leptomeningea.

    • Astrocitomi e oligodendrogliomi si localizzano principalmente nel telencefalo, seguiti da midollo spinale, tronco encefalico e cervelletto. Astrocitomi e oligodendrogliomi intraventricolari sono stati solo raramente riportati. I gliomi del midollo spinale si verificano più frequentemente nel segmento cervicale, ma la ragione di questa predilezione anatomica rimane sconosciuta.
    • Gli ependimomi derivano dalle cellule gliali radiali, sono tipicamente intraventricolari e si localizzano principalmente nei ventricoli laterali, nel terzo e nel quarto ventricolo. Ependimomi del midollo spinale ed ependimomi encefalici extraventricolari sono raramente riportati.

    In risonanza magnetica i glomi si mostrano come masse intraparenchimali tipicamente ipointense nelle immagini pesate in T1, e da ipointense a iperintense nelle immagini pesate in T2, con una variabile presa di contrasto che spesso si evidenzia “ad anello”. La presa di contrasto ad anello è tuttavia aspecifica: la troviamo infatti sia in altri tipi tumorali che in altre lesioni (ad esempio negli ascessi).

    La diagnosi si basa sull’esame istologico e, ancora una volta, sull’IHC per confermare la linea cellulare di origine (ad esempio, GFAP per gli astrocitomi e OLIG2 per gli oligodendrogliomi).

    Escissione chirurgica più impegnativa o non fattibile

    A differenza dei meningiomi felini che sono tipicamente ben delimitati ed extra-parenchimali, i gliomi sono intra-parenchimali e possono essere infiltrativi, e ciò rende l’escissione chirurgica più impegnativa o non fattibile.

    La riduzione chirurgica (debulking) combinata con radioterapia e terapia palliativa con corticosteroidi è stata descritta in un piccolo numero di gliomi felini, con tempi di sopravvivenza fino a 6 mesi. Tuttavia, dato il basso numero di studi, i dati non sono attendibili come nel paziente canino.

    Le informazioni sul comportamento biologico come l’espressione di Ki67, per esempio, suggerisce una correlazione con il grado tumorale, ma sono necessari ulteriori studi con casistiche più ampie per validare questo rilievo. La composizione immunitaria dei gliomi è simile a quella riscontrata nei meningiomi, con una prevalenza di linfociti T e cellule istiocitiche.

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    Principali tumori primari del sistema nervoso centrale del gatto.

    Tra le altre neoplasie del SNC nel gatto compare il linfoma

    Altre neoplasie del SNC sono rare nel gatto e descritte in un numero limitato di singoli casi. Tra queste si riportano le neoplasie del plesso coroideo (cistoadenoma, oncocitoma) che sono tumori intraventricolari, le neoplasie embrionali (medulloblastoma, neuroblastoma olfattivo, tumore neuroectodermico primitivo), i tumori a cellule granulari (GCT) e i tumori a cellule rotonde (linfoma, sarcoma istiocitico).

    Sebbene il linfoma del SNC (che si verifica come parte di un linfoma multisistemico) sia il secondo tumore intracranico più comune e il tumore del midollo spinale più comune nei gatti, il linfoma primario del SNC è raro e rappresenta meno del 3% di tutte le neoplasie primarie del SNC in questa specie.

    La diagnosi di un linfoma primario del SNC può essere impegnativa, in quanto richiede un esame approfondito dei tessuti extraneurali per escludere altri potenziali siti interessati dal tumore.

    Il linfoma primario del SNC colpisce tipicamente i gatti adulti e i segni clinici variano a seconda della neurolocalizzazione delle cellule neoplastiche. Sebbene le lesioni macroscopiche possano essere assenti nella maggior parte dei casi, i tumori possono apparire come masse bianche o grigie all’interno del neuroparenchima o delle meningi.

    Nel midollo spinale, i linfomi si verificano principalmente all’interno degli spazi epidurali, ma sono meno spesso intraparenchimali.

    Istologicamente, i linfomi del SNC si presentano come una distinta neoplasia neuroparenchimale o come un’infiltrazione perivascolare diffusa in tutto il neuroparenchima e le leptomeningi. I casi con distribuzione perivascolare possono mimare una meningoencefalite e rendere difficile la diagnosi o fornire immagini non diagnostiche in risonanza magnetica.

    La maggior parte dei linfomi primari del SNC vengono riportati come linfomi a cellule T. La letteratura pubblicata sui tumori del sistema nervoso centrale del gatto è purtroppo scarsa rispetto a quanto presente per la specie canina, e consta di studi con casistiche ridotte o case report.

    L’augurio personale è che l’intrigante aspettativa dei campi di ricerca, in particolar modo dell’immunoistochimica, dell’ingegneria genica e dell’immunoterapia, possa riempire rapidamente le lacune scientifiche che separano la Medicina Veterinaria da quella Umana e possa fornire strumenti terapeutici mirati ed efficaci nel trattamento dei tumori degli animali da compagnia.

    Per saperne di più:

  • Stampa 3D in ortopedia: il futuro è oggi

    Stampa 3D in ortopedia: il futuro è oggi

    Durante la prima giornata del congresso SITOV (Società Italiana Traumatologia e Ortopedia Veterinaria) i relatori intervenuti hanno offerto una trattazione panoramica dei metodi e dei materiali disponibili per l’impiego della tecnologia 3D in ortopedia veterinaria.

    Cosa si può fare con la stampa 3D in ortopedia

    Il dott. Andrea Pratesi (DVM, PhD, Cert. SAS, Dipl. ECVS, EBVS, Clinica Veterinaria San Marco, Padova) ha affrontato il ruolo della stampa dei modelli 3D nella pratica ortopedica veterinaria.

    La stampa non industriale di parti e componenti utili allo svolgimento delle chirurgie ortopediche viene realizzata partendo dall’acquisizione di un’immagine ottenuta con tomografia computerizzata (TC), convertita poi tramite software dedicati in immagine 3D digitale la cui elaborazione e modellamento risultano poi in prototipi digitali da poter così stampare in 3D; in tal modo è possibile ottenere modelli anatomici e strumenti chirurgici dedicati al paziente (come le guide di taglio), utili sia a scopo didattico e formativo sia per la programmazione delle chirurgie, oltre a tutori personalizzati e protesi custom made temporanee o anche permanenti.

    stampa-3d-protesi-custom-made
    Esempio di studio di protesi custom made.
    Fonte: arstech.it.
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    Esempio di progettazione di un impianto per stabilizzazione vertebrale.
    Fonte: arstech.it.

    Il chirurgo può quindi disporre di una miglior consapevolezza di ciò che gli si presenterà sul tavolo operatorio e di come affrontarlo, apportando come vantaggio anche una riduzione dei tempi anestesiologici.

    Una questione di ruoli

    Le figure che interagiscono in questo processo sono identificate nel medico veterinario e nell’ingegnere biomedico. Da diverse review di Medicina Umana si evince che il ruolo del chirurgo si deve man mano interfacciare, durante il processo decisionale e di progettazione della chirurgia, con altre figure quali quella del radiologo e del bioingegnere soprattutto, nella fase di acquisizione ed elaborazione delle immagini.

    Questo tipo di interazione in Medicina Veterinaria risulta alquanto difficoltoso e il chirurgo si assume spesso la responsabilità delle fasi di acquisizione delle immagini e talvolta della loro elaborazione, tappe che probabilmente costituiscono un anello debole del processo e nelle quali la figura del bioingegnere torna invece utile e può esprimere la sua potenzialità.

    Tale difficoltà nella ripartizione dei ruoli porta a due rischi principali:

    • la “ingegnerizzazione del veterinario”, che per eccesso di zelo si dedica alla progettazione di parti e componenti di cui andrebbero valutate caratteristiche come la forma, la dimensione, la struttura, il materiale e le simulazioni di carico (tutte competenze non proprie del medico);
    • la “veterinarizzazione dell’ingegnere” derivata da una mancata comunicazione con il professionista medico veterinario.

    È stato così sottolineato che la chiave per una buona riuscita in questa dinamica d’interazioni è proprio la comunicazione, perché è auspicabile che il medico veterinario si preoccupi di mettere al corrente il bioingegnere di criticità come l’approccio chirurgico, complessità anatomiche, dove e come posizionare gli impianti di stabilizzazione; mentre il bioingegnere dovrà preoccuparsi di investigare tali aspetti nell’ottica di una progettazione ottimale. Pertanto, quella tra medico veterinario e bioingegnere non va concepita come una sfida, bensì una stretta e solida collaborazione.

    Da dove partire

    Entrando nello specifico, il prof. Tommaso Banzato (PhD, prof. associato, Università degli Studi di Padova) ha evidenziato quanto sia importante già all’inizio del processo un’ottimale acquisizione delle immagini TC: disporre subito di immagini TC di alta qualità infatti le rende funzionali e utili alla realizzazione del modello 3D digitale e infine stampato.

    A tal proposito, assume importanza l’approccio anestesiologico: per acquisire immagini tomografiche adeguate il paziente dev’essere assolutamente immobile durante lo svolgimento dell’esame; sono quindi necessarie l’intubazione ed eventualmente anche la ventilazione.

    Importante è poi il posizionamento corretto dell’animale, soprattutto per quanto riguarda gli arti posteriori; allo scopo può essere utile l’utilizzo di nastri che stabilizzino la posizione.

    Infine è necessario considerare i seguenti parametri radiografici (vedere tabella):

    mAs (milliampère/secondo): influisce sulla definizione dell’immagine, in quanto inversamente proporzionale al rumore (disturbo) della stessa. Il valore ideale per le TC ortopediche è considerato tra i 180 e i 250 mAs (le più moderne macchine TC sono in grado di adattare tale parametro in automatico a seconda della regione anatomica presa in esame);

    kV (kilovolt): un maggior valore di kV corrisponde a una maggior capacità di penetrazione dei raggi X, ma non sempre i macchinari prevedono la possibilità d’impostare tale valore;

    spessore della fetta: equivale allo spessore della sezione analizzata ed è il parametro che più condiziona la qualità dell’immagine, per cui è necessario trovare un equilibrio tra lo spessore della fetta e il grado di riscaldamento del tubo radiogeno; si stima infatti che, ai fini ortopedici, lo spessore ottimale sia da considerarsi uguale o inferiore a 1 mm. Un tipo di artefatto legato a tale parametro è l’artefatto da volume parziale, risultato di una media tra le diverse densità di due spessori di fetta;

    pitch: esprime la relazione tra il movimento del tavolo e lo spessore della fetta e al suo diminuire corrisponde una maggior qualità dell’immagine ottenuta. Nel tendere a un valore minimo del pitch va anche considerato l’aumento associato dello stress del tubo radiogeno con relativo riscaldamento;

    kernel di costruzione: si tratta di un algoritmo che si traduce in un filtro da poter applicare all’immagine prodotta anche in un secondo momento per poterlo adattare in modo ottimale; tale opzione varia a seconda del macchinario e dello spessore della fetta e produce un impatto molto importante sulla qualità del processo di produzione dell’immagine;

    fov (field of view): parametro che si riferisce al volume rappresentato in immagine, ovvero il corrispondente tridimensionale dei pixel (voxel); ne consegue che un fov minore rappresenta una superficie minore, dunque più dettagliata.

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    Parametri radiografici ideali per un’acquisizione delle immagini TC ottimale, finalizzata alla produzione di immagini e stampe 3D.

    Tra le accortezze da avere durante lo svolgimento dell’esame tomografico, oltre ovviamente a quella di evitare materiali e oggetti metallici, vi è quella di puntare al posizionamento più fisso possibile del paziente sul tavolo onde evitare artefatti prodotti dalle vibrazioni del tavolo durante l’esame; tali artefatti tra l’altro, se lievi, non vengono rilevati nell’immagine tomografica ma solo nell’immagine in 3D.

    La parola all’ingegnere

    Spiegando il ruolo degli aspetti ingegneristici in questo processo, l’ing. Matteo Bonacina (Ing. Biomedicale, Ars & Technology Srl*), ha mostrato quali siano i principali materiali in uso oggi per la produzione di modelli e impianti 3D destinati alla chirurgia ortopedica.

    I meccanismi di produzione sono di due tipi: sottrattivo e additivo; nel primo caso si ricorre all’utilizzo di frese che sottraggono appunto materia a un blocco originale (ad esempio, di titanio) per raggiungere man mano la struttura e la forma desiderata. Questo processo produce molto materiale di scarto ed è di più difficile realizzazione. Per quanto riguarda la stampa con produzione additiva, invece, si ricorre all’utilizzo di stampanti che sovrappongono gradualmente strati di materiale sino a raggiungere la forma voluta, con minor spreco di materiale.

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    Produzione per additiva tramite selective laser melting.
    Fonte: goldsupplier.com.

    I materiali

    I tipi di materiali utilizzati per la stampa 3D in ambito chirurgico hanno la caratteristica di essere biomateriali, ovvero impiantabili e biocompatibili, che non arrecano danno ai tessuti circostanti e sono in sintonia con l’organismo.

    Ad oggi uno dei materiali principalmente utilizzati è il titanio 23 (una lega di titanio e altri elementi) considerato a tutti gli effetti medicale e con un’elevata tenacia. I componenti in titanio vengono stampati prevalentemente tramite il selective laser melting, un processo “per additiva” che prevede la fusione di polvere di titanio tramite un raggio laser con uno spot di 55 micron che va a sovrapporre man mano più strati sino a raggiungere la forma voluta. Il componente ottenuto viene poi ripulito dai residui di polvere e subisce un trattamento termico paragonabile alla tempra, che va a riorganizzare la struttura della lega conferendole maggior resistenza.

    Un altro materiale è il PEEK (polietere etere chetone), polimero termoelastico organico, anche detto “re dei polimeri”, spesso utilizzato in Medicina Umana per le sue prestazioni molto elastiche. I componenti in PEEK sono ottenuti tramite produzione per sottrattiva” o tramite stampa a filo (un filamento di materiale viene fuso ed estruso su una piastra a caldo sovrapponendo man mano gli strati per ottenere la forma voluta).

    La scelta di uno o dell’altro materiale viene operata secondo criteri quali la dimensione del componente, il tipo di carico che dovrà sopportare, l’area anatomica su cui andrà applicato e la funzione che dovrà svolgere.

    Come guida generale è consigliabile l’uso di titanio per la produzione di mesh (reticoli), endoprotesi, placche di fissaggio, ovvero strutture che devono sopportare un determinato carico.

    L’utilizzo del PEEK invece è da preferire per strutture che non devono sostenere un grande carico come, ad esempio, quelle della regione maxillo-facciale, dove la funzione che devono svolgere è soprattutto il recupero di volume anatomico perso. Inoltre questo materiale ha il vantaggio di poter essere modellato direttamente in sala operatoria (a differenza del titanio) e non è termoconduttore, per cui non si scalda facilmente come potrebbe fare invece una protesi in titanio alla sola esposizione alla luce solare. Di contro, il PEEK non si presta all’osteintegrazione ed è attualmente molto costoso.

    I prodotti

    Il relatore ha successivamente chiarito il ruolo di un’azienda che si occupa di bioingegneria e della stampa di componenti 3D nel settore ortopedico. Ciò a cui si punta è la produzione di modelli personalizzati sul paziente e sulle esigenze del chirurgo che ne usufruirà; a tale scopo la collaborazione si deve instaurare sin dal principio della produzione, con la corretta individuazione delle parti anatomiche su cui si andrà a intervenire e delle strutture di maggior interesse.

    Tra gli strumenti utili alla chirurgia ortopedica, possono essere prodotte dime di taglio e relative flange di taglio in titanio (autoclavabile e resistente) o resina; contemporaneamente, è possibile studiare e prevedere i punti di fissaggio di una placca.

    Altro strumento utile è il mesh, per la cui realizzazione il chirurgo può predisporre la posizione dei punti di ancoraggio, grazie alla collaborazione tra le figure professionali in gioco: per mezzo di un apposito software viene prodotta l’immagine 3D e successivamente la stampa di una rete in titanio utile allo scopo prefissato.

    Un altro prodotto realizzabile è rappresentato dalle trame in 3D, ancora in titanio, che grazie alla loro architettura conferiscono un minor peso alle protesi e una struttura favorevole a una maggior osteointegrazione, obiettivo molto importante per la riuscita ottimale di una chirurgia che prevede l’interazione di tessuto osseo e materiali non organici come quelli protesici.

    Come fare in pratica?

    Entrando nel vivo dell’argomento, il dott. Fabio Frazzica (DVM, CertAVP (GSAS), PgDip VPS, MRCVS, Vet Hospital H24, Firenze) ha illustrato come creare nella pratica le guide di taglio tramite software dedicati, prendendo in considerazione alcuni degli aspetti fondamentali quali:

    • la morfologia ossea locale: la guida deve poter aderire perfettamente all’osso, per cui è necessario prestare attenzione a sporgenze ossee, depressioni, creste e solchi, considerando che superfici sottili o irregolari possono non essere ottimali per l’ancoraggio dei componenti;
    • i punti di repere: devono essere facilmente identificabili sul paziente partendo dall’immagine 3D;
    • lo spazio per gli strumenti e l’accesso chirurgico: devono garantire ergonomia e visibilità;
    • le strutture anatomiche da evitare (vasi, nervi, strutture legamentose e tendinee ecc.), prestando particolare attenzione alle cartilagini che sull’immagine TC non vengono normalmente visualizzate;
    • la stabilità della guida sull’osso, che dev’essere garantita;
    • la compatibilità con i componenti finali, che dev’essere garantita.

    Ciò che caratterizza i modelli ottenuti tramite stampa 3D è: un minor tempo intercorso tra progettazione e realizzazione; una maggior precisione; la produzione di strati più o meno spessi e una diminuzione di peso dei componenti. In Medicina Umana sono documentate evidenze scientifiche che attestano una maggior precisione nelle osteotomie, una diminuzione delle radiazioni a cui vengono sottoposti i pazienti, una minor durata degli interventi e infine costi inferiori; in Medicina Veterinaria poi è indiscutibile una maggior precisione dei tagli rispetto a quelli eseguiti a mano libera.

    Risulta quindi evidente come la stampa di componenti 3D dedicati alla chirurgia ortopedica sia uno strumento utile e all’avanguardia sotto vari aspetti: è infatti in grado di migliorare l’efficienza e la qualità delle chirurgie, curando non solo gli aspetti intraoperatori ma anche e soprattutto quelli preoperatori, prevedendo un’accurata progettazione di tutto il processo produttivo.

    La buona riuscita dell’intervento chirurgico è quindi il risultato di una sinergia di risorse che prevede il coinvolgimento di più figure, nella fattispecie quelle del medico veterinario chirurgo, del radiologo e del bioingegnere. La somma di tutti questi fattori porta a un risultato di cui beneficiano i medici ma anche e soprattutto i pazienti.