Blog

  • Intelligenza artificiale: scenari, opportunità e minacce nel mondo veterinario

    Intelligenza artificiale: scenari, opportunità e minacce nel mondo veterinario

    Negli ultimi anni, l’evoluzione tecnologica e l’emergere dell’Internet of Everything (IoE) hanno dato vita a cambiamenti epocali in numerosi settori, tra cui quello della Medicina Veterinaria. Di tutto questo si è parlato in due interessanti meeting online organizzati da FNOVI, affidati a Claudio Gallottini, medico veterinario e PhD, pioniere in questo settore. Nel primo di questi incontri Gallottini ha approfondito l’impatto dell’intelligenza artificiale (AI) in ambito veterinario, con uno sguardo rivolto al futuro.  

    Tecnologie innovative

    Gallottini ha iniziato nei primi anni 2000 a interessarsi alle nuove tecnologie in ambito di realtà virtuale e comunicazione.

    Nel 2019, ha organizzato il primo progetto pilota, realizzato grazie a Google glass, introducendo strumenti di controllo da remoto nella sicurezza alimentare, per consentire verifiche precise ed efficienti senza la presenza fisica degli ispettori sul luogo.

    Nel 2021, il secondo progetto pilota, in collaborazione con Microsoft, ha portato a ulteriori innovazioni nella sicurezza alimentare, grazie all’utilizzo della realtà aumentata per le ispezioni a distanza, un progresso significativo nel contesto delle limitazioni imposte dalla pandemia.

    Nel 2023, durante l’IAFP (International Association for Food Protection), l’attenzione si è spostata sull’uso professionale degli smart glasses nelle stalle: questi dispositivi possono essere utilizzati per monitorare in tempo reale il benessere degli animali e la prevenzione delle malattie, facilitando inoltre la comunicazione tra veterinari ed esperti a distanza. Sembrano passati secoli, ma solo pochi decenni ci separano da un’epoca in cui tutti gli incontri potevano svolgersi solo in presenza fisica!

    L’AI e il Metaverso hanno rappresentato una svolta cruciale nella conferenza di Dubai del 2024, illustrando un approccio personalizzato alle ispezioni sanitarie che unisce realtà aumentata, AI e ambienti virtuali, per migliorare ulteriormente sicurezza e igiene alimentare.

    Nel 2025, a Madrid, si sono affrontati argomenti chiave quali le procedure di biosicurezza per prevenire la diffusione dell’influenza aviaria negli allevamenti di pollame e l’impiego delle tecnologie IoT nelle ispezioni veterinarie durante le crisi sanitarie, sottolineando come la tecnologia possa essere fondamentale in situazioni di emergenza.

    In Italia, il progetto Vet Alliance, che coinvolge dodici Regioni e una Provincia autonoma, ha formato veterinari ufficiali su normative e procedure per l’esportazione verso gli USA, riflettendo l’importanza strategica e l’internazionalizzazione della medicina veterinaria grazie anche al supporto dell’AI.

    Intelligenza artificiale: cos’è?

    Ma partiamo dall’inizio: cos’è, esattamente, l’intelligenza artificiale? Secondo Gallottini, l’AI è un campo della scienza informatica che mira a creare sistemi capaci di apprendere, ragionare, pianificare, interpretare il linguaggio umano, riconoscere immagini e interagire con l’ambiente circostante. Grazie a sofisticati algoritmi e modelli matematici, le intelligenze artificiali analizzano enormi quantità di dati (i cosiddetti “big data”). Grazie a questa elaborazione, l’AI è in grado di riconoscere schemi ricorrenti e correlazioni significative, di predire eventi futuri con una buona accuratezza e di svolgere autonomamente o semi- autonomamente numerosi compiti.

    Tuttavia, un concetto fondamentale da comprendere è che l’AI non può e non deve essere considerata uno strumento isolato. Il suo potenziale si esprime al meglio quando viene integrata e utilizzata insieme a una molteplicità di altri strumenti. I software gestionali per i clienti, i programmi per la refertazione clinica o per la fatturazione, e persino le piattaforme per la pubblicazione di news e aggiornamenti come WordPress, possono oggi beneficiare notevolmente dell’integrazione con sistemi AI. Questo nuovo approccio prende il nome di “AI First”, indicando come l’intelligenza artificiale diventi un vero e proprio acceleratore di prestazioni.

    Siamo entrati in una nuova era: l’era dell’intelligenza artificiale. In questa era diventa fondamentale individuare chiaramente quali parti del proprio lavoro possono essere integrate e potenziate con l’intelligenza artificiale, al fine di ottenere miglioramenti concreti nelle proprie performance.

    Un altro aspetto cruciale da tener presente è l’addestramento continuo delle piattaforme AI attraverso il feedback degli utilizzatori. L’AI apprende infatti anche dalle risposte degli utenti, evidenziando eventuali errori o imprecisioni. Questo processo di apprendimento continuo rende possibile settare risposte sempre più accurate e calibrate su specifici profili professionali, esperienze e aspettative individuali.

    Per interagire efficacemente con l’intelligenza artificiale, è fondamentale utilizzare domande di qualità, definite “prompt”. Un buon prompt permette di ottenere risposte più accurate ed efficienti dalla macchina, evitando la logica del “garbage in, garbage out” (letteralmente “spazzatura in entrata, spazzatura in uscita”), ovvero l’importanza fondamentale della qualità delle informazioni inserite nel sistema. In questo contesto, è cruciale comprendere anche alcuni termini chiave:

    • AI (Artificial Intelligence). Tecnologia che permette a una macchina di simulare capacità cognitive umane.
    • Machine Learning (ML). Sottocategoria di AI che consente alle macchine di apprendere dai dati senza una programmazione esplicita.
    • Deep Learning (DL). Specializzazione del ML basata su reti neurali artificiali per analizzare dati complessi, come immagini o testo.

    Le AI si distinguono generalmente in:

    • Narrow AI: sistemi che svolgono compiti specifici (es. riconoscimento delle immagini);
    • General AI: sistemi capaci di svolgere qualsiasi compito umano adattandosi a vari contesti;
    • Super AI (ASI): sistemi teorici di intelligenza superiore a quella umana.

    Sul mercato sono oggi disponibili diversi modelli di intelligenza artificiale, che possono essere classificati principalmente in due categorie: generalistici e verticali. Tra i modelli generalistici più famosi e diffusi troviamo, ad esempio, Open AI, originariamente fondata come azienda no profit da figure di spicco come Sam Altman ed Elon Musk e oggi leader del settore con prodotti come ChatGPT; Google, che permette di integrare l’intelligenza artificiale con le sue piattaforme quotidiane come Gmail, YouTube e Meet; Anthropic, orientata principalmente al business e fondata da imprenditori italiani.

    Oltre a questi, ci sono altri importanti protagonisti nel panorama mondiale dell’intelligenza artificiale: X-Grok, fondata da Elon Musk e orientata alla ricerca avanzata di dati aggiornati; DeepSeek, di origine cinese e forte competitor diretto di ChatGPT; i modelli gratuiti offerti da Meta, fondata da Mark Zuckerberg; infine, Perplexity, che inizialmente si è affermata come motore di ricerca per poi evolvere in una piattaforma AI.

    Parallelamente esistono le AI Verticali, specificamente progettate per precise funzioni o attività. Oggi esistono directory come “There is an AI for that”, che conta oltre 28.000 strumenti di intelligenza artificiale suddivisi per settore, oppure “Supertools di Rundowndot.AI”, dedicata a settori come viaggi, formazione e finanza. È possibile consultare persino siti web come GitHub.com, che offrono liste dettagliate e aggiornate degli strumenti AI disponibili.

    Intelligenza artificiale in Veterinaria: cosa c’è oggi?

    Ma come siamo messi, nel nostro settore? Gli scenari attuali dell’applicazione dell’intelligenza artificiale nellaMedicina Veterinaria sono già importanti in diversi ambiti:

    • diagnostica per immagini e citologia digitale, dove l’intelligenza artificiale migliorerà rapidità e precisione delle diagnosi;
    • sistemi di supporto decisionale clinico (CDSS) sempre più integrati nei software gestionali veterinari, con dati anamnestici, sintomatologici e ambientali;
    • sorveglianza epidemiologica, con l’intelligenza artificiale come standard per prevedere focolai zoonotici;
    • personalizzazione della nutrizione e delle terapie, grazie a sistemi AI che sfruttano dati individuali e ambientali raccolti attraverso wearable e sensori;
    • telemedicina veterinaria avanzata, con monitoraggio remoto continuo e interventi preventivi basati su modelli predittivi;
    • automazione dei processi zootecnici e di biosicurezza, attraverso l’utilizzo di sistemi autonomi e robotici che gestiranno monitoraggio comportamentale, diagnostica precoce e trattamento automatizzato;
    • tracciabilità e certificazione del benessere animale, grazie a sistemi AI, con impatto positivo sulla reputazione e competitività a livello internazionale.

    Nell’ambito delle diverse branche dell’attività veterinaria, oggi esistono strumenti basati sull’intelligenza artificiale estremamente innovativi. Ne abbiamo riassunti alcuni.

    tabella-strumenti-intelligenza-artificiale-clinica-pet
    Strumenti AI nella Clinica Veterinaria per animali da compagnia.

    A questi possiamo aggiungere anche due strumenti per la sorveglianza zoonosi e One Health quali EpiWATCH (sistema AI che integra dati veterinari, sanitari e ambientali per monitorare malattie zoonotiche come influenza aviaria e peste suina africana) e Metabiota: piattaforma predittiva pandemica utilizzata da enti governativi e multinazionali agroalimentari per monitorare e anticipare possibili emergenze sanitarie. Queste soluzioni innovative mostrano come l’intelligenza artificiale stia trasformando radicalmente il settore della Medicina Veterinaria, consentendo analisi più rapide, precise e preventive, capaci di migliorare significativamente la salute e il benessere animale, nonché la sicurezza alimentare globale.

    tabella-strumenti-intelligenza-artificiale-animali-da-reddito
    Strumenti di intelligenza artificiale per animali da allevamento.

    Fulcro di questi cambiamenti sono anche i centri di eccellenza accademici come l’Università di Cornell, che rappresentano modelli di integrazione tra veterinaria e tecnologie AI, con risorse dedicate.

    tabella-strumenti-intelligenza-artificiale-sicurezza-alimentare
    Applicazioni dell’Intelligenza Artificiale nella Sicurezza Alimentare.

    Prospettive per la professione veterinaria

    La crescente domanda di servizi veterinari, unitamente alla scarsità di professionisti, impone un ripensamento dei modelli operativi tradizionali. L’intelligenza artificiale può facilitare un equilibrio sostenibile tra vita professionale e personale, aiutando le strutture veterinarie a far fronte a queste sfide.

    Una delle innovazioni più significative è rappresentata dall’integrazione dell’AI nella documentazione medica veterinaria attraverso le schede SOAP (Subjective, Objective, Assessment, Plan). Questo approccio migliora notevolmente la comunicazione veterinario-proprietario, semplificando lo scambio di informazioni e migliorando l’efficienza dei processi di cura.

    Secondo Forbes, i proprietari di animali domestici sono tra i primi utilizzatori di tecnologie basate sull’AI per la salute animale, e spesso ricorrono già a strumenti online (il cosiddetto “Dr. Google”) per ottenere diagnosi preliminari. L’arrivo di nuove piattaforme come “AgentGPT” e “VetGPT” evidenzia l’esigenza crescente da parte dei proprietari di integrare valutazioni basate sull’intelligenza artificiale con il giudizio professionale del veterinario, suggerendo un futuro in cui l’AI diventerà sempre più un elemento di confronto diretto nella relazione veterinario-proprietario.

    Nel settore degli animali da reddito, l’AI offre opportunità per ottimizzare i fabbisogni alimentari personalizzati degli animali, ridurre l’uso di antibiotici grazie a monitoraggi precoci e analizzare in modo predittivo le performance produttive degli allevamenti.

    L’AI generativa permette la creazione di contenuti formativi personalizzati, adatti al livello di esperienza dei veterinari. Inoltre, simulazioni avanzate (ad esempio chirurgiche con modelli 3D animati dall’AI) offrono nuove possibilità nella formazione preclinica.

    Intelligenza artificiale ed etica: un problema complesso da gestire

    L’adozione dell’AI in Medicina Veterinaria pone però questioni importanti riguardo all’etica e alla privacy, soprattutto in relazione al funzionamento “black-box” dei modelli AI. Questo termine indica sistemi il cui processo decisionale non è completamente trasparente o tracciabile, il che potrebbe influire negativamente sulla fiducia tra veterinari e clienti, limitando anche la capacità del veterinario di spiegare chiaramente le opzioni cliniche al proprietario dell’animale. Queste problematiche emergono specialmente quando le conclusioni suggerite dai sistemi AI non coincidono con la valutazione clinica del professionista. In questi casi, il veterinario potrebbe sentirsi sotto pressione nel dover seguire raccomandazioni automatizzate, rischiando di compromettere l’autonomia professionale e la qualità della cura personalizzata.

    La privacy e la sicurezza dei dati costituiscono ulteriori preoccupazioni. Restano irrisolte domande sulla proprietà dei dati, sul loro possibile utilizzo improprio, sulle condivisioni non autorizzate o sullo sfruttamento commerciale di informazioni sanitarie sensibili.

    Anche la responsabilità legale rappresenta una criticità: qualora un sistema AI generi una diagnosi errata, resta da chiarire se la responsabilità ricada sul veterinario o sullo sviluppatore del sistema. Infatti, tradizionalmente, la responsabilità è legata strettamente al rapporto veterinario-cliente- paziente (VCPR), ma l’introduzione di strumenti AI rende più complessa la definizione delle responsabilità, soprattutto vista la velocità con cui queste tecnologie evolvono, rendendo difficili aggiornamenti puntuali e completi delle normative.

    L’AI Act è la prima normativa organica a livello mondiale sull’Intelligenza Artificiale, adottata dall’Unione Europea per regolare lo sviluppo, la commercializzazione e l’uso dei sistemi AI (vedere riquadro 2).

    AI Act

    Obiettivi principali

    • Promuovere l’innovazione
    • Proteggere i diritti fondamentali, sicurezza e privacy
    • Impedire usi pericolosi o discriminatori dell’AI
    • Favorire trasparenza e responsabilità

    Classificazione dei sistemi AI

    Sono previste quattro categorie di rischio:

    • rischio minimo o nullo: nessun obbligo specifico;
    • rischio limitato: obbligo di trasparenza, come notifiche sull’interazione con sistemi AI (es. ChatGPT, deepfake);
    • rischio alto: rigorosi obblighi di conformità, tra cui documentazione, tracciabilità e valutazione d’impatto (AI per diagnosi mediche, selezione del personale, gestione infrastrutture critiche);
    • rischio inaccettabile: tecnologie vietate (es. social scoring, manipolazione cognitiva, riconoscimento facciale remoto salvo eccezioni).

    I sistemi ad alto rischio, inclusi quelli nella sanità veterinaria, sicurezza alimentare e controlli epidemiologici, devono rispettare requisiti rigorosi:

    • valutazione e gestione del rischio;
    • documentazione tecnica dettagliata;
    • registrazione in database europeo;
    • trasparenza e informazione agli utenti;
    • sorveglianza post-commercializzazione;
    • sicurezza e resilienza informatica.

    Intelligenza artificiale: risorsa o minaccia?

    Come veterinario e giornalista, da quando ho iniziato a occuparmi di AI, ho notato che i colleghi mostrano, nei suoi confronti, atteggiamenti ben definiti. Una parte ritiene che le applicazioni in Veterinaria siano e saranno sempre poco impattanti; un’altra parte, soprattutto colleghi anziani, percepisce l’AI come una minaccia, più o meno incombente, invece che uno strumento di supporto; infine, una parte di colleghi guarda con interesse a questa novità, che potrebbe facilitare il lavoro in molti aspetti della vita professionale. Una formazione non allineata all’integrazione dell’AI rischia di creare un divario generazionale tra giovani formati all’uso delle nuove tecnologie e professionisti senior, che rifiutano l’innovazione.

    L’implementazione dell’AI in Medicina Veterinaria apre numerose opportunità e sfide: permette diagnosi più rapide, accurate e personalizzate, ottimizza la gestione degli allevamenti e contribuisce significativamente alla sorveglianza epidemiologica, con benefici diretti sulla salute pubblica nell’ottica One Health.

    È tuttavia essenziale affrontare con attenzione le criticità associate. In primo luogo, l’eccessiva dipendenza dalle tecnologie AI rischia di erodere competenze cliniche fondamentali dei professionisti veterinari. Parallelamente, emergono questioni delicate come la privacy e la sicurezza dei dati sanitari degli animali, con il crescente rischio di attacchi informatici a piattaforme digitali integrate.

    In risposta a queste preoccupazioni, il quadro normativo europeo sull’AI (AI Act) costituisce un riferimento essenziale. Classificando i sistemi AI in base al rischio (da nullo a inaccettabile), questa normativa stabilisce criteri rigorosi per assicurare trasparenza, sicurezza e tutela dei diritti fondamentali. Le applicazioni veterinarie e agroalimentari rientrano generalmente tra i sistemi ad “alto rischio”, soggetti a valutazioni d’impatto, obblighi di tracciabilità dei dati e garanzia di robustezza e trasparenza nelle decisioni.

    Un’ulteriore evoluzione riguarda la diffusione degli Agenti AI: software avanzati capaci di agire autonomamente per raggiungere obiettivi prefissati, interagendo con l’ambiente e gli utenti in modo dinamico e intelligente. Tra questi, spiccano esempi come AITEM (Artificial Intelligence Technologies Multipurpose), una realtà innovativa italiana specializzata nello sviluppo di soluzioni AI avanzate per il settore medico e veterinario, con prodotti capaci di effettuare diagnosi attraverso l’analisi di indicatori biometrici, recentemente presentati anche al CES di Las Vegas.

    In conclusione, l’integrazione dell’AI rappresenta una svolta fondamentale per il futuro della Medicina Veterinaria. Tuttavia, il successo di questa transizione dipenderà dalla capacità dei professionisti di adattarsi proattivamente alle nuove tecnologie, mantenendo però sempre al centro il rapporto umano-animale e la professionalità veterinaria tradizionale.

  • Virus patogeni di conigli e lepri

    Virus patogeni di conigli e lepri

    Un incontro online orga­nizzato da FNOVI ha af­frontato l’argomento delle malattie virali del coni­glio e della lepre. Il rela­tore dell’evento, dott. Antonio Lavazza (Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, esperto designato dei centri di referen­za della WOAH Reference laboratory for myxomatosis of rabbits e Reference labo­ratory for rabbit hemorrhagic disease) ha esordito descrivendo le patologie virali del coniglio e della lepre con il maggior significato clinico: la malattia emorragica virale (MEV o rabbit hemorrhagic disea­se, RHD) e la mixomatosi, sebbene anche altre, meno frequenti e meno problema­tiche, meritino una menzione.

    Sia la mixomatosi (comparsa in Europa all’inizio degli anni ’50) che la MEV (com­parsa a metà degli anni ’80) hanno dato origine a episodi epidemici molto gravi per poi diventare endemiche. La vacci­nazione, quando è stata disponibile, ha determinato l’attenuazione dei ceppi, so­prattutto nel caso della mixomatosi, ma l’aumento della pressione immunitaria ha anche indotto mutazioni che hanno portato alla comparsa di nuovi stipiti e di nuovi sierotipi. La presenza di queste malattie negli animali selvatici le rende non eradicabili anche se la vaccinazio­ne, soprattutto nel caso della MEV, ha favorito una forte riduzione dei contagi.

    Infezioni da lagovirus: non solo MEV ed European Brown Hare Syndrome
    (EBHS)

    I lagovirus sono virus a RNA della fa­miglia Caliciviridae, caratterizzati da un’alta frequenza di mutazioni durante il processo di replicazione virale, quindi da alto tasso di mutazioni genetiche e di fenomeni di ricombinazione. All’interno di questo genere si co­noscono virus patogeni e virus non patogeni.

    Tra i primi, l’RHDV (il virus della MEV), l’EBHSV (il virus della sindrome della lepre bruna europea o European Brown Hare Syndrome, una malattia molto simile alla MEV per decorso e quadro clinico) e l’RHDV2, che attualmente è causa di MEV nella quasi totalità dei casi e che nasce come virus del coniglio, per poi divenire patogeno anche per la lepre e altri lagomorfi selvatici.

    lepre-europea
    © czjonyyy -shutterstock.com

    Sono tutti virus che replicano a livello inte­stinale e si possono verificare ricombinazioni fra virus patogeni e non patogeni: questi ultimi rimangono confinati dalla barriera enterica e non raggiungono il torrente ematico, mentre i virus patogeni hanno la capacità di raggiungere l’organo bersaglio, che è il fegato, superando la barriera mucosale.

    I virus della MEV e dell’EBHS possiedono antigeni interni comuni, ma si distinguono per gli antigeni superficiali che ne determinavano la specie-specificità. Entrambi causano un’epatite necrotizzante acuta con elevata morbilità e mortalità, fino all’80-90% in 2-3 giorni.

    La malattia si presentava solo nei soggetti adulti ma, con l’avvento di RHDV2, può colpire anche i giovani di lepre e coniglio.

    La sintomatologia non è sempre osservabile, in quanto la morte può sopraggiungere improvvi­sa. Nei selvatici si possono verificare alterazioni comportamentali, come disorientamento, dif­ficoltà di movimento, alterato riflesso di fuga e tendenza ad avvicinarsi a centri abitati, mentre i soggetti allevati o domestici possono pre­sentare apatia, disoressia, fasi di eccitazione con emissione di grida, difficoltà respiratorie, decubito laterale, fuoriuscita di liquido siero-e­morragico dalle narici.

    L’evoluzione può essere iperacuta/acuta oppure subacuta/cronica con morte anche dopo diversi giorni e comparsa di ittero, oppure sopravvivenza e guarigione, favorita da una rapida risposta immunitaria.

    Nel febbraio del 2010 fu riportata per la prima volta una nuova variante del virus della MEV, che aveva colpito popolazioni di conigli selvatici e di allevamen­to in Francia. La malattia, simile alla MEV per morbi­lità e lesioni, si registrava anche in conigli vaccinati per MEV e in conigli all’ingrasso di poche settimane di età e per questo nuovo virus, dal profilo genetico e antigenico distinto da quello classico, la vaccina­zione risultava poco o per nulla cross-protettiva. Del nuovo sierotipo, chiamato RHDV2 e all’inizio solo moderatamente patogeno, dal 2014 cominciano a comparire ceppi ad alta patogenicità.

    In Italia, RHDV2 fa la sua comparsa nel giugno 2011, in un allevamento di Udine. Dal 2013 ri­sulta presente in forma endemica in tutta Italia e si segnala un aumento della virulenza dei cep­pi. L’andamento della malattia presenta ondate epidemiche in conigli allevati industrialmente. Attualmente, il 99,9% dei casi di MEV è da impu­tarsi a RHDV2, mentre la malattia da ceppo classico è sporadica.

    Nel 2018 la malattia ha raggiunto gli Stati Uniti, dove il coniglio è molto comune come animale da compagnia e ha infettato moltissime specie di lagomorfi selvatici americani. Durante la sua rapida diffusione in tutto il mondo, RHDV2 ha rivelato un’ulteriore caratteristica distintiva: lo spettro d’ospite. Non colpisce soltanto i conigli, ma anche la lepre del Capo o lepre africana (Lepus ca­pensis), la lepre bruna europea (Lepus europaeus), la lepre bianca irlandese (Lepus timidus) e molti altri lagomorfi: ad oggi sono note 17 specie su 83 di lagomorfi che possono infettarsi con RHDV2 e che possono morire con lesioni che, nella lepre, sono sovrapponibili all’EBHS, rendendo necessa­ria la diagnosi differenziale.

    Inoltre, studi recenti ancora da confermare indicano la possibilità che RHDV2 possa infettare anche alcune altre specie di mammiferi, come tassi o roditori.

    Sebbene lo spettro d’ospite di RHDV2 sia molto più ampio rispetto al virus classico, tra i lagomorfi, il coniglio europeo rimane l’ospite principale.

    coniglio-europeo-selvatico-gruppo
    © RudiErnst -shutterstock.com

    I lagovirus non patogeni potrebbero avere un ruolo come probabili precursori dei virus patogeni a causa di mutazioni adattative, fenomeni di ricombinazione o a seguito di salti di specie. Sono infatti in grado di indurre livelli variabili di cross-protezione verso i virus patogeni e possono interferire con i dati di sierosorveglianza, ad esempio mascherando la pre­senza di reservoir.

    In Italia, i virus non patogeni sono ampiamente dif­fusi (positività sierologica nel 30-50% delle aziende controllate). La loro esistenza nel coniglio in Europa e Australia ha indotto a ipotizzarne l’esistenza anche nelle lepri, e nel 2012 è stato identificato l’hare calici­virus (HaCV), che circola in Europa tra le popolazioni di lepre selvatica senza nessun apparente evento di ricombinazione con altri lagovirus.

    Epidemiologia e diagnosi

    L’infezione da lagovirus si verifica per via oro-na­sale e congiuntivale, mentre l’escrezione del pa­togeno avviene attraverso urine, feci e secre­zioni nasali. La trasmissione diretta avviene per contatto con animali infetti anche asintomatici, in incubazione, o con animali convalescenti. La trasmissione indiretta è più frequente per via della resistenza ambientale molto elevata e av­viene attraverso il contatto con alimenti, oggetti o attrezzature contaminate, il trasporto passivo da parte di animali o dell’uomo e come con­seguenza di abitudini igieniche e sociali, senza dimenticare il possibile ruolo di animali predatori e scavengers.

    Dopo l’infezione, virus e sistema immunitario si sfidano in velocità: da un lato la moltiplicazione virale nel fegato e dall’altra la produzione di anticorpi. Gli animali che producono anticorpi molto rapidamente sono in grado di sopravvivere e questo si verifica in circa il 5-15% degli infetti, che poi mostrano titoli anticorpali molto elevati e protettivi.

    La diagnosi presuntiva di MEV viene fatta at­traverso l’anamnesi, i sintomi e le lesioni, ma la certezza si ottiene con l’identificazione del virus. La diagnosi differenziale deve prendere in considerazione la pasteurellosi setticemica nel co­niglio e nella lepre per quanto riguarda le lesioni emorragiche, e la tularemia, la toxoplasmosi e la pseudotubercolosi nella lepre per quanto concer­ne la splenomegalia.

    Per effettuare la diagnosi diretta (virologica) si possono utilizzare ELISA sandwich (molto specifico e sensibile, e di facile e rapida esecuzione), western blot analysis (utile in caso di degradazione virale nelle forme cro­niche) e rt-PCR, strumento molto sensibile, utile in indagini epidemiologiche molecolari, per studi di patogenesi e per identificare la presenza del virus in soggetti giovani, in ospiti non specifici e vettori, oltre che per la tipizzazione genomica dei diversi ceppi.

    La diagnosi sierologica di MEV è un po’ più complicata perché la percentuale di IgG spe­cifiche e cross-reattive nel siero varia tra gli animali, in relazione al tempo trascorso dall’in­fezione o dalla vaccinazione, in caso di infezio­ne in animali vaccinati o in caso di reinfezioni. La presenza di anticorpi circolanti può essere rilevata in animali sopravvissuti, in soggetti nati da madri con anticorpi circolanti, nei vac­cinati o negli infettati con virus non patogeni.

    Quando vaccinare per MEV?

    Alla nascita, il titolo anticorpale del coniglio è identico a quello della madre: più alto è il titolo delle madri, più a lungo gli anticorpi persistono dopo lo svezzamento e più lunga è la protezione. Tuttavia, gli anticorpi materni possono interferi­re con la vaccinazione, riducendone l’efficacia; quindi, se la situazione epidemiologica suggerisce di vaccinare anche conigli giovani, ciò dovrebbe avvenire dopo i 35-45 giorni di vita, quando gli anticopri materni non sono più presenti.

    Mixomatosi

    Endemica in Europa e in Italia da oltre 75 anni, la mixomatosi è stata considerata una patologia del coniglio fino al 2018, quando in Spagna e Nord Europa ne è comparso un nuovo ceppo in grado di colpire anche la lepre.

    Il mixomavirus è un grosso virus a DNA dalla notevole resistenza agli agenti chimico-fisici, soprattutto se inglobato in materiale organico essiccato (resiste 30 giorni a temperatura ambiente, 220 giorni sul pelo di conigli morti e 10 mesi sulle pelli). Il virus possiede geni immu­nomodulatori, proteine in grado di intralciare, rallentare o abolire i processi immunologici sia nativi che adattativi. Il coniglio europeo è la specie maggiormente colpita da tale malattia al­tamente contagiosa e diffusiva, mentre le specie americane sono più resistenti e costituiscono un serbatoio virale.

    I sintomi clinici variano a seconda del ceppo vira­le, della virulenza e dell’eventuale attenuazione; ad esempio, i ceppi californiani determinano una forma iperacuta, con sintomi a carico del SNC, diatesi emorragica e rari segni cutanei, mentre i ceppi sudamericani generano una forma cutanea (noduli a livello di orecchie, testa e genitali), una forma respiratoria o blefarocongiuntiviti.

    Maggiormente interessati cute e linfonodi

    Il virus penetra nell’organismo attraverso le mu­cose o per inoculazione da parte degli insetti vettori, replica massivamente nei linfonodi re­gionali e diffonde per via viremica all’interno dei linfociti; raggiunge così i siti di localizzazione costituiti da cavità nasali, congiuntive, genitali e cute. I tessuti maggiormente interessati sono la pelle e i tessuti linfoidi, in cui si riscontra la maggiore concentrazione del virus, che non si trova libero nel sangue ma solo associato ai globuli bianchi circolanti.

    Con una particolare forma di latenza, generata dall’equilibrio dinamico tra la capacità del virus di causare malattia e la risposta immunitaria dell’ospite, il virus non provoca sintomi clinici anche per un tempo prolungato, e durante l’in­fezione si sviluppano titoli anticorpali alti ma molto poco protettivi in vivo, se non nei soggetti guariti, a protezione dalle reinfezioni.

    Una malattia endemica

    La mixomatosi può essere con­siderata una malattia endemica, che può dare origine a delle microepizoozie regionali legate a fattori condizionanti, quali il clima, il tipo di allevamento, il grado di immunità della popo­lazione, la densità degli animali, la tipologia di vettori coinvolti.

    Gli insetti ematofagi sono vettori passivi del virus: in essi non vi è trasmissione transovarica o replicazione virale. Le zanzare si infettano dopo un pasto e restano infettanti anche per 220 giorni. Diffondono la malattia da primavera ad autunno, ma vi è la possibilità che il virus si conservi durante l’inverno.

    Le pulci mantengono l’infezione nel coniglio selvatico anche durante l’inverno e sono molto efficaci soprattutto in quanto capaci di sposta­menti direzionali alla ricerca dell’ospite. Altri insetti che possono inoculare il virus sono i si­mulidi, il pidocchio del coniglio, zecche e acari.

    La diffusione diretta gioca un ruolo essenziale nella forma atipica respiratoria. La porta d’ingres­so, in questo caso, può essere rappresentata da cute lesa, mucosa oculo-congiuntivale, mucose ano-genitali, via respiratoria o digerente, e la fonte d’infezione è costituita da animali ammalati o portatori provenienti da allevamenti non con­trollati o senza quarantena, ricoveri contaminati, contaminazione alimentare con pelli o carcasse di conigli morti, iatrogena, o mediante trasporto passivo da parte di animali, uomo o veicoli.

    Forme cliniche

    La forma classica (o nodulare) di mixomatosi è caratterizzata da noduli su orecchie, cute, con­giuntiva, naso, mucosa genitale, e colpisce so­prattutto gli allevamenti rurali in tarda estate. Dopo trasmissione essenzialmente indiretta me­diante insetti (gli animali selvatici fanno da re­servoir), l’incubazione è breve e la mortalità alta.

    La forma acuta si manifesta dopo 3-9 giorni dall’infezione con tumefazioni cutanee (mixomi primari) nel punto di inoculo del virus (perlopiù zone glabre e mucose apparenti, con edema palpe­brale e abbondante essudazione catarrale purulenta che impedisce l’apertura delle rime oculari). Dopo 2-3 giorni dall’inizio della sintomatologia, a livello ano-genitale compaiono edema, dolore e infiam­mazione (epiteliotropo, il virus colonizza anche l’endometrio e le linee seminali maschili).

    La fase terminale è caratterizzata da mixomi secondari sul dorso e sul muso (facies leonina) freddi ed elastici al tatto, indolori e isolati oppure confluenti. La morte sopraggiunge in 8-15 giorni, anche a cau­sa dell’incapacità dell’animale di alimentarsi, di andare alla ricerca del cibo a causa della cecità o per forme secondarie, come la pasteurellosi. La guarigione è estremamente rara.

    conigli-mixomavirus
    © Orest lyzhechka -shutterstock.com

    La forma atipica, o respiratoria è invece caratte­ristica degli allevamenti industriali, avviene per contatto diretto e può manifestarsi durante tutto l’anno. Dal periodo d’incubazione più lungo (1-3 settimane), può provocare infezioni subcliniche, aborti o mortalità neonatale, oltre a favorire l’in­sorgenza di infezioni secondarie (Pasteurella spp.). Si manifesta principalmente con sintomi respira­tori e con lesioni a carico dei genitali, degli occhi (tumefazioni palpebrali e congiuntivite) e del naso (scolo muco-purulento). I noduli fibrotici, tipici della forma classica, possono essere scarsamente presenti o del tutto assenti.

    La forma subacuta o cronica è caratterizzata dalla presenza di chiazze congestizie sulle orecchie, che evolvono in croste e successivamente in cicatrici. La diagnosi può esse­re confermata con la ricerca antigenica, soprattutto tramite PCR, o mediante esami sierologici.

    Altre virosi del coniglio

    Salvo alcune eccezioni, come il coronavirus si­stemico e l’herpesvirus, le altre virosi del coniglio tendenzialmente non sono considerate agenti primari di malattia, ma numerose interessano l’intestino, e alcuni virus vengono elencati tra le possibili concause della complessa sindrome gastroenterica del coniglio svezzato e dell’ente­rocolite epizootica del coniglio.

    Inoltre, le enteriti virali favoriscono la comparsa o possono essere associate ad enteriti batteriche e parassitarie.

    Le principali forme di enterite virale nel coniglio

    • La forma più classica di enterite virale è quella da rotavirus. Generalmente osservata in conigli all’ingrasso di 35-50 giorni, si presenta quando la carica infettante in allevamento (il virus è generalmente presente in tutti i sog­getti) tende ad aumentare a causa di cattiva igiene o di infezioni concomitanti.
    • Anche i parvovirus sono relativamente frequenti e spesso sono associati ad agenti batterici o parassitari, in particolare protozoi e coccidi. Sono ancora poco conosciuti e la malattia da parvovirus del coniglio è un reperto occasionale.
    • Il coronavirus è descritto come agente cau­sale di malattia sistemica ed enterica. Il suo ruolo patogeno non è ben definito, ma si tro­va frequentemente associato ad altri virus. È ampiamente diffuso, tanto che risultano sie­ropositivi il 100% delle aziende e il 3-40% degli animali.
  • Sauri in ambulatorio: come gestire le specie più diffuse

    Sauri in ambulatorio: come gestire le specie più diffuse

    Negli ultimi anni, i sauri hanno guadagna­to sempre più popolarità come animali da compagnia, affiancandosi a mammiferi e uccelli tra i pazienti più frequentemente curati dai veterinari esperti in animali esotici. Numerose sono le specie di sauri disponibili nel commercio terraristico, ma alcune si distinguono per la loro maggiore diffusione.

    Cosa dice la legge

    Per quanto riguarda il commercio, la detenzione, la gestione e il benessere degli animali esotici, al fine di tutelare la biodiversità e garantire la sicurezza pubblica a livello comunitario e nazionale, sono state recentemente introdotte alcune normative, tra le quali il Decreto legislativo 5 agosto 2022 n. 135 che, entrato in vigore il 6 febbraio 2025 con integrazioni e aggiornamenti, rappresenta un passo significativo in questa direzione.

    Questo Decreto stabilisce il divieto di importare, detenere e commerciare animali vivi di specie sel­vatiche ed esotiche prelevati dal loro ambiente naturale, inclusi gli ibridi derivanti da tali specie. Sono previste eccezioni per giardini zoologici e per gli animali da compagnia che saranno inclusi in un elenco specifico, da adottarsi con un successivo Decreto interministeriale. Inoltre, il Decreto introduce un elenco di specie considerate pericolose per la salute pubblica e la biodiversità, la cui detenzione è vietata. Questo elenco sarà definito con un Decreto del ministro della Transizione ecologica, in concerto con altri Ministeri competenti.

    Queste normative mirano a contrastare il commercio illegale e a promuovere una detenzione responsabile degli animali esotici, garantendo al contempo la tutela della salute pubblica (anche questi animali sono infatti suscettibili di tramettere zoonosi) e dell’ambiente. Inoltre, sono attualmente in via di stesura linee guida e indicazioni sui recepimenti nazionali per l’identificazione dei soggetti e indicazioni sul be­nessere, a cura del gruppo SIVAE (Società Italiana Veterinari Animali Esotici).

    Le specie più popolari di sauri

    Tra le specie di sauri detenuti come animali da com­pagnia e che vengono più di frequente condotti a visita troviamo soprattutto pogona, gechi, iguane, Anolis, camaleonti.

    tabella-specie-sauri-pet
    I sauri più diffusi come pet in Italia.

    Fattori come le esigenze di allevamento, la longevità, la gestione alimentare e le patologie più comuni giocano un ruolo chiave nella scelta e nella cura di questi rettili; la detenzione in cattività dei sauri pre­senta infatti diverse criticità, legate principalmente ai loro specifici requisiti ambientali, comportamentali e fisiologici.

    pogona-sauri-pet
    Pogona vitticeps.
    © Martin Erdniss – shutterstock.com

    Molte specie richiedono gradienti termici precisi per regolare la temperatura corporea, oltre a livelli specifici di umidità ed esposizione ai raggi UVB per la sintesi della vitamina D3 e il corretto metabolismo del calcio. L’assenza di tali condizioni può portare a gravi patologie, come la malattia oste­o-metabolica e la disfunzione immunitaria.

    Inoltre, i sauri sono spesso territoriali e possono manifestare stress se costretti a coabitare con individui della stessa specie in spazi ristretti. Un’altra problematica comune è la malnutrizione dovuta a diete inap­propriate che non replicano la loro alimentazione naturale, portando a deficit nutrizionali o obesità.

    camaleonte-sauri-pet
    Camaleonte calyptratus.
    © barmalini -shutterstock.com

    Controlli regolari anche per i sauri pet

    Come per le altre specie di pet, le visite veterinarie periodiche sono essenziali per garantire il benessere dei sauri, permettendo di individuare tempestivamen­te eventuali patologie e di verificare l’adeguatezza delle condizioni di allevamento. Un controllo regolare consente di prevenire disturbi legati a errori nutrizio­nali, parassitosi e problemi metabolici, migliorando così la qualità e la durata della vita di questi rettili.

    Prima dell’arrivo del paziente è utile richiamare e approfondire le nozioni sulle caratteristiche anato­miche, fisiologiche e patologiche della specie che sarà oggetto della visita, affinché l’approccio clinico sia appropriato.

    È utile, ove possibile, informare precedentemente il cliente del fatto che l’approccio alla visita clini­ca parte già da una corretta gestione del trasporto dell’animale: andrebbero infatti rispettate le condi­zioni ottimali di temperatura e umidità; a tal pro­posito è possibile l’utilizzo di contenitori coibentati con sistemi per il mantenimento della temperatura (es. borse dell’acqua calda o scaldini). I contenitori devono comunque garantire la sicurezza relativa­mente a fughe e traumi durante il trasporto.

    La visita clinica

    Durante la visita il contenimento del sauro dev’es­sere attuato in modo da limitare traumi al soggetto (possibilità di lesioni alla coda e/o agli arti). È con­sigliabile l’utilizzo di guanti monouso in nitrile, e avere la strumentazione a portata di mano e sempre accuratamente disinfettata o sterilizzata.

    Per quanto riguarda la detersione e la pulizia degli strumenti, l’uso di prodotti eccessivamente aggres­sivi (che possono danneggiare cute e mucose) è sconsigliato.

    Fa parte dell’esame clinico l’ispezione del cavo orale, per la quale si possono utilizzare apribocca dedicati atraumatici, sempre operando con somma delica­tezza nei soggetti di ridotte dimensioni.

    Fondamentale è la presenza del proprietario, che fornirà al medico veterinario dati utili al pro­seguimento dell’iter diagnostico.

    Anamnesi

    • Segnalamento: identificazione della specie, verifica della documentazione/CITES  
    • Origine: catturato in natura o allevato in cattività  
    • Età e sesso: specie dimorfica o speratura necessaria  
    • Alimentazione: tipo di dieta, frequenza, integrazioni di calcio e vitamine  
    • Gestione ambientale:  
      • terrario: dimensioni, substrato, temperatura, umidità  
      • illuminazione: uso di lampade UVB, durata dell’e­sposizione
      • presenza di nascondigli, fonti di calore, decorazioni per l’arrampicata  
      • alimentazione: cibo proposto e provenienza delle prede vive  
    • Comportamento e stato generale:  
      • letargia o iperattività  
      • rifiuto del cibo o alterazioni dell’appetito  
      • cambiamenti nella muta  
    • Sintomi che possono essere rilevati dal proprietario:  
      • difficoltà respiratorie;  
      • alterazioni cutanee;  
      • anoressia;  
      • problemi digestivi.  

    Esame fisico generale

    • Osservazione a distanza di:  
      • postura e locomozione  
      • comportamento (reattivo, letargico, aggressivo)  
      • condizioni della pelle e presenza di lesioni  
    • Valutazione del peso corporeo: dev’essere operato un confronto con il range fisiologico della specie  
    • Condizioni del tegumento:  
      • presenza di lesioni cutanee, dermatiti, ecdisi anomala
      • controllo di ectoparassiti (acari, zecche)  
    • Esame della cavità orale:  
      • colore delle mucose (rosa = normale, pallido = anemico, giallastro = possibile ittero)  
      • presenza di stomatiti, necrosi, placca batterica  
    • Esame organi di senso:  
      • occhio parietale  
      • occhio (edema palpebrale, opacità corneale, se­crezioni)
      • orecchio
      • organo vomero-nasale di Jacobson  
    • Esame delle vie respiratorie: valutare la presenza di secrezioni nasali, respirazione con bocca aperta, sibilo respiratorio.  
    • Esame dell’apparato cardiocircolatorio: caratte­ristico dei rettili (ad eccezione dei coccodrilli) è il cuore a 3 camere con 2 atri e 1 solo ventricolo. Per la valutazione è possibile l’impiego di Doppler ed ECG.
    • Esame dell’addome: nei rettili non è presente il diaframma ma un’unica cavità celomatica che accoglie gli organi. Con la palpazione addominale è possibile rilevare masse, ostruzioni, organomegalia. Con l’esame dell’addome è inoltre possibile valutare la presenza di uova (femmine gravide).  
    • Esame degli arti e della coda: valutazione della muscolatura e delle articolazioni (segni di MBD o fratture), individuando eventuali amputazioni o segni di rigenerazione della coda.  
    • Esame della cloaca e dell’apparato riproduttore: la cloaca è un organo cavo distinto in 3 camere. Vi convergono gli sbocchi degli apparati digeren­te, urinario e riproduttivo; pertanto, attraverso la valutazione della regione cloacale è possibile identificare:  
      • la presenza di edema, prolassi, parassiti interni;  
      • lo stato fisiologico riproduttivo;  
      • gli emipeni.

    Gli esami complementari utilizzabili nell’iter diagnostico

    Anche per un paziente sauro può essere necessario eseguire approfondimenti diagnostici; generalmente questi comprendono specifici esami di laboratorio e di imaging.

    • Esami di laboratorio:
      • coprologico per la ricerca di parassiti intestinali (es. nematodi, coccidi);
      • emocromocitometrico e biochimico, con particolare attenzione ai valori di calcio, fosforo e acido urico;
      • esame microbiologici, da considerare in caso di infezioni respiratorie o orali.
    • Diagnostica per immagini:
      • esame radiografico per la valutazione dell’apparato scheletrico (fratture, MBD);
      • indagine ecografica per il controllo di uova, masse addominali, fegato;
      • TC/RM per patologie neurologiche o accertamenti su masse interne.

    Le patologie più frequenti

    I sauri possono essere colpiti da svariate malattie, tra cui quelle parassitarie.

    • Gli ectoparassiti dei sauri includono comune­mente acari e zecche. Gli acari, come Ophionyssus natricis, si localizzano spesso tra le squame, nelle regioni perioculari e attorno alla cloaca, nutrendosi del sangue dell’ospite e causando irritazione cuta­nea, difficoltà nella muta e, in casi gravi, anemia potenzialmente letale. Le zecche, sebbene meno comuni, si attaccano generalmente agli arti an­teriori e nelle vicinanze della cloaca, provocando lesioni locali e potenziali infezioni secondarie. Un’altra problematica è rappresentata dalle miasi cutanee, ovvero infestazioni da larve di mosca che colpiscono prevalentemente animali debilitati e/o con ferite aperte portando a gravi danni se non trattate tempestivamente.
    • Gli endoparassiti si ritrovano principalmente nell’apparato gastrointestinale: nematodi, cestodi e protozoi come i coccidi (tra i principali proto­zoi patogeni dei sauri Isospora, Choleoeimeria, Caryospora, Cryptosporidium saurophilum) pos­sono causare sintomi quali diarrea, perdita di pe­so, letargia. Durante l’esame a fresco delle feci si riscontrano frequentemente protozoi flagellati e ciliati considerati opportunisti ma che possono moltiplicarsi in modo incontrollato negli animali debilitati e risultano indicatori di errate pratiche gestionali.  Per quanto riguarda gli elminti, Strongiloides, ossiu­ridi, ascaridi e rhabdisidi sono fra le classi maggior­mente rappresentate e possono essere diagnosticati con esame coprologico diretto a fresco, eseguito subito dopo il campionamento. Metodiche di flot­tazione per arricchimento vengono poi utilizzate per un’indagine quali-quantitativa sulle infestazioni da parassiti intestinali. I farmaci maggiormente utiliz­zati contro i parassiti intestinali sono fenbendazolo, levamisolo, toltrazuril.
    • Tra le patologie virali di maggior riscontro nei sauri si ritrovano adenovirus, arenavirus, iridovirus (ra­navirus), herpesvirus. La diagnostica prevede test sierologici tra cui sieroneutralizzazione, ELISA, ini­bizione all’agglutinazione, PCR, isolamento virale.  
    • Le patologie carenziali da malnutrizione e gestione inadeguata sono poi problematiche frequenti che si riscontrano nei sauri detenuti soprattutto da neofi­ti; spesso i soggetti vengono condotti a visita dopo lunghi periodi di digiuno e disidratazione, o con problematiche cronicizzate.

    Biosicurezza per i pet

    Per quanto riguarda i parassiti, il periodo di quaran­tena per ogni rettile di nuova introduzione in una collezione dovrebbe essere di almeno quattro mesi, periodo in cui è consigliata l’esecuzione di esami coprologici seriali e risulta fondamentale anche per prevenire la diffusione di patologie infettive; tuttavia è consigliabile una quarantena di sei mesi per cercare di scongiurare patologie di origine virale.  

    Molto spesso in natura, tra patogeno e ospite si in­staura un equilibrio di adattamento. In situazioni di cattività (meno spazio a disposizione per singolo soggetto, possibile coesistenza di animali di specie diverse nello stesso ambiente con sistema immu­nitario differente e potenzialmente “stressato”) la possibile diffusione di patologie infettive rappresenta un’importante criticità.  

    Una corretta gestione di biosicurezza dev’essere dun­que garantita, sia mantenendo i soggetti separati sia cercando di ridurre al minimo possibili contamina­zioni con oggetti e manipolazioni.

    Per l’approccio terapeutico è fondamentale… conoscere la specie!

    L’approccio terapeutico in un rettile non può avvenire senza prima conoscerne le individuali esigenze ter­mometriche e gli stati immunitario e nutrizionale. Il mancato rispetto di queste condizioni può vanificare l’esito della somministrazione di farmaci, anestetici o anche il semplice sostegno alimentare.

    A causa del metabolismo eterotermico, molti dei processi fisiologici e l’assetto immunitario sono influenzati dalla temperatura corporea. Al fine di un buon successo terapeutico è quindi necessario conoscere, per ogni rettile, la temperatura corporea ideale (PBT, Preferred Body Temperature), che varia per ogni specie in base alla stagione e al momento della giornata.

    Anche lo stato di nutrizione/idratazione influenza l’approccio terapeutico: la compromissione epati­ca e renale conseguente ad alterazioni metaboliche e disidratazione può influire negativamente sulla farmacocinetica dei farmaci somministrati.

    In ogni caso, qualunque soggetto ammalato o anoressico è da considerare disidratato; il primo approccio è quindi la terapia reidratante (per via intracloacale, orale, sottocutanea, intracelomatica, o intraossea), e la somministrazione dei farmaci a seguire la rei­dratazione andrebbe effettuata dopo aver portato il soggetto a temperatura adeguata.

    La via di somministrazione sottocutanea è quella più largamente utilizzata in tutte le specie ed è di facile esecuzione. In casi di particolare disidratazione è pos­sibile somministrare farmaci e soluzioni reidratanti per via celomatica, ma sono possibili anche altre vie (intramuscolare, intraossea, orale, topica, inalatoria).

    La crescente popolarità dei sauri come animali da compagnia impone ai veterinari la necessità di ac­quisire competenze specifiche nella loro gestione e riguardo alle patologie più frequenti. La prevenzione, basata su una corretta gestione ambientale e nutri­zionale, rimane il pilastro fondamentale per garantire salute e benessere a questi animali esotici.

    L’educazione dei proprietari è altrettanto cruciale: una gestione impropria può condurre a patologie che sarebbero evitabili e a una ridotta qualità di vita per l’animale.

    L’approccio veterinario dovrebbe quindi includere sia la diagnosi e la terapia delle patologie che un’attività di sensibilizzazione sui bisogni spe­cifici di queste specie.

    Per saperne di più:

    • Zoonosi dei rettili domestici
    • Selleri P, Di Girolamo N, Collarile T. Medicina e chirurgia degli animali esotici; Poletto Ed., 2017; 672 pagg.  
    • Carpenter JW, Harms CA. Carpenter’s exotic animal formu­lary. 6° ed. Elsevier, 2023; 818 pagg.  
    • AA vari. BSAVA Manual of Reptiles. 3° ed. Editori Simon J. Girling e Paul Raiti, 2019; 520 pagg
  • Gestione della trombocitopenia immunomediata secondo il consensus ACVIM

    Gestione della trombocitopenia immunomediata secondo il consensus ACVIM

    La trombocitopenia immunomediata (TIM) rappresenta il disturbo dell’emostasi pri­maria più comune nel cane, mentre si verifica molto meno frequentemente nel gatto. Il tasso di mortalità è del 10-30%, dovuto principalmente a emorragie refrattarie, ma non bisogna sottovalutare gli effetti collaterali dannosi di eventuali trattamenti immunosoppres­sivi: una diagnosi rapida e affidabile è quindi essenziale.

    Non esiste però un test specifico; la diagnosi di TIM rimane pertanto una diagnosi di esclusione. L’American College of Veterinary Internal Medicine (ACVIM) ha prodotto un consenso1 che intende fungere da supporto di riferimento per aiutare il medico veterinario ad adottare un approccio rigoroso all’esplorazione e alla gestione delle TIM.

    Fisiopatologia e presentazione clinica

    Molto più frequente nel cane rispetto al gatto, la trombocitopenia immunomediata è stata oggetto di un recente consenso dell’American College of Veterinary Internal Medicine (ACVIM). Nell’uomo, la fisiopatologia coinvolge anticorpi diretti contro alcune glicoproteine di superficie che inducono l’eliminazione delle piastrine da parte del sistema fagocitario mononucleare. Inoltre, la desialilazione (fenomeno di senescenza piastrinica legato alla riduzione del contenuto di acido siali­co sulla loro superficie) innescata dagli anticorpi accelera la loro eliminazione da parte del fegato.

    In assenza di anticorpi rilevabili, potrebbero es­sere chiamati in causa altri meccanismi, come la distruzione da parte del sistema del complemento o dei linfociti T citotossici. Infine, alcuni anticorpi possono colpire i megacariociti, inibendo così la produzione centrale di precursori piastrinici.

    Nei cani è stata dimostrata la presenza di anticorpi diretti contro piastrine e megacariociti ma si sospetta fortemente anche il coinvolgimento di meccanismi indipendenti dagli anticorpi.

    Le TIM possono essere spontanee (“primarie” o “non associative”) o indotte da un trigger (“secon­darie” o “associative”). La presentazione clinica può essere polimorfa, ma il valore della tromboci­topenia non è correlato alla gravità dei segni clini­ci emorragici; infatti, in corso di trombocitopenia grave, alcuni animali rimarranno asintomatici, mentre altri presenteranno diatesi emorragiche potenzialmente fatali.

    trombocitopenia-cane-petecchie-ecchimosi-ventre
    Questo cane affetto da trombocitopenia immunomediata presenta numerose petecchie ed ecchimosi addominali ventrali. © R. Dumont

    Procedura per l’indagine della trombocitopenia

    Una trombocitopenia con valori inferiori a 100.000/μl va confermata esaminando uno stri­scio di sangue e dovrebbe richiedere ulteriori accertamenti. Molte malattie possono causare trombocitopenia e la diagnosi di TIM rimane una diagnosi di esclusione (vedere tabella 1).

    tabella-trombocitopenia-diagnosi-differenziali-cane-gatto
    Diagnosi differenziale di trombocitopenia nel cane e nel gatto.

    È sempre essenziale considerare l’influenza dei fattori biologici, preanalitici e analitici sulla conta piastrinica, tra cui l’attivazione piastrinica e la formazione di aggregati durante il prelievo del sangue o la conservazione del campione (soprattutto nel gatto).

    Il primo passo dopo la conferma della trombo­citopenia è escludere la presenza di emorragie maggiori (in particolare cavitarie o del digerente). Per indagare le cause del consumo si raccomanda la valutazione dei tempi di coagulazione (tempo di protrombina e tempo di tromboplastina parziale attivata) e dei marcatori della fibrinolisi (D-dimeri, prodotti di degradazione della fibrina).

    Per contro, anche in caso di significativa perdita di sangue, la conta piastrinica solitamente non scende sotto le 50.000/μl.

    L’esame del mielogramma non è rilevante per la diagnosi di TIM e pertanto non è raccomandato in prima intenzione; tuttavia, nel processo dia­gnostico è necessario escludere una patologia del midollo osseo se sono interessate più linee di sangue. Anche il dosaggio degli anticorpi diretti contro piastrine/mecariociti, che qualora positivo potrebbe indicare un fenomeno disimmunitario sottostante, non è raccomandato, data la sua scarsa efficacia diagnostica. Questa misurazione può quindi rafforzare il sospetto di TIM ma non è necessaria per stabilire la diagnosi.

    Nel cane e nel gatto, la valutazione della gravità della trombocitopenia può aiutare a distinguere tra origini immunitarie e non immunitarie. Infatti, un valore inferiore a 20.000/μl rafforza fortemente il sospetto di TIM, anche se rimane insufficiente per stabilire una diagnosi definitiva. A differenza del valore della conta piastrinica, alcuni criteri clinici e biologici possono aiutare a quantificare la gravità e quindi la prognosi della TIM nei cani, ma i dati nel gatto sono ancora limitati.

    Il punteggio “DOGiBAT” è una scala clinica utilizzata per standardiz­zare la valutazione della gravità dell’emorragia e monitorare la risposta ai trattamenti.2 Questo punteggio è direttamente correlato alla necessità di trasfusione e alla durata dell’ospedalizzazione; inoltre, la sola presenza di emorragie intestinali (e iperuremia/anemia), polmonari e intracraniche è un importante fattore di gravità ed è associata a una prognosi peggiore.

    tabella-trombocitopenia-score-dogibat
    Score clinico DOGiBAT per la valutazione dei sanguinamenti in caso di trombocitopenia immunomediata nel cane.
    Fonte: Makielski KM et al.

    Ricerca di comorbilità

    Una volta escluse le cause del sequestro, del consumo e di problemi nella produzione delle piastrine e sospettata un’origine disimmune, è opportuno ricercare eventuali comorbilità (TIM secondaria). Qualsiasi stimolazione del sistema immunitario (vaccini, sostanze tossiche, farmaci, agenti infettivi, infiammazione o persino processi neoplastici) può essere chiamata in causa. In letteratura, il livello di evidenza sui nessi causali resta ampiamente insufficiente per identificare chiaramente tutti i possibili fattori scatenanti; nei cani, il livello più elevato di evidenza riguarda Ehrlichia canis, Leishmania infantum, Rangelia spp. e il virus del cimurro e, in misura minore, Anaplasma spp., prostatiti, ascessi e ferite infette, e i sulfamidici. Nel gatto i dati sono ancora più limitati.

    L’esplorazione clinica deve quindi includere la raccolta di un’anamnesi completa (vaccinazioni, farmaci, tossine, viaggi o anche esposizione a vettori) e l’esecuzione di un esame clinico approfondito. Gli esami di prima linea devono comprendere almeno un emocromo con formula e striscio, un esame biochimico, un’analisi delle urine ed esami di diagnostica per immagini. Per ogni agente infettivo è necessario adattare la specifica ricerca (sierologia, PCR, analisi citologica o colturale).

    La gestione iniziale

    Il trattamento delle TIM primarie si basa princi­palmente sulla somministrazione di immunosop­pressori, spesso associati a vincristina e trasfusioni di sangue. D’altro canto, la gestione delle TIM se­condarie mira principalmente a curare la malattia soggiacente, ma talvolta può rivelarsi necessario l’uso di immunosoppressori.

    I glucocorticoidi rappresentano il trattamento di scelta, mentre gli immunosoppressori di seconda linea includono ciclosporina, azatioprina (unica­mente nel cane), leflunomide e micofenolato mofe­tile. Fanno parte dell’arsenale terapeutico anche le immunoglobuline umane e il romiplostim (agonista dei recettori della trombopoietina). Il loro utilizzo resta comunque molto limitato, per le prime a causa dell’accesso molto limitato, per il secondo a causa del costo proibitivo.

    La mancanza di risposta è contraddistinta da un valore piastrinico < 30.000/μl o dalla persistenza delle emorragie almeno 2 settimane dopo l’inizio del trattamento. Una risposta parziale è indicata da una conta pia­strinica ≥ 30.000/μl e < 100.000/μl e in aumento di oltre 2 volte rispetto al momento della diagnosi, e dall’assenza di emorragie. Una risposta completa è tale con una conta pia­strinica ≥ 100.000/μl senza emorragie.

    L’obiettivo terapeutico, sia in corso di terapia che dopo la sua interruzione, consiste in una conta piastrinica ≥ 100.000/μl senza segni di emorragia.

    Una volta stabilita la diagnosi, la gravità clinica dovrebbe dettare il proseguimento della gestione del paziente:

    • emorragie minime (punteggio “DOGiBAT” basso) e assenza di anemia/iperuremia: corticosteroidi (desametasone o prednisolone) in monoterapia; controllo dopo 7 giorni;
    • emorragie minime (punteggio “DOGiBAT” basso) ma presenza di anemia/iperuremia: terapia cortico­steroidea + secondo immunosoppressore + singola iniezione di vincristina (i marcatori di emorragie intestinali sono un fattore di gravità importante e giustificano una gestione più aggressiva); controllo dopo 5 giorni;
    • emorragie importanti (intestinali, polmonari o in­tracraniche o punteggio “DOGiBAT” elevato): tera­pia corticosteroidea + secondo immunosoppressore + singola iniezione di vincristina. Possibile utilizzo di una trasfusione ematica e di un antifibrinolitico (acido tranexamico); controllo dopo 5 giorni.

    Nel gatto i dati suggeriscono un’efficacia limitata della vincristina; pertanto il suo utilizzo non è raccomandato.

    In assenza di risposta, è necessario rimettere in discussione la diagnosi iniziale, la dose, l’as­sorbimento e l’osservanza della terapia. Inoltre, se non è già stato fatto, si dovrebbe prendere in considerazione l’utilizzo di un secondo im­munosoppressore e della vincristina. Infine, nei casi refrattari il ricorso alla splenectomia o al romiplostim costituiscono opzioni definitive.

    Follow up e gestione delle ricadute

    Le ricadute si verificano nel 9-47% dei casi e le possibili cause includono una riduzione troppo rapida degli immunosoppressori o la loro sospensione, la comparsa di una nuova comor­bilità o l’effetto persistente di una comorbilità non identificata nella valutazione diagnostica iniziale.

    Se si è ottenuta una risposta parziale 7 giorni dopo l’inizio della gestione terapeutica, si raccomanda un follow-up 2-3 settimane più tardi:

    • risposta completa osservata: riduzione della dose di corticosteroidi del 20-25% ogni 2-4 set­timane dopo controllo ematologico, fino all’in­terruzione del trattamento;
    • risposta completa non ottenuta: riconfermare la diagnosi di TIM e ricercare eventuali co­morbilità (in particolare infettive). In assenza di comorbilità, aggiungere un secondo immu­nosoppressore e controllare 7 giorni dopo, con l’obiettivo di ottenere nuovamente una risposta parziale. Se essa viene ottenuta: controllare 2 o 3 settimane dopo con l’obiettivo di ottenere una risposta completa. Fare quindi riferimento al pa­ragrafo precedente. In caso contrario: prendere in considerazione un terzo immunosoppressore, un’iniezione di vincristina, la splenectomia.

    In caso di recidiva dei segni clinici e/o della trombocitopenia durante la riduzione della dose o dopo l’interruzione del trattamento, è inoltre consigliabile riconfermare la diagnosi di TIM e ricercare eventuali comorbilità (in particolare infettive). Se la recidiva si verifica durante la riduzione della dose, il consenso ACVIM rac­comanda di riaumentare la terapia corticoste­roidea al livello precedente in caso di ricaduta moderata e di riprendere il protocollo iniziale in caso di grave ricaduta. In funzione della gravità, dovrebbe essere considerata l’aggiunta di un secondo immunosoppressore. Successivamente è necessario aumentare la durata delle fasi di riduzione.

    Se le ricadute sono troppo frequenti, potrebbe essere necessario ricorrere al romiplo­stim o alla splenectomia.

    La ripresa del ciclo vaccinale dovrà essere va­lutata individualmente alla luce del rischio di esposizione a malattie infettive. Si raccomanda di attendere il termine della terapia con im­munosoppressori o, se è necessaria una terapia corticosteroidea, di attendere l’ottenimento di una dose antinfiammatoria (0,5 mg/kg/die).

    Soluzioni dalla Medicina Umana?

    Il numero limitato di studi sulle TIM limita il valore di alcune raccomandazioni, in particolare quelle concernenti il beneficio di un secondo immunosoppressore e la superiorità di un immunosoppressore rispetto a un altro. Inoltre, alcuni trattamenti attuali ed emergenti in Medicina Umana, come gli anticorpi monoclonali anti-CD20 o gli inibitori della tirosin-chinasi splenica, potrebbero – in futuro – trovare applicazione per il trattamento delle TIM nei carnivori domestici.

    1. LeVine DN, Kidd L, Garden OA, et al. ACVIM consensus statement on the diagnosis of immune thrombocytopenia in dogs and cats. J Vet Intern Med. 2024;38(4):1958-1981. doi:10.1111/jvim.16996. ↩︎
    2. Makielski KM, Brooks MB, Wang C, et al. Development and implementation of a novel immune thrombocytopenia bleeding score for dogs. J Vet Intern Med. 2018;32(3):1041-1050. doi:10.1111/jvim.15089. ↩︎
  • Dolore nel gatto: come affrontarlo

    Dolore nel gatto: come affrontarlo

    In occasione della giornata di studio organiz­zata dall’Associazione italiana veterinari di patologia felina (AIVPAfe) dedicata alla terapia del dolore, i partecipanti hanno potuto assistere alle relazioni della prof.ssa Giorgia Della Rocca (docente di Farmacologia e tossicologia veterina­ria, vicedirettore scientifico del Centro di ricerca sul dolore animale – CeRiDA – Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli studi di Perugia) e del dott. Davide Gamba (DVM, cVMA – certificazione di Agopuntura Medica Veterinaria, responsabile dell’unità operativa di anestesia e terapia del dolore presso la Clinica veterinaria Gran Sasso di Milano), che hanno trattato vari argomenti di algologia in medicina felina.

    Tipologie di dolore

    La prof.ssa Della Rocca ha esordito fornendo ai partecipanti una serie di nozioni fondamentali in tema di neurofarmacologia del dolore, prov­vedendo innanzitutto a fare chiarezza riguardo alla sua classificazione, del quale esistono diverse tipologie.  

    • Dolore transitorio (insorge in assenza di danno tissutale): è associato a traumi tissutali lievi o nulli e serve a mettere al riparo l’organi­smo da potenziali stimoli dannosi. Questo tipo di dolore è adattativo (di allarme), mediato dai nocicettori normoeccitabili.
    • Dolore tissutale infiammatorio acuto (insorge dopo che si è verificato il danno tissutale): rispetto al precedente, è associato a un danno tis­sutale più importante ed è mediato dai nocicettori ipereccitabili; ha funzione protettiva, favorendo l’immobilità e/o la protezione della parte lesa ac­celerandone così la guarigione (adattativo, o dolore “sintomo”). Tale tipologia di algia è dunque subordinata al danno attuale (tissue injury pain) del tessuto ed è ben evidente il rapporto cau­sa/effetto. Di durata limitata, si esaurisce quando viene riparato il danno che ne è responsabile e risponde alle misure antinocicettive. Gli stimoli nocicettivi hanno prodotto il danno tissutale e il dolore è mediato dai nocicettori ipereccitabili, con una sensibilizzazione periferica e centrale. Esso può essere infatti provocato dal tatto, dal carico su un’articolazione o dal movimento di un arto entro il range fisiologico. Solitamente, in conco­mitanza con la riparazione del danno tissutale, i processi di sensibilizzazione periferica e centrale si riducono fino a scomparire, con conseguente cessazione del dolore.  
    • Dolore tissutale infiammatorio persistente (si perpetua dato il permanere del danno tissutale): se si ha persistenza della causa di in­fiammazione (ad esempio per una patologia cro­nica come l’osteoartrite) la stimolazione del siste­ma nocicettivo continua, persistono i processi di sensibilizzazione periferica e centrale, e il dolore infiammatorio diventa persistente (persistendo lo stimolo algogeno, persiste anche esso). In questa tipologia di dolore, che si connota come maladat­tativo, è ancora presente il rapporto causa/effetto, ed è buona la risposta agli analgesici e, in generale, alle misure antinocicettive. Questo dolore è mediato dai nocicettori (ipereccitabili) e la sensibilizzazione periferica e centrale non è suscettibile di riduzione. Iperalgesia e allodinia sono persistenti.  
    • Dolore neuropatico (persistente): deriva da un danno a carico del SNC o periferico e si presenta senza stimoli ai nocicettori, ma per attivazione ectopica dei neuroni (dolore disnocicettivo). Non sempre è chiaro il rapporto causa-effetto e può persistere per mesi, anni o per sempre dopo l’evento che ha prodotto la lesione nervosa, anche se il dan­no viene riparato; presenta pertanto i connotati di un dolore maladattativo definito dolore “malattia”. Buona è la risposta ai farmaci antidisnocicettivi (antidepressivi triciclici, anticonvulsivanti e ane­stetici locali). Può verificarsi a causa di:
      • persistenza dell’ipereccitabilità dei nocicettori, mediata dai recettori a bassa soglia collegati alle fibre A-beta (continua dopo la guari­gione del danno tissutale);
      • dismielinosi di tratti di fibra nervosa o sprouts-neuromi, che rendono le fibre nervose ipe­reccitabili (dolore senza danno tissutale per lesione del sistema nervoso);
      • degenerazione delle fibre C e ipertrofia delle A-beta, cui seguono nuove connessioni sinaptiche con le cellule della lamina II del corno dorsale del midollo e attivazione del II neurone da parte delle fibre A-beta oltre che delle A-delta e C (dolore senza danno tissutale, per lesione del sistema nervoso).
    • Dolore misto: è caratterizzato da una componente infiammatoria e da una componente neuropatica.
    • Dolore di origine sconosciuta o incerta. È presente in svariate condizioni, come ad esempio:
      • chronic post-surgical pain (CPSP)
      • feline hyperestesia syndrome
      • feline orofacial pain syndrome (FOPS)
      • cefalea/emicrania
      • da arto fantasma
      • cistite idiopatica
      • prurito cronico

    Fattori da considerare nella terapia del dolore

    La relatrice ha sottolineato che in ambito ve­terinario non esistono protocolli standard per la terapia del dolore e che riconoscere quale meccanismo sia alla base della sua genesi del è di fondamentale importanza dal punto di vista terapeutico.

    I fattori che intervengono nella scelta di un protocollo analgesico sono:

    • patogenesi (infiammatorio, neu­ropatico, misto);
    • durata;
    • severità;
    • localizzazione;
    • caratteristiche del paziente (specie, razza, sesso, età, peso, stato fisico, storia farmacolo­gica, ambiente, alimentazione).

    L’approccio terapeutico

    L’approccio terapeutico è basato su alcuni punti:

    • l’eziopatogenesi, ovvero conside­rare se quello che ci si trova a fronteggiare è un dolore infiammatorio, o neuropatico oppure misto;
    • la severità, in quanto mentre per un dolore severo andrà approntato un trattamento antalgico aggressivo con analgesici potenti (ad esempio, oppioidi puri + FANS + adiuvanti), per uno moderato il trattamento prevederà farmaci antinfiammatori + adiuvanti, e uno lieve risponderà a farmaci analgesici meno aggressivi (ad esempio, oppioidi deboli, FANS);
    • la durata, che aiuta a determina­re la terapia analgesica più appropriata; ad esempio, animali con dolore da moderato a severo da lungo tempo richiedono una terapia antalgica più aggressiva e mirata a causa degli intercorsi fenomeni di sensibilizzazione cen­trale e periferica a carico del sistema nervoso. Inoltre l’approccio terapeutico analgesico do­vrebbe essere preventivo e deve svilupparsi in maniera multimodale, basato sul singolo paziente.

    Riguardo a quest’ultimo, i fattori da considerare prima della scelta di un protocollo analgesico sono dunque la specie, la razza, il sesso, l’età, il peso, lo stato fisico, l’ambiente, l’alimentazio­ne, lo stato fisiologico (gravidanza, lattazione), lo stato patologico (co-morbidità, polifarmacia, interazioni farmacologiche, controindicazioni). Tutto ciò infatti può comportare differenze soggettive nella risposta ai farmaci analgesici.

    Oltre ai farmaci per la gestione del dolore è possibile ricorrere anche a crioterapia-termote­rapia, massaggi, stretching ed esercizi terapeu­tici attivi o passivi, tecniche fisiche strumentali (elettrostimolazione, ultrasuoni, magnetotera­pia, diatermia, laser, agopuntura), nutraceutici, fitoterapici.

    Curare il gatto con dolore da patologia odontoiatrica

    Il dott. Gamba ha esordito affermando che “il dolore orale/dentale è ancora poco riconosciuto, poco curato e trascurato nella pratica veterina­ria dei piccoli animali”, nonostante le malattie dentali, orali e maxillo-facciali rientrino tra i problemi più comuni in questo settore pro­fessionale. Tali patologie, spesso non trattate o sottotratta­te, generano un dolore significativo e infezioni localizzate (potenzialmente sistemiche), e mi­nano anche il benessere degli animali.  

    Il relatore ha portato alcuni esempi di terapia antalgica utile per i pazienti con dolore del cavo orale.  

    stomatite-gatto
    © mojahata – shutterstock.com
    • Nel paziente felino che ha subito un’estrazio­ne dentale, in fase acuta dopo l’intervento e per un totale 10 giorni di trattamento si possono utilizzare:  
      • FANS, la cui dose varia in base alla molecola scelta e il cui utilizzo è possibile (anche se da valutare caso per caso) nei pazienti con CKD;  
      • pregabalin alla dose di 1 mg/kg PO sid, do­saggio che può essere aumentato se necessario;  
      • PEA alla dose di 20 mg/kg PO sid.  
    • Come mantenimento della terapia contro il do­lore del cavo orale, si possono utilizzare non solo pregabalin e PEA al dosaggio come in fase acuta ma anche anti-NGF mAb (anti-Nerve Growth Factor monoclonal Antibody), a dosag­gio secondo la taglia del gatto SC ogni 28-30 giorni (uso off label).  
    • La sindrome da dolore orofacciale felina (FOPS, feline orofacial pain syndrome), può essere trattata con:  
      • pregabalin (1 mg/kg PO sid, e il dosaggio può essere incrementato, se necessario);  
      • PEA (20 mg/kg PO sid).  
      • Nel caso in cui in conseguenza della malattia si verifichino episodi di autotraumatismo si assiste, oltre al peggioramento della sintoma­tologia, allo sviluppo di una componente in­fiammatoria acuta che dev’essere controllata con FANS (anche per sfruttarne l’azione sulle vie inibitorie discendenti); in alcuni casi sarà necessario utilizzare tali farmaci per lungo pe­riodo, controllando regolarmente funzionalità epatica e renale del paziente in terapia.

    Curare il gatto con dolore da osteoartrite

    Nell’osteoartrite (OA) si assiste a rimodellamen­to osseo (con sclerosi), sinovite, distensione e fibrosi della capsula articolare, degenerazione e fibrillazione della cartilagine ialina, osteofitosi.  

    • I FANS comunemente raccomandati per il trattamento del dolore a lungo termine nel gat­to sono il meloxicam e il robenacoxib.  
    • Il gabapentin si lega ai canali del calcio voltaggio dipendenti e si utilizza per dolore neuropatico, allodinia, iperalgesia, OA, ecc. Il dosaggio nel gatto è di 5-10 mg/kg bid o tid PO, scalando il dosaggio prima di sospendere la terapia. È necessario porre attenzione nei pazienti nefropatici ed epatopatici.  
    • Il pregabalin viene utilizzato alla dose di 1-4 mg/kg sid o bid PO. In commercio esiste anche in soluzione orale.  
    • La ketamina, antagonista non selettivo ad alta affinità per il recettore N-metil-D-aspartato (NMDA), si utilizza nel dolore cronico, neuro­patico, nel wind-up, per allodinia e iperalgesia. La ketamina nel gatto si utilizza alla dose di 0,5-1 mg/kg (in CRI: 2-20 μg/kg/min).  
    • La PEA è una molecola endogena con azione indiretta sui recettori endocannabinoidi CB1 e CB2 ed è in grado di modulare il sistema endocannabinoide (SEC) e di agire su dolore infiammatorio e neuropatico.  
    • La CBD (cannabidiolo, +/- tetraidrocannabi­nolo, THC) è una molecola esogena con azione diretta su CB1 e CB2. Il relatore ha sottolineato che esiste molta confusione sulle formulazioni e che i dati sulla sua pk/pd (pharmacokinetic/ pharmacodynamic) sono incerti; agisce su dolore infiammatorio e neuropatico.
    gatto-olio-cbd-somministrazione
    © Lightcube – shutterstock.com

    E per il perioperatorio e il postoperatorio?

    Il dott. Gamba ha successivamente passato in rassegna le armi che il medico veterinario ha a disposizione per combattere il dolore acuto (compreso quello che si verifica nel periopera­torio), esaminando singolarmente le caratteri­stiche dei farmaci che costituiscono “l’arsenale” con una parte della relazione dedicata a chiarire le controindicazioni alla somministrazione dei FANS.  

    tabella-farmaci-dolore-perioperatorio-gatto
    I farmaci per l’analgesia perioperatoria nel gatto.

    Inoltre, è stato sottolineato che, per aspirare a minori tempi di ricovero e a un minor numero di complicazioni, il recupero postoperatorio del paziente dev’essere studiato e svolto in equipe.

    È infatti necessario prevedere:  

    • l’introduzione di un supporto nutrizionale preoperatorio nel paziente malnutrito;  
    • un carico di carboidrati preoperatorio per contrastare l’insulinoresistenza postoperatoria;  
    • la scelta di un’analgesia epidurale o spinale per ridurre la risposta endocrina allo stress;  
    • l’utilizzo di farmaci antinfiammatori per ri­durre la risposta infiammatoria;  
    • una rapida ripresa dell’alimentazione post chirurgia per assicurare maggiore energia al paziente;  
    • una gestione ottimale del dolore per evitare stress e insulinoresistenza.

    Il gatto paziente chirurgico:

    • È necessaria la valutazione attenta del dolore nel paziente chirurgico. Le scale validate sono semplici e “veloci”.  
    • Il digiuno preoperatorio deve essere limitato e la rialimentazione precoce  
    • Sono importanti le tecniche locoregionali per il comfort postoperatorio e per l’attività anticatabolica.  
    • La scelta dei farmaci da utilizzare a livello terapeutico è più ampia di un tempo  
    • Non esistono farmaci dannosi, ma solo modi dannosi di usare i farmaci
  • Antibiotici in Europa: aggiornati i dati dell’EMA

    Antibiotici in Europa: aggiornati i dati dell’EMA

    Nel settembre del 2009, su indica­zione della Commissione Europea, l’Agenzia europea per i medicinali (EMA) avviò il progetto ESVAC per sorvegliare il consumo di antibiotici veterinari nell’UE e negli Stati dello Spazio economico europeo (SEE); la partecipazione era volontaria e nel corso degli anni i Paesi dichiaranti sono saliti da 9 a 31.

    Grazie a questo lavoro, conclusosi formalmente a novembre 2023 con la pubblicazione del 13° rapporto ESVAC, è stato dato un fondamen­tale contributo all’identificazione dei possibili fattori di rischio per lo sviluppo e la diffusione delle resistenze negli animali: l’UE è riuscita a raggiungere circa metà dell’obiettivo di riduzio­ne del 50% delle vendite di antibiotici per animali da allevamento e acquacoltura entro il 2030, cioè il 25,2% in meno rispetto al 2018, preso come anno di riferimento.

    grafico-riduzione-vendita-antibiotici-report-ema-2023
    Grafico che rappresenta la progressione della riduzione delle vendite di antimicrobici destinati agli animali di allevamento entro il 2030. Dal report EMA 2023.

    Dal 2024, in base a quanto previsto dal Regolamento sul farmaco veterinario (articolo 57 del Regolamento (UE) 2019/6), la comuni­cazione all’EMA dei dati sul volume delle ven­dite e sull’uso di medicinali antibiotici negli animali è divenuta obbligatoria per tutti i Paesi europei, allo scopo di monitorare i progressi dell’UE verso un uso prudente degli antimicro­bici negli animali.

    In tal modo l’EMA, dall’analisi dei dati comu­nicati dai diversi Paesi, può stilare annual­mente il nuovo report European Sales and Use of Antimicrobials for Veterinary Medicine (ESUAvet), la cui prima edizione è stata diffusa il 31 marzo di quest’anno ed è riferita ai dati del 2023 (per i dati raccolti dal 2025 in poi, l’EMA prevede di pubblicare la relazione annuale entro il 31 dicembre di ogni anno).

    Il frutto della collaborazione

    Nella presentazione del documento, il primo che contiene i dati di tutti i Paesi UE oltre che quelli di Islanda e Norvegia per un totale di 29 Paesi, Emer Cooke, direttrice esecutiva dell’EMA, ha sottolineato la necessità di un maggior coordi­namento nell’UE e nel mondo e di una risposta completa che coinvolga governi, società civile, organizzazioni internazionali e settore privato per fronteggiare la minaccia dell’antibioticore­sistenza:

    Questo rapportoè la prova della continua stretta cooperazione tra l’EMA e gli Stati membri e dimostra che pos­siamo raggiungere obiettivi ambiziosi attraverso la collaborazione e l’impegno”.

    Emer Cooke, direttrice esecutiva dell’EMA

    Inoltre, in piena applicazione dell’approccio One Health, i dati del 1° ESUAvet confluiranno anche nel progetto Joint Interagency Antimicrobial Consumption and Resistance Analysis (JIACRA) in collaborazione con altre agenzie sanitarie dell’UE.

    Le novità del 1° rapporto ESUAvet

    Il report riguarda le sostanze definite come an­timicrobiche nel Reg. UE 2019/6 (qualsiasi so­stanza con un’azione diretta sui microrganismi utilizzata per il trattamento o la prevenzione di infezioni o malattie infettive, compresi antibio­tici, antivirali, antimicotici e antiprotozoari).

    Per la prima volta, i dati sono stati raccolti per specie, in particolare per bovini, suini, polli e tacchini; è stato inoltre richiesto ai Paesi di specificare l’uso per le categorie bovini da latte, bovini da carne, altri bovini, suini da ingrasso, galline ovaiole, polli da carne, altri polli, tacchini da ingrasso e altri tacchini.

    I dati sono stati forniti da diverse fonti: 26 Paesi si sono affidati ai veterinari, di cui 16 in modo esclusivo, ma 13 si sono affidati anche ad altre origini (farmacie, allevatori, mangimifici, rivenditori al dettaglio). Un altro cambiamento risiede nell’unità di mi­sura adottata: mentre nei report ESVAC si par­lava di mg/PCU (Population Correction Unit), che indica la quantità di principio attivo utiliz­zato per unità di bestiame, nel report ESUAvet le vendite di antimicrobici sono espresse in mg/kg di biomassa, il che rende difficilmente con­frontabili i dati tra le due tipologie di report.

    Il 98% degli antibiotici destinato ad animali da reddito

    In totale, nel 2023 le vendite complessive nell’UE di medicinali veterinari antimicrobici la cui segnalazione all’EMA è obbligatoria (an­tibatterici, antiprotozoari con effetto antibatte­rico, antimicobatterici intramammari e agenti antinfettivi) sono state pari a 4.380,8 tonnellate. Inoltre, 17 Paesi hanno fornito dati anche sulle vendite di antimicrobici a dichiarazione volon­taria (antibatterici per uso topico, antiprotozoari, antimicotici e antinfettivi), che sono stati pari a 36,9 tonnellate.

    Per quanto riguarda i soli antimicrobici a dichia­razione obbligatoria, il 98,4% di tutte le vendite segnalate in tonnellate è stato destinato ad animali da reddito (l’85,9% delle quali corrispondeva a formulazioni destinate al trattamento di gruppo), con una grande differenza tra i Paesi, da 6,0 mg/kg a 112,9 mg/kg; il dato medio dell’UE è stato di 45,1 mg/kg.

    La classe antimicrobica più venduta per questi animali è stata quella delle penicilline (31,4%), seguita dalle tetracicline (21,6%) e dalle sulfo­namidi (10,1%).

    In generale, i modelli di vendita delle varie classi antimicrobiche hanno mostrato variazioni sostanziali tra i 27 Paesi dell’UE. Considerando la classificazione AMEG (classifi­cazione degli antibiotici in base all’effetto che il possibile sviluppo della resistenza antimicrobica dovuto al loro utilizzo negli animali può avere sulla salute pubblica e in base alla necessità di utilizzarli nella Medicina Veterinaria), il 65,3% delle vendite totali ha riguardato sostanze che appartengono alla categoria D (prudenza), il 29,3% alla categoria C (attenzione) e il 5,4% alla categoria B (da limitare: fluorochinoloni, altri chinoloni, cefalosporine di 3° e 4° generazione e polimixine, classificati anche come antimicrobici di massima priorità e di importanza critica per la Medicina Umana dall’OMS).

    Per questi ultimi le vendite va­riavano, a livello nazionale, dallo 0,08% al 17,8% del totale; in particolare per 6 Paesi segnalanti la quota di vendite è stata superiore al 10% (Bulgaria, Lituania, Croazia, Polonia, Romania e Slovacchia).

    Animali da compagnia: soprattutto penicilline

    Per quanto riguarda gli animali non destina­ti alla produzione di alimenti (principalmente animali da compagnia), le vendite di antimicro­bici veterinari hanno rappresentato l’1,6% del totale. Anche in questo caso, è stata osservata una grande differenza tra i Paesi, con valori da 12,5 mg/kg a 145,8 mg/kg di biomassa (media UE: 38,2 mg/kg).  

    La forma farmaceutica più venduta è stata la compressa (90,8%) mentre, rispetto alle clas­si di antimicrobici, si è trattato soprattutto di penicilline (49,6%), di cefalosporine di 1° e 2° generazione (16,8%) e di derivati dell’imidazolo (11,4%).

    grafico-vendita-antibiotici-animali-compagnia-classe-farmaceutica-report-EMA-2023
    Grafico che raffigura le vendite di antibiotici (in tonnellate) in base alla classe farmaceutica negli animali da compagnia. Dal report EMA 2023.

    In base alla classificazione AMEG, il 26% delle vendite è rappresentato da sostan­ze appartenenti alla categoria D (prudenza), il 71,6% alla categoria C (cautela) e il 2,4% alla categoria B (limitare).

    Italia in peggioramento

    Per l’Italia i dati segnalano un totale di 651,2 tonnellate di antibiotici venduti nel 2023, pari a 104,7 mg/kg di biomassa (oltre il doppio rispetto alla media europea di 45,1 mg/kg), posizionandosi seconda dopo Cipro (con 112,9 mg/kg) e prima della Spagna (87,9 mg/kg).

    cartina-impiego-antibiotici-europra-rapporto-ema-2023
    I dati delle vendite di antibiotici per animali destinati alla produzione alimentare (in mg/kg di biomassa) nell’UE, Islanda e Norvegia nel 2023. Dal report EMA 2023.

    Nel 2022 il dato era pari a 157,5 mg/PCU: il no­stro Paese era riuscito a far meglio della media europea, con un calo delle vendite di antimicrobici nel 2011-2022 pari al 57,5% (da 371,0 a 157,5 mg/PCU). Per poter paragonare i dati con gli anni precedenti, nel documento è presente una tabella che riporta i dati attuali in mg/PCU, da cui emerge come, con 180,3 mg/PCU, il trend in discesa che l’Italia aveva mantenuto tra il 2018 e il 2022 si sia invertito.

    Peggio di noi ha fatto solo la solita Cipro. Viene comunque indicato che nel 2023 l’Italia ha cam­biato il fornitore di dati sulle premiscele, passando dai titolari delle AIC ai mangimifici, che ha portato a una sottostima dei dati del 2022. Osservando inoltre la tabella nel suo complesso, si può vedere che sono molti i Paesi che nel 2023 hanno pre­sentato un aumento delle vendite espresse in mg/PCU dopo un trend di discesa (tra questi Germania, Paesi Bassi e Svezia), a testimonianza che i cam­biamenti introdotti metodologie di elaborazione del documento rendono il confronto difficile.

    Trattandosi del primo report con i nuovi parametri, l’EMA avverte che saranno necessari ulteriori sfor­zi per migliorare la qualità dei dati ed elaborare le tendenze

  • Novità da Ceva Salute Animale: Kesium® ora disponibile anche in confezioni multiblister frazionabili per uso ambulatoriale

    Novità da Ceva Salute Animale: Kesium® ora disponibile anche in confezioni multiblister frazionabili per uso ambulatoriale

    Ceva Salute Animale ha ricevuto dal Ministero della Salute l’autorizzazione per le confezioni di Kesium® (amoxicillina + acido clavulanico) multidose:

    • Kesium® 50 mg/12,5 mg da 100 compresse
    • Kesium® 200 mg/50 mg da 96 compresse
    • Kesium® 500 mg/125 mg da 96 compresse

    oggi disponibili in confezioni multiblister frazionabili, per l’uso ambulatoriale.

    kesium-confezioni-multiblister-prodotto
    © Ceva Salute Animale

    Ceva Salute Animale è da tempo impegnata nel sostenere l’utilizzo corretto e razionale del farmaco antimicrobico per preservare l’efficacia di queste molecole e nel supportare il medico veterinario nel perseguimento di questo obiettivo di primaria importanza per la salute animale e umana.

    Questa variazione è in linea con quanto previsto dal Decreto legislativo 218/2023 con il quale sono state introdotte importanti novità relative alla gestione del farmaco veterinario, in particolare per ciò che riguarda l’utilizzo delle confezioni dei medicinali veterinari frazionabili che prevedono per il medico veterinario, nell’ambito della propria attività, la possibilità di consegnare all’allevatore o al proprietario degli animali i medicinali veterinari della propria scorta, anche da confezioni multiple in frazioni distribuibili singolarmente, “ove disponibili sul mercato”.

    Kesium® in una pratica confezione frazionabile

    Per questo motivo le confezioni frazionabili di Kesium® sono accompagnate da un numero di foglietti illustrativi, in formato elettronico (QR code), pari al numero di frazioni dispensabili singolarmente.

    kesium-qr-foglietto-illustrativo
    © Ceva Salute Animale

    Inoltre, la confezione riporterà la dicitura “Confezione frazionabile” sull’imballaggio esterno e il numero di frazioni contenute. Ovviamente, ciò non esclude la possibilità di vendita in un’unica soluzione dell’intera confezione multipla frazionabile, cioè contenente l’intero numero di frazioni.

    Un approccio terapeutico più flessibile

    In quest’ottica, l’utilizzo del range di Kesium® ora permetterà un approccio terapeutico più flessibile e adeguato alle condizioni del paziente da sottoporre a trattamento. Questa novità, insieme alla tecnologia “Delicament – elevata appetibilità” e alla facilità di somministrazione (grazie anche al fatto che le compresse sono suddivisibili) consentiranno di utilizzare Kesium® al dosaggio corretto, permettendo una più efficace attuazione e prosecuzione della terapia da parte del proprietario.

    Kesium® è registrato per l’uso nel cane e nel gatto per il trattamento delle infezioni causate da ceppi di batteri produttori di ß-lattamasi sensibili all’amoxicillina in associazione con acido clavulanico quali:

    • infezioni cutanee (comprese le piodermiti superficiali e profonde) causate da Staphylococcus spp;
    • infezioni del tratto urinario causate da Staphylococcus spp., Streptococcus spp., Escherichia coli e Proteus mirabilis;
    • infezioni del tratto respiratorio causate da Staphylococcus spp. Streptococcus spp. e Pasteurella spp;
    • infezioni del tratto digerente causate da Escherichia coli;
    • infezioni del cavo orale (mucose) causate da Pasteurella spp., Streptococcus spp. ed Escherichia coli.  
    kesium-spettro-d'azione-apparati
    © Ceva Salute Animale

    Il progetto GRAM

    L’azione di Ceva Salute Animale per aumentare la consapevolezza dell’utilizzo razionale degli antimicrobici si collega anche al progetto GRAM (Global Research on Antimicrobial Resistance).

    Collegandosi al sito www.ceva-gram.com è possibile consultare:

    • schede di patologia: per ciascuna patologia è visibile una scheda pratica con la guida al trattamento e agli antibiotici utilizzabili (“1 malattia = 1 scheda pratica con diagramma di trattamento e guida agli antibiotici utilizzabili”);
    • indicazioni per il prelievo di campioni, per l’interpretazione di risultati, sulle cause di fallimento della terapia e riguardo alla gestione di malattie multi-resistenti;
    • capitoli sinottici (informazioni riguardo l’igiene, nozioni di farmacologia, prevalenza e rilevanza delle antibiotico-resistenze).
  • Avvelenamento da vegetali nei ruminanti

    Avvelenamento da vegetali nei ruminanti

    Esistono diverse intossicazioni da vegetali nei ruminanti che provocano disturbi ematologici legati alla presenza di alcuni specifici composti tossici. È difficile stilarne un elenco esaustivo, soprattutto perché alcune piante tossiche causano anche altri tipi di disturbi.

    Ecco dunque le principali piante che provocano marcati segni ematologici, quali sindrome emorragica, ematuria o emoglobinuria. Questi avvelenamenti si manifestano in forma acuta o cronica, a seconda delle circostanze, ma talvolta il decorso dell’avvelenamento acuto è così rapido che non si osservano segni clinici ematologici premonitori.

    Inoltre, in particolari situazioni alcune foraggere possono causare effetti tossici se somministrate a lungo, ed è difficile attribuire loro la responsabilità.

    La diagnosi non è quindi puramente clinica, anche se alcune sostanze possono comunque essere oggetto di analisi fitochimiche, soprattutto se si tratta di foraggere, ed è particolarmente importante basarsi su dati epidemiologici.

    Felce aquilina

    La felce aquilina (Pteridium aquilinum) è una pianta perenne appartenente alla famiglia delle Dennstaedtiaceae. Cresce su terreni silicei, in particolare nei boschi, nelle radure, lungo i sentieri e nei pascoli. La sua altezza può raggiungere i 3 m; è molto resistente e ricresce facilmente dopo disboscamenti e incendi. Non dev’essere confusa con la felce maschio: la felce aquilina produce una sola fronda da un singolo rizoma, mentre la felce maschio produce diverse fronde che crescono a rosetta formando un imbuto verso il centro.

    pianta-felce-aquilina
    La felce aquilina produce una sola fronda da ogni singolo rizoma. © Gilbert Gault

    Tutte le parti della pianta sono velenose e l’essiccazione non ne modifica la tossicità (sebbene in alcuni Paesi, come il Giappone, la felce aquilina venga consumata).

    Patogenesi

    La felce aquilina contiene un eteroside sesquiterpenico, il ptaquiloside, che causa aplasia midollare, provocando prima trombocitopenia (e quindi emorragie), quindi leucopenia seguita da anemia. Questo composto, eliminato nel latte, è anche cancerogeno e potrebbe essere responsabile di tumori della vescica nei bovini. La sindrome emorragica è stata segnalata solo in questa specie, ma la pianta contiene anche tiaminasi, responsabili di una carenza di tiamina (vitamina B1) negli equini e nei suidi, che provoca disturbi neurologici. Questi enzimi sono inattivati nel rumine, tuttavia potrebbero essere coinvolti in un caso di cecità segnalato in pecore.

    I rischi tossici variano a seconda dello stadio vegetativo: il ptaquiloside è presente principalmente nella fronda matura (foglia) e quindi il pericolo è maggiore in estate, mentre le tiaminasi sono presenti principalmente nel rizoma e nella fronda giovane, il che provoca più avvelenamenti invernali e primaverili.

    Circostanze dell’avvelenamento

    L’avvelenamento da felce aquilina è possibile se la pianta viene ingerita al pascolo, ma anche se è presente nel foraggio o utilizzata come lettiera. I disturbi si manifestano solo in caso di ingestione ripetuta e prolungata nell’arco di pochi giorni o diverse settimane; i bovini giovani, di età compresa tra 3 e 18 mesi, sembrano essere più suscettibili degli adulti.

    Quadro clinico

    L’avvelenamento da felce aquilina era causa di una sindrome emorragica (descritta in bovini alimentati con grandi quantità di felce per 1 a 3 mesi, ndr), quadro clinico oggi raro. Sono però ancora possibili forme subacute con compromissione delle condizioni generali (depressione), marcata ipertermia, petecchie ed emorragie di vario tipo (epistassi, secrezioni, diarrea emorragica, ecc.). L’analisi ematologica mostra trombocitopenia, associata a leucopenia e agranulocitosi, e anemia.

    autopsia-vescica-avvelenamento-felce
    Lesioni alla vescica osservate all’autopsia in un caso di avvelenamento da felce aquilina. © Clinica Hazé (Flers)

    Non esiste un trattamento specifico e la progressione è fatale se l’intervento è tardivo. L’autopsia rivela soffusioni emorragiche in vari organi e ulcere digestive.

    Nel caso di ingestione prolungata di una piccola quantità di felce per diversi mesi o anni, si può osservare una forma più subdola, con sola ematuria, legata a possibili tumori della vescica, ad esempio papillomi o emangiomi scoperti al macello.

    Negli ovini, il consumo prolungato di felce aquilina è responsabile anche di atrofia della retina, la cui patogenesi non è del tutto compresa, che porta a cecità progressiva e irreversibile.

    Ferula comune

    Il genere Ferula è presente in tutte le Regioni dell’Italia centro-meridionale (ove è più frequente), in Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. Le specie più diffuse sono F. communis e F. glauca; inoltre sono segnalate F. sommieriana (solo Sicilia) e F. arrigonii (solo Sardegna). Ferula communis ha un grosso stelo fiorale (di diversi centimetri di diametro) e può raggiungere i 2-3 m di altezza; i fiori sono raccolti in ombrelle di colore giallo brillante. La ferula comune viene talvolta confusa con il finocchio selvaticoAnethum foeniculum – il cui stelo fiorale, alto al massimo 1,5 m, è sottile e slanciato e il cui fogliame emana un profumo di anice.

    pianta-ferula-comune
    La ferula comune (Ferula communis communis) può raggiungere i 2-3 m di altezza e ha ombrelle di fiori giallo brillante.
    ©Gilbert Gault

    Patogenesi

    I principi tossici sono le cumarine, come il ferulenolo, la ferpenina e l’idrossiferulenolo. Tutte le parti della pianta ne possono contenere, con notevoli variazioni di concentrazione a seconda degli organi, del ciclo vegetativo, dello stress ambientale subito dalle piante e della specie. Queste cumarine hanno proprietà anticoagulanti, inibendo la vitamina K epossido reduttasi (VKOR), essenziale per la ricostituzione della vitamina K.

    La ferula ha dato il nome alla sindrome conseguente alla sua ingestione: la ferulosi, o “mal della ferola”. La dose tossica per Ferula communis communis è di circa 2,5 g/kg di peso vivo al giorno per la specie ovina.

    Circostanze dell’avvelenamento

    L’avvelenamento dei ruminanti da ferula comune è molto raro (gli animali al pascolo la evitano), tuttavia, in letteratura sono descritti casi in tutta la regione del Mediterraneo. L’avvelenamento si ha quando la pianta viene consumata durante periodi di carestia, o in particolare in ambito di percorsi di eco- o silvopastoralismo, per la prevenzione degli incendi nell’area mediterranea.

    Inoltre, il ferulenolo viene escreto in piccole quantità nel latte e può quindi esporre il vitello: a seconda della sensibilità e della razza (ad esempio nei bovini di razza Corsa si sospetta una mutazione di resistenza), ciò può portare a una diminuzione dei fattori della coagulazione e alla manifestazione del quadro clinico.

    Quadro clinico

    Questa intossicazione è caratteristica delle molecole anti-vitamina K, con un ritardo di comparsa di alcuni giorni che corrisponde all’inibizione della rigenerazione della vitamina K da parte dell’enzima VKORC1, con conseguente esaurimento dei fattori intrinseci della coagulazione. Oltre al peggioramento delle condizioni generali (forte depressione, perdita di appetito, ecc.), la sintomatologia principale è costituita da una sindrome emorragica.

    Il quadro clinico è spesso dominato da debolezza e segni suggestivi come diarrea emorragica, ematuria, epistassi, dispnea o addirittura zoppia, a seconda della localizzazione delle emorragie. All’autopsia possono essere osservate anche aree emorragiche e versamenti cavitari.

    autopsia-avvelenamento-ferula
    All’autopsia, nei casi di avvelenamento da ferula, si osservano emorragie e versamenti. © Ali Dahmani

    Altre piante con proprietà anticoagulanti

    Altre piante contengono un anticoagulante naturale (dicumarolo o dimero di cumarina), ma richiedono un’attivazione fungina per produrre concentrazioni in grado di indurre un quadro emorragico nei ruminanti (nella pianta non contaminata da Aspergillus le concentrazioni sono basse). Le due principali piante che contengono queste sostanze sono il trifoglio dolce (Melilotus alba e officinale) e il paleo odoroso (Anthoxanthum odoratum). Talvolta viene utilizzato il termine sweet clover disease” per indicare il trifoglio dolce che diventa tossico a causa della contaminazione fungina.

    In Europa i casi sono rari, perché questa è una pianta infestante e non una foraggera, coltivata invece in Canada e negli Stati Uniti.

    Piante contenenti nitrati

    I nitrati partecipano al metabolismo dell’azoto nei vegetali e la loro presenza nella razione è normale, ma alcune piante possono contenerne livelli eccessivi, sufficienti a causare avvelenamento nei ruminanti. Si tratta di piante foraggere, coltivate o distribuite in modo eccessivo (principalmente barbabietole, rape da foraggio, colza, cavoli, erba medica, trifoglio e sorgo).

    Le cause principali delle concentrazioni anomale di nitrati sono un’eccessiva fertilizzazione azotata e le perturbazioni pedoclimatiche, in particolare siccità, luce insufficiente e carenza di minerali. La concentrazione è maggiore nelle radici che nelle parti aeree, e in particolar modo nelle piante giovani. Anche diverse erbe infestanti sono particolarmente inclini ad accumulare nitrati, come Amaranthus sp., Rumex sp. e Chenopodium sp.

    Patogenesi

    I nitrati vengono catturati dalla microflora ruminale e ridotti a nitrito tramite la nitrato reduttasi. Questo primo passaggio consente poi la sintesi degli aminoacidi dopo la riduzione del nitrito da parte della nitrito reduttasi. Tuttavia, quando si verifica un’assunzione massiccia di nitrati, il nitrito si accumula nel rumine e viene assorbito; nel sangue penetra nei globuli rossi e ossida il ferro ferroso nell’emoglobina (Fe2+) a ferro ferrico (Fe3+), producendo così metaemoglobina, incapace di trasportare ossigeno.

    I nitriti esercitano anche un effetto vasodilatatore responsabile di ipotensione; e i nitrati hanno anche un effetto diuretico e irritante sulla mucosa digestiva.

    Circostanze dell’intossicazione

    L’avvelenamento si verifica principalmente quando gli animali hanno accesso a foraggi molto ricchi di nitrati, sia attraverso la distribuzione eccessiva di ortaggi da radice come le barbabietole, sia attraverso l’ingestione di piante giovani.

    Quadro clinico

    Dopo un periodo di latenza che può durare da una a diverse ore, durante il quale l’animale può manifestare sete intensa e diarrea a causa dell’azione diretta dei nitrati, compaiono progressivamente disturbi legati alla metaemoglobinemia, con lo sviluppo di cianosi. Le mucose assumono una tinta grigio-bluastra, poi brunastra, ben visibile a livello della mucosa vulvare.

    Allo stesso tempo, gli animali sono gravemente abbattuti, la loro andatura è instabile o non si muovono più e, se costretti a muoversi, manifestano polipnea e spasmi muscolari che possono evolvere in convulsioni. L’urina solitamente rimane limpida, ma può assumere una colorazione brunastra perché la metaemoglobina indebolisce i globuli rossi e può talvolta causare emolisi.

    I segni dell’anossia compaiono quando la percentuale di emoglobina in forma ossidata supera il 20% circa, mentre la morte sopraggiunge quando il livello raggiunge il 60-80%. All’autopsia si nota una colorazione brunastra del cadavere, caratteristica della metaemoglobinemia, accentuata dalla vasodilatazione.

    L’uso delle strisce reattive per lo screening dei nitriti consente un approccio analitico iniziale sul campo, ma la diagnosi di conferma si basa sul dosaggio della metaemoglobina, che è instabile in vitro, devono quindi essere prese diverse precauzioni: prelevare il campione in eparina o EDTA, quindi diluire immediatamente il sangue con acqua distillata per provocare l’emolisi che impedirà la riduzione enzimatica del pigmento. La provetta va poi refrigerata o congelata, in attesa dell’analisi, che dovrà essere effettuata entro 24 ore.

    Esiste un trattamento specifico per questo avvelenamento, che si basa sull’iniezione EV di blu di metilene all’1% (1 mg/kg) in una soluzione isotonica di glucosio. La riduzione della metaemoglobina è rapida e questo antidoto è ben tollerato dai ruminanti, ma bisogna evitare un sovradosaggio, poiché può causare metaemoglobinemia ed emolisi. Anche la vitamina C può essere utilizzata per la sua azione antiossidante (20 mg/kg in soluzione al 20%), ma la sua efficacia è minore.

    Se l’intervento è precoce, si può prendere in considerazione il ricorso alla ruminostomia. In caso di ipotensione marcata si somministra adrenalina.

    Il genere Alium

    Il genere Allium comprende in particolare la cipolla (Allium cepa), l’aglio (Allium sativum) e il porro (Allium ampeloprasum var. porrum). La tossicità delle cipolle è ben nota ai veterinari quando vengono ingerite accidentalmente dai carnivori domestici ma anche i ruminanti ne sono colpiti: in questi casi l’avvelenamento è causato dalla distribuzione di avanzi di cipolle (scarti, produzione eccessiva) nella razione; casi di questo tipo sono descritti in particolare negli Stati Uniti.

    Le piante del genere Allium contengono derivati dello zolfo (resistenti alla cottura), responsabili degli effetti tossici, cioè un’azione emolitica e ossidativa sull’emoglobina. I corpi di Heinz sono visibili all’interno dei globuli rossi.

    La dose tossica di queste piante nei ruminanti non è nota; per quanto riguarda le cipolle, per i carnivori domestici la quantità è dell’ordine di 5-10 g per chilo di peso corporeo. Le pecore e le capre sembrano essere meno suscettibili rispetto ad altri animali. Alcuni studi hanno valutato i segni clinici dell’avvelenamento da cipolla nel bovino: consumata alla dose di 0,04 kg per chilo di peso corporeo in una notte, hanno provocato una significativa emoglobinuria. In un secondo studio, i bovini hanno consumato circa 20 kg di cipolle per animale al giorno per sei settimane. In entrambi gli studi sono morti diversi bovini.

    Altri segni erano perdita di appetito, ridotta motilità del rumine, tachicardia, tachipnea e ittero. Inoltre, è capitato anche che vacche gravide abbiano dato alla luce vitelli morti.

    Colza e Brassicaceae

    La colza (Brassica napus) e il cavolo (Brassica oleracea) appartengono alla famiglia delle Brassicaceae. La coltivazione della colza è diffusa in tutto il mondo per produrre olio commestibile destinato al consumo umano, all’alimentazione del bestiame, in particolare sotto forma di panelli, ma anche come biocarburante. Oltre che nei campi coltivati, la si può trovare anche ai bordi delle strade o nelle aree incolte.

    pianta-colza-tossica
    La colza colonizza terreni incolti o i bordi delle strade. © Gilbert Gault

    La pianta, dai caratteristici fiori giallo oro, può raggiungere 1 m di altezza. Brassica oleracea var. acephala viene coltivato a scopo zootecnico, in particolare come foraggio per le vacche da latte, e può essere utilizzato anche come concimazione verde, come la senape.

    fiori-colza
    I fiori giallo oro della colza sono velenosi. © Gilbert Gault

    Patogenesi

    Si ritiene che la tossicità ematica della colza e di altre Brassicaceae sia legata alla presenza di un aminoacido, l’S-metil cisteina solfossido, che nel rumine si trasforma in dimetildisolfuro, che provoca la comparsa dei corpi di Heinz, probabilmente in seguito alla formazione di ponti disolfuro tra le molecole di emoglobina, che porta alla loro precipitazione nei globuli rossi. L’emolisi risultante porta ad anemia ed emoglobinuria.

    Circostanze dell’intossicazione e quadro clinico

    La colza e il cavolo da foraggio vengono selezionati in particolare per la loro bassa concentrazione di composti tossici; tuttavia, l’avvelenamento è possibile quando le condizioni pedoclimatiche ne hanno favorito l’accumulo o se le piante vengono somministrate eccessivamente. Anche una forte contaminazione da Brassicacee selvatiche o utilizzate come sovescio può favorirne l’insorgenza. Lo sviluppo dell’emolisi provoca apatia e la comparsa di un colore scuro o rosso delle urine dovuto all’emoglobinuria. L’analisi ematologica rivela un’anemia rigenerativa, generalmente moderata, che può essere accompagnata da tachipnea e tachicardia, con diminuzione della produzione di latte. Le mucose sono pallide e talvolta itteriche. La filtrazione renale della metaemoglobina può causare nefrite.

    Non esiste una cura specifica per questo avvelenamento; la principale misura da attuare è l’interruzione della distribuzione del foraggio. La presenza di S-metil cisteina solfossido può essere associata a un contenuto eccessivo di altri composti potenzialmente tossici presenti nelle Brassicaceae, come gli eterosidi di zolfo e i nitrati.

    Il quadro clinico può quindi essere complicato da disturbi respiratori, epatici e renali, nonché da metaemoglobinemia.

    Le piante che causano disturbi ematologici nei ruminanti possono provenire da pascoli, dalla potatura delle siepi, dai giardini o persino essere mescolate alla razione.

    Nella pratica, è importante chiedere agli allevatori, che devono essere informati dei rischi tossici associati a determinate piante, informazioni sull’alimentazione dei loro animali, in particolare sull’aggiunta volontaria o involontaria di determinate foraggere e, in caso affermativo, in quali proporzioni e per quanto tempo; è quindi utile che il veterinario si informi sulle specie vegetali presenti nella zona per comprendere i rischi per gli animali.

    tabella-caratteristiche-piante-avvelenamento-ruminanti
    Per saperne di più:

  • Rottura tracheale intratoracica in un gatto

    Rottura tracheale intratoracica in un gatto

    La rottura tracheale traumatica è rara nel gatto. Nella maggior parte dei casi viene descritta la comparsa di un disagio respiratorio progressivo, nel giro delle due o tre settimane che seguono il trauma, legato alla stenosi secondaria della trachea.

    Casi più rari presentano una forma di distress respiratorio acuto conseguente a una rottura tracheale più grave, come illustrato in questo articolo.

    Segnalamento e anamnesi

    Una gatta Europea, sterilizzata, di 1 anno di vita è stata condotta a visita per una dispnea importante associata a insorgenza improvvisa di emottisi. La gatta vive indoor con accesso all’esterno. È in regola con le vaccinazioni e correttamente sverminata. Non viene riportato alcun antecedente medico o chirurgico.

    Visita clinica

    Al momento del ricovero, la gatta è normotermica, con mucose orali leggermente cianotiche e con tempo di riempimento capillare inferiore ai due secondi. In ortopnea, a bocca aperta, l’animale presenta una dispnea restrittiva associata a discordanza. Si notano una polipnea significativa (frequenza respiratoria di 60 atti al minuto) e tosse intermittente produttiva.

    L’auscultazione respiratoria rivela un sibilo nella regione tracheale e crepitii nell’area dei lobi polmonari ventrali. L’auscultazione cardiaca evidenzia una frequenza di 160 bpm senza disturbi del ritmo né soffio associato. Nelle regioni cervicale e toracica viene rilevato un importante enfisema sottocutaneo, mentre non sono presenti lesioni evidenti a livello del collo o del torace.

    L’emottisi descritta dal proprietario non è più osservabile, e l’animale presenta anche una lieve esoftalmia all’occhio destro, probabilmente causata da un ematoma retroorbitale. Il resto dell’esame clinico è normale.

    Ipotesi diagnostiche

    L’insorgenza improvvisa di distress respiratorio associato a enfisema sottocutaneo nella regione cervicale suggerisce in primo luogo una rottura delle vie aeree. Un enfisema secondario a morsicatura nella zona cervicale è tra le ipotesi, ma non è stata osservata alcuna ferita. Infine, data la sintomatoligia, l’enfisema conseguente a una rottura esofagea sembra improbabile.

    Esami complementari

    Imaging

    Le radiografie del torace, eseguite in proiezione laterale destra e ventro-dorsale, rivelano un importante enfisema sottocutaneo nelle regioni cervicale e toracica. Viene riconosciuto uno pneumomediastino mediante la visualizzazione della parte dorsale della trachea, del tronco carotideo comune e dei muscoli lunghi del collo.

    radiografia-laterale-rottura-tracheale-gatto
    Proiezione laterale destra. Si noti la presenza di enfisema sottocutaneo cervicale e pettorale (frecce gialle). Si identifica uno pneumomediastino nella parte dorsale della trachea (freccia viola), nella regione del tronco carotideo comune (freccia verde) e nei muscoli lunghi del collo (frecce blu). Si osserva anche opacizzazione alveolare dei lobi polmonari cranioventrali (freccia rossa).

    Viene inoltre osservato un pattern misto, di tipo alveolo-interstiziale, che interessa principalmente i lobi polmonari craniali e le parti declivi, e ciò lascia sospettare emorragie polmonari o raccolte di sangue nei lobi ventrali secondarie all’emottisi descritta, o persino atelettasie polmonari. L’estensione e la localizzazione delle lesioni suggeriscono una breccia tracheale cervicale o intratoracica.

    radiografia-sagittale-rottura-tracheale-gatto
    Proiezione ventro-dorsale che mostra l’importante enfisema sottocutaneo nelle regioni toracica e pettorale (frecce gialle), nonché il pneumomediastino sul profilo destro della silhouette cardiaca (freccia nera).

    Gestione medica ed esami ematologici

    La gatta viene sottoposta a ossigenoterapia. Per limitare l’edema delle vie respiratorie viene somministrato desametasone alla dose di 0,1 mg/kg per via endovenosa. Per stabilizzare lo stato clinico della paziente è stata instaurata terapia analgesica a base di morfina (in ragione di 0,1 mg/kg per via sottocutanea).

    Per valutare le perdite ematiche viene eseguito un esame emocromocitometrico con formula, che non rivela alcuna anomalia ad eccezione di neutrofilia (ad un valore di 17 x 109 per litro; intervallo normale 2,5-12,5 x 109/l) che può essere conseguenza di una neutrofilia da stress. Poiché la cianosi e la dispnea migliorano con il trattamento messo in atto, viene proposta una tracheoscopia quattro ore dopo il ricovero per valutare il grado della lesione tracheale.

    Tracheoscopia

    La gatta viene anestetizzata con una premedicazione a base di medetomidina alla dose di 20 μg/kg per via endovenosa, seguita da induzione con ketamina, alla dose di 5 mg/kg per via endovenosa. Per garantire un’ossigenoterapia ottimale, viene posizionata una fonte di ossigeno a livello del canale operativo del broncoscopio.

    La fibroscopia rivela la presenza di una rottura tracheale completa e importante, situata a 2 cm dalla carena bronchiale.

    tracheoscopia-rottura-tracheale-gatto-1
    Immagini endoscopiche della trachea. Nella parte prossimale della trachea è visibile una produzione sieroemorragica (freccia).

    La distanza valutata tra le due estremità tracheali è di 1 cm. Una pseudomembrana emorragica sembra garantire la continuità tracheale.

    tracheoscopia-rottura-tracheale-gatto-2
    Immagini endoscopiche della trachea. A livello della lesione è evidente una rottura completa della trachea. L’anello tracheale prossimale è separato dall’anello tracheale distale da una pseudomembrana emorragica (doppia freccia). A valle è visibile la carena bronchiale (freccia).

    Diagnosi

    Viene diagnosticata una rottura tracheale completa cranialmente alla carena bronchiale. Date le lesioni identificate e la significativa difficoltà respiratoria dell’animale, al proprietario viene proposto di consentire un intervento chirurgico urgente per il gatto, consistente nell’anastomosi termino-terminale della trachea tramite toracotomia intercostale.

    Gestione chirurgica

    L’intubazione endotracheale viene eseguita utilizzando un tracheotubo dal diametro di 3,5 mm, e viene attivata l’anestesia gassosa con una miscela di isoflurano e ossigeno in ventilazione assistita controllata. Nella fase di preparazione chirurgica, poiché cianosi e dispnea si aggravano nettamente, viene eseguito un esame radiografico del torace.

    radiografia-laterale-rottura-tracheale-pneumotorace-gatto
    Radiografia del torace preoperatoria, in decubito laterale sinistro. Si noti la gravità dello pneumotorace, con distacco importante della sagoma cardiaca (freccia), dopo l’avvio della respirazione assistita.

    Le radiografie rivelano uno pneumotorace importante, compatibile con pneumotorace iperteso, che si è verificato in seguito alla ventilazione assistita dell’animale, probabilmente secondariamente alla rottura della pseudomembrana mediastinica. Viene dunque praticata una toracocentesi seguita da aspirazione continua che consente di stabilizzare le condizioni della gatta durante la preparazione chirurgica.

    L’animale viene posizionato in decubito laterale sinistro e viene eseguita una toracotomia intercostale destra a livello del quarto spazio intercostale, evidenziando la lesione mediastinica. Vengono identificati i nervi laringeo, vago e frenico destro, la vena cava craniale, la vena azygos e l’esofago. Dopo una trazione parziale del tubo endotracheale, la rottura tracheale viene localizzata e viene eseguito un rapido debridement della pseudomembrana per liberare gli anelli tracheali delle parti distale e prossimale. Il tracheotubo viene quindi spinto nuovamente nell’estremità distale della trachea per consentire un’adeguata ventilazione dell’animale durante la ricostruzione della trachea.

    L’anastomosi viene realizzata mediante punti di sutura semplici con monofilamento riassorbibile (decimale 2), con i nodi extraluminali, avendo cura di appoggiarsi sugli anelli tracheali. Viene prelevato un patch muscolare dal muscolo grande dorsale (facilmente accessibile tramite la via d’accesso toracotomica), che viene utilizzato per circondare l’anastomosi termino-terminale al fine di aumentarne la tenuta.

    Infine, il sito viene irrigato con una soluzione sterile tiepida per rilevare la presenza di bolle d’aria, indice di una possibile perdita. Viene posizionato un drenaggio toracico e la breccia toracica viene suturata in modo classico.

    Decorso postoperatorio

    Follow up nell’immediato postoperatorio

    Viene eseguito un esame radiografico postoperatorio per verificare l’assenza di pneumotorace residuale e il corretto posizionamento del drenaggio toracico, che risulta appropriato. È presente uno pneumotorace residuale in piccola quantità e si osserva un addensamento dei lobi polmonari craniali.

    radiografia-laterale-rottura-tracheale-post-operatorio-gatto-1
    Radiografia del torace postoperatoria, in proiezione laterale sinistra. La posizione del drenaggio toracico è corretta (freccia arancione). Rimane presente uno pneumotorace residuale (freccia nera). Inoltre si osserva un consolidamento dei lobi polmonari craniali (freccia rossa).

    Durante la fase di risveglio il gatto viene mantenuto in ossigenoterapia, sospesa gradualmente. Viene applicato mezzo patch di fentanil, in associazione a terapia antibiotica (cefalexina alla dose di 30 mg/kg bid per via intramuscolare) e al prosieguo della terapia corticosteroidea (con desametasone alla dose di 0,1 mg/kg al giorno).

    Il drenaggio viene rimosso 24 ore dopo l’intervento a causa della sua scarsa produzione.

    Dopo cinque giorni di ricovero, la gatta rimane leggermente dispnoica. Una nuova radiografia del torace mostra un significativo riassorbimento dello pneumomediastino e dell’enfisema sottocutaneo.

    radiografia-laterale-rottura-tracheale-post-operatorio-gatto-2
    Radiografia del torace cinque giorni dopo l’intervento, in proiezione laterale destra. Si noti la scomparsa dell’enfisema sottocutaneo, il miglioramento dell’espansione polmonare e il riassorbimento delle lesioni polmonari a livello dei lobi craniali e del pneumomediastino rispetto alla radiografia postoperatoria (sopra).

    L’animale viene restituito al proprietario con istruzioni di confinamento stretto, terapia antibiotica (cefalexina alla dose di 30 mg/kg due volte al giorno per via orale per sei giorni) e terapia corticosteroidea (prednisolone alla dose di 0,5 mg/kg al giorno per sei giorni).

    Follow-up 24 ore dopo le dimissioni

    La gatta è stata nuovamente visitata d’urgenza 24 ore dopo la dimissione a causa di una grave dispnea, comparsa dopo una manovra di contenzione necessaria all’assunzione dei farmaci.

    Si presenta in stato di shock, con temperatura corporea di 36,7 °C, mucose cianotiche e presenza, nuovamente, di un importante enfisema sottocutaneo. Dopo aver instaurato l’ossigenoterapia per stabilizzare l’animale viene eseguito un esame radiografico del torace, che evidenzia un importante pneumotorace, lesioni da consolidamento compatibili con atelettasia polmonare e un enfisema sottocutaneo.

    radiografia-laterale-rottura-tracheale-post-operatorio-gatto-3
    Radiografia del torace sei giorni dopo l’intervento, in proiezione laterale destra. Si noti la ricomparsa di pneumotorace grave (frecce nere) e atelettasia polmonare (freccia rossa), associata a una recidiva di enfisema sottocutaneo (freccia gialla) in seguito alla contenzione del gatto.

    Dopo un’iniezione di butorfanolo (alla dose di 0,1 mg/ kg), viene aspirato lo pneumotorace e si raccolgono 120 ml di aria. Con il miglioramento della frequenza respiratoria e della cianosi, la gatta viene lasciata in ossigenoterapia.

    Il giorno successivo, un esame radiografico di controllo non evidenzia alcuna recidiva dello pneumotorace, dunque non vengono previsti ulteriori interventi. La gatta viene tenuta ricoverata per altri cinque giorni per somministrarle la terapia medica (desametasone alla dose di 0,1 mg/kg al giorno e cefalexina alla dose di 30 mg/kg bid per via orale) e per garantire il riposo assoluto.

    Follow up a lungo termine

    La gatta è stata restituita al suo proprietario undici giorni dopo l’intervento chirurgico. L’esame clinico è risultato normale e ha confermato la scomparsa della dispnea. L’auscultazione respiratoria non rivela sibili tracheali. L’esame radiografico del torace mostra la quasi completa scomparsa dell’enfisema sottocutaneo e il completo riassorbimento di pneumotorace e pneumomediastino.

    Viene notata una stenosi a livello del vecchio sito di rottura tracheale. Tale addensamento a livello della trachea può essere anche legato alla presenza del patch muscolare che circonda la trachea (vedere foto 7a e 7b).

    radiografia-laterale-rottura-tracheale-post-operatorio-gatto-4
    Radiografia del torace undici giorni dopo l’intervento. Proiezione laterale destra che mostra la quasi completa scomparsa dell’enfisema sottocutaneo e il completo riassorbimento di pneumotorace e pneumomediastino. A livello del vecchio sito è visibile una stenosi tracheale, nonché un’area più radiodensa, probabilmente correlata al patch muscolare posizionato sulla trachea durante la procedura (freccia).
    radiografia-sagittale-rottura-tracheale-post-operatorio-gatto
    Radiografia del torace undici giorni dopo l’intervento. Proiezione dorso-ventrale. È ancora presente un lieve enfisema sottocutaneo a sinistra, a livello del tricipite (freccia gialla), oltre a un leggero edema tissutale a destra, a livello della ferita della toracotomia (freccia rossa).

    Una tracheoscopia di controllo avrebbe permesso di oggettivare il grado della stenosi, ma considerata l’assenza di conseguenze cliniche e il costo dell’esame, il proprietario non ha dato il consenso ad eseguirlo. Un mese e mezzo dopo l’operazione, la gatta non presentava più alcun segno clinico e a distanza di due anni conduce una vita normale.

    Rottura tracheale nel gatto: l’eziologia

    Rottura tracheale traumatica

    Con solo una trentina di casi segnalati dal 1972, la rottura tracheale non iatrogena è una lesione rara nel gatto. Sempre di origine traumatica, tale rottura si verifica in caso di iperestensione accidentale della testa e del collo. Il sito di rottura si colloca più spesso tra 1 e 4 cm cranialmente alla carena bronchiale, come è stato osservato in questo caso durante l’endoscopia.

    Nell’uomo, la rottura della trachea è conseguente a trauma toracico a glottide chiusa (caduta, shock). Quando la glottide è chiusa, l’iperpressione toracica dell’aria polmonare provoca una rottura tracheale generalmente a 2,5 cm dalla carena bronchiale, zona di fragilità meccanica della trachea.

    Nel gatto la rottura tracheale si presenta in due forme cliniche distinte: una forma acuta con dispnea grave, come nel caso descritto, e una forma cronica con difficoltà respiratoria progressiva che evolve nell’arco di diversi giorni dopo l’insorgenza del trauma. In una serie di sette casi di rottura tracheale, solo un gatto è stato visitato dopo il trauma, mentre gli altri sei sono stati presentati tra una e tre settimane più tardi.

    In un altro studio (sedici casi di rottura tracheale) l’intervallo di tempo tra il trauma e la diagnosi è stato in media di 12,5 giorni. Spesso, in questi ultimi casi, la rottura risulta solo parziale ed è la stenosi cicatriziale secondaria a indurre la comparsa di dispnea e a costituire motivo di consulto medico.

    D’altro canto, la comparsa di enfisema sottocutaneo descritta in due casi non iatrogeni, come nella gatta del caso in questione, trae origine da una rottura tracheale importante associata a lacerazione dei tessuti peritracheali. In questi casi la dispnea è improvvisamente grave, con rischi di rapido decesso. Tale segno clinico, facilmente individuabile all’esame obiettivo generale, dev’essere pertanto considerato un indice della gravità.

    Rottura tracheale iatrogena

    È stata segnalata anche la rottura tracheale non traumatica e di origine iatrogena in seguito a intubazione endotracheale. La rottura si situa a livello della cuffia. Sperimentalmente, su un cadavere, una rottura tracheale si verifica a partire da 6 ml di aria insufflati nella cuffia. La media classica per garantire la corretta dilatazione del palloncino è di 1,6 ml +/- 0,7 ml. Secondo uno studio retrospettivo su venti casi di rottura tracheale secondaria a intubazione, tutti presentavano pneumomediastino ed enfisema sottocutaneo. In questo studio, solo quattro gatti con dispnea grave sono stati operati.

    Rottura tracheale nel gatto: gli esami complementari

    Lo studio radiografico

    L’esame radiografico del torace è talvolta diagnostico, quando la discontinuità tracheale può essere sottolineata dallo pneumomediastino. Nei casi gravi si osserva pneumomediastino, associato a enfisema sottocutaneo nella regione cervicale e all’ingresso del torace. Nel caso presentato, l’enfisema sottocutaneo e il pneumomediastino erano estremamente gravi. La tracheografia con mezzo di contrasto resta un esame indicato, ma presenta dei rischi che portano a sconsigliarla. La pericolosità di questa procedura e le difficoltà di interpretazione dovrebbero indurre a preferire un altro metodo diagnostico come la visualizzazione diretta per via endoscopica.

    L’endoscopia tracheale

    La tracheoscopia, che consente la visualizzazione diretta della lesione (rottura o stenosi secondaria) è l’esame di scelta, e dev’essere eseguito in anestesia con una procedura di breve durata. Nel caso presentato, la procedura di tracheoscopia (valutazione e conferma della lesione da rottura tracheale) ha richiesto meno di 30 secondi. L’ossigenoterapia attraverso il canale operativo aiuta a ridurre il rischio di ipossia.

    La tomografia computerizzata

    La TC è stata utilizzata per la prima volta nel 2008 per identificare e localizzare una rottura tracheale in un gatto, che era stata causata dall’intubazione durante un trattamento odontoiatrico. L’esame, effettuato in semplice sedazione, aveva permesso una diagnosi precisa dell’estensione della rottura tracheale e della sua localizzazione. Da allora, l’impiego della TC nelle rotture tracheali è rimasto scarsamente documentato in pubblicazioni più recenti.

    Rottura tracheale nel gatto: il trattamento

    La terapia medica

    Il trattamento medico si basa sull’ossigenoterapia e su corticosteroidei a dosaggio antinfiammatorio. Questo protocollo migliora la dispnea, ma non consente sistematicamente il recupero completo, come nel caso descritto. Il rischio significativo di stenosi tracheale e la frequente recidiva della dispnea indirizzano spesso la scelta verso il trattamento chirurgico delle rotture tracheali traumatiche. Secondo uno studio condotto su venti casi di rottura iatrogena successiva all’intubazione (nel 70% dei casi per cure odontoiatriche), quindici animali che presentavano dispnea moderata sono stati trattati con successo con terapia medica.

    La terapia chirurgica

    L’intervento chirurgico resta il trattamento di scelta e i risultati sono eccellenti: il 91,3% dei casi non ha presentato recidiva di dispnea (21 gatti su 23 operati). Questo trattamento deve essere messo in atto il più presto possibile a causa della progressione della difficoltà respiratoria, della fibrosi e della stenosi secondaria. Nel caso descritto, la grave rottura tracheale e la dispnea persistente hanno spinto l’équipe sanitaria a prendere una decisione chirurgica di emergenza.

    Il rischio anestetico è di grado 3 o 4 secondo la classificazione dell’American Society of Anesthesiologists (ASA). L’intervento viene eseguito mediante toracotomia intercostale destra, a livello del quarto spazio intercostale. Viene raccomandato di preparare un tubo endotracheale sterile per garantire una ventilazione adeguata durante la resezione degli anelli tracheali. Nel nostro caso, l’urgenza della situazione non ci ha permesso di anticipare questa preparazione.

    In caso di stenosi tracheale è possibile una resezione della trachea. La trachea del gatto è composta da 37 a 43 anelli. Nel cane adulto viene praticata una resezione tra il 25 e il 50% della lunghezza della trachea. Sono disponibili pochi dati sui gatti, ma la resezione di 9-18 anelli tracheali sembra fattibile, empiricamente.

    Secondo Wesley e Krahwinkel, la resezione di tre anelli in un caso di stenosi tracheale non ha causato alcuna complicazione. Dopo l’intervento resta consigliato il posizionamento di un drenaggio toracico. Nel caso di questa gatta, il drenaggio toracico è stato rimosso 24 ore dopo il posizionamento a causa della scarsa produzione.

    Le complicanze postoperatorie

    Complicanze postoperatorie sono legate principalmente a rischi di infezione e stenosi. L’infezione è dovuta a contaminazione intraoperatoria o a perdite nell’anastomosi. A tal proposito, viene consigliato di effettuare un test di tenuta stagna durante la procedura irrigando l’area con soluzione fisiologica. Nel caso descritto, è stato posizionato un patch muscolare per aumentare la tenuta dell’anastomosi.

    Si raccomanda una terapia antibiotica per alcuni giorni dopo la procedura. La stenosi è una complicanza a medio termine. L’infezione e la tosse predispongono alla formazione di un granuloma infiammatorio che porta a questa complicanza. L’utilizzo di un monofilamento, di un ago atraumatico, di punti di sutura extraluminali e di corticosteroidi nella fase perioperatoria contribuisce a ridurre il rischio di stenosi.

    Nel caso presentato, la radiografia eseguita undici giorni dopo l’intervento ha evidenziato una stenosi radiografica parziale senza alcuna rilevanza clinica per la gatta, anche a distanza di due anni dall’intervento.

    Un caso di paralisi laringea è peraltro riportato da White. Quest’ultimo raccomanda di tagliare molto corti i capi dei punti di sutura, partendo dal presupposto che una lesione iatrogena del nervo laringeo ricorrente, irritato dalle suture della trachea, avrebbe causato questa paralisi laringea transitoria in un gatto.

    I punti chiave:
    • Nel gatto, in caso di distress respiratorio acuto associato a enfisema sottocutaneo e pneumomediastino, si deve sospettare la rottura della trachea.
    • La diagnosi prevede l’esecuzione di radiografie del torace e di una tracheoscopia per valutare la gravità della lesione.
    • Il trattamento di scelta consiste nell’intervento chirurgico. In caso di rottura completa della trachea, la grave difficoltà respiratoria richiede un’anastomosi tracheale urgente. In presenza di forme più croniche che evolvono verso una stenosi tracheale, risulta poi necessaria e più facilmente programmabile una resezione, associata ad anastomosi della trachea.
    Bibliografia:
  • Alfabeto del gattino: C come cardiopatia

    Alfabeto del gattino: C come cardiopatia

    Le patologie cardiache del gatto, spesso occulte fino a stadi avanzati della malattia, rappresentano una delle sfide diagnostiche più importanti per il medico veterinario. Un webinar (il terzo della serie “Alfabeto del Gattino”) organizzato dal GISPeV (Gruppo Italiano Studio Pediatria Veterinaria) in collaborazione con AIVPaFe (Associazione Italiana Veterinari Patologia Felina) e condotto dalla dott.ssa Melissa Papa (specialista in cardiologia, resident ECVIMCA, Cardiology, clinica veterinaria Gran Sasso – Milano), ha fornito spunti importanti riguardo alla gestione delle cardiopatie più comuni nei gatti e sulle razze a rischio che dovrebbero essere sottoposte a screening preventivi.

    Come sottolineato dalla relatrice, nel contesto della visita del gattino è infatti fondamentale porre attenzione a possibili segnali di patologie cardiache e proporre controlli mirati nei soggetti predisposti.

    Cosa proporre durante la visita del gattino?

    Durante la visita del gattino, il veterinario dovrebbe procedere a una valutazione cardiovascolare di base e, in base a razza e anamnesi, proporre ulteriori approfondimenti diagnostici.

    Iniziando dall’auscultazione cardiaca, sono stati rammentati i 5 focolai di auscultazione cardiaca nel gatto.

    1. Parasternale sinistro a livello di V-VI spazio intercostale (focolaio mitralico)
    2. Parasternale sinistro a livello di II spazio intercostale (focolaio polmonare)
    3. Parasternale destro a livello di IV-V spazio intercostale (focolaio tricuspidale)
    4. Sternale a livello di IV sternebra (focolaio aortico)
    5. Sub-ascellare sinistro (grossi vasi, PDA, persistenza del dotto arterioso)

    Nella specie felina l’auscultazione è più difficoltosa che nel cane, soprattutto nel gattino a causa della taglia ridotta, della frequente emissione di fusa o vocalizzazioni, dello stato di agitazione e della frequenza cardiaca alta. A un’auscultazione normale si riscontra ritmo regolare con frequenza compresa tra 120 e 240 bpm.

    Eventuali soffi cardiaci, aritmie o toni cardiaci attenuati suggeriscono la necessità di esami più approfonditi.

    I soffi possono essere classificati come patologici (i più comuni sono diastolici) o innocenti (non rari nei cuccioli, che presentano un ematocrito inferiore rispetto agli adulti, caratteristica che comporta una viscosità ematica inferiore), ma nel gatto possono essere anche causati da eccessiva compressione toracica durante il contenimento e l’auscultazione. Localizzazione e tipo di soffio raramente sono patognomonici (fa eccezione la PDA) e l’intensità non è indicativa della gravità della patologia.

    Inoltre, nel gatto il ritmo di galoppo è da considerarsi sempre patologico ed è sintomo di disfunzione diastolica o dilatazione camerale in seguito a cardiomiopatia.

    La misurazione della pressione arteriosa si rivela utile nei soggetti predisposti per individuare ipertensione sistemica.

    L’ecocardiografia rappresenta invece il gold standard per la diagnosi di cardiomiopatia ipertrofica e di altre anomalie strutturali, e dovrebbe essere proposta soprattutto ai proprietari di soggetti appartenenti a razze a rischio, oltre che in caso di riscontro di anomalie all’auscultazione.

    Test genetici per la cardiomiopatia ipertrofica (HCM) sono consigliati per i soggetti di razza Maine coon e Ragdoll per individuare le mutazioni genetiche associate alla patologia (è infatti segnalata la trasmissibilità autosomica dominante a penetranza incompleta).

    maine-coon-prelievo-ematologico
    © Maria Sbytova – shutterstock.com

    Il dosaggio dell’NT-proBNP (estremità N-terminale del pro-ormone del peptide natriuretico cerebrale, biomarker cardiaco di stiramento del muscolo cardiaco e del sovraccarico di volume) è invece utile per individuare precocemente disfunzioni cardiache nei casi dubbi.

    Le cardiopatie più frequenti nel gatto

    La dott.ssa Papa ha successivamente evidenziato le principali cardiopatie feline, soffermandosi sulla diagnosi precoce e sulla gestione del paziente. Le cardiopatie si suddividono in congenite e acquisite.

    Cardiopatie congenite

    Le cardiopatie congenite (CC) sono rare nel gatto, con prevalenza variabile nei diversi studi tra lo 0,2 e il 3,5%; circa il 15% delle cardiopatie è diagnosticato in corso di ecocardiografia. Le forme molto gravi sono incompatibili con la vita e portano a morte perinatale, mentre altre forme possono essere asintomatiche e sono diagnosticabili solo con indagini ecocardiografiche.

    Le cause di queste cardiopatie possono essere genetiche, ambientali, infettive, tossiche, farmacologiche, nutrizionali. Le cardiopatie congenite, come nel cane, possono essere associate ad altri difetti (ad esempio, criptorchidismo) e vengono riportate soprattutto in gatti a pelo lungo.

    La cardiopatia congenita più diffusa, secondo quanto riportato in letteratura, è il difetto del setto interventricolare (VSD), singolo o associato ad altre cardiopatie congenite. L’età media alla diagnosi è di 33 mesi (1-240 mesi) nei gatti con cardiopatie congenite isolate e 12,9 mesi (2-72 mesi) nei gatti con forme associate; le razze maggiormente affette da CC sono Comune europeo (58%), Maine coon (11%) e Persiano (10%).

    gattino-auscultazione
    © T.Vyc – shutterstock.com

    Una presenza maggiormente significativa nel sesso femminile è attribuita al difetto del setto atrioventricolare (AVSD). I gatti comuni Europei presentano frequentemente dotto arterioso pervio (PDA) e VSD, mentre nei soggetti di razza Exotic sono significativamente prevalenti i difetti del setto interatriale (ASD).

    Le displasie della valvola tricuspide sono invece associate perlopiù a soggetti di razza Sacro di Birmania. La relatrice ha sottolineato che la prevalenza delle cardiopatie nelle varie razze può variare secondo i diversi centri di ricerca, in conseguenza della differente distribuzione geografica delle razze e della diffusione di linee di sangue differenti.

    Cardiopatie acquisite

    Queste patologie possono avere un decorso subclinico per lungo tempo, rendendo lo screening precoce un elemento chiave nella prevenzione e nella gestione della malattia.

    La cardiomiopatia ipertrofica (HCM) è la malattia cardiaca più diffusa nel gatto, caratterizzata da un ispessimento patologico del miocardio con conseguente riduzione della capacità di riempimento del cuore. La sua progressione può portare a insufficienza cardiaca congestizia, tromboembolismo e morte improvvisa.

    La cardiomiopatia restrittiva (RCM), meno frequente dell’HCM, è caratterizzata da una rigidità delle pareti cardiache che compromette il riempimento ventricolare.

    La cardiomiopatia dilatativa (DCM), oggi più rara grazie all’integrazione della taurina nei mangimi, si manifesta con una dilatazione patologica del cuore e ridotta capacità contrattile.

    La displasia della valvola mitrale è un’anomalia congenita che può secondariamente causare insufficienza mitralica e scompenso cardiaco. Esistono poi cardiopatie non classificate, come alcune forme miste, e cardiopatie transitorie, associate a forme infettive/infiammatorie del miocardio, solitamente in relazione a eventi pregressi.

    Razze a rischio: quali sottoporre a screening?

    Alcune razze feline presentano una predisposizione genetica alle cardiopatie, e la dott.ssa Papa ha evidenziato l’importanza dello screening ecocardiografico nelle seguenti categorie di animali:

    • geneticamente predisposti alla cardiomiopatia ipertrofica (sono disponibili anche test genetici per individuare mutazioni specifiche): Maine coon e Ragdoll;
    • caratterizzati da una maggiore incidenza di HCM rispetto alla popolazione felina generale: British shorthair e Scottish fold;
    • a rischio di HCM, sebbene con variabilità individuale: Sphynx e Devon rex;
    • predisposti a diverse anomalie cardiache, tra cui la displasia mitralica: Persiano ed Exotic shorthair.
    maine-coon-auscultazione-cardiaca
    © Gorodenkoff – shutterstock.com

    Per queste razze, è raccomandata una valutazione cardiologica periodica anche in assenza di sintomi.

    Fondamentale istruire il proprietario

    Durante l’incontro è stata ribadita più volte l’importanza dello screening cardiologico nei gattini, specialmente per le razze predisposte, ed è stato sottolineato il ruolo centrale del medico veterinario nel sensibilizzare i proprietari sull’importanza della prevenzione. L’educazione del proprietario è infatti fondamentale: insegnare a riconoscere i segni clinici di malattia cardiaca (affaticamento, intolleranza all’esercizio, difficoltà respiratorie, sincopi, distensione addominale/ascite, trascinamento dei posteriori) può favorire un intervento tempestivo.

    Le cardiopatie feline spesso restano silenti fino agli stadi avanzati, rendendo essenziale una diagnosi precoce attraverso esami mirati. Integrare la valutazione cardiologica nella visita del gattino non solo permette di individuare precocemente eventuali anomalie, ma garantisce ai nostri pazienti felini una qualità di vita migliore e una gestione più efficace delle patologie cardiache.

    Take-home message

    • Effettuare un’auscultazione accurata.
    • Utilizzare l’ecocardiografia per indagare anomalie rilevate all’auscultazione, per la valutazione preanestesia e per lo screening periodico per patologie acquisite.
    • Considerare l’associazione razza-patologia nelle cardiopatie congenite e acquisite.

    Le altre lettere dell’alfabeto del gattino: