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  • Ripasso di endocrinologia del cane e del gatto: ipertiroidismo, ipotiroidismo e sindrome di Cushing

    Ripasso di endocrinologia del cane e del gatto: ipertiroidismo, ipotiroidismo e sindrome di Cushing

    L’Ordine dei medici veterinari di Pesaro Urbino ha organizzato un incontro1 di aggiornamento professionale durante il quale il relatore, il dott. Andrea Corsini (DMV, Ospedale veterinario dell’Università di Parma), ha approfondito tre argomenti di endocrinologia clinica del cane e del gatto: l’ipotiroidismo canino, l’ipertiroidismo felino e la sindrome di Cushing.

    Endocrinologia del cane: ipotiroidismo

    L’ipotiroidismo, spesso sovradiagnosticato, rappresenta una sfida per il clinico veterinario. La tiroidite linfocitaria è la principale causa della patologia nel cane: si tratta di una condizione immunomediata paragonabile alla tiroidite di Hashimoto nell’uomo e caratterizzata da un processo dinamico che può evolvere fino all’atrofia tiroidea.

    Questa condizione porta a una stimolazione compensatoria del TSH (ormone tireostimolante) con T4 (tiroxina) nella norma, e il paziente è asintomatico fino allo stadio più avanzato (quando subentra la sintomatologia, i valori di T4 scendono al di sotto del range e si assiste alla riduzione degli anticorpi).

    Segnalamento e sintomatologia

    Il paziente tipico è un cane adulto (età mediana: 7 anni), ed esistono predisposizioni di razza (retriever, Dobermann, Schnauzer, spaniel, Rhodesian ridgeback, Setter).

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    © Osetrik – shutterstock.com

    I sintomi principali riscontrabili durante la visita clinica includono:

    • Dermatologici (60-80% dei casi): alopecia bilaterale simmetrica, peli fragili, otiti ricorrenti, piodermite, iperpigmentazione, seborrea
    • Metabolici (80%): letargia, astenia, intolleranza al freddo, aumento di peso, intolleranza all’esercizio fisico
    • Sintomi meno comuni:
      • Cardiopatie (cardiomiopatia dilatativa, bradicardia, aritmia)
      • Manifestazioni neuromuscolari: neuropatie periferiche (polineuropatie periferiche, megaesofago, paralisi laringea, paralisi nervi cranici), miopatie, sindromi prosencefaliche (come mixedematosi, crisi convulsive)
      • Sintomi riproduttivi: infertilità, alterazioni del ciclo estrale, galattorrea e ginecomastia
      • Alterazioni comportamentali

    Esami di laboratorio

    Sulla base dell’esame emocromocitometrico eseguito, in caso di ipotiroidismo è possibile rilevare anemia normocitica, normocromica, non rigenerativa (40-60% dei casi) a causa della ridotta funzionalità eritropoietica.

    I parametri biochimici essenziali per la diagnosi di ipotiroidismo mostreranno invece:

    • ipercolesterolemia (70-80% dei casi);
    • aumento dei trigliceridi;
    • lieve aumento delle transaminasi;
    • aumento dell’SDMA (dimetilarginina simmetrica) associato a lieve iperazotemia e aumento del valore di creatinina (30% casi);
    • iponatriemia (forse a causa dell’eccessiva lipemia);
    • aumento delle fruttosamine (diagnosi differenziale con mielomi e/o diabete);
    • aumento della creatinchinasi.

    Ovviamente è poi imprescindibile l’esecuzione di un profilo biochimico tiroideo, che comprende T4, fT4 (free thyroxine, tiroxina libera) e TSH. Il valore di T4 totale, nonostante l’elevata sensibilità (90-100%), è influenzato da fattori come età e razza (ad esempio, i levrieri hanno valori di T4 fisiologicamente inferiore al range di normalità, così come anche in soggetti anziani valori inferiori alla normalità sono considerati fisiologici).

    La non thyroidal illness syndrome (NTIS, nuova denominazione della euthyroid sick sindrome) e patologie concomitanti possono portare ad abbassamenti dei valori di T4; come anche terapie farmacologiche con glucocorticoidi, fenobarbital, sulfamidici, clomipramina, acido acetilsalicilico possono alterare la funzionalità tiroidea comportando una riduzione di T4.

    Inoltre, farmaci come sulfamidici e inibitori della tirosin-chinasi (toceranib) possono condurre ad alterazioni quantitative degli ormoni tiroidei (aumento di TSH per blocco della tireoperossidasi), mentre gli anticorpi anti-T4 possono interferire con la misurazione dei valori di T4 (aumento artefattuale).

    Il dott. Corsini ha sottolineato che la misurazione di T4 con metodiche di riferimento (RIA – radioimmunodosaggio, CLIA – chemiluminescenza indiretta, ecc.) garantisce maggiore specificità, riducendo il rischio di falsi positivi.

    La valutazione del TSH presenta invece elevata specificità e bassa sensibilità (è normale nel 30% dei cani ipotiroidei); pertanto, la valutazione di questo ormone in corso di diagnosi di ipotiroidismo va sempre associata alla misurazione del valore di T4 del paziente.

    Le cause di aumento di TSH sono principalmente: ipotiroidismo, condizioni fisiologiche (fluttuazioni circadiane, variabilità individuali), ipoadrenocorticismo non trattato, terapie farmacologiche, NTIS.

    Gold standard per la diagnosi di ipotiroidismo nel cane sono attualmente considerate la stimolazione con TSH (dal costo elevato) e la scintigrafia tiroidea.

    Endocrinologia del gatto: ipertiroidismo

    L’ipertiroidismo è la patologia endocrina più comune nei gatti anziani, con una prevalenza crescente; le opzioni terapeutiche includono approcci farmacologici, chirurgici, radiometabolici e dietetici. Comorbilità comuni possono creare criticità nella diagnosi a causa di similitudini nella sintomatologia (perdita di peso, poliuria/polidipsia – PU/PD, vomito cronico).

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    © Kristi Blokhin – shutterstock.com

    In particolare, la CKD (malattia renale cronica) può dare NTIS, e nell’ipertiroidismo si riduce la massa muscolare mentre si può assistere ad un aumento della creatininemia.

    In gatti con CKD avanzata e sintomatologia grave il trattamento farmacologico per l’ipertiroidismo segue la stabilizzazione clinica.

    Terapia medica

    L’obiettivo terapeutico farmacologico consiste nel mantenimento dei valori di T4 all’interno della metà inferiore del range di riferimento considerato normale e nella riduzione della sintomatologia.

    Metimazolo e carbimazolo sono i farmaci di prima linea. Il metimazolo viene somministrato a un dosaggio iniziale di 1,25-2,5 mg bid, con incrementi progressivi; il carbimazolo, invece, a 10-15 mg sid, con incrementi di 5 mg.

    Gli effetti collaterali comuni includono vomito, diarrea e, in rari casi, agranulocitosi o trombocitopenia.

    Terapia chirurgica

    L’intervento chirurgico è una soluzione definitiva, benché associato a rischi come l’ipocalcemia postoperatoria (3-5% dei casi) e a casi di recidiva qualora ci sia la presenza di tessuto tiroideo ectopico in diversi distretti. Scintigrafia e TC sono indagini necessarie prima di impostare l’approccio chirurgico, valutando, nel contempo, età e condizioni del paziente.

    La staged thyroidectomy (lobectomia eseguita in due diversi momenti) può ridurre le complicanze, ma richiede un’adeguata stabilizzazione prechirurgica.

    Radioterapia

    L’uso di radioterapia con iodio 131 è considerato il trattamento ideale per i noduli ectopici, con un tasso di successo del 90%; tuttavia, in Italia l’accesso a questo tipo di terapia è limitato a poche strutture a causa della necessità di requisiti strutturali specifici.

    Endocrinologia del cane: la sindrome di Cushing

    La sindrome clinica conseguente a un eccesso cronico di attività glucocorticoidea (morbo di Cushing) rappresenta una delle principali patologie endocrinologiche nel cane. La malattia viene classificata come spontanea (ACTH dipendente o ACTH indipendente) o iatrogena (per la cui diagnosi sarà fondamentale l’anamnesi).

    La forma ipofisaria è la più comune nel cane (80 90% dei casi); se ne rileva un’origine variabile in base alla porzione ipofisaria interessata (70% pars distale, 30% pars intermedia), e le dimensioni delle lesioni neoplastiche (maggiormente rappresentati gli adenomi) sono variabili.

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    © Kislitskaya Natallia – shutterstock.com

    La forma surrenalica è la seconda forma più comune (15-20%) e le più frequenti neoplasie surrenaliche cortisolo-secernenti sono in prevalenza carcinomi solitamente monolaterali, raramente bilaterali.

    La prevalenza è stimata in circa lo 0,2 0,3% in cani adulto-anziani.

    A livello diagnostico il segnalamento (alcune razze sono predisposte allo sviluppo della malattia) deve essere associato alla valutazione della presentazione clinica: PU/PD, alopecia, distensione addominale, epatomegalia, polifagia, obesità, calcinosi cutanea (soprattutto nei cani brachicefali), ipertensione sistemica (71%).

    Sintomi prosencefalici eventualmente presenti in associazione possono essere riferibili a macrotumori ipofisari (con letargia e depressione, comportamenti compulsivi, anoressia, crisi convulsive, oltre a bradicardia e ipotermia).

    Esami complementari

    La valutazione ematobiochimica può mettere in evidenza neutrofilia, leucogramma da stress (linfopenia, eosinofilia, monocitosi), trombocitosi, eritrocitosi, aumento dei valori di ALP, ALT, GGT e acidi biliari; riduzione di creatinina e urea; iperlipemia; iperlipasemia; iperfosfatemia; iperglicemia; aumento dell’aptoglobina; CRP spenta (CRP bassa).

    A integrazione dell’iter diagnostico, la valutazione delle urine in caso di sindrome di Cushing può mostrare: calciuria, fosfaturia, proteinuria, ipostenuria, batteriuria subclinica, glicosuria (se concomitante a diabete mellito); l’urinocoltura sarà utile per valutare la presenza di batteri cal colo-induttori.

    Anche il rapporto cortisolo/creatinina urinaria è uno strumento di valutazione utilizzabile come screening: se risulta nel range di normalità riduce la possibilità di diagnosi di sindrome di Cushing con una sensibilità del 92-100%, e specificità tra il 21 e l’82%. Il relatore ha riportato che l’ESVE (European Society of Veterinary Endocrinology) consiglia che il campione di urine sia preparato nell’ambiente domestico familiare del paziente, per ridurre le possibilità di un aumento del cortisolo causato dallo stress.

    L’ecografia per la valutazione ghiandole surrenaliche è un esame imprescindibile in un iter diagnostico completo.

    Per quanto concerne i test per la valutazione della funzionalità surrenalica, il dott. Corsini ha sottolineato che nessun test è di per sé e unicamente diagnostico.

    Tra i test diagnostici per la sindrome di Cushing, la stimolazione con ACTH, utilizzata per diagnosticare la forma ipofisaria, ha una sensibilità dell’80-92% per il Cushing ipofisario e del 60-80% per quello surrenalico. La specificità è invece del 59-95%, e i falsi positivi sono scarsi. Il test di soppressione con desametasone a basse dosi è invece utile per differenziare tra forme ipofisarie e surrenaliche, con una sensibilità del 92-100%.

    Terapia medica e chirurgica

    Nel suo ultimo intervento, dal titolo “Terapia della sin drome di Cushing: non solo trilostano”, il dott. Corsini ha chiarito che le differenti localizzazioni alla base della sindrome di Cushing (ipofisi o ghiandole surrenali), prevedono approcci terapeutici differenti, e ha sottolineato che l’utilizzo indiscriminato di trilostano, senza un corretto inquadramento diagnostico, può anche essere dannoso in caso di forma ipofisaria.

    I trattamenti per la forma ipofisaria si basano su chirurgia e trilostano, mentre per la forma non ipofisaria consistono in chirurgia, radioterapia e terapia medica (trilostano, mitotano, cabergolina).

    Recentemente, si è aperto spazio all’uso della cabergolina in soggetti con forma ipofisaria non candidati ottimali alla chirurgia, che agisce direttamente sulla neoplasia ipofisaria ed è potenzialmente combinabile con terapie standard (ai dosaggi indicati di 0,07-0,022 mg/kg alla settimana), con valutazioni frequenti e rivalutazioni terapeutiche in base alla risposta clinica.

    Il trilostano rimane però il farmaco d’elezione, somministrato a dosaggi di 0,5-1 mg/kg bid con il cibo. È fondamentale monitorare i livelli di cortisolo tramite test di stimolazione con ACTH dopo 2-3 settimane dall’inizio della terapia.

    L’approccio chirurgico (adrenalectomia o ipofisectomia) o la radioterapia, in un’ottica di buone pratiche veterinarie, vanno proposte previa oculata valutazione diagnostica di secondo livello per quanto riguarda sia l’inquadramento chirurgico che quello oncologico.

    1. Pesaro. 1/12/24. Endocrinologia: le sfide dell’endocrinologia clinica del cane e del gatto. Organizzato dall’Ordine dei veterinari di Pesaro e Urbino. ↩︎
  • Criptosporidiosi in capretti e agnelli: riconoscerla per trattarla

    Criptosporidiosi in capretti e agnelli: riconoscerla per trattarla

    Cryptosporidium è un parassita protista intracellulare obbligato, che infetta un’ampia gamma di ospiti vertebrati, compreso l’uomo, e rappresenta una minaccia significativa per la salute pubblica. Gli approcci molecolari alla sua caratterizzazione genetica hanno fornito una migliore comprensione dell’epidemiologia della criptosporidiosi, cioè dell’infezione che provoca.

    I principali segni clinici nei giovani ruminanti (agnelli, capretti e vitelli) sono diarrea, disidratazione, ritardi della crescita e perdita di peso. Spesso queste infezioni portano alla morte de gli animali, causando notevoli perdite economiche.

    Attualmente, in tutto il mondo so no state descritte più di 47 specie di Cryptosporidium convalidate; oltre a C. parvum, sei sono stati identificati nelle feci di pecora, tra cui C. ubiquitum, C. xiaoi, C. hominis, C. andersoni, C. fayeri e C. suis. Cryptosporidium spp. è rappresentato principalmente da C. parvum, la cui famiglia IIa è presente soprattutto in Europa, e la IId in Cina, C. xiaoi, che circola ampiamente in Asia, in partico lare in Cina nelle capre e in Australia nelle pecore, e C. ubiquitum, meno rappresentato ma presente ovunque. Il sottotipo più virulento è C. parvum IIa15G2R1, descritto come “ipertrasmissibile” che è stato rilevato principalmente in Europa.

    Criptosporidiosi: prevalenza nelle capre

    A livello mondiale sono disponibili meta-analisi sulle capre e sulla prevalenza dell’infezione per diversi Paesi. In Europa sono presenti tre specie: Cryptosporidium parvum, C. xiaoi e C. ubiquitum. Nella macroregione europea la maggior parte del lavoro svolto sulle capre si è concentrato sui capretti, tranne in Spagna, dove sono state studiate tutte le fasce d’età (pre-svezzamento, post-svezzamento e adulti). Questi studi mostrano che la specie più frequentemente incontrata in Europa è C. parvum (>63%) seguita da C. xiaoi (31%) e C. ubiquitum (6%).

    La famiglia IIa di C. parvum è la più rappresentata in Europa, con il 70% dei casi segnalati, contro il 30% della famiglia IId. Tuttavia, in Belgio, Polonia e in Grecia sono state segnalate solo infezioni da C. parvum della famiglia IId.

    Nell’allevamento ovino l’impatto è essenzialmente economico (costi delle cure e dei trattamenti vete rinari), ma anche legato alla mortalità e ai ritardi di crescita che portano a una riduzione del peso della carcassa. Studi condotti in Australia hanno dimostrato una perdita di peso compresa tra 1,65 kg e 2,6 kg alla macellazione per gli agnelli positivi alla criptosporidiosi rispetto agli agnelli sani.

    Criptosporidiosi: prevalenza negli ovini

    La prevalenza media della criptosporidiosi in Europa è di circa il 20%; le infezioni coinvolgono principalmente C. parvum, sebbene rimangano specie comuni anche C. ubiquitum e C. xiaoi. Le famiglie IIa e IId sono entrambe presenti (ad es. Francia), con una prevalenza maggiore per la famiglia IIa. In particolare, in Europa circola prevalentemente il sottotipo IIaA15G2R1, molto importante a causa della sua ipertrasmissibilità zoonotica.

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    © Serenity mages23 – shutterstock.com

    Italia, Francia e Grecia sono gli unici Paesi a registrare la presenza di sottotipi della famiglia IId, il che sembra indicare una zonizzazione meridionale di questa famiglia, mentre il sottotipo IIaA17G1R1 sembra essere localizzato maggiormente nei Paesi del nord Europa.

    Negli agnelli infettati sperimentalmente per via orale, il ritardo della crescita comporta una differenza di 3,45 kg 25 giorni dopo l’infezione rispetto a un gruppo sano.

    Modalità di trasmissione e fattori di rischio

    L’infezione da Cryptosporidium viene trasmessa attraverso l’ingestione di oocisti, direttamente tramite leccamento di materiale contaminato, o attraverso l’ingestione di alimenti o acqua potabile contaminati.

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    © Tonia Kraakman – shutterstock.com

    Molti fattori aggravano la diarrea negli animali malati: lo stress, la dieta, le condizioni ambientali, per non parlare delle malattie concomitanti dovute ad altri agenti enteropatogeni come Escherichia coli, il numero di oocisti ingerite e la scarsa qualità del colostro.

    Un’elevata densità degli animali favorisce la contaminazione dell’ambiente, e quindi di quello degli animali dell’allevamento. Il raggruppamento per classe di età limita la trasmissione del parassita tra animali di età diverse, impedendo la contaminazione dei soggetti più giovani, quelli più suscettibili all’infezione.

    È stato stabilito un collegamento tra il parto e l’aumento dell’escrezione di oocisti di Cryptosporidium nelle pecore e nelle capre. Uno studio ha rilevato che in 14 pecore, i livelli di escrezione hanno raggiunto valori di 20 – 440 uova per grammo (upg) in un periodo che va da una settimana prima del parto a una settimana dopo. Allo stesso modo, altri lavori hanno dimostrato che l’escrezione di oocisti nelle capre era 10 volte maggiore (da 8 a 80 upg) tre settimane dopo il parto rispetto a un momento successivo.

    La criptosporidiosi nei piccoli ruminanti ha un impatto significativo sulla salute e sulla produttività degli animali. Nonostante questo aumento al parto, gli animali giovani infetti costituiscono la fonte più impor tante di contaminazione ambientale, soprattutto a causa della differenza nei livelli di escrezione tra neonati e adulti.

    Nei piccoli ruminanti, come negli esseri umani, lo stato immunitario ha un grande impatto sulla gravità dell’infezione: un animale immunocompromesso presenterà sintomi più gravi e il parassita potrebbe infettare cronicamente l’ospite.

    Iter diagnostico per la criptosporidiosi

    La diagnosi di criptosporidiosi non può essere meramente clinica, perché il quadro clinico non è molto specifico; i criptosporidi, infatti, causano talvolta diarrea negli agnelli e nei capretti di età compresa tra 5 e 10 giorni, con feci general mente molto liquide e gialle.

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    Agnello colpito da criptosporidiosi che presenta diarrea.
    © P. Autef

    Il metodo diagnostico gold standard è la rilevazione diretta di oocisti o antigeni nel materiale fecale, ma sono disponibili anche test antigenici sviluppati per lo screening sul campo.

    In laboratorio, le oocisti possono essere rilevate con il metodo Ziehl-Neelsen modificato o mediante immunofluorescenza diretta o indiretta. È possibile utilizzare metodi immunoenzimatici, immunocromatografici, oppure effettuare un esame istopatologico.

    I test di immunofluorescenza consistono nell’identificare le oocisti con anti corpi monoclonali e nell’evidenziarle mediante fluorescenza: si effettuano su vetrini, da precipitati fecali o dopo concentrazione; le oocisti vengono così evidenziate da una fluorescenza verde periferica (parete dell’oocisti).

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    Oocisti di Cryptosporidium parvum, ingrandimento 40x
    (microscopia a immunofluorescenza).
    © UMR Bipar

    Inoltre, nei laboratori di riferimento e di ricerca, il DNA di Cryptosporidium è rilevabile mediante la PCR (Polymerase chain reaction). L’amplificazione molecolare è un al tro metodo per identificare le specie e le sottospecie di Cryptosporidium mediante analisi di frammenti di restrizione o mediante PCR specifica.

    Nei prossimi anni, i ricercatori prevedono lo sviluppo di kit commerciali facili da usare per la diagnosi, la quantificazione della carica pa rassitaria e l’identificazione molecolare delle specie.

    Il trattamento d’elezione

    Il trattamento è sintomatico, contro la diarrea. Viene utilizzato frequentemente per i bovini, ma generalmente non viene utilizzato nelle capre e nelle pecore a causa dell’elevato numero di capretti e agnelli e del loro basso valore economico, soprattutto all’età in cui vengono colpiti da criptosporidiosi.

    La resistenza di C. parvum agli antibiotici e ai farmaci antiprotozoari, nota negli animali e nell’uomo, è direttamente correlata alle caratteristiche specifiche del parassita: la localizzazione intracellulare ed extracitoplasmatica unica di Cryptosporidium gioca un ruolo importante nella sua resistenza al trattamento. Secondo i ricercatori, sembra che la membrana basale e l’organello di alimentazione selezionino le molecole in grado di passare dalla cellula ospite al parassita, bloccandone dunque alcune.

    Vi sono tuttavia, due molecole attualmente attive contro C. parvum: l’alofuginone lattato e la paromomicina solfato.

    L’alofuginone lattato è un antiprotozoario del gruppo dei derivati del chinazolinone che ha un effetto criptosporidiostatico. Secondo il riassunto delle caratteristiche del prodotto (RCP), è un medicinale indicato per il trattamento della criptosporidiosi; la sua autorizzazione all’immissione in commercio, rilasciata dalla Commissione Europea, è valida in tutti gli Stati membri. Negli agnelli e nei capretti, una dose di 0,1 mg/kg die per 7 giorni consecutivi inibisce la riproduzione del parassita, favorisce lo sviluppo dell’immunità, permette di prevenire la diarrea legata alla malattia e alla mortalità nei capretti, ma non ha alcun effetto sugli animali disidratati.

    L’alofuginone lattato ha quindi effetti interessanti se usato per prevenire la criptosporidiosi nei ruminanti, perché ritarda l’infezione fino a che il sistema immunitario dell’animale non sarà in grado di combattere da sé l’agente patogeno.

    La paromomicina solfato, dal canto suo, è un antibiotico aminoglicosidico prodotto da Streptomyces chrestomyceticus e attivo contro i batteri Gram-negativi e contro alcuni protozoi come Giardia spp. Dopo somministrazione orale, la paromomicina viene assorbita molto debolmente. È registrata in diversi Paesi europei (Belgio, Lussemburgo, Italia, Francia, Regno Unito, ecc.) per le sue indicazioni antinfettive.

    La dose consigliata per un utilizzo preventivo, a seguito di studi effettuati su vitelli e capretti, è di 100 mg/kg di peso vivo in 1 o 2 dosi giornaliere per 11 giorni consecutivi. Questa dose riduce l’escrezione di oocisti e i segni clinici, nonché la mortalità, in condizioni naturali o sperimentali, in queste specie. Utilizzata in terapia curativa, la paromomicina solfato riduce i segni clinici e l’escrezione di oocisti.

    Uno studio2 effettuato nel 2000 ha mostrato che la somministrazione di 100 mg/kg/giorno per 3 giorni consecutivi, o di 200 mg/kg/giorno per 2 giorni consecutivi, ad agnelli ha consentito di arrestare l’escrezione in più del 60% dei soggetti trattati dopo il 4° giorno dello studio, e al termine del trattamento il 65% degli animali non presentava diarrea.

    Controllo e prevenzione della criptosporidiosi

    Cryptosporidium spp. è molto resistente nell’ambiente. È quindi importante reagire rapidamente quando vengono individuati focolai di criptosporidiosi nel bestiame al fine di prevenire la diffusione delle oocisti, in particolare nei piccoli ruminanti, che sono grandi escretori. Una gestione inadeguata può comportare una contaminazione massiva dell’ambiente e quindi degli animali dell’allevamento.

    L’obiettivo della profilassi è limitare la diffusione e la trasmissione della malattia attraverso gli ani mali contaminati. La disinfezione e le buone pratiche igieni che sono fondamentali nella lotta contro Cryptosporidium spp: è opportuno quindi pulire regolarmente i locali, comprese tutte le aree a contatto con gli animali, in particolare quelli giovani, e procedere a disinfezione ogni volta che è possibile utilizzando prodotti a base di ammoniaca concentrata al 5 o al 10%. I locali possono essere puliti anche con acqua molto calda (> 70 °C) e poi asciugati.

    È inoltre necessario verificare la qualità dell’alimentazione, che venga assunta la corretta quantità di colostro, ma anche isolare gli animali malati, evitare il sovrapopolamento, man tenere l’ambiente pulito e asciutto, disinfettare regolarmente i locali e pulire le attrezzature.

    Da qualche tempo la prevenzione nei vitelli può essere effettuata anche attraverso la vaccinazione, che costituisce un significativo passo avanti nella prevenzione della criptosporidiosi bovina e apre prospettive di estensione ai piccoli ruminanti.

    La criptosporidiosi resta quindi una malattia potenzialmente grave negli agnelli e nei capretti, la cui diagnosi è fondamentale. In attesa di ulteriori studi e ricerche riguardo a nuove molecole o vaccini innovativi ed efficaci, il rispetto delle misure di igiene e di prevenzione resta il modo migliore per contrastare la diffusione di questa malattia negli allevamenti.

    Inoltre, poiché la criptosporidiosi è potenzialmente una zoonosi, i medici veterinari e gli allevatori dovrebbero manipolare con molta prudenza gli animali colpiti, ed è imperativo mettere in atto programmi di biosicurezza pianificati.

    Bibliografia:
  • L’importanza della vaccinazione nell’allevamento suinicolo

    L’importanza della vaccinazione nell’allevamento suinicolo

    Nel contesto della serie di meeting on line “Strategie vaccinali a supporto della salute degli animali da reddito” organizzata da FNOVI, si è tenuto il webinar intitolato “Suini e Salute: efficacia della vaccinazione e strategie vincenti nei protocolli di profilassi” a cura del dott. Michele Drigo (DVM, PhD, MSc, Università degli Studi di Padova).

    Salute e immunità del suino

    Parlando di salute, o di malattia, intesa come assenza di salute, si deve ricordare come essa sia il risultato dell’interazione bilaterale fra ospite e patogeno, nella quale occorre tenere presenti le caratteristiche dell’ospite, come la categoria dell’animale e gli aspetti immunitari correlati, e le caratteristiche del patogeno, determinando di quale si tratti, come esso si distribuisca temporalmente e all’interno delle popolazioni animali.

    Questi due aspetti sono condizionati dal contesto ambientale, che comprende il management dell’allevamento, la biosicurezza e tutto quello che condiziona patogeno e ospite nella loro relazione. In tutto ciò, la vaccinazione deve essere considerata un proxy di salute che annulli o contenga la malattia.

    La risposta immunitaria del suino

    La risposta immunitaria del suino si compone di diversi livelli. Il primo livello è rappresentato dalla barriera di difesa fisica e umorale costituita dalla risposta mucosale. Essa ha lo scopo di mantenere l’agente estraneo all’esterno dell’organismo, impedendone l’ingresso.

    Quando la risposta mucosale fallisce, si innesca la risposta innata che è la prima linea post-invasione composta da cellule fagocitiche e citochine proinfiammatorie che attivano la risposta adattativa.

    La risposta adattativa rappresenta la seconda linea di intervento ed è di tipo cellulo-mediata e umorale.

    A livello mucosale, la barriera è costituita da giunzioni cellulari strette e da uno strato mucoso interno (kill zone) dove si trovano peptidi antimicrobici e IgA, che determinano l’inattivazione della maggioranza dei patogeni e che solo alcuni microrganismi sono in grado di attraversare.

    Nel caso in cui il suino sia soggetto a pressione infettiva precoce è importante assicurare l’immunità il prima possibile e sviluppare una buona componente del microbioma per diminuire la suscettibilità, coadiuvando l’attività di barriera a livello mucosale.

    Le risposte innata e adattativa costituiscono due fasi, una conseguente all’altra. La risposta adattativa rappresenta la vera risposta immunitaria, ma non è immediata, in quanto richiede alcuni giorni per instaurarsi e questo dev’essere considerato al momento della vaccinazione. Nel suinetto prossimo alla nascita, le componenti della risposta innata e adattativa sono già acquisite, ma fortemente immature, quindi la resistenza all’infezione dipende dalla presenza di una risposta innata efficace determinata dall’assunzione di colostro, fondamentale in quanto i suinetti nascono senza anticorpi sierici.

    Il colostro suino ha pressoché la stessa concentrazione di IgG del siero, ma dopo tre giorni il latte contiene principalmente IgA, che svolgono funzione mucosale. L’assorbimento in circolo delle tre principali classi anticorpali (IgG, IgM, IgA) dal colostro avviene massivamente nelle prime 12-24 ore, con il picco massimo di assorbimento entro 6 ore dalla nascita. Molti agenti sono in grado di interferire con la risposta immunitaria, soprattutto quella innata, favorendo l’insorgenza di infezioni secondarie.

    La vaccinazione: puntare all’immunità di gruppo

    Vaccinare significa “ingannare” il sistema immunitario, quindi attivarlo senza che si sia verificata l’infezione naturale e indurlo a mobilitare i meccanismi immunitari mimando la presenza dell’agente infettante. Questo inganno risulterà tanto migliore quanto in grado di riprodurre la reale attivazione del sistema immunitario.

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    © BearFotos – shutterstock.com

    Lo sviluppo di un programma vaccinale deve prendere in considerazione la valutazione dei rischi specifici di malattia, che si tratti di agenti endemici o di possibile introduzione, e l’effetto dell’immunità materna in relazione all’età di vaccinazione. Inoltre, si deve tenere conto del management aziendale, visto nella funzione di minimizzare l’esposizione agli agenti patogeni mediante igiene, tutto pieno/tutto vuoto, biosicurezza.

    Tutto ciò deve favorire l’instaurarsi di una finestra temporale senza esposizione prima della vaccinazione.

    Un programma vaccinale risulta efficace quando si instaura l’immunità di gruppo, intesa co me la quota di soggetti immuni presenti che è in grado di minimizzare l’impatto clinico della malattia, ridurre la suscettibilità all’infezione e velocizzare la clearance del patogeno, diminuendo la replicazione e la durata di eliminazione.

    L’intervallo fra le vaccinazioni priming e booster deve essere almeno di tre settimane per consentire l’espansione clonale delle cellule T e B. Inoltre, è anche necessaria una fase di “selezione dei migliori rispondenti”, che impiega una settimana circa.

    La via di somministrazione è condizionante

    Sebbene la somministrazione del vaccino avvenga principalmente per via parenterale (con aghi adeguati sostituiti frequentemente), esistono altre vie di somministrazione come la via intradermica, che consente, senza l’utilizzo di aghi, la distribuzione del vaccino nello spessore del derma. Per la vaccinazione sottocutanea o intramuscolare, il punto di elezione è la fossetta retroauricolare, anche per evitare di danneggiare muscoli più pregiati dell’animale, mentre la via intradermica utilizza la regione perirenale, mammaria o retroauricolare.

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    © Dusan Petkovic – shutterstock.com

    La via di somministrazione condiziona la protezione immunitaria soprattutto a livello mucosale: le infezioni enteriche hanno bisogno di protezione attiva a questo livello, con produzione di IgA, e ciò è preferibilmente indotto attraverso vaccinazioni che arrivano per via mucosale – come aerosol-, orale o mammaria, in quanto la risposta sia umorale che cellulo-mediata viene diretta verso il circolo sanguigno e i tessuti, risultando quasi assente a livello mucosale.

    Strategie diverse possono essere l’utilizzo di un vaccino MLV (Modified Live Virus, virus vivo attenuato) somministrato per via parenterale che replica a livello mucosale o l’uso di alcuni vaccini inattivati che sfruttano l’adiuvante per la produzione di IgA. Da tutto ciò deriva che la scelta della via di somministrazione dev’essere pianificata a seconda di quanto si voglia ottenere da una vaccinazione.

    Le tipologie di vaccini

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    © Bogdan Cherniak – shutterstock.com

    Esistono diverse tipologie di vaccini.

    • I vaccini vivi attenuati (MLV), da somministrare per via parenterale e mucosale, sono ottenuti mediante attenuazione del patogeno e mantengono la capacità di replicare e diffondere.
    • I vaccini inattivati, da somministrare per via parenterale, necessitano dell’aggiunta di un adiuvante per potenziare lo stimolo antigenico e vengono ottenuti inattivando l’agente con processi chimico-fisici.
    • I vaccini a subunità e a virus vettore (DNA ricombinante) utilizzano un antigene prodotto in sistemi di espressione procarioti o eucarioti mediante la tecnica del DNA ricombinante, e necessitano di un buon adiuvante che ne aumenti l’immunogenicità. Sono caratterizzati da elevata sicurezza.
    • I vaccini stabulogeni sono ottenuti mediante coltivazione di un patogeno specifico di allevamento, inattivazione e aggiunta di adiuvante. Sono molto specifici, ma rischiano di essere dotati di scarsa immunogenicità e richiedono lunghi tempi di produzione. Tuttavia, a volte rappresentano l’unica soluzione in caso di agente ad alta varia bilità genetica e scarsa cross-reattività. Un tipo particolare di vaccino stabulogeno è l’esposizione all’agente di campo, per esempio acclimatando le scrofette verso PRRSV residente, in un momento lontano dalla riproduzione, con lo scopo di uni formare la temporalità di infezione e ottenere la negativizzazione prima dell’entrata in riproduzione. È un metodo che comporta dei rischi e che può funzionare solo in presenza di stipiti virali poco virulenti.
    • L’antigene vaccinale può anche essere inglobato in nanoparticelle, polimeri biodegradabili che proteggono dalla proteolisi a livello mucosale, soprattutto respiratorio, favorendo la captazione da parte delle cellule immunitarie mucosali. Da somministrare per via parenterale, consentono un graduale e prolungato rilascio di antigene stimolando un’attivazione immunitaria prolungata.

    I vaccini disponibili per il suino

    • Contro la circovirosi vengono utilizzati vaccini inattivati costituiti da virus intero, subunità, DNA ricombinante o virus vettore. È possibile vaccinare le scrofe e i suinetti, per i quali occorre conoscere la dinamica di circolazione virale. Questi vaccini possono essere combinati: esistono vaccini bivalenti con Mycoplasma hyopneumoniae oppure miscelabili con valenze contro Lawsonia, PRRSV e M. hyopneumoniae.
    • Contro la PRRS i vaccini sono quasi tutti MLV, in quanto gli inattivati risultano scarsamente immunogeni e vengono utilizzati come booster. Sono ampiamente utilizzati soprattutto per garantire stabilità dell’allevamento e devono necessariamente far parte di un insieme di azioni manageriali di controllo e biosicurezza, soprattutto esterna.
    • Nel caso dell’influenza suina vengono utilizzati vaccini inattivati per ridurre i segni clinici e la carica virale a livello polmonare in seguito all’infezione.
    • La parvovirosi viene contrastata con vaccini inattivati e il target è vaccinare scrofe e scrofette per proteggere il feto da infezione transplacentare prima che acquisti l’immunocompetenza (70 giorni). Esistono formulazioni singole, ma anche molte combinazioni.
    • I vaccini inattivati contro la leptospirosi con tengono batterine di serovarianti multiple più epidemiologicamente rilevanti, similmente a quanto avviene nei vaccini per il mal rosso, mentre nel caso della pleuropolmonite contagiosa i vaccini contengono sia batterine che tossoidi per proteggere dai danni provocati dalla malattia.
    • Vengono utilizzati vaccini inattivati anche per polmonite enzootica, rinite atrofica, polisierositi e streptococcosi. In quest’ultimo caso, l’offerta vaccinale è scarsa perché la grande variabilità epidemiologica dei sierotipi circolanti ha complicato l’offerta dei vaccini commerciali.
    • La diarrea neonatale e post-svezzamento è una condizione patologica molto precoce nel suinetto sottoscrofa per colonizzazione verticale, in presenza di mucosa intestinale immatura e microbioma non perfettamente sviluppato. È fondamentale che i suinetti assumano il colostro per attivare precocemente l’immunità mucosale, così come precocemente devono essere somministrati i vaccini.
    • L’enterite necrotico-emorragica è una con dizione patologica molto precoce nel suinetto sottoscrofa per colonizzazione verticale, in presenza di mucosa intestinale immatura e presenza di Clostridium perfringens tossigeni di tipo C. Il target è l’immunizzazione di scrofe e scrofette per assicurare trasferimento passivo precoce di anticorpi contro la tossina necrotizzante.
    • La vaccinazione contro l’ileite, o enteropatia proliferativa, può avvenire mediante utilizzo di vaccino inattivato o vivo attenuato, per via orale. Tuttavia, essa non protegge dall’infezione, limitandosi a contrastare il danno da malattia enterica e garantire omogenei incrementi ponderali giornalieri.

    Il caso del complesso respiratorio del suino

    Lo sviluppo del PRDC (Porcine Respiratory Disease Complex) è causato da un’interazione fra patogeni. Esistono vari livelli in cui svariati patogeni possono agire creando un danno all’apparato mucociliare, determinando immunosoppressione, alterando la risposta delle citochine e la risposta macrofagica. Ciò va considerato nella sequenza in cui i diversi agenti si inseriscono nella specifica situazione epidemiologica, determinando un effetto additivo o sinergico a seconda che gli effetti si sommino o si moltiplichino.

    • Ad esempio, in campo batterico M. hyopneumoniae può interagire sia con Pasteurella multocida, aumentando la gravità della polmonite, sia con Actinobacillus pleuropneumoniae, diminuendo l’attività fagocitica dei macrofagi; mentre Bordetella bronchiseptica ha un effetto sinergico sia in associazione a P. multocida, in quanto predispone alla colonizzazione di Pasteurella in maniera massiva determinando rinite atrofica, sia in associazione con Haemophilus parasuis nel determinare la polisierosite, o malattia di Glasser.
    • Per quanto riguarda l’interazione tra virus, il PRRSV ha effetto additivo con coronavirus respiratorio e virus influenzale, mentre ha un effetto sinergico con il circovirus tipo 2, agendo come immunostimolatore sistemico o interferendo con l’eliminazione di PCV2.
    • Esistono anche interazioni miste, come quella fra PRRSV e streptococco, o PRRSv e M. hyopneumoniae, oppure come l’interazione sinergica tra M. hyopneumoniae e PCV2 che sfocia in un complesso respiratorio grave dovuto all’aumento di espansione clonale del circovirus. Quest’ultima interazione tra M. hyopneumoniae e PCV2 è tra le più studiate anche per l’aspetto epidemiologico endemico che li caratterizza.

    M. hyopneumoniae e PCV2, un’interazione tra le più studiate

    Modelli sperimentali hanno dimostrato che Mycoplasma potenzia le lesioni polmonari e linfoidi causate da PCV2, soprattutto in caso di infezione sequenziale a due settimane di distanza. La malattia si presenta con ipertermia, calo dell’IPG, tosse e polmonite. Ne deriva la necessità di vaccinare precocemente e, per questa ragione, sono stati condotti molti studi per cercare di determinare quale sia il possibile ruolo dell’immunità materna nell’interferenza con una vaccinazione troppo precoce.

    È stato notato che tale interferenza si riflette soprattutto sul titolo anticorpale, parametro misurabile, ma questa non dà una buona stima dell’efficacia della risposta immunitaria, in quanto è la stimolazione cellulo-mediata che interessa la riuscita della vaccinazione. Alcuni studi hanno quindi dimostrato l’efficacia della vaccinazione precoce nonostante la presenza di immunità materna.

    Laddove siano presenti Mycoplasma e circovirus la vaccinazione deve prevedere entrambi i patogeni, in quanto la vaccina zione singola protegge solo dallo specifico patogeno, mentre i vaccini combinati si sono dimostrati in grado di diminuire drasticamente i segni clinici e le lesioni tipiche dell’infezione combinata.

    Se la vaccinazione non funziona?

    A volte i vaccini non funzionano come dovrebbero. Una delle motivazioni alla base di questo insuccesso può essere legata alla presenza dell’immunità materna, nel caso in cui ci si trovi in quella finestra temporale tra interferenza ancora presente e scarsa reattività immunitaria.

    Altre ragioni possono essere correlate al momento della vaccinazione, in quanto servono alcuni giorni per attivare la reazione immunitaria dopo la vaccinazione, e infezioni contemporanee alla vaccinazione vengono erroneamente considerate insuccessi vaccinali o addirittura danni da vaccino. Altri motivi di insuccesso sono la cross-protezione, la conservazione o gestione impropria del vaccino o una disfunzione immunitaria, che però riguarda casi isolati, con scarsa rilevanza a livello di gruppo.

    Prevenire è meglio che curare

    Il vaccino non è solo uno strumento di profilassi, ma anche e soprattutto uno strumento di management. La vaccinazione, nel suino, parte dai protocolli e deve adattarsi sulla base delle caratteristiche note delle singole situazioni e limitazioni. Gli agenti patogeni, inoltre, sono attivi e dinamici: bisogna quindi essere pronti a modificare ciò che fino a poco prima funzionava.

    Considerate le sempre maggiori limitazioni all’utilizzo di antimicrobici, affrontare una patologia batterica con antibiotici significa che si sta intervenendo troppo tardi, anche se vaccinare significa scommettere sul futuro e talvolta ciò è frustrante. Ci si trova, infatti, a dover risolvere problemi contingenti in situazioni di crisi, dove ci si aspettano risposte pronte, anche quando non è possibile averle se non dopo un necessario lasso di tempo di evoluzione biologica nell’interazione tra patogeno e ospite.

  • Cellule mesenchimali stromali: nuove prospettive e interazione con i farmaci tradizionali

    Cellule mesenchimali stromali: nuove prospettive e interazione con i farmaci tradizionali

    Volge alla conclusione, con il penul­timo incontro, il ciclo di webinar dedicato alle cellule mesenchimali stromali (MSC) e il loro utilizzo in Veterinaria, orga­nizzato da GISMVet (Gruppo Italiano Staminali Mesenchimali – Sezione Veterinaria) con la collaborazione della piattaforma CogitoErgoVet.

    In questa occasione, la prof.ssa Silvia Dotti (IZS della Lombardia e dell’Emilia Romagna) ha introdotto due relazioni che si focalizza­no su aspetti fondamentali dell’utilizzo pra­tico di queste cellule: nella prima, la prof.ssa Luisa Pascucci (Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Perugia) ha illu­strato i prodotti terapeutici derivati dalle MSC; nella seconda, la prof.ssa Alessandra Pelagalli (Dipartimento di Scienze Biomediche Avanzate dell’Università di Napoli Federico II) si è sof­fermata sulle interazioni delle MSC con i più comuni farmaci usati in Veterinaria.



    Prodotti terapeutici derivanti dalle cellule mesenchimali stromali

    Le MSC rappresentano una frontiera innova­tiva nel campo della medicina rigenerativa veterinaria. Queste cellule, derivate da varie fonti tissutali come il midollo osseo, il tessu­to adiposo e il cordone ombelicale, sono note per le loro proprietà rigenerative che vanno oltre il semplice meccanismo sostitutivo che consiste nel rimpiazzare cellule danneggiate o morte: studi recenti dimostrano infatti che questo meccanismo non è sufficiente a spiegare gli effetti delle MSC, anche in considerazione del loro scarso attecchimento nel tessuto le­sionato (1- 5% delle cellule somministrate) e della breve sopravvivenza in vivo.

    Nonostante queste limitazioni, le MSC riescono a stimolare efficacemente il tessuto ricevente, suggeren­do che il loro meccanismo terapeutico sia più complesso. Una parte significativa della loro efficacia risiede infatti nelle molecole bioattive da esse secrete, che includono citochine, fatto­ri di crescita e microRNA. Questi componenti sono in grado di modulare il microambiente circostante, promuovendo la rigenerazione dei tessuti danneggiati e mitigando il processo in­fiammatorio.

    Le azioni biologiche delle cellule MSC

    • Attività immunomodulatoria, regolando l’in­fiammazione sia acuta che cronica  
    • Produzione di fattori paracrini e autocrini, cruciali per la rigenerazione tessutale  
    • Potenziale di differenziazione in diversi tipi cellulari  
    • Attività migratoria, che consente loro di lo­calizzarsi nei siti di lesione

    L’universo del secretoma

    Il termine secretoma indica tutto ciò che le MSC riversano nell’ambiente extracellulare e che rappresenta il principale effettore della loro azione biologica. Il secretoma rappresenta il cuore delle loro proprietà terapeutiche, in quan­to crea un ambiente pro-rigenerativo in grado di favorire la guarigione.

    Le principali funzioni del secretoma sono:

    • Azione antinfiammatoria: riduzione dei pro­cessi infiammatori locali e sistemici.
    • Immunomodulazione: regolazione delle ri­sposte immunitarie per evitare reazioni immu­nologiche avverse.
    • Neoangiogenesi: stimolazione della forma­zione di nuovi vasi sanguigni essenziali per la rigenerazione tissutale.
    • Azione anti-apoptotica: prevenzione della morte cellulare.
    • Rimodellamento tissutale: ricostruzione del­la struttura e della funzionalità del tessuto danneggiato.

    Il secretoma delle MSC si suddivide in due componenti principali: la frazione solubile e le vescicole extracellulari (EVs).

    La frazione solubile comprende proteine, cito­chine, fattori di crescita e altre molecole bio­attive, come il TGF-β, l’EGF, il VEGF e l’FGF. Questi elementi cooperano per promuovere processi di rigenerazione tissutale.

    Vescicole extracellulari: un’alternativa alle terapie tradizionali

    Le EVs costituiscono una componente fonda­mentale del secretoma e sono oggetto di cre­scente interesse. Queste vescicole, comprendenti esosomi e microvescicole, fungono da vettori naturali per il trasporto di molecole bioattive come RNA, DNA e proteine.

    Uno dei principali vantaggi delle EVs è la loro capacità di proteg­gere il contenuto bioattivo durante il trasporto, garantendo un rilascio mirato ed efficace. Le EVs possono attraversare le barriere biologiche, come la barriera emato-encefalica, rendendole un’opzione terapeutica promettente per malattie neurologiche sia negli animali che negli esseri umani.

    Le EVs possono essere purificate a parti­re dal surnatante di coltura delle MSC mediante tecniche avanzate, come l’ultracentrifugazione, l’ultrafiltrazione, la filtrazione tangenziale, la cromatografia ad esclusione molecolare (SEC), l’immunoprecipitazione. Le EVs possono inoltre essere caricate con farmaci, proteine, RNA o DNA e utilizzate come vettori terapeutici alta­mente specifici. Questa caratteristica le rende una valida alternativa alle terapie tradizionali, soprattutto nei casi in cui sia necessario un rilascio localizzato e prolungato.

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    © YAKOBCHUK VIACHESLAV – shutterstock.com

    Le strategie di rilascio includono l’ingegne­rizzazione genetica delle cellule donatrici per produrre EVs specificamente caricate, oppure il caricamento diretto delle EVs con molecole terapeutiche post-isolamento. Inoltre, la possi­bilità di modificare la superficie delle EVs per migliorarne la biocompatibilità o aumentare la loro affinità verso determinati tessuti target rappresenta un ulteriore progresso tecnologico.

    Rispetto ai sistemi di rilascio sintetici come i liposomi, le EVs offrono alcuni vantaggi si­gnificativi:

    • specificità naturale: le EVs possiedono molecole di superficie naturali che le rendono intrinseca­mente capaci di interagire con tessuti specifici;
    • carico bioattivo complesso: a differenza dei liposomi, le EVs contengono una combinazione di proteine, RNA e lipidi che contribuiscono alla loro attività terapeutica;
    • tollerabilità biologica: essendo derivate da cellule, le EVs mostrano una tolleranza immu­nologica superiore rispetto ai liposomi sintetici.

    Questo confronto evidenzia come le EVs possa­no essere una soluzione ottimale per numerose applicazioni, pur necessitando di miglioramenti tecnologici per competere in termini di produ­zione, standardizzazione e scalabilità.

    Applicazioni veterinarie: una nuova frontiera terapeutica

    In Medicina Veterinaria, l’uso del secretoma e delle EVs è documentato da alcuni lavori scientifici, per lo più condotti in vitro. I pochi lavori in vivo riguardano l’uso del secretoma tal quale o in forma liofilizzata (liosecretoma) nel trattamento di tendini e articolazioni di cavallo e cane. I lavori citati hanno dimostrato la sicurezza del prodotto impiegato e una promettente efficacia, che va ancora ulteriormente indagata.

    Utilizzare secretoma o EVs come prodotti “off-the-shelf”, ovvero pronti per l’uso, fornirebbe un incredibile vantaggio. Questo approccio eliminerebbe la necessità di isolare cellule dal paziente e coltivarle, riducendo i tempi del trattamento. In particolare, i pro­dotti liofilizzati garantiscono stabilità a lungo termine e facilità di conservazione, ampliando le possibilità di impiego su scala globale.

    I limiti attuali e le prospettive future

    Nonostante i progressi significativi, esistono ancora alcune criticità nell’applicazione del secretoma e delle EVs. Tra le principali sfide vi sono:

    • mancanza di standardizzazione: la variabilità tra i lotti di produzione e la mancanza di protocolli unici rappresentano un ostacolo per l’adozione su larga scala;
    • costo elevato: i processi di produzione e purificazione richiedono tecnologie avanzate, che ne aumentano i costi;
    • sicurezza e regolamentazione: sebbene il secretoma e le EVs siano considerati sicuri, sono necessari ulte­riori studi per definire protocolli di somministrazione ottimali e verificare eventuali effetti avversi a lungo termine.

    Il secretoma e le EVs stanno trasformando il panorama della medicina rigenerativa, offrendo soluzioni innovative e versatili.

    Guardando al futuro, si delineano diverse pro­spettive interessanti per la medicina rigene­rativa oltre all’uso di cellule. Tra le possibilità più promettenti vi sono:

    • prodotti a base di secretoma;
    • prodotti a base di EVs;
    • EVs ingegnerizzate con tecnologie avanzate per modificare geneticamente le EVs, miglio­randone la specificità terapeutica;
    • componenti selettivi di secretoma o EVs, co­me proteine o microRNA;
    • prodotti combinati dati dall’integrazione di MSC e secretoma o EVs per massimizzare l’ef­ficacia dei trattamenti.

    Sebbene siano ancora necessarie ulteriori ricerche per affrontare le sfide tecniche e regolatorie, il loro potenziale terapeutico è innegabile. Grazie alla pos­sibilità di utilizzo come prodotti “off-the-shelf” e alla crescente integrazione di tecnologie avanzate, il futuro di queste terapie sembra promettente, sia in ambito umano che veterinario. Attraverso un impegno conti­nuo nella ricerca e nello sviluppo, il secretoma e le EVs potrebbero presto diventare strumenti di riferimento nella pratica clinica globale.

    Le cellule mesenchimali stromali e le loro interazioni con i farmaci di uso comune

    Abbiamo visto come le MSC rappresentino un’importante risorsa per la medicina rigenerativa e la terapia immunomodulatoria, grazie alle loro proprietà di differenziazione, immunomodulazione e secrezione di fattori bioattivi. Tuttavia, l’integrazione delle MSC con i farmaci di uso comune nella pratica clinica veterinaria richiede un’attenta analisi delle possibili interazioni e degli effetti sinergici o av­versi, anche perché molti degli studi effettuati sono in vitro.

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    © Elena Pavlovich – shutterstock.com

    L’utilizzo combinato di MSC e farmaci è comune in vari ambiti della clinica veterinaria:

    • durante gli interventi chirurgici: per garantire analgesia e supporto alla guarigione;
    • nella gestione del dolore: tramite anestetici locali e farmaci antinfiammatori;
    • per la terapia di patologie su base immuno-me­diata, come l’artrite reumatoide.

    Interazioni con anestetici locali

    Gli anestetici locali, fondamentali per molte pro­cedure veterinarie, possono essere distinti, secondo la loro natura chimica, in esteri (cocaina, procaina, tetracaina, ecc.) in amidi (lidocaina, bupivacaina, ropivacaina, ecc.)

    Gli studi evidenziano che:

    • l’incubazione di MSC adipose (Ad-MSC) con lido­caina, mepivacaina e ropivacaina non ne compro­mette significativamente la vitalità, sebbene alte dosi di bupivacaina (10 mM) riducano la vitalità del 40%;
    • le proprietà di differenziazione adipogenica, con­drogenica e osteogenica risultano ridotte fino al 40-60% in presenza di anestetici a concentrazioni elevate.

    Effetti su differenziazione e secretoma

    Gli anestetici locali influenzano anche la secrezione di fattori bioattivi:

    • VEGF: promotore dell’angiogenesi e della guarigione delle ferite;
    • IL-6 e IL-8: modulano l’infiammazione e la risposta immunitaria;
    • HGF: ridotto fino al 40% con lidocaina e mepivacaina.

    I risultati mostrano come gli anestetici locali, utilizzati in concentrazioni clinicamente rilevanti, non compromettano in modo significativo la vitalità o il secretoma delle MSC. Tuttavia, gli studi in vitro potrebbero non rappresentare appieno la complessità delle condizioni in vivo. Questi dati richiedono ulteriori conferme per tradurli efficacemente nella pratica clinica.

    Interazioni con antibiotici

    Gli antibiotici mostrano effetti variabili sulle MSC; alcuni studi evidenziano che la combinazione con antibiotici non ha effetti negativi, migliorando anzi la riduzione di alcune citochine pro-infiammatorie e promuovendo la rigenerazione tessutale.

    Inoltre, le MSC possiedono un potenziale anti­microbico intrinseco, che può essere potenziato dall’uso combinato con antibiotici.

    Gli studi più recenti, inclusi modelli preclinici, hanno dimo­strato che:  

    • nel trattamento dell’artrite settica e infezioni da impianti causate da Staphylococcus aureus, la combinazione di MSC (adipose o da cordone ombelicale) con antibiotici migliora i punteggi di osteomielite e riduce l’osteolisi e la carica mi­crobica;  
    • l’uso combinato non ha evidenziato effetti ne­gativi sulla vitalità delle MSC, dimostrando in­vece una sinergia nella riduzione delle citochine pro-infiammatorie, come IL-6 e TNF-α.  

    Un aspetto cruciale riguarda l’impatto degli anti­biotici sulle capacità proliferative e differenziative delle MSC:  

    • penicillina, gentamicina e ceftiofur: alle dosi co­munemente utilizzate in clinica, non alterano la vi­talità né il comportamento proliferativo delle MSC;
    • amikacina: a concentrazioni elevate (>25.000 mg/ml), induce una citotossicità significativa (>80%), compromettendo anche la funzione delle cellule sinoviali e dei condrociti;
    • gli effetti avversi sembrano essere dose-dipen­denti e richiedono una valutazione accurata delle concentrazioni somministrate.

    Farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS)

    I FANS hanno proprietà antinfiammatorie, analge­siche e antipiretiche, agendo sull’inibizione della sintesi delle prostaglandine: questo meccanismo di azione è rilevante per comprendere il loro impatto sul microambiente cellulare, inclusa la funzione delle MSC.

    Effetto dell’ibuprofene

    Uno studio recente ha evidenziato che l’ibuprofe­ne, somministrato a concentrazioni terapeutiche (25-50 μg/ml), non compromette la capacità di proliferazione, migrazione e differenziamento delle MSC. Tuttavia, si registra una significativa ridu­zione della secrezione di PGE2 (-80% rispetto al controllo) e un cambiamento nel profilo del secre­toma, con diminuzione di ICAM-1 e HGF. Questi risultati suggeriscono che l’ibuprofene potrebbe influenzare il ruolo immunomodulatore delle MSC.

    Effetto dell’indometacina

    L’indometacina, altro FANS analizzato, sembra favorire il differenziamento adipocitario rispetto a quello osteogenico delle MSC, agendo trami­te il pathway di PPARγ. Inoltre, in un model­lo sperimentale di artrite indotta, l’associazione MSC + Indometacina ha dimostrato di ridurre lo stress ossidativo e modulare i livelli di citochine pro-infiammatorie (IL-1β) e anti-infiammatorie (IL-4), con un effetto complessivamente terapeu­tico.

    Effetto del celecoxib

    Il celecoxib, inibitore selettivo della COX-2, ha mo­strato risultati promettenti in vivo. Associato alle MSC, migliora la capacità di riparazione delle ferite, con una riduzione delle cellule immunitarie nel sito di lesione e una modulazione dell’IL-17. Questo suggerisce un potenziale per combinazioni terapeutiche mirate in condizioni infiammatorie croniche.

    Effetti degli immunosoppressori sulle MSC

    Gli immunosoppressori, utilizzati per gestire patolo­gie autoimmuni o per evitare il rigetto nei trapianti, possono influire sulle capacità funzionali delle MSC. Gli studi analizzati mostrano risultati variegati in funzione del tipo di farmaco e della dose sommini­strata.

    Gli immunosoppressori testati (idrocortisone, desametasone, metotressato, azatioprina e 6-mercap­topurina) mostrano un’inibizione significativa della proliferazione, migrazione e secrezione citochinica delle MSC, in particolare quando sottoposte a tratta­menti prolungati (4 giorni). L’azione inibitoria varia tra i farmaci, con idrocortisone e desametasone che presentano un impatto maggiore.

    La risposta delle MSC agli immunosoppressori dipende non solo dal farmaco, ma anche da fattori legati al microambiente e al donatore delle cellule. È stato evidenziato co­me le MSC adipose (Ad-MSC) siano generalmente più resistenti rispetto ad altre fonti cellulari; questo suggerisce che il contesto clinico e il tipo di cellule utilizzate debbano essere attentamente valutati prima di intraprendere trattamenti combinati.

    Un aspetto critico riguarda i rischi di trombosi associati all’in­fusione sistemica di MSC: infatti, possono innescare risposte infiammatorie acute (IBMI), compromettendo la loro efficacia; tuttavia, i dati suggeriscono che un bilancio tra attività pro-coagulante e fibrinolitica potrebbe mitigare tali rischi.

    Eparina e MSC: cosa aspettarci?

    L’eparina, un anticoagulante ampiamente utilizzato, è stata studiata per le sue interazioni con le MSC. Gli studi più recenti (2019-2022) hanno analizzato i suoi effetti sulla vitalità, proliferazione e differenziamento.

    Effetti sul fenotipo e differenziamento. In modelli tridimensionali, l’eparina sembra stimolare l’attività osteogenica delle MSC, migliorando la capacità rige­nerativa ossea. Inoltre, in studi in vivo, l’eparina ha mostrato di potenziare l’angiogenesi, aumentando i livelli di VEGF e promuovendo la vascolarizzazione nei siti di lesione. Risultati clinici. La combinazione MSC + eparina si è dimostrata efficace nel ridurre la superficie tissutale danneggiata, suggerendo una sinergia terapeutica che potrebbe essere sfruttata per migliorare la rigenera­zione tissutale nei contesti veterinari.

    L’elevato potenziale terapeutico delle cellule mesenchimali stromali

    Gli studi analizzati suggeriscono che le in­terazioni tra MSC e farmaci di uso comune presentano un elevato potenziale terapeutico, sebbene siano necessarie ulteriori ricerche per ottimizzare i trattamenti. In generale:

    • gli anestetici locali e i FANS mostrano effetti dose-dipendenti sulla funzione e vitalità delle MSC, richiedendo un’attenzione particolare nel contesto clinico. Gli anestetici locali e gli antibiotici, alle concentrazioni clinicamente rilevanti, non compromettono significativa­mente la vitalità o la funzionalità delle MSC;
    • la sinergia tra MSC e antibiotici apre nuo­ve possibilità nel trattamento delle infezioni resistenti;
    • gli immunosoppressori possono limitare l’ef­ficacia delle MSC, sottolineando l’importanza di personalizzare le terapie in base al tipo di farmaco e al paziente;
    • l’eparina si è rivelata un ottimo coadiuvante per migliorare i processi rigenerativi, in par­ticolare nell’angiogenesi.
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    © Andrii Yalanskyi – shutterstock.com

    L’uso combinato di MSC con farmaci può offrire vantaggi terapeutici, specialmente in condizioni infiammatorie e infettive complesse. Tuttavia, è essenziale proseguire con ulteriori studi in vivo per confermare i dati ottenuti in laboratorio e sviluppare protocolli standardizzati che otti­mizzino l’efficacia terapeutica, minimizzando i rischi di interazioni avverse.

    Per maggiori informazioni:


  • Il cavallo sportivo: gestione clinica e test

    Il cavallo sportivo: gestione clinica e test

    Le prestazioni negli sport equestri, soprattutto ai massimi livelli, dipendono dal funzionamento ottimale di tutti i sistemi fisiologici coinvolti e da un buono stato mentale che permetta al cavallo di esprimere tutto il suo potenziale sportivo.

    Tuttavia, l’allenamento e le competizioni sono spesso associati a viaggi (molto) lunghi, stress, sistemazioni talvolta non ideali ed esposizione ad agenti patogeni provenienti da altri cavalli durante gli incontri sportivi, tutti fattori di rischio per il deterioramento dello stato di salute del cavallo sportivo. In questo contesto, il monitoraggio medico del cavallo ha un duplice obiettivo: prevenire l’insorgenza della malattia mettendo in atto misure (dietetiche, ambientali, di addestramento, ecc.) volte a ridurre questi rischi, sulla base delle attuali conoscenze della fisiologia equina, e individuare rapidamente eventuali malattie allo stato di esordio attraverso esami regolari per garantire un trattamento tempestivo.

    Accanto a questo approccio medico preventivo, è possibile valutare la condizione fisica dei cavalli sportivi attraverso test da sforzo che combinano la misurazione della frequenza cardiaca, della velocita e dei lattati ematici. Recentemente, i progressi tecnologici hanno portato alla comparsa sul mercato di dispositivi connessi da remoto di facile utilizzo per cavalieri e allenatori, che consentono di misurare alcuni parametri fisiologici durante l’esercizio, con la prospettiva di migliorare l’allenamento e le prestazioni del cavallo. A condizione che siano stati validati scientificamente, questi dispositivi possono essere utili anche ai veterinari per il monitoraggio longitudinale del cavallo durante la stagione.

    Il monitoraggio

    Un lavoro d’equipe

    Il monitoraggio di un cavallo sportivo nel corso di una stagione è un lavoro che richiede la collaborazione di tutte le persone coinvolte. Prima di tutto, il cavaliere deve essere conscio dell’importanza di questo follow-up medico. Il cavaliere sarà il principale interlocutore del veterinario e le sue sensazioni a cavallo saranno fondamentali per valutare lo stato di salute dell’animale, oltre ai dati raccolti durante gli esami e le registrazioni. In secondo luogo, il groom conosce il cavallo, le sue abitudini e il suo comportamento meglio di chiunque altro. Sarà nella posizione migliore per rilevare eventuali cambiamenti (nell’appetito, nel sonno, nell’atteggiamento in box del cavallo, ecc.) che potrebbero essere segnali di malessere o di un calo di forma.

    Osteopati, maniscalchi, massaggiatori e chiunque altro abbia a che fare con il cavallo possono fornire informazioni preziose e dovrebbero quindi essere in contatto con il veterinario.

    Una riunione all’inizio della stagione che riunisca tutte le persone coinvolte e l’occasione per presentare gli obiettivi del monitoraggio, il metodo (date e natura dei test) ed eventualmente l’attrezzatura che verrà utilizzata per il monitoraggio a distanza e il suo funzionamento. Questo incontro è anche un’occasione per creare un legame tra le persone coinvolte nel progetto, per facilitare la comunicazione tra di esse. È anche l’occasione per il cavaliere di presentare i suoi obiettivi per la stagione (obiettivi sportivi per il cavallo, date e livelli di competizione previsti) e di stabilire le date degli esami sulla base di questo calendario (che può essere modificato in caso di imprevisti).

    Esame di inizio stagione

    L’obiettivo è quello di fare un bilancio delle condizioni del cavallo prima o appena riprende l’allenamento all’inizio della stagione. In genere i cavalli hanno alcune settimane di riposo in inverno, durante le quali non ci sono competizioni e l’allenamento e leggero. Questo periodo tende ad essere ridotto o addirittura eliminato nel salto ostacoli e nel dressage, dove le competizioni indoor continuano per tutto l’inverno.

    Questa visita iniziale è anche l’occasione per verificare che il cavallo non abbia limitazioni fisiche importanti, come fibrillazione atriale, difetti cardiaci congeniti o grave rigurgito valvolare, che porterebbero a rivedere gli obiettivi sportivi o a cambiare carriera. È preferibile avere queste informazioni il più presto possibile nella stagione, per non mettere in difficolta o addirittura in pericolo cavallo e cavaliere.

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    Immagine ecografica che mostra un grave rigurgito aortico. © J. Dauvillier
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    Elettrocardiogramma che mostra la fibrillazione atriale. © J. Dauvillier

    Anamnesi

    L’anamnesi del cavallo viene raccolta nel modo più accurato possibile discutendo con il cavaliere (anamnesi sportiva e obiettivi) e con lo stalliere (anamnesi medica, comprese vaccinazioni e sverminazioni), insieme ai risultati di eventuali esami precedenti. Vengono inoltre annotati l’ambiente di vita del cavallo (posizione del box, uscite all’esterno, contatti con altri cavalli, ecc.) e l’alimentazione (quantità e qualità del foraggio, metodo di distribuzione, tipo di alimento, numero di pasti al giorno, ecc.). Le abitudini e il comportamento del cavallo a riposo e durante il lavoro sono indizi preziosi per valutare le sue condizioni fisiche e il suo morale.

    Esame clinico

    Prima di effettuare una visita medica in senso stretto, l’osservazione a distanza dell’ambiente, dell’atteggiamento e del comportamento del cavallo fornisce una grande quantità di informazioni. L’esame clinico, poi, deve essere particolarmente accurato sia dal punto di vista medico che locomotorio, per individuare eventuali anomalie, per quanto discrete. In particolare, deve comprendere l’auscultazione cardiaca e respiratoria in condizioni ottimali.

    Esami ematologici

    I parametri emato-biochimici di uno stesso cavallo possono variare significativamente all’interno dell’intervallo di riferimento in periodi diversi della stagione, da cui l’importanza di avere una base di riferimento individuale per ogni cavallo con cui confrontare i risultati successivi. Un aumento significativo dei parametri di funzionalità renale, ad esempio, anche se questi rimangono nell’intervallo di riferimento del laboratorio, può essere un segnale di allarme di tossicità, disidratazione o sofferenza renale.

    I test di riferimento devono includere un esame emocromocitometrico completo e uno screening biochimico che comprenda i parametri muscolari (creatinchinasi, aspartato aminotransferasi), renali (creatinina, urea) ed epatici (gamma-glutamil-transferasi, aspartato aminotransferasi, glutammato deidrogenasi), le proteine totali, le globuline e l’albumina, nonche una proteina dell’infiammazione come l’amiloide A sierica (SAA) o il fibrinogeno, ed eventualmente la vitamina E.

    Per garantire l’accuratezza e l’affidabilità dei valori ottenuti, è preferibile effettuare l’analisi in un laboratorio di riferimento, dove le apparecchiature vengono regolarmente controllate, pulite e calibrate.

    Test da sforzo adattato alla disciplina

    Obiettivi

    A seconda degli obiettivi sportivi del cavallo e delle aspettative del cavaliere, agli esami precedenti può essere aggiunto un test da sforzo. L’obiettivo è duplice:

    • evidenziare un’anomalia subclinica non rilevabile a riposo, ma che potrebbe colpire il cavallo durante l’esercizio (asma equina, dolore gastrico, dolore mio-artro-scheletrico, ecc.) o peggiorare con l’allenamento e richiedere un trattamento rapido e/o un’interruzione dell’attività (tendinite incipiente, per esempio);
    • valutare il livello di forma del cavallo all’inizio della stagione per adattare il suo programma di allenamento e monitorarne i progressi nel corso della stagione.

    Per raggiungere questi obiettivi, il test da sforzo deve essere adattato alla disciplina del cavallo e riprodurre il tipo di sforzo a cui il cavallo sarà sottoposto durante il resto della preparazione. Anche l’intensità dello sforzo richiesto deve essere adattata sia al livello di competizione del cavallo (amatoriale/pro; 100, 140; 1*, 4*, ecc.) sia al suo livello di condizione fisica al momento del test (da quanto tempo non si allena, che allenamento ha fatto da quando ha ripreso l’attività, ecc.).

    Sono descritti diversi esempi di stress test standardizzati adattati a diverse discipline.

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    Riferimenti: Munsters et al., Van Erck Westergren.

    Questi modelli devono essere adattati a ogni situazione e soprattutto all’obiettivo, che in questo caso e quello di ottenere dati nel contesto di un lavoro vicino alle abitudini del cavallo.

    Nell’ambito del monitoraggio sportivo, l’obiettivo del test da sforzo è quello di valutare la salute e la forma fisica del cavallo senza interrompere oltre misura il suo programma di allenamento o metterlo in una situazione in cui potrebbe infortunarsi. Il protocollo deve essere ripetuto nel corso della stagione per valutare i progressi del cavallo. Al contrario, quando si indaga su prestazioni scadenti, il veterinario deve cercare di riprodurre il più fedelmente possibile le condizioni in cui si manifesta il problema (cavaliere, finimenti, morso, ostacoli, posizione della testa, tipo di movimento, ecc.).

    Infine, nell’ambito dei protocolli di ricerca, il tapis roulant viene ancora spesso utilizzato per standardizzare il piu possibile le condizioni di esercizio e confrontare i cavalli tra loro. Il protocollo è spesso differente dal lavoro abituale del cavallo (assenza di ostacoli, aumento della velocita o della pendenza, nessun intervento del cavaliere, ecc.)

    Parametri misurati

    L’osservazione visiva del comportamento del cavallo durante il lavoro fornisce numerose informazioni, in particolare sull’espressione del dolore subclinico.

    Sue Dyson ha recentemente proposto un etogramma del dolore, basato su dati etologici legati al dolore mio-artro-scheletrice. Sebbene non siano specifiche di una particolare condizione, le espressioni di dolore sono un’indicazione del disagio del cavallo e dovrebbero indurre a svolgere indagini complementari per determinarne la causa. Poiché questo approccio è relativamente nuovo, gli studi futuri dovranno chiarire il significato di questi segnali di dolore in situazioni diverse.

    Uno studio recente non ha evidenziato alcun legame tra il punteggio di facies dolorosa e la presenza di ulcere gastriche. La frequenza cardiaca durante l’esercizio fisico è un parametro che può essere facilmente misurato utilizzando dispositivi connessi da remoto. Una frequenza cardiaca anormalmente elevata rispetto ai valori di riferimento può indicare la presenza di dolore o di una patologia cardiaca o respiratoria.

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    Sintesi dei risultati del test da sforzo su un cavallo con asma equina moderata che mostra valori di lattato anormalmente elevati per il tipo di esercizio richiesto. Colonna grigia: lattati nella norma. Colonna arancione: lattati nel soggetto asmatico. Linea grigia: frequenza cardiaca standard. Linea arancione: frequenza cardiaca nel soggetto asmatico.

    Ma può anche essere dovuta a stress, a condizioni di lavoro particolarmente impegnative (caldo, umidita, terreno pesante, terreno irregolare), al sovrappeso del cavallo o a una mancanza di allenamento.

    Una frequenza cardiaca elevata deve quindi essere interpretata alla luce di tutte le altre informazioni. La registrazione della frequenza cardiaca in relazione al tipo di sforzo richiesto e alla velocità serve anche come base per monitorare il cavallo a distanza, se necessario.

    L’esecuzione di un elettrocardiogramma sotto sforzo in questa prima visita aiuta a verificare l’assenza di aritmie durante l’esercizio, in particolare se durante il test si osservano periodi di tachicardia.

    La velocità, disponibile sulla maggior parte dei dispositivi connessi da remoto, è un indicatore dell’intensità dello sforzo richiesto (insieme alla natura del terreno e alla pendenza, più difficili da misurare). Se le sessioni di allenamento successive vengono effettuate in condizioni di terreno e pendenza simili, la combinazione frequenza cardiaca/velocita può essere utilizzata per valutare i progressi e la risposta del cavallo all’allenamento.

    La concentrazione di lattato nel sangue fornisce due tipi di informazioni:

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    Misurazione dei lattati ematici durante un test da sforzo. © J. Dauvillier
    • valori di lattato ematico anormalmente elevati rispetto all’intensità dello sforzo richiesto possono essere un segno indiretto di disfunzione respiratoria;
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    Sintesi dei risultati del test da sforzo su un cavallo affetto da dolore al collo con valori di frequenza cardiaca anormalmente elevati per il tipo di esercizio richiesto. Colonna grigia: lattati nella norma. Colonna arancione: lattati nel soggetto con dolore cervicale. Linea grigia: frequenza cardiaca standard. Linea arancione: frequenza cardiaca nel soggetto con dolore cervicale.
    • la concentrazione ematica di lattato durante l’esercizio e anche un indicatore dell’adattamento dell’organismo all’esercizio: con l’allenamento, l’organismo è in grado di aumentare la quantità di ossigeno fornita ai muscoli (sviluppo del muscolo cardiaco, aumento della concentrazione di emoglobina nel sangue, capillarizzazione dei muscoli sollecitati) e utilizzata da questi ultimi (aumento del numero e delle dimensioni dei mitocondri, concentrazione di enzimi). Questi adattamenti ritardano la saturazione della via aerobica e il cavallo e in grado di mantenere una bassa concentrazione di lattato a velocita più elevate.

    Esami complementari

    A seconda delle anomalie rilevate durante l’anamnesi, l’esame clinico o il test da sforzo, possono essere indicati esami complementari.

    Screening e raccomandazioni

    L’esame iniziale comprende la valutazione medica del cavallo. Se vengono individuati disturbi, il trattamento viene effettuato il più rapidamente possibile per non ritardare la ripresa dell’allenamento. Al contrario, il cavallo non deve essere sottoposto a un intenso lavoro prima che le anomalie siano state risolte, in quanto ciò potrebbe portare a complicazioni (ad esempio, emorragia polmonare indotta dall’esercizio in seguito a dislocazione dorsale del palato molle), a un comportamento reattivo in caso di dolore (ulcere gastriche, ecc.) o a lesioni. Per questo motivo è preferibile una prima visita all’inizio della stagione.

    Poiché molti disturbi dei cavalli sportivi sono legati allo stile di vita, il trattamento medico da solo non risolve il problema, o lo risolve solo temporaneamente.

    Patologie di categoria

    Nel corso di milioni di anni, la specie equina si e adattata alla vita all’aperto, in branchi, a una dieta composta principalmente da fibre lunghe consumate durante la maggior parte delle ore di veglia e a un movimento quasi costante su lunghe distanze a bassa velocita. I sistemi respiratorio, digestivo e muscolo-scheletrico sono “ottimizzati” per queste condizioni di vita.

    Tuttavia, la vita del cavallo sportivo, soprattutto ai massimi livelli, è spesso lontana da questo stile di vita, che può essere fonte di malattie.

    L’asma equina è causata principalmente dall’esposizione alla polvere di fieno o di paglia, soprattutto quando il cavallo vive in una stalla chiusa e poco ventilata. Le ulcere gastriche sono il risultato di una serie di fattori, tra cui una dieta ricca di zuccheri, una distribuzione intermittente e/o inadeguata di fibre lunghe (fieno, erba), o lo stress causato dall’isolamento dagli altri cavalli o dalla vita in un box chiuso. Questi fattori devono essere analizzati dal veterinario e corretti per quanto possibile per favorire la guarigione e ridurre il rischio di recidive.

    I corticosteroidi e i broncodilatatori usati per trattare l’asma non solo sono vietati in gara, ma sono anche dannosi se somministrati per lunghi periodi. Quest’ultimo punto si applica anche agli inibitori della pompa protonica come l’omeprazolo nell’uomo e nel cane (non sono disponibili dati per i cavalli).

    Visite successive

    Una visita di controllo al termine del trattamento prescritto permetterà di verificare che la condizione si sia risolta o di raccomandare la continuazione del trattamento. È anche l’occasione per valutare le misure messe in atto in stalla e per fornire chiarimenti, se necessario. La visita di metà stagione viene solitamente programmata per ripetere alcuni o tutti gli esami effettuati nella visita iniziale.

    In questa fase, il cavallo e tornato alle competizioni, e stato spesso trasportato su lunghe distanze ed e stato alloggiato in condizioni più o meno ideali che possono aver scatenato disturbi respiratori o digestivi, ad esempio, che devono essere trattati in vista dell’obiettivo finale della stagione. La ripetizione del test da sforzo, che comprende la misurazione della frequenza cardiaca e dei lattati, e un modo oggettivo per valutare la risposta del cavallo all’allenamento e per evidenziare un eventuale declino della condizione atletica che potrebbe essere secondario a un processo patologico in fase iniziale o a una sindrome da sovrallenamento.

    Utilizzo di dispositivi da remoto

    Il recente sviluppo di strumenti medici connessi da remoto per i cavalli consente di monitorare alcuni parametri fisiologici durante l’allenamento. Questi dati possono essere condivisi tra il cavaliere e il veterinario, anche se quest’ultimo non e presente durante l’allenamento.

    Questi strumenti hanno un duplice scopo:

    • il monitoraggio regolare della frequenza cardiaca durante sessioni di allenamento simili può rilevare eventuali aumenti anomali di questo parametro che, se non può essere spiegato da un fattore esterno (terreno pesante, clima caldo, eccitazione), può essere un segnale di allarme di dolore, malattia in fase iniziale (respiratoria, cardiaca, digestiva, ecc.) o sovrallenamento. Questa osservazione dovrebbe indurre a effettuare esami complementari. Questo monitoraggio può essere generalmente delegato al cavaliere, che segnala al veterinario eventuali cambiamenti insoliti nelle registrazioni;
    • il confronto dei dati relativi alla frequenza cardiaca e alla velocita durante l’esercizio e nella fase di recupero (ad esempio, a 2 minuti o a 5 minuti dallo sforzo) nel corso di una tipica sessione di allenamento consente di valutare in modo oggettivo l’evoluzione delle condizioni del cavallo con l’attività nel corso della stagione. Per essere comparabili, i dati devono essere raccolti in condizioni simili (pista, pendenza, cavaliere, ecc.) per ridurre al minimo i fattori esterni di variazione. Questi dati possono essere utilizzati dal veterinario, dal cavaliere stesso o dal suo allenatore per monitorare la risposta all’allenamento e adattarla. Questa analisi richiede tempo e conoscenze specifiche che, per il momento, sono essenzialmente estrapolate dai dati della medicina sportiva umana.

    Parametri misurabili

    I parametri misurati variano da un dispositivo all’altro, ma in genere includono la frequenza cardiaca, la velocita e il dislivello. Alcuni strumenti includono anche la cadenza, la lunghezza delle falcate e la simmetria dell’andatura. Attualmente sono in corso studi su cavalli da competizione per valutare l’importanza di questi parametri nella valutazione del livello di forma del cavallo e nell’individuazione precoce di anomalie.

    L’importanza della validazione scientifica

    Poiché i produttori non sono obbligati a convalidare scientificamente l’accuratezza e la precisione delle misurazioni prima della commercializzazione, non tutti i dispositivi sono uguali e nella pratica e comune osservare valori anomali nella frequenza cardiaca misurata, in particolare, alle andature veloci. I dispositivi sono stati validati scientificamente per la frequenza cardiaca a tutte le andature, compreso il galoppo allungato.

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    * Il cardiofrequenzimetro Polar (con il dispositivo H10), anche se frequentemente utilizzato, non è stato oggetto di una validazione rigorosa, ma numerosi studi ne riportano, direttamente o indirettamente, l’affidabilità per la misurazione della frequenza cardiaca. Da Frippiat et al., Haughan et al., Kee et al., Lenoir et al.

    Anche l’accuratezza del GPS varia: alcuni dispositivi dispongono di un GPS e/o di un accelerometro integrati, mentre altri utilizzano il GPS del telefono cellulare a cui il dispositivo e collegato (generalmente meno preciso).

    Monitoraggio in allenamento

    Dopo aver effettuato uno stress test iniziale comprendente velocità, frequenza cardiaca e lattati all’inizio della stagione, i dispositivi collegati possono essere utilizzati dal cavaliere durante sessioni consecutive di allenamento di fondo. Il veterinario può quindi accedere ai dati di velocità e frequenza cardiaca da remoto e monitorare i cambiamenti. Su un esercizio identico (terreno, tempo), la frequenza cardiaca osservata a una determinata velocità dovrebbe diminuire con l’allenamento nel corso della stagione. Se i dati non corrispondono a questa tendenza normale, si raccomanda un esame clinico combinato con eventuali test complementari.

    Monitoraggio in competizione

    I dispositivi connessi da remoto possono essere utilizzati in gara previo consenso del giudice, a condizione che il cavaliere non abbia accesso in tempo reale ai dati raccolti. La registrazione dei valori di frequenza cardiaca e velocita fornisce informazioni preziose sull’intensità dello sforzo richiesto al cavallo in gara, in modo da poter adattare l’allenamento nel modo più efficace possibile.

    Ad esempio, un team tedesco è stato in grado di registrare la frequenza cardiaca e la velocità dei cavalli da concorso completo in competizioni nazionali e internazionali dal livello 2* al 5* nel corso di una stagione. Hanno rilevato che durante la gara di cross-country 4*, la frequenza cardiaca dei cavalli è aumentata progressivamente durante il percorso, con una media di oltre 210 battiti al minuto nell’ultimo quarto del percorso. I valori medi di lattato nel sangue erano ancora superiori a 10 mmol/l dieci minuti dopo la fine del cross-country 4* e 5*.

    In sintesi

    Un regolare monitoraggio medico dei cavalli sportivi assicura che essi siano in grado di presentarsi al proprio obiettivo finale della stagione al meglio delle proprie capacita fisiche e mentali. Grazie a regolari esami clinici, il veterinario conosce le caratteristiche fisiche, fisiologiche e comportamentali del cavallo ed e in grado di rilevare, in stretta collaborazione con gli altri membri dell’equipe di cura, qualsiasi piccola alterazione del suo funzionamento che potrebbe essere un segno precoce di danno patologico, e di intervenire tempestivamente.

    In questo contesto, e in collaborazione con il cavaliere e il suo allenatore che sono responsabili del progresso tecnico del cavallo, il veterinario fa parte del team tecnico che segue il cavallo atleta, per dargli tutte le possibilità di raggiungere gli obiettivi sportivi prefissati.

    A condizione di avere la formazione e il tempo necessari, gli strumenti connessi da remoto sono un interessante strumento complementare per il veterinario nel monitoraggio quotidiano dei cavalli, consentendo di individuare precocemente le anomalie e di monitorare i progressi del cavallo nell’allenamento. Tuttavia, non sostituiscono l’analisi complessiva del veterinario sullo stato di salute del cavallo.

    Bibliografia:
  • Zoonosi dei rettili domestici

    Zoonosi dei rettili domestici

    La medicina erpetologica si occupa della salute dei rettili e degli anfibi e, nell’ambito di essa, sono numerose le aree di specializzazione per la cura di questi animali a sangue freddo (per esempio la medicina interna, la chirurgia, la nu­trizione e la parassitologia). Il medico veterinario, quindi, ha un ruolo importante non solo per la gestione dell’allevamento e del benessere dei rettili tenuti in cattività, ma anche per la prevenzione e il controllo di eventuali agenti di zoonosi emergenti.

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    Medicina erpetologica. A: posizionamento radio grafico di un geco leopardino (Eublepharis macularius). B: alimentazione assistita di una lucertola neonata. C: radiografia latero-laterale anteriore di un boa (Boa constrictor).
    © A. Mendoza-Roldan

    I rettili rappresentano un gruppo diversificato di vertebrati che si è evoluto attraverso un’ampia biodiversità, rappresentata da oltre 1.200 generi e circa 11.000 specie distribuite nelle regioni tro­picali e subtropicali. Questo raggruppamento di animali è classificato in quattro ordini principali, di cui il più numeroso è quello degli Squamata (10.417 specie) che include serpenti, lucertole e anfisbeni. Altri ordini sono rappresentati dai Testudines (351 specie), cioè tartarughe e testug­gini, Crocodylia (24 specie), che comprende specie di coccodrilli, alligatori, caimani e gaviali e, infi­ne, Rhynchocephalia, rappresentato da un’unica specie, il tuatara (Sphenodon punctatus), diffusa soltanto in Nuova Zelanda.

    Numerosi agenti patogeni di natura virale, batte­rica e parassitaria si sono co-evoluti con i rettili nel corso di milioni di anni, causando le malattie che conosciamo al giorno d’oggi. Inoltre, i rettili sono ospiti di agenti patogeni, alcuni dei quali possono rivelarsi portatori di zoonosi. Ad esempio, diverse specie di salmonella sono state storicamente associate a malattie zoonosiche data la loro natura le affinità con i rettili, in particolare con quelli che vivono in ambiente acquatico, come le tartarughe d’acqua dolce. Tuttavia, anche altri batteri, virus e parassiti associati ai rettili possono rappresentare un rischio per la salute pubblica, nonostante essi siano stati storicamente meno studiati.

    Le infezioni zoonosiche dei rettili possono essere con tratte attraverso tre vie principali:

    1. il consumo di carne cruda o poco cotta
    2. la contaminazione ambientale o per contatto diretto
    3. la trasmissione attraverso artropodi vettori

    Queste vie di trasmissione sono influenzate anche da altri fattori, quali il livello di interazione umana con i rettili, come nel caso dell’erpetofagia, di rettili allevati come animali da compagnia e nel caso di animali sinantropici. In questo articolo sono discusse le principali zoonosi associate ai rettili in diversi contesti dal punto di vista medico e veterinario.

    I rettili come nuovi animali da compagnia

    I rettili rientrano ormai appieno nella categoria degli animali da compagnia. Alcuni esempi sono rappresentati dai tranquilli pitoni reali (Python regius), dalle affascinanti iguane verdi (Iguana iguana) e dalle longeve tartarughe di terra.

    Rettili NAC. A: pitone reale (Python regius). B: maschio di iguana verde (Iguana iguana). C: famiglia di tartarughe di terra (Testudo hermanni).
    © A. Mendoza-Roldan

    Oggigiorno detenere rettili nelle nostre case è diventata un’abitudine comune, piuttosto che un hobby esclusivo. Negli USA, ad esempio, il 2,4% della popolazione di animali domestici è rappresentata da rettili e anfibi. Le informazioni riguardanti l’allevamento e le cure di base per molte specie di rettili allevati sono scarse e questi animali sono ancora trattati in modo non con sono alle loro esigenze di benessere. Pertanto, i medici veterinari devono essere consapevoli della crescente necessità di cure specifiche, dato che il mantenimento dei rettili in cattività di solito comporta squilibri metabolici con conseguente riduzione delle difese immunitarie, che facilita la trasmissione di patogeni. Queste situazioni sono, inoltre, spesso legate a scarsa igiene dei terrari.

    Pertanto, in condizioni di allevamento non idonee e senza un regolare follow-up veterinario, i patogeni zoonosici potrebbero infettare i proprietari, in particolare i soggetti immunodepressi e i bambini. Il rischio che agenti zoonosici, soprattutto batteri, siano trasmessi a categorie a rischio ha sollevato preoccupazioni da parte delle agenzie di sanità pubblica, come il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) degli USA.

    Inoltre, il commercio di rettili da compagnia è stato indicato come una possibile fonte di introduzione di parassiti esotici in paesi non endemici.

    I rettili, la salute pubblica e il concetto One Health

    In generale, la presenza di rettili è estremamente importante da un punto di vista ecologico, considerato il ruolo che essi hanno nell’ambito della catena trofica in quanto occupano il primo livello (es. piccole lucertole e serpenti) o il livello più alto (es. coccodrilli e grandi serpenti) della catena alimentare. In quest’ultimo caso, date le loro abitudini acquatiche e la longevità (generalmente superiore ai 60 anni), i coccodrilli possono essere utili come potenziali indicatori di inquinamento ambientale, in quanto sentinelle della stabilità e della salute ambientale.

    Ciononostante, i rettili possono rappresentare un problema di salute pubblica in alcune regioni, come nel caso dell’avvelenamento da morsi di serpente che è ancora considerata una malattia importante, ma negletta nei paesi tropicali in via di sviluppo. Infatti, più di 2 milioni di persone in tutto il mondo, ogni anno, sono vittime di incidenti dovuti a morsi di serpente, con oltre 130.000 morti ogni anno.

    Tuttavia, date le pressioni antropiche come la crescente urbanizzazione, la frammentazione degli habitat e la deforestazione, i rettili e i loro agenti patogeni zoonosici sono sempre più a stretto con tatto con le popolazioni umane. Questi agenti patogeni sono rappresentati da batteri, come salmonella e, in misura minore, specie dei generi Aeromonas, Pseudomonas, Citrobacter, Vibrio, Klebsiella, Enterobacter, Shewanella, Acinetobacter, Yersinia nonché Campylobacter, Arcobacter, Chlamydia, Leptospira e Mycobacterium.

    I generi di batteri sopra menzionati si trasmettono principalmente attraverso il contatto diretto o la contaminazione ambientale, attraverso le secrezioni/escrezioni dei rettili. Inoltre, i batteri zoonosici trasmessi da vettori sono rappresentati da microrganismi dei generi Aeromonas, Anaplasma, Borrelia, Coxiella, Ehrlichia e Rickettsia.

    D’altro canto, le zoonosi parassitarie associate ai rettili sono rappresentate principalmente da patogeni di origine alimentare come pentastomidi e cestodi, mentre altri agenti parassitari zoonosici possono essere trasmessi per contatto diretto (Cryptosporidium spp.) o da vettori (Trypanosomatidae). Infine, gli arbovirus potrebbero essere associati ai rettili e, considerata la bassa specificità d’ospite delle zanzare, trasmessi all’uomo.

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    Trypanosoma platydactyli, parassita del geco comune (Tarentola mauritanica). © A. Mendoza-Roldan

    Malattie batteriche associate ai rettili

    I rettili sono serbatoi naturali di salmonelle e possono albergare, nel loro intestino, un’ampia varietà di sierotipi di questi batteri. I sierotipi cosiddetti “esotici”, appartenenti alle sottospecie II, IIIa, IIIb, IV, VI di Salmonella bongori e Salmonella enterica, sono principalmente isolati dai rettili e dall’ambiente in cui essi vivono. Tuttavia, nei rettili liberi e in cattività, è frequente anche l’isolamento della sottospecie I di Salmonella enterica. I ceppi di salmonella si adattano bene ai rettili, causando, in questi animali, infezioni per lo più asintomatiche e solo occasionalmente malattie e morte. Ciononostante, gli stessi ceppi possono essere patogeni per gli animali a sangue caldo.

    Si stima che, negli USA e in Europa, i rettili e gli anfibi rappresentino la fonte del 6% di tutte le infezioni da salmonella. La maggior parte delle salmonellosi as sociate ai rettili (SAR) è segnalata principalmente nei bambini di età inferiore ai cinque anni, negli anziani e nelle persone immunocompromesse, tutte categorie di popolazioni a rischio per le quali le SAR possono essere fatali.

    Bambini, tartarughe e salmonellosi

    I principali rettili associati alla salmonellosi gastrointestinale sono le tartarughe d’acqua. Tuttavia, l’esposizione alle iguane è significativamente più diffusa nei bambini affetti da malattie invasive da salmonella, con conseguente setticemia e meningite. Inoltre, i ceppi multiresistenti (MDR) rappresentano un rischio per la sicurezza della salute pubblica, con implicazioni in termini di maggiore gravità della malattia, ricoveri più lunghi e costi più elevati. È stato dimostrato che anche i rettili possono fungere da carrier di salmonelle MDR. Infatti, l’uso diffuso di antibiotici nei confronti delle salmonelle è stato descritto nel commercio internazionale di rettili da compagnia, per prevenire perdite economiche, così come per migliorare il benessere degli animali negli allevamenti affollati e nel caso di trasporti a lunga distanza.

    La trasmissione delle salmonelle ad altri animali, quali cani, gatti, ma anche uomo, può avvenire sia per contatto diretto che indiretto, in quanto questo batterio ha una buona resistenza nell’ambiente. Un esempio è rappresentato dalle tartarughe d’acqua che sono abbastanza piccole da poter essere “baciate” e tenute in braccio dai bambini, situazione che aumenta la probabilità di trasmissione diretta delle salmonelle, come di altri patogeni. Inoltre, la trasmissione indiretta di questo agente patogeno può avvenire anche attraverso la contaminazione nel corso della pulizia dei rettilari, per esempio, nel lavello della cucina o nella vasca da bagno.

    Rettili e microbiota

    Il microbiota dei rettili è costituito principalmente da batteri Gram-negativi e la sua composizione è influenzata dalla dieta e dall’ambiente, soprattutto in condizione di cattività. Tra gli organismi Gram-negativi, Aeromonas spp., Pseudomonas spp., Citrobacter spp. e Vibrio spp. sono stati segnalati nei rettili, sia associati a casi clinici (broncopolmonite, ulcerazioni, stomatiti, setticemia, ecc.), sia in animali portatori sani. Klebsiella spp., Enterobacter spp., Shewanella spp., Acinetobacter spp. e Yersinia spp. sono stati segnalati come batteri opportunistici in Testudines (tartarughe).

    Sia i batteri patogeni che quelli opportunistici potrebbero causare infezioni in altri animali poichilotermi e omeotermi così come negli esseri umani, in particolare in quelli con deficit immunitari.

    D’altra parte, i rettili possono anche essere infetti da batteri dal genere Mycobacterium, che comprende oltre 200 specie, tra cui micobatteri tubercolari e non tubercolari (NTM). Questi ultimi hanno una distribuzione cosmopolita e sono stati isolati da tutte le principali classi di animali. Molti NTM che infettano gli animali sono in grado, inoltre, di essere trasmessi agli esseri umani. Nei rettili, diverse specie, come Mycobacterium chelonae e Mycobacterium nonchromogenicum, causa no la malattia granulomatosa e la stomatite ulcerosa.

    I NTM possono essere trasmessi all’uomo e all’erpetofauna attraverso l’aerosol di secrezioni respiratorie contaminate o il contatto diretto con la pelle, il suolo o l’acqua. I rettili e gli anfibi possono ospitare specie di Mycobacterium che rappresentano agenti patogeni opportunisti negli esseri umani, specialmente in quelli immunocompromessi. Pertanto, i proprietari di animali domestici dovrebbero sempre praticare rigorosi protocolli di disinfezione dopo aver maneggiato i rettili e limitare il contatto in presenza di ferite aperte.

    Zecche e lucertole: zoonosi batteriche trasmesse da vettori associate ai rettili

    Le malattie trasmesse da vettori dei rettili (RVBDs) di interesse zoonosico sono causate da batteri, protozoi e virus trasmessi da vettori artropodi, inclusi nella sotto classe Acarina (ovvero acari e zecche) o nell’ordine dei Ditteri (ovvero zanzare, flebotomi e mosche tse-tse).

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    Femmina adulta di zecca (Amblyomma roduntatum) in un boa arboricolo dell’Amazonia (Corallus hortullanus).
    © A. Mendoza-Roldan
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    Femmina di flebotomo (Sergentomyia minuta) che si alimenta su un geco comune (Tarentola mauritanica).
    © A. Mendoza-Roldan

    I batteri zoonosici responsabili di RVBD appartengono ai generi Aeromonas, Anaplasma, Borrelia, Coxiella, Ehrlichia e Rickettsia. Per questi generi di batteri, i rettili possono svolgere un ruolo importante come reservoir, ad esempio, di Borrelia burgdorferi s.l., causa della malattia di Lyme, e di Rickettsia spp. del gruppo della febbre maculosa.

    Inoltre, i principali vettori dell’anaplasmosi granulocitica da Anaplasma phagocytophilum, (Ixodes pacificus in Nord America e Ixodes ricinus in Europa) possono occasionalmente alimentarsi di sangue sui rettili, specialmente nei loro stadi immaturi (larve e ninfe). Anaplasma è un genere di batteri Gram negativi che comprende specie patogene trasmesse principalmente dalle zecche. Questi batteri possono causare malattie gravi e persino fatali.

    D’altra parte, alcune erlichie sono state rilevate in diverse zecche raccolte da rettili. Ad esempio, Ehrlichia chaffeensis e Candidatus Neoehrlichia mikurensis sono stati rilevati nelle zecche Amblyomma spp. che parassitano rettili importati in Giappone.

    Il genere Borrelia comprende batteri della famiglia Spirochaetaceae ed annovera più di venti specie che rientrano nel complesso Borrelia burgdorferi sensu lato, agente eziologico della malattia di Lyme. Nove di queste specie hanno un potenziale patogeno, come nel caso di Borrelia lusitaniae, che nell’Europa occidentale è associata alle lucertole.

    Inoltre, i rettili hanno un ruolo diretto nell’epidemiologia di alcuni patogeni della famiglia delle Rickettsiaceae, che comprende un ampio gruppo di patogeni intracellulari Gram-negativi trasmessi da vettori invertebrati, come nel caso delle rickettsie del gruppo della febbre maculosa (SFG), causa di zoonosi. Rickettsia honei, agente eziologico della febbre maculosa di Flinders Island, nell’Australia meridionale, ha un ciclo biologico che si compie esclusiva mente in una specie di zecca, Bothriocroton hydrosaurim, che si nutre principalmente su lucertole e serpenti.

    Inoltre, altre otto specie appartenenti al SFG sono state rilevate in ectoparassiti associati ai rettili. In Europa, specie di rickettsie SFG, come Rickettsia helvetica e Rickettsia monacensis, sono state rilevate nelle zecche della specie I. ricinus, nonché nel sangue e nella coda di lacertidi. Altre specie di rickettsie SFG sono state identifica te in zecche del genere Amblyomma, Bothriocroton, Dermacentor, Haemaphysalis, Hyalomma e Ixodes e negli acari delle famiglie Ixodorhynchidae, Macronyssidae, Pterygosomatidae e Trombiculidae.

    La presenza di Rickettsia sp. è stata, inoltre, evidenziata in Ophionyssus natricis, un acaro dei serpenti che occasionalmente può alimentarsi sull’uomo. Acari di questa specie sono stati rinvenuti in draghi barbuti (Pogona vitticeps) in uno zoo in Brasile. Il controllo di questi acari è reso complesso dalla loro sopravvivenza nell’ambiente esterno e dalla loro estrema trasmissibilità. Recentemente l’impiego di isoxazoline (come l’afoxolaner per uso orale) è stato efficace nel controllo e nell’eradicazione di massive infestazioni di acari in serpenti d’allevamento in Sicilia.

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    Acaro dei serpenti (Ophionyssis natricis).
    © A. Mendoza-Roldan

    Leishmaniosi nei rettili

    Le specie di leishmania che infettano i rettili appartengono al sottogenere Sauroleishmania, ovvero un gruppo molto prossimo evolutivamente alle specie patogene della leishmania dei mammiferi, con circa 21 specie che infettano i rettili, principalmente le lucertole. Queste similitudini genetiche e filogenetiche suggeriscono che le leishmanie dei rettili potrebbero infettare transitoriamente i mammiferi e viceversa. Ad esempio, Leishmania adleri dei lacertidi del Kenya può produrre forme di leishmaniosi cutanea nei mammiferi.

    Inoltre, Leishmania tarentolae dei gechi è stata rilevata a li vello molecolare in mummie di uomo provenienti dal Brasile, così come in sangue umano e in cani di canili in Italia. Studi su quest’ulitmo parassita hanno consentito di evidenziare come il vettore naturale di L. tarentolae, il flebotomo Sergentomyia minuta, possa alimentarsi anche di sangue di uomo e di altri mammiferi.

    Data la somiglianza genetica con Leishmania infantum, l’infezione naturale da L. tarentolae potrebbe, in una certa misura, determina re una protezione immunitaria cellulo-mediata nei confronti di altre specie di leishmanie patogene. La ricerca nell’ambito di quest’ultimo settore è in continua evoluzione e sono promettenti i risultati (ancora inediti) di tentativi di immunoprotezione nel cane mediante impiego di L. tarentolae.

    Inoltre, i rettili potrebbero avere un ruolo come serbatoi di leishmanie nelle aree in cui non sono presenti ospiti primari o dove rettili e ospiti naturali vivono in simpatria. Ad esempio, Leishmania tropica, Leishmania donovani e Leishmania turanica sono stati identificati con approcci molecolari in lucertole e serpenti della Cina nordoccidentale, mentre L. infantum è stata identificata in lucertole raccolte in canili nel sud Italia, in aree endemiche per la leishmaniosi.

    Inoltre, studi recenti hanno dimostrato che i serpenti possono essere infetti da L. tarentolae. I cervoni (Elaphe quatuolineata) e i biacchi (Hierophis viridiflavus) catturati nell’ambito della festa dei serpari a Cocullo in Abruzzo, sono stati riscontrati positivi molecolarmente a questa specie di leishmania , tipicamente dei sauri.

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    Cervone (Elaphe quatuorlineata) catturato in occasione della festa dei serpari (Cocullo, Abruzzo).
    © A. Mendoza-Roldan

    Le malattie virali associate ai rettili

    All’inizio della pandemia di COVID-19, alcuni studi ipotizzarono che i serpenti venduti nel mercato della carne di Wuhan potessero essere all’origine del SARS-CoV-2. Successivamente, questa ipotesi è stata completamente smentita, mentre i pipistrelli sono stati incriminati come serbatoi più probabili di questa malattia virale, dato che le specie di coronavirus alla base della pandemia sono associate ai tetrapodi endotermici (mammiferi).

    D’altra parte, i tetrapodi ectotermici (cioè rettili e anfibi) possono svolgere un ruolo come serbatoi di arbovirus. Per esempio, specie di zanzare antropofile di grande importanza medica, come Aedes albopictus, possono occasionalmente alimentarsi di sangue di rettili che, a loro volta, sono stati spesso trovati infetti da arbovirus di interesse zoonosico utilizzando test molecolari e sierologici. In effetti, i rettili possono essere serbatoi di importanti arbovirus come quelli che causano l’encefalite equina occidentale e orientale, l’encefalite equina venezuelana, la West Nile disease e, più recentemente, il virus Chikungunya.

    Inoltre, i rettili, in particolare le lucertole, possono essere un’importante fonte di alimentazione per alcuni vettori (Culex spp.) di flavivirus. Ad esempio, le zanzare della specie Culex tarsalis possono alimentarsi di sangue di serpenti giarrettiera (Thamnophis elegans), che possono albergare il virus dell’encefalite equina occidentale durante l’inverno (overwintering o svernamento).

    Altri virus associati ai rettili sono il virus dell’encefalite giapponese e il virus Zika. Nondimeno, malattie zoonosiche virali possono essere anche trasmesse da zecche, come Hyalomma aegyptium, vettore della febbre emorragica Crimea-Congo (CCHF), associata alle tartarughe di terra. Questa malattia zoonosica trascurata è ampiamente distribuita in Africa, Balcani, Medio Oriente e Asia occidentale, dove le tartarughe e le loro zecche svolgono un ruolo nel ciclo criptico di trasmissione.

    Elminti zoonosici dei rettili

    Parassiti zoonosici possono infettare i rettili, utilizzandoli come ospiti intermedi o finali, per poi essere trasmessi all’uomo, come accade in caso dei rettili impiegati nell’alimentazione umana in alcune regioni del mondo. I rettili possono trasmettere alcuni elminti zoonosici non solo attraverso il consumo delle loro carni, ma anche mediante il loro impiego in pratiche medicinali. Ad esempio, nematodi (Angiostrongylus cantonensis, Eustrongylides spp., Trichinella spp.), cestodi (Spirometra spp.), trematodi (Alaria spp.) e diversi pentastomidi, tra cui Armillifer spp. e Raillietiella hemidactyli, possiedono un potenziale zoonosico.

    Nella maggior parte dei casi, i parassiti non completano i loro cicli biologici negli esseri umani che, piuttosto, rappresentano ospiti aberranti.

    Inoltre, rettili Squamata (lucertole e serpenti) che convivono con animali da compagnia possono rappresentare una fonte di infezioni da elminti, soprattutto attraverso la predazione da parte di cani e gatti con uno stile di vita all’aperto. Uno studio recente condotto in Italia, ha dimostrato che il 31% dei rettili esaminati era positivo ad almeno un elminta.

    Tra i parassiti di interesse medico, Joyeuxiella echinorhyncoides ha mostrato la più alta prevalenza (19,7%), seguita da Joyeuxiella pasqualei, Mesocestoides lineatus (5,6%) e Physaloptera spp. (3,9%). L’ampia gamma di elminti rilevata nei rettili indica il potenziale rischio per la salute degli animali domestici che predano questi piccoli vertebrati.

    Insieme agli anfibi, i rettili rappresentano ospiti paratenici di Angiostrongylus cantonensis, un nematode metastrongiloide che è responsabile di meningite eosinofila nell’uomo. Mentre i ratti rappresentano gli ospiti definitivi e i molluschi gli ospiti intermedi di A. cantonensis, i rettili possono accumulare larve L3 infettanti nel fegato e in altri tessuti, svolgendo un ruolo importante per il mantenimento e l’amplificazione dell’infezione. Il consumo di carne cruda di lucertole varanidi è stato documentato come via di infezione delle popolazioni asiatiche. Poiché la malattia nell’uomo è difficile da identificare in fase preoperatoria, l’anamnesi è fondamentale per una diagnosi precoce e un rapido trattamento.

    Nell’ambito del genere Trichinella, due specie non incapsulate, Trichinella zimbabwensis e Trichinella papuae, sono state descritte nei coccodrilli e nei varani. Sebbene questo genere comprenda nematodi con elevato potenziale zoonosico e la maggior parte delle specie incapsulate sia infettiva solo per i mammiferi, il ruolo dei rettili nel mantenimento di questa parassitosi non è stato ancora ben chiarito. Ad esempio, in Thailandia sono state segnalate infezioni nell’uomo dovute al consumo di carne di varani e di tartarughe, anche se la specie di trichinella coinvolta non è stata identificata.

    La temibile sparganosi

    Spirometra (Diphyllobothriidae) include cestodi che si sviluppano come adulti nei mammiferi carnivori (ospiti definitivi) e come larve nei crostacei copepodi d’acqua dolce e nei vertebrati poichilotermi, che fungono, rispettivamente, da primi e secondi ospiti intermedi. Tra le specie con maggiore potenziale zoonosico si annoverano Spirometra erinaceieuropaei, Spirometra mansonoides e Spirometra proliferum. Gli esseri umani possono contrarre l’infezione da Spirometra spp. mangiando carne cruda contami nata con gli stadi larvali infettanti (cioè i plerocercoidi, noti anche come sparganum).

    Negli esseri umani, la migrazione viscerale dei plerocercoidi può essere disseminata in vari organi e tessuti (ad esempio, tessuto sottocutaneo, muscoli, polmoni, cavità pleurica, visceri urogenitali e addominali). A seconda degli organi invasi, la sparganosi può essere di gravità da lieve a media, come nel caso delle migrazioni sottocutanee, o addirittura letale (sparganosi viscerale) se localizzata nel sistema nervoso centrale (forme cerebrali). Una grave condizione clinica nell’uomo è rappresentata dalla sparganosi proliferativa, che è causata dalla moltiplicazione asessuata dei plerocercoidi nel corpo umano.

    La sparganosi è descritta soprattutto nei paesi asiatici, associata al consumo di carne cruda o non adeguatamente cotta di serpenti, rane e girini infetti dalle forme plerocercoidi. In Europa sono stati segnalati casi in pazienti stranieri provenienti da continenti in cui la malattia è endemica. Tuttavia, gli esseri umani possono contrarre l’infezione ingerendo, insieme all’acqua, copepodi infetti (cioè i primi ospiti intermedi) o per via transcutanea, nel caso di applicazione di carne di serpente o rana infetta su una ferita. Quest’ultima usanza è legata alla medicina tradizionale in Sudest Asiatico.

    I pentastomidi, peculiari parassiti vermiformi

    Altri parassiti di importanza zoonosica sono i pentastomidi. Questi ultimi sono una sottoclasse di artropodi parassiti che rappresenta un lignaggio unico derivante dai crostacei. Questi peculiari parassiti prosperano nel tratto respiratorio di vertebrati come i rettili squamata (serpenti e lucertole), i mammiferi (canidi), gli uccelli, e alcune specie sono ben adattate a parassitare i pesci. Tuttavia, le specie di pentastomidi che rappresentano un problema zoonosico sono tipicamente associate ai rettili.

    I pentastomidi del genere Armillifer, parassiti dei serpenti, sono altamente patogeni per il loro ospite ofidio e diverse specie possono causare infezioni zoonosiche in Africa, come Armillifer grandis e Armillifer armillatus, e in Asia, in particolare Armillifer moniliformis e Armillifer agkistro dontis. Inoltre, è stato osservato che specie del genere Porocephalus infettano l’uomo e i cani, mentre quelle del genere Raillietiella, l’uomo.

    Il ciclo biologico di Armillifer spp. e Porocephalus spp. è eterosseno, con adulti grandi e vermiformi che infettano il tratto respiratorio inferiore dei serpenti, deponendo uova infettanti con larve tipiche, che vengono escrete nelle feci dei serpenti. Gli ospiti intermedi sono rappresentati da roditori e le larve si sviluppano in ninfe nei tessuti connettivi e negli organi parenchimatosi (fegato, milza, polmoni) di questi animali.

    D’altro canto, il genere Raillietiella è cosmopolita, registrato principalmente in Africa, Asia, Australia e nelle Americhe. A differenza di Armillifer spp. e Porocephalus spp., Raillietiella si sviluppa inizialmente negli insetti che fungono da ospiti intermedi (scarafaggi), mentre gli adulti prosperano nei polmoni di lucertole o serpenti e anfibi.

    Inoltre, alcune specie di pentastomidi sono state registrate in nuove aree geografiche diverse da quelle della loro descrizione origina le, in alcuni rettili invasivi (come Raillietiella orientalis nei pitoni birmani negli Stati Uniti), che quindi rappresentano un rischio di introduzione di nuovi agenti zoonosici. Recentemente, Raillietiella hemidactyli è stata diagnosticata nei gechi Tarentola mauritanica nell’isola di Linosa.

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    Uovo larvato di Raillietiella hemidactyli riscontrato in un geco comune di Linosa, Sicilia.
    © A. Mendoza-Roldan

    Lo stringente rapporto uomo rettili-agenti di zoonosi

    L’aumento dell’urbanizzazione e l’introduzione di specie esotiche di rettili possono fungere da fattori favorenti la trasmissione di agenti patogeni zoonosici attraverso l’ambiente.

    I rettili sono serbatoi di una vasta gamma di agenti patogeni, tra cui virus, batteri, protozoi, elminti, pentastomidi e specie parassite di artropodi, alcuni dei quali possono rappresentare un problema di salute pubblica. I rettili possono anche essere una fonte di parassiti potenzialmente letali attraverso l’ingestione di carne cruda o poco cotta.

    La principale malattia zoonosica associata ai rettili è la salmonellosi, ma altre malattie ancora poco considerate sono altrettanto devastanti, come la febbre maculata, la sparganosi o la pentastomiasi.

    Quindi, conoscere i patogeni zoonosici dei rettili è importante per diminuire il rischio d’infezione dell’uomo negli ambienti che essi condividono.

    Per saperne di più:
  • Le principali dermatosi ambientali, endocrine e tumorali nei roditori da compagnia

    Le principali dermatosi ambientali, endocrine e tumorali nei roditori da compagnia



    Affezioni di origine ambientale

    Pododermatiti

    Epidemiologia

    La pododermatite è un’affezione molto comune dei roditori, la cui origine risiede: nelle caratteristiche delle superfici di appoggio: durezza, natura traumatizzante o umida (substrato spinoso, corteccia di legno, grigliato); nella sedentarietà; nell’obesità o in una zoppia.

    Nella cavia, specie in cui questa dermatosi è la malattia più comune, due studi (rispettivamente su 293 e 331 soggetti) hanno riportato un’incidenza della malattia che varia dal 47% al 9,4%. In questa specie, la comparsa di pododermatite può essere favorita dall’ipovitaminosi C. Anche se meno frequentemente, questa dermatosi è descritta anche nel cincillà e nel ratto (4,4% dei casi di dermatosi su 470 ratti studiati), in particolare se sono obesi, fanno eccessivo esercizio fisico o se la loro gabbia ha il fondo a griglia.

    Diagnosi e trattamento

    Le lesioni osservate riguardano soprattutto gli arti posteriori (eritemi, erosioni, ulcere, croste e gonfiori). Per valutare la gravità della pododermatite, nei roditori può essere utilizzata una scala a tre punti, simile a quella utilizzata nel coniglio: più avanzato è lo stadio, peggiore è la prognosi.

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    Classificazione della pododermatite.

    Essendo possibile un’infezione batterica secondaria, essa viene ricercata mediante la realizzazione di apposizioni cutanee. In caso di sospetto di resistenza batterica o di presenza di batteri bastoncellari all’esame citologico può essere necessario identificare il microrganismo con una coltura batterica, ed eseguire un antibiogramma. Quando si sospetta un coinvolgimento osseo, dev’essere esclusa anche una dermatofitosi e sono indicate radiografie delle estremità.

    Il trattamento include la correzione dei parametri ambientali (lettiera più spessa) e dei fattori aggravanti (gestione del peso) ed è integrato da terapie antisettiche (a base di clorexidina), antibioticoterapia per gli stadi 2 o 3, analgesici (meloxicam 1 mg/kg PO sid, morfina 2,5 mg/kg ogni 4 ore SC o IM) e integrazione di vitamina C (10-30 mg/kg al giorno) nella cavia. Nei casi più gravi può rendersi necessario un debridement chirurgico oppure un’amputazione: in questi casi può essere presa in considerazione l’eutanasia.

    Alopecia indotta

    Epidemiologia

    L’alopecia, indotta da un’eccessiva toelettatura (fur barbering o fur chewing) autoinflitta o dovuta a un congenere, è comune nei roditori che vivono in cattività: ne è affetto dal 4 al 30% dei cincillà, e nel degu è la dermatosi più comune, ma è descritta anche nelle cavie.

    Il legame tra questo comportamento anormale e il comportamento di dominanza non è stabilito: alcuni studi hanno rilevato una correlazione negativa tra questo comportamento e l’aggressività tra conspecifici, mentre altri hanno evidenziato che l’alopecia indotta può colpire tanto topi dominanti quanto i sottomessi.

    Secondo alcuni autori, nel cincillà questo comportamento non ha alcuna base genetica, ma l’origine principale è probabilmente legata all’ansia e alle cattive condizioni di vita dei roditori (dimensioni della gabbia inadeguate, ad esempio). Tuttavia, uno studio ha dimostrato che topi omozigoti per una mutazione nel gene HOXB8, che porta alla perdita della funzione della proteina coinvolta nel comportamento di toelettatura, mostravano un comportamento di autopulizia eccessiva più frequente e violento rispetto ai topi senza mutazione; sono però necessari ulteriori studi per giungere a conclusioni sull’importanza del fattore genetico in questa dermatosi.

    Alcuni studi hanno identificato fattori di rischio nel cincillà (scarsa esperienza del proprietario, ricambio di lettiera troppo poco frequente, gabbia troppo piccola) e nel topo (gabbia di plastica posizionata in alto). Le pubblicazioni sull’impatto del sovrappopolamento nella comparsa di questo comportamento non sono conclusive.

    Segni clinici

    I roditori affetti da alopecia indotta presentano mantello di scarsa qualità, ipotricosi o anche alopecia, senza lesione del tegumento. Possono essere colpite tutte le zone del corpo, ma predominano il dorso e i fianchi. Quando il fur barbering viene inflitto da conspecifici è colpita la testa, che viene risparmiata quando si tratta di un disturbo comportamentale autoinflitto.

    Diagnosi e trattamento

    La diagnosi è relativamente facile dato che il comportamento è facilmente osservabile e il tricogramma evidenzia peli fratturati, in assenza di lesioni al tegumento. Tuttavia, devono essere escluse altre cause, come l’alopecia dovuta a un eccesso di estrogeni descritta nella cavia con cisti ovariche e l’iperadrenocorticismo nel gerbillo, nel criceto o nella cavia.

    In caso di toelettatura eccessiva, nessun trattamento medico sembra efficace: uno studio ha dimostrato che solo il 46% dei cincillà trattati con fluoxetina (10 mg/kg PO sid per tre mesi) ha potuto beneficiare di una riduzione significativa delle dimensioni delle lesioni. Il trattamento più efficace consiste nell’arricchimento ambientale, nel ridurre i fattori di rischio, correggere i fattori di stress (manipolazioni, conviventi, spazio vitale, rumori, luce, durata giorno-notte) e migliorare la dieta (aumento del tenore in fibra della razione, diminuzione dell’apporto calorico).

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    Condizioni per il mantenimento dei roditori.

    Le principali disendocrinie causa di dermatosi

    Iperadrenocorticismo

    I segni clinici di iperadrenocorticismo sono dermatologici (alopecia simmetrica bilaterale non pruriginosa dei fianchi e assottigliamento della cute) e generali (poliuria, polidipsia, amiotrofia). La diagnosi viene confermata dal test di stimolazione con ACTH, come per i carnivori domestici; inoltre, un dosaggio immunoradiologico è stato validato in laboratorio utilizzando la saliva anziché il sangue. Questa malattia è descritta nel criceto (tre casi sospetti e un caso confermato in letteratura) e nella cavia (sedici casi segnalati). La terapia a base di trilostano è descritta nella cavia, alla dose di 2 mg/kg PO bid (uso off-label), ma ci sono pochissimi dati sulle soluzioni terapeutiche.

    Alopecia secondaria a cisti ovariche nella cavia

    Esistono due tipi di cisti ovariche nella cavia: le cisti sierose, asintomatiche, e le cisti follicolari, che causano alopecia bilaterale simmetrica e non pruriginosa dei fianchi. Le cisti ovariche (sierose e follicolari) sono particolarmente comuni nelle femmine anziane (in media ne è colpito tra il 22 e il 37%). Per stabilire la diagnosi è necessaria l’ecografia addominale, mentre l’analisi istologica consente di confermarla dopo exeresi. Il trattamento delle cisti ovariche follicolari è l’ovarioisterectomia o la somministrazione dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH, 25 μg per soggetto IM ogni quattordici giorni per un mese (uso off-label).

    Tumori cutanei

    I tumori cutanei sono descritti in tutte le specie di roditori, ma con frequenze di insorgenza variabili. Nel cincillà, le dermatosi tumorali sono estremamente rare, con solo quattro casi segnalati.

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    I tumori cutanei più comuni nei roditori.

    Particolarità di specie

    Nelle cavie, il tumore più comune è il tricofollicoloma, che si presenta come un nodulo alopecico singolo, ulcerato, essudativo e maleodorante, il più delle volte localizzato nella regione dorsolombare. Poiché ingloba la ghiandola coccigea, alla pressione può fuoriuscire del materiale seborroico.

    Nel criceto dorato il tumore cutaneo più frequente è il linfoma cutaneo epiteliotropo a cellule T che provoca dermatite generalizzata, eritematosa, squamosa (eritroderma esfoliativo), talvolta pruriginosa, associata a placche o noduli cutanei e abbattimento, perdita di peso e linfoadenopatia generalizzata. La prognosi è infausta, la sopravvivenza non supera i 2-3 mesi. Alcuni rari casi di linfoma cutaneo sono stati riscontrati tra i criceti russi. Un recente articolo evidenzia un’associazione tra la presenza di linfomi addominali nei criceti siriani e quella del poliomavirus del criceto (HaPyV), associazione non riscontrata in caso di linfomi cutanei.

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    Linfoma cutaneo a cellule T in una cavia, caratterizzato da placche multifocali eritematose, squamose, talvolta ulcerate, e alopecia generalizzata. Veduta generale. © Service de dermatologie, VetAgroSup
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    Linfoma cutaneo a cellule T in una cavia, caratterizzato da placche multifocali eritematose, squamose, talvolta ulcerate, e alopecia generalizzata. Veduta ravvicinata. © Service de dermatologie, VetAgroSup
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    Linfoma cutaneo epiteliotropo a cellule T in un ratto: si osservano lesioni alopeciche eritematose e squamose. © Service de dermatologie, VetAgroSup
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    Carcinoma a cellule squamose in un topo: sul padiglione auricolare sono visibili erosioni e ulcere ricoperte da croste. La presentazione clinica è la stessa nei ratti. © Service de dermatologie, VetAgroSup

    Il ratto presenta ghiandole specifiche all’interno dei condotti uditivi esterni, le ghiandole di Zymbal, che possono dare origine ad adenomi o adenocarcinomi.

    Nel ratto e nel topo, i tumori mammari vengono talvolta confusi con tumori cutanei perché in queste specie il tessuto mammario è ampiamente distribuito.

    Diagnosi e trattamento

    Il sospetto di tumore cutaneo, all’esame clinico, dovrebbe indurre il medico a eseguire un esame citologico o biopsie cutanee per l’esame istopatologico.

    Per il trattamento, nei roditori sono disponibili pochissime informazioni riguardo all’utilizzo della chemioterapia. È stato effettuato uno studio terapeutico con L-asparaginasi (10.000 U/m2 o 400 U/kg SC) in criceti affetti da linfoma cutaneo: non sono stati osservati effetti indesiderati, ma gli effetti benefici del trattamento sono rimasti limitati. I cortisonici possono essere utilizzati come trattamento palliativo (prednisolone 1-2 mg/kg PO bid, uso off-label).

    La radioterapia non è descritta in letteratura, ma è stato dimostrato che il criceto è l’animale da laboratorio più resistente alle radiazioni: la dose letale media nel criceto dorato è di 611 unità di dose assorbita di radiazioni ionizzanti.

    Il trattamento di scelta è chirurgico quando possibile. In questo caso l’escissione dev’essere sufficientemente ampia da ottenere margini sani.



  • Dermatosi parassitarie, infettive e micotiche dei roditori da compagnia: conoscerle per una diagnosi tempestiva

    Dermatosi parassitarie, infettive e micotiche dei roditori da compagnia: conoscerle per una diagnosi tempestiva



    Le dermatosi sono comuni nei roditori e rappresentano tra il 33 e il 54% dei motivi di consultazione a seconda della specie. Di queste, una percentuale dal 20 al 40% è di origine infettiva mentre il restante 15-60% sono di origine non infettiva. La visita dermatologica e gli esami complementari (tricogramma, spazzolatura, raschiatura, apposizione cutanea, citologia, biopsia, coltura fungina e batterica) nei roditori sono gli stessi previsti per i carnivori domestici, ma risultano comunque più difficili da effettuare date le dimensioni di queste specie, e a volte si dovrebbe prendere in considerazione la sedazione per migliorarne la qualità.

    Iniziamo a prendere in esame le dermatosi infettive dei principali roditori da compagnia: cavia (Cavia porcellus), cincillà (Chinchilla lanigera), criceto dorato (Mesocricetus auratus) e criceto russo (Phodopus sungorus), ratto (Rattus norvegicus), topo (Mus musculus), degu (Octodon degus) e gerbillo (Meriones unguiculatus).

    I parassiti come causa di dermatosi

    Tutti i roditori possono essere colpiti da parassitosi, eccetto il cincilla in cui, per via della pelliccia molto folta, queste condizioni sono solo aneddotiche.

    Infestazioni da insetti

    Pulci

    Le pulci dei roditori appartengono ai generi Xenopsylla, Leptopsylla e Nosopsylla e possono trasmettere batteri, incluso l’agente della peste bubbonica Yersinia pestis; possono infestare tutti i roditori, ma i casi rimangono rari. Anche le infestazioni da Ctenocephalides felis o Ctenocephalides canis sono rare e generalmente conseguono a uno stretto contatto con un cane o un gatto. I segni clinici manifestati in caso di infestazione grave sono prurito generalizzato, mantello opaco e perdita di pelo.

    Pidocchi

    I pidocchi sono responsabili di dermatosi pruriginose caratterizzate da depilazione, escoriazioni, alopecia e presenza di squame che colpiscono soprattutto la testa e il dorso, legate alla mancata manutenzione del mantello.

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    Ftiriasi in una cavia. Sono visibili depilazione, escoriazioni e desquamazione.
    © Service de dermatologie, VetAgroSup

    Sono parassiti specie-specifici e il loro ciclo vitale si svolge interamente sull’ospite. Gliricola porcelli e Gyropus ovalis (pidocchi masticatori) si trovano sulle cavie, Polyplax serrata nei topi e Polyplax spinulosa nei ratti (pidocchi pungitori), Lagidiophthirus spp. nel cincillà. La trasmissione dei pidocchi da un animale all’altro richiede il contatto diretto. I pidocchi possono essere vettori di Encephalitozoon cuniculi, Eperythrozoon coccoides e Haemobartonella muris nei ratti; Polyplax serrata può essere il vettore della Francisella tularensis, responsabile della tularemia nell’uomo.

    Infestazioni da acari

    Nella cavia

    Il parassita più comune nelle cavie è l’agente zoonotico della rogna, Trixacarus caviae, il cui ciclo di vita varia da 2 a 14 giorni. Gli animali possono presentare la rogna da Trixacarus non appena vengono infettati, oppure rimanere portatori sani del parassita e sviluppare i segni della rogna (prurito intenso, perdita di pelo, escoriazioni, presenza di squame, croste e lichenificazione delle spalle, dei fianchi e del dorso) solo in seguito a stress o immunodepressione (invecchiamento, ipovitaminosi C, malattie concomitanti, cambiamenti ambientali.

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    Scabbia da Trixacarus caviae in una cavia. Notare le escoriazioni e le croste dovute al prurito intenso.
    © Service de dermatologie, VetAgroSup

    Talvolta vengono segnalate ulcerazioni o convulsioni gravi, potenzialmente legate all’intensità del prurito. Un agente della pseudo-rogna, l’acaro permanente del pelo Chirodiscoides caviae, è presente nel 32% delle cavie, ma rimane generalmente asintomatico.

    Viene descritta anche la demodicosi da Demodex caviae, ma è considerata rara.

    Nei ratti e nei topi

    La rogna e la pseudo-rogna rappresentano dal 30 all’80% delle condizioni parassitarie nei ratti e nei topi: in queste due specie l’agente della scabbia più frequentemente riscontrato è Notoedres muris.

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    Rogna da Notoedres muris in un topo. Sul padiglione auricolare si osservano lesioni squamo-crostose. © Service de dermatologie, VetAgroSup

    Questi acari provocano una dermatosi squamo-crostosa associata a intenso prurito a livello di padiglioni auricolari, narici e coda; talvolta si osservano papule e croste delle estremità. Il ratto è l’unica specie che può presentare anche corni cutanei, in particolare sul muso, quando è colpito da rogna notoedrica. Gli agenti della pseudo-rogna come Myocoptes musculinus e Myobia musculi (circa il 40% dei topi di laboratorio ne sono portatori) possono causare la stessa presentazione clinica, ma con prurito meno intenso.

    Nei criceti e nei gerbilli

    La demodicosi è la dermatosi parassitaria più comune nei criceti: in questa specie è causata da Demodex aurati e, più raramente, da D. criceti.; essa però colpisce anche i gerbilli (D. merioni). La lesione caratteristica è un’alopecia da moderata a grave, non pruriginosa, squamosa, localizzata sul dorso o talvolta generalizzata.

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    Demodicosi in un criceto, che associa alopecia non pruriginosa e presenza di squame. © Service de dermatologie, VetAgroSup

    Il sospetto di demodicosi dovrebbe indurre il medico a cercare una causa sottostante, in particolare nei criceti un linfoma cutaneo. L’agente della rogna notoedrica del gatto, Notoedres cati, colpisce anche i criceti e provoca la comparsa di una dermatosi il cui quadro clinico è simile a quello osservato nei topi.

    Nel degu

    Nel degu le dermatosi parassitarie sono rare. Uno studio condotto su 110 degu affetti da malattie cutanee ha identificato solo due soggetti infestati da ectoparassiti, in questo caso l’acaro ematofago Ornithonyssus bacoti, senza però descrivere le caratteristiche cliniche dell’infestazione.

    Diagnosi e trattamento

    La diagnosi si basa sull’osservazione del parassita, che viene identificato con le stesse metodiche utilizzate per i carnivori domestici. Gli insetti possono essere raccolti mediante spazzolatura e identificati tra i detriti a occhio nudo (pulci e pidocchi) o al microscopio. Gli acari vengono isolati raschiando la cute in profondità fino a ottenere un sanguinamento capillare (rogna e demodicosi), o superficialmente raschiando la superficie della cute una o due volte senza arrivare al sanguinamento (pseudo-rogna). I raschiati cutanei devono essere multipli (da tre a cinque siti) e osservati al microscopio.

    Esistono diversi farmaci antiparassitari che possono essere utilizzati nei roditori, ma nessuno ha un’autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) per queste specie.

    dermatosi-roditori-tabella-antiparassitari
    Principali antiparassitari esterni utilizzabili off-label nei roditori.

    Per la demodicosi, il trattamento dev’essere continuato per quattro settimane dopo l’ultimo raschiato negativo. In caso di pulicosi o rogna, anche l’ambiente e gli altri animali domestici devono essere trattati. Dato che sono pochi i presidi dotati di AIC per i roditori, la cura può essere più complessa che per i carnivori domestici; è quindi fondamentale stabilire una diagnosi precisa prima di attuare qualsiasi trattamento.

    Affezioni batteriche causa di dermatosi

    Le malattie batteriche sono comuni nelle cavie, più rare negli altri roditori.

    Piodermiti di superficie

    Sindrome da proliferazione batterica

    La sindrome da proliferazione batterica superficiale è caratterizzata da una lesione primaria, l’eritema, e lesioni secondarie quali escoriazioni, depilazione, lichenificazione e iperpigmentazione; talvolta si osserva anche seborrea. Questa piodermite può essere primaria o secondaria (dermatosi pruriginosa, eccesso di umidità). La piodermite superficiale conseguente a un eccesso di umidità è segnalata nei cincillà, probabilmente legata alla densità del pelo, ma anche nelle cavie e nei degu. Le cause possono essere un’eccessiva salivazione (malattia dentale), eliminazione urinaria inappropriata (urolitiasi, sabbia urinaria, malattie renali), perdite vaginali o condizioni di vita inadeguate (ad esempio spazio ridotto per la lettiera).

    Il trattamento consiste nella tosatura delle aree interessate e nell’applicazione di cure locali sull’area utilizzando shampoo, schiume o salviette contenenti clorexidina.

    Piodermiti mucocutanee

    La piodermite mucocutanea, descritta nella cavia, è caratterizzata da depigmentazione, fissurazioni, croste, erosioni e ulcere delle giunzioni mucocutanee. La diagnosi differenziale comprende candidosi e poxvirus. La diagnosi si basa sull’esame citologico a partire da un’apposizione cutanea su vetrino, su cellophane adesivo, oppure da un’apposizione raccolta sotto una crosta. La terapia consiste in trattamenti antisettici quotidiani (schiuma o salviette alla clorexidina). La riduzione graduale della frequenza delle cure non dovrebbe iniziare prima della guarigione clinica e citologica.

    Piodermiti superficiali

    La piodermite superficiale è caratterizzata da papule, pustole, croste e alopecia maculata. In letteratura non sono riportati casi nei roditori.

    Piodermiti profonde

    La piodermite profonda è definita dal coinvolgimento del derma. Le lesioni sono date da bolle emorragiche (foruncoli), ulcere, croste; la coalescenza dei foruncoli è la causa della cellulite. L’ascesso sottocutaneo è un caso speciale. Nelle cavie, gli ascessi rappresentano dal 6 all’8% delle malattie della pelle rispetto al 3% nel degu. Sono spesso il risultato di morsi tra conspecifici (sedi preferenziali: testa, coda, groppa), traumi dovuti all’ambiente (sede preferenziale: testa) o malattie dentali (sede: muso). Il batterio isolato più frequentemente è Staphylococcus aureus, ma ne sono già stati riscontrati altri come Streptococcus viridans, Pseudomonas aeruginosa, Actinomyces spp. e Fusobacterium spp.

    La diagnosi è sia clinica che citologica, grazie all’osservazione dei polimorfonucleati neutrofili e dei batteri su un’apposizione dopo agoaspirato. Il trattamento è chirurgico (curettage ed escissione della capsula dell’ascesso seguita da numerosi risciacqui) associato a cure locali. Una coltura batterica è consigliata in caso di ascesso cronico, ricorrente o già trattato con antibiotico. La capsula dell’ascesso e il suo contenuto possono essere messi in coltura per aumentare le possibilità di identificare il batterio. Diversi antibiotici possono essere utilizzati per i roditori.

    dermatosi-roditori-tabella-antibiotici
    Principali antibiotici utilizzabili off-label nei roditori.

    Affezioni fungine causa di dermatosi

    La tigna

    Epidemiologia

    I dermatofiti, responsabili della tigna, sono i funghi patogeni più comuni nei roditori e colpiscono in particolare cavie e criceti, mentre cincillà, ratti, topi, gerbilli e degu sono meno frequentemente infetti: in uno studio retrospettivo, su 470 ratti con lesioni cutanee solo uno era affetto da tigna. Uno studio precedente che includeva 40 cincillà riportava sette individui affetti da tigna (17,5%). I roditori possono anche essere portatori asintomatici di dermatofiti zoonotici: uno studio condotto in diciassette petshop in Danimarca ha rivelato che il 35% delle cavie e il 6% dei criceti erano portatori asintomatici di Trichophyton benhamiae.

    Trichophyton mentagrophytes (Arthroderma benhamiae e Arthroderma vanbreuseghemii) è stato a lungo considerato il fungo più comunemente responsabile della tigna nei roditori, ma uno studio recente ha dimostrato che il 3,5% dei casi di tigna nelle cavie erano dovuti a Microsporum canis, il 22% a Nannizia gypsea (precedentemente Microsporum gypseum) e nessuno a T. mentagrophytes. La prevalenza può variare anche in funzione dell’area geografica o dell’ambiente in cui vive l’animale: la presenza di cani o gatti in casa può, ad esempio, favorire la trasmissione di M. canis. Infine, gli animali di età inferiore a 6 mesi sono più frequentemente colpiti, a eccezione dei criceti, che sono più spesso colpiti tra 6 e 12 mesi di età.

    Segni clinici, diagnosi e trattamento

    Le lesioni da tigna consistono in aree cutanee alopeciche, circolari, squamose, non pruriginose, a evoluzione centrifuga, che possono colpire qualsiasi zona del corpo, ma preferenzialmente il muso, la base delle orecchie e l’estremità distale degli arti nei cincillà; il dorso nella cavia; il dorso e la base della coda nel ratto; il muso e il collo nel topo. La diagnosi si basa sull’esame con lampada di Wood (che consente l’identificazione solo di M. canis, raramente coinvolto nei roditori), sull’osservazione diretta dei peli raccolti mediante raschiamento cutaneo delle lesioni e su una coltura fungina che consente di identificare il dermatofita responsabile.

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    Spore di dermatofiti, a manicotto, attorno al pelo di un ratto (frecce). © Service de dermatologie, VetAgroSup

    Il trattamento combina la somministrazione di un antifungino sistemico o topico sia all’animale colpito sia a tutti gli altri animali domestici eventualmente conviventi, con il trattamento dell’ambiente (sabbia per il bagno, lettiera, interno della casa se il roditore vi ha accesso.

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    Principali antibiotici utilizzabili off-label nei roditori.

    Candidosi

    Candida spp. è un lievito commensale presente solo nelle cavie e nei criceti; nello specifico, si riscontra nel 10% delle cavie e nel 5,3% dei criceti che presentano eritema, alopecia e squame; tuttavia, non è stato stabilito alcun collegamento tra il lievito e la lesione. Candida albicans provoca una candidosi mucocutanea nelle cavie caratterizzata da erosioni e ulcere ricoperte da un rivestimento biancastro e crostoso, localizzate alle labbra e al prepuzio. La diagnosi si basa sull’esame citologico del risultato di un raschiamento cutaneo superficiale della lesione. Il trattamento consiste nell’utilizzo di un antimicotico topico nei casi di interessamento cutaneo, sistemico in caso di interessamento delle mucose.

    Malassezia

    Gli autori riportano due casi di proliferazione di Malassezia in criceti, non descritti in letteratura. La diagnosi si basa sull’osservazione del lievito su un calco cutaneo. Nessuna malattia di base è stata rivelata. Il trattamento consiste nell’antisepsi, ad esempio nella pulizia quotidiana delle lesioni utilizzando salviette imbevute di clorexidina.



  • Cardiopatico o non cardiopatico? questo è il problema…

    Cardiopatico o non cardiopatico? questo è il problema…

    Essere o non essere” come recitava il principe Amleto (William Shakespeare, XVII sec.), o ancora “Odi et amo” come scriveva Catullo all’incirca nel 55-54 a.C… Esistono tantissimi esempi di dilemmi nella letteratura ma anche nella vita vera; quella clinica particolarmente, che ne è piena tutti i giorni. Potremmo persino ammettere che il dilemma sostanziale della nostra attività ci si presenta all’inizio, quando il nostro paziente viene in visita per sintomi (segni clinici), che in parte ci sono elencati e spiegati dal proprietario e in parte tocca a noi discernerli. Trattasi della diagnosi differenziale.

    In breve, il soggetto che è appena entrato in visita è cardiopatico o no? Non è così semplice alle volte attribuire un segno clinico a una malattia. Semplice lo è, per esempio, quando il paziente mostra un segno clinico cosiddetto “patognomonico”, cioè tipicamente e univocamente legato a una precisa affezione (come le orecchie ravvicinate in un cane infettato dal tetano). Nella maggior parte dei casi, tuttavia, facendo una buona anamnesi, raccogliendo elementi affidabili e concreti, si riesce a orientare il sospetto diagnostico e a privilegiare un’ipotesi.

    Ma non è sufficiente prima di iniziare un trattamento; bisogna infatti escludere le altre cause degli stessi sintomi. In semiologia cardiologica i segni clinici sono effetto delle alterazioni cardiovascolari e i tre passi dell’esame clinico (ispezione, palpazione e auscultazione) necessitano una finezza e un’esperienza appropriate in quanto l’apparato cardiovascolare è profondo e complesso.

    Certo gli esami complementari vengono in aiuto al clinico permettendo di spartire le acque e fornendo elementi di certezza a supporto dell’ipotesi diagnostica. Questi esami però hanno ovviamente un costo, necessitando quindi un momento di analisi finalizzata all’ottimizzazione dei tempi e costi accordati dal proprietario. Non solo; gli esami complementari non sono tutti disponibili alla stessa maniera. Solo per citare un esempio, l’ecocardiografia è un esame altamente tecnico e richiede un’abilità maturata in almeno due-tre anni di pratica, il che lo rende non sempre disponibile nella clinica dove si lavora.

    Diagnosi differenziale di fenotipo

    Ipocinetico-dilatativo nel cane

    • Cardiomiopatia dilatativa primaria: razze predisposte, assenza di comorbidità, non reversibile
      e progressiva.
    • Metabolica: carenza di taurina, alimentazione povera in cereali e ricca in leguminose.
    • Ipotiroidismo: associata ad altri segni clinici della malattia endocrina e a un alto valore di TSH e diminuzione di T4.

    Ipertrofico nel gatto

    • Cardiomiopatia ipertrofica primaria: assenza di comorbidità, irreversibile e progressiva.
    • Miocardite infettiva: non sempre reversibile, associata a manifestazioni sistemiche dell’infezione e a un aumento significativo della troponina.
    • Ispessimento transitorio: reversibile, secondario a stress o anestesia.

    Profilo del cane e del gatto cardiopatico

    È così complessa la diagnosi differenziale in cardiologia che torna utile un ripasso del profilo clinico del paziente cardiopatico. Tra il cane e il gatto esistono delle differenze di specie nell’espressione dei segni clinici della malattia cardiaca. Fermo restando che le affezioni cardiovascolari sono multiple e varie, si può nondimeno disegnare il “profilo” del cane e del gatto cardiopatico. Partiamo dal presupposto quindi, che ciò che bisogna identificare sono i segni funzionali di insufficienza cardiaca, la maggior parte delle volte nella forma congestiva e più raramente associata a diminuzione della portata cardiaca.

    Il gatto cardiopatico mostra come segni tipici la dispnea e l’anoressia; il cane invece, molte volte presenta tosse oltre alla dispnea o a volte solo la tosse, ma questo dipende dalla concomitanza molto frequente di un’affezione respiratoria cronica, lo dettaglieremo più avanti. Entrambi, cane e gatto, possono manifestare sincope anche detta perdita transitoria di coscienza e proprio questa terminologia può far intuire come diversi scenari eziologici possano causarla.

    Dilemmi semiologici: iniziamo dalla tosse

    Come abbiamo visto, i tre segni clinici che potrebbero esserci descritti dal proprietario o che potrebbero presentarsi in visita sono: la tosse, la dispnea, l’anoressia e la sincope. Partiamo quindi dal descrivere le varie cause all’origine di questi sintomi, analizzandoli individualmente e per specie.

    Tosse nel cane: non un segno di insufficienza cardiaca

    Nel cane la tosse non è causata dall’insufficienza cardiaca. In effetti l’edema polmonare non provoca tosse se non quando stravasa nei bronchi, praticamente poco prima del decesso, ma ciò non si verifica per fortuna quasi mai nella pratica della cardiologia clinica. Tuttavia, il riscontro quasi sistematico della tosse in cani con soffio cardiaco di importante intensità è risaputo.

    Cosa induce la tosse nel cane? Un articolo di Luca Ferasin1, apparso sul Journal of Veterinary Internal Medicine, spiega bene come la tosse non sia un segno di insufficienza cardiaca e mette in luce il ruolo della broncopatia cronica nel causare la tosse in quei cani che sono tipicamente affetti da malattia mitralica cronica. Ciò è stato dimostrato nello studio pubblicato, mediante analisi retrospettiva di radiografie toraciche ed ecocardiografie e in alcuni casi mediante esami endoscopici delle vie respiratorie in 202 cani con malattia mitralica.

    Lo studio ha messo in evidenza un rischio di tosse 4 volte superiore in quei cani che avevano criteri di malattia respiratoria cronica e dilatazione atriale sinistra rispetto a quelli che mostravano criteri di edema polmonare. Questo articolo è stato molto importante per divulgare la dissociazione eziologica della tosse dalla malattia mitralica, proponendo di conseguenza in larga scala ai veterinari l’idea che l’ecocardiografia e la radiografia fosse l’approfondimento diagnostico necessario prima di trattare la tosse con il diuretico.

    Quello che fa della tosse il file rouge che lega la broncopatia alla malattia mitralica è la cardiomegalia e soprattutto la dilatazione dell’atrio sinistro che va a comprimere i bronchi principali, in particolare il sinistro. Tuttavia, quei pochi studi alla ricerca di questo fil rouge non sono riusciti a dimostrarlo statisticamente. Vi è poi l’associazione genetica: i cani di razza piccola sono spesso affetti da entrambe le patologie (respiratoria e cardiaca) per una predisposizione di razza. La malattia mitralica è causata da una degenerazione congenita del collagene, e la tracheobroncomalacia da un difetto congenito della cartilagine degli anelli tracheobronchiali.

    Ciò premesso, il diuretico non va prescritto a un cane che tossisce senza sottoporlo almeno alla radiografia. Questa, nel caso in cui la comparsa – o il peggioramento – della tosse fosse legata alla cardiomegalia e quindi in relazione all’evoluzione di una malattia mitralica cronica, mostrerebbe una dilatazione atriale significativa associata a una dislocazione dorsale della trachea toracica nel suo ultimo tratto. Se la stessa radiografia permettesse poi anche di escludere l’edema polmonare (cosa che si verifica molto spesso), piuttosto che prescrivere il diuretico l’approccio dovrebbe restare ancora nell’ambito della diagnosi e indurre la richiesta di un’ecocardiografia per scegliere il protocollo terapeutico più adatto.

    La radiografia potrebbe in alcuni casi permettere di escludere la cardiomegalia in cane con soffio che tossisce. In questo caso, l’uso dell’ecocardiografia e dei biomarker cardiaci può confermare l’assenza di una malattia cardiaca significativa e orientare il clinico verso una diagnosi di patologia respiratoria in decompensazione, portandolo a un approfondimento diagnostico più centrato sulla malattia respiratoria o toracica.

    radiografia-torace-cane-soffio-tosse
    Radiografia toracica di un cane con soffio cardiaco e tosse. La radiografia in decubito destro mostra un’opacizzazione marcata dell’interstizio polmonare, una silhouette cardiaca craniale (ventricolo e atrio destro) prominente, con aumento del contatto margino-sternale cardiaco e cardiomegalia. La radiografia permette di escludere una marcata dilatazione dell’atrio sinistro e compressione dei bronchi principali e quindi orienta verso un’ipotesi di causa respiratoria della tosse. Da confermare mediante ecocardiografia ed eventualmente dosaggio del NT-proBNP per escludere definitivamente la causa cardiaca. L’iter proseguirà con la diagnosi della malattia respiratoria mediante esami specifici. © V. Saponaro

    Infatti, quando siamo di fronte a un segno clinico funzionale d’insufficienza cardiaca bisogna porsi le seguenti due domande: se il paziente ha una malattica cardiaca, e se questa malattia è sufficientemente grave per causare l’insufficienza cardiaca. Le cause di tosse “extra-cardiache” nel cane sono numerose: bronchite, neoplasia, fibrosi polmonare, tracheo-broncomalacia, corpi estranei, verminosi. Pertanto, gli esami diagnostici più adatti variano da ipotesi a ipotesi ma possono spaziare dall’esame coprologico all’endoscopia, alla radiografia dinamica per fluoroscopia, alla TC.

    Gatto e tosse cardiaca

    Nel gatto è diverso, la tosse non è quasi mai presente in associazione all’insufficienza cardiaca. Spesso è causata da un’affezione respiratoria come la bronchite o l’asma ma può essere anche causata da neoplasia o da parassitosi. Raramente la tosse può essere osservata in concomitanza di una malattia cardiaca. Tuttavia, la malattia cardiaca nel gatto, prendendo l’esempio di quella più prevalente ovvero la miocardiopatia ipertrofica, non si associa alla tosse nemmeno negli stadi più avanzati dell’insufficienza cardiaca.

    Eccezionalmente, il versamento pericardico può associarsi a tosse probabilmente per compressione di un volume toracico più esteso rispetto a quello che occuperebbe una dilatazione atriale significativa. Il versamento pericardico può associarsi nel gatto all’insufficienza cardiaca sinistra in corso di miocardiopatia ipertrofica.

    La dispnea: gli esami per definirla

    Nel cane la dispnea è tipicamente il segno clinico dell’insufficienza cardiaca congestiva sinistra, dell’edema polmonare. Molti di noi hanno visto l’edema polmonare del cane nel primo anno di pratica, magari durante un turno di guardia. Il cane con edema polmonare secondario a insufficienza cardiaca è spesso anche stressato per questo si parla di distress respiratorio. Ciò è dovuto alla componente psicologica, cioè la sensazione di soffocamento, e all’attivazione delle catecolamine a seguito dell’ipossia.

    La dispnea, letteralmente, “cattiva respirazione” (dal greco δύσπνοια), indica la difficoltà nella respirazione e questa difficoltà può riguardare la fase inspiratoria piuttosto che quella espiratoria o riguardare entrambe le fasi del ciclo respiratorio; in questo caso è detta dispnea mista. Quella causata dell’edema polmonare nel cane è piuttosto espiratoria (può anche alle volte essere inspiratoria) o mista. In genere all’edema polmonare iniziale si associa un aumento della frequenza respiratoria (tachipnea) quando l’edema è localizzato a livello interstiziale. Invece in corso di progressione, quando l’edema passa nello spazio alveolare, la dispnea si aggrava e può associarsi a cianosi all’ispezione e a rantoli a piccole e medie bolle all’auscultazione toracica.

    Questi segni clinici possono essere osservati nel cane anche in corso di altre affezioni, in particolare respiratorie. Per fare l’esempio più comune di diagnosi differenziale di dispnea, cianosi e crepitii polmonari nel cane si può citare il caso della fibrosi idiopatica polmonare. Si tratta di una malattia che ha un’associazione o predisposizione nel West Highland white terrier, nel Jack Russel terrier e nel Pechinese ma può essere osservata anche in altre razze terrier come lo Yorkshire, per esempio. La fibrosi polmonare si presenta clinicamente in maniera simile all’edema polmonare; pertanto, l’esame diagnostico che dovrebbe essere richiesto per primo è la radiografia per escludere l’edema polmonare in quei cani che presentano soffio cardiaco.

    La radiografia permetterebbe allora di emettere una prima diagnosi differenziale escludendo o confermando la presenza di edema. Se l’edema è presente, si ricorrerà all’ecocardiografia e/o all’uso di analisi ematologiche per il dosaggio del biomarker della malattia cardiaca, cioè il frammento ammino-terminale del pro-peptide natriuretico di tipo B (NT-proBNP): se superiore a 1.500 pmol/L, indica un rischio importante di insufficienza cardiaca e confermerebbe quindi di propendere verso la causa cardiaca di dispnea.

    In caso contrario dovrebbero essere cercati alla radiografia i criteri di fibrosi polmonare. Questi non sono sempre oggettivabili, in generale si tratta di un pattern interstiziale caratterizzato nei casi più flagranti da un’opacizzazione netta dello stroma polmonare. In genere si può osservare una preminenza della silhouette cardiaca craniale nel cliché laterale, con un aumento del contatto margino-sternale cardiaco.

    L’ecocardiografia se necessaria potrebbe confermare l’ipotesi di un edema non cardiogenico legato alla fibrosi polmonare idiopatica o giusto escludere la presenza di un’affezione cardiaca evoluta allo stadio dell’insufficienza cardiaca. Ciò è possibile evidenziando dei segni di ipertensione polmonare significativa, quali un rigurgito tricuspidale di velocità aumentata (ben al di sopra di 2,8 m/s), una dilatazione delle cavità destre, un aspetto a triangolo rettangolo del flusso polmonare che pur rimane laminare, un’insufficienza della valvola polmonare di velocità aumentata (ben al di sopra dei 2,2 m/s), per citarne alcuni.

    Distinguere le classi di ipertensione polmonare

    Proprio quando si parla di ipertensione polmonare e si riescono a metterne in evidenza i criteri ecocardiografici, il concetto di diagnosi differenziale si ripropone. Infatti esistono due grosse classi fisiopatologiche di ipertensione polmonare e distinguere tra le due permette di scegliere l’approccio terapeutico più adatto anche nel contesto di quadri clinici complessi o misti (concomitanza di malattia cardiaca e respiratoria).

    L’ipertensione polmonare post-capillare è quella che si verifica in corso di malattie cardiache associate a dilatazione e sovraccarico pressorio dell’atrio sinistro e quindi del circolo polmonare venoso, mentre l’ipertensione polmonare pre-capillare invece è associata a malattia respiratoria, o toracica e si associa a sovraccarico del circolo arterioso polmonare e del ventricolo destro.

    È oramai assodato che il trattamento sintomatico dell’ipertensione polmonare consiste nella somministrazione di sildenafil, un inibitore della fosfodiesterasi V che ha un potente effetto vasodilatatore e del quale traggono vantaggio soprattutto i pazienti affetti dalla forma pre-capillare sintomatica.

    Va da sé che l’ecocardiografia, benché sia uno strumento di grande utilità in ragione della sua non-invasività, ha comunque dei limiti legati al fatto che non permette di misurare le pressioni polmonari in modo preciso come farebbe invece uno studio emodinamico mediante cateterismo cardiaco. Alcuni autori si sono pertanto cimentati a studiare ed eleggere dei parametri e misure ecocardiografiche che permettano di identificare questa seconda forma d’ipertensione polmonare. In uno studio apparso su Frontiers of Veterinary Science nel 20222, un gruppo di cardiologia di Liegi (Belgio) ha dimostrato che mediante uno score su 10 punti, corrispondenti a 10 parametri clinici ed ecocardiografici, anche un non-cardiologo può riuscire a mettere in evidenza l’ipertensione polmonare pre-capillare.

    La dispnea nel gatto

    Nel gatto la dispnea è spesso l’unico segno clinico di insufficienza cardiaca. Spesso si associa a disoressia o anoressia e ad apatia e diminuzione dell’attività. Il gatto dispnoico è meno spesso stressato rispetto al cane e presenta un comportamento più remissivo. Non è raro osservare un cambiamento di comportamento sostanziale, specie in quei pazienti che sono in generale più difficili da approcciare ed esaminare a causa della paura o dell’aggressività nei casi peggiori. Il gatto dispnoico, infatti, diventa d’un tratto più approcciabile all’esame clinico. Naturalmente ciò dipende anche dal grado di severità della dispnea.

    Gli esami strumentali come il prelievo ematico o la radiografia che impongono una contenzione importante sono in genere sconsigliati in questi pazienti perché a rischio di provocare un’insufficienza respiratoria grave e letale in alcuni casi. L’approccio è quindi conservativo ed essenziale.

    La differenza nella gestione dei pazienti felini rispetto ai cani dispnoici è data dal fatto che più spesso l’insufficienza congestizia sinistra nel gatto si manifesta con versamento pleurico, rispetto all’edema polmonare che è invece tipico nel cane. Questa è una specificità del gatto, nel cane invece il versamento pleurico di origine cardiaca è esclusivamente espressione di insufficienza cardiaca destra.

    Di conseguenza nel gatto, tenuto conto anche dei rischi legati alla contenzione, in generale un’ecografia superficiale toracica orientata permette non solo di confermare la presenza di versamento pleurico ma anche di prelevarlo e drenarlo mediante toracocentesi. In questi pazienti, infatti, il solo trattamento diuretico può non essere sufficiente a risolvere la dispnea a causa proprio del versamento, il cui drenaggio invece permette un miglioramento sintomatologico immediato.

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    Ecocardiografia in un gatto con dispnea. L’ecocardiografia in proiezione parasternale destra, asse lungo, quattro camere, mostra versamento pleurico (freccette) e dilatazione dell’atrio sinistro misurando il diametro latero-mediale, se questo supera i 16 mm. In questi casi la diagnosi differenziale è abbastanza semplice e propende per l’origine cardiaca del versamento. Tuttavia, per completare l’iter diagnostico e confermare la/le diagnosi, è interessante dosare il NT-proBNP e fare una PCR (per escludere la peritonite infettiva) direttamente sul versamento pleurico quando viene drenato per alleviare la dispnea. © V. Saponaro

    Altre cause di versamento pleurico nel gatto

    Nel gatto però esistono diverse altre cause di versamento pleurico oltre a quella cardiaca, perciò l’identificazione o l’esclusione di quest’ultima è fondamentale per l’attuazione di una terapia adeguata. Le cause “extra- cardiache” più comuni di versamento pleurico nel gatto comprendono il chilotorace (idiopatico) e il corpo estraneo o trauma con piotorace, quella tumorale, la peritonite infettiva da coronavirus, e altre meno comuni come l’ernia diaframmatica e la torsione di lobo polmonare.

    Di conseguenza è essenziale determinare se esiste una malattia cardiaca, più spesso una miocardiopatia e se questa miocardiopatia è abbastanza avanzata per causare insufficienza cardiaca. Teoricamente la dilatazione atriale sinistra o la dilatazione biatriale potrebbero supportare l’origine cardiaca ma non è sempre così facile stabilirlo. Infatti, spesso il versamento pleurico causa un’ipertensione polmonare e una dilatazione cardiaca destra secondaria. Inoltre, come è stato detto sopra, l’approccio al gatto dispnoico spesso non può farsi in maniera prolungata e puramente diagnostica e l’ecocardiografia completa è da evitare.

    In questi casi torna di grande utilità il dosaggio del biomarker cardiaco NT-proBNP che si è dimostrato altamente specifico anche se dosato nel versamento. Il gruppo cardiologico del Royal Veterinary College di Londra ha pubblicato uno studio3 nel 2013, che ha dato nel sangue un cut-off di 214,3 pmol/mL con una sensibilità dell’86,4% e una specificità dell’88,9% e nel versamento pleurico un cut-off di 322,3 pmol/ mL con una sensibilità del 100% e una specificità del 94,4%.

    Nel gatto questo biomarker ha un ruolo che potremmo definire cruciale in quanto permette di distinguere una dispnea di origine cardiaca da una extra-cardiaca. Può quindi far parte in piena legittimità del primo approccio al gatto dispnoico in quanto verrebbe dosato nel prelievo effettuato durante l’atto terapeutico della toracocentesi.

    Il terzo dilemma diagnostico: la perdita di coscienza

    La perdita transitoria di coscienza è un altro grande dilemma diagnostico. Nell’aggettivo transitorio esiste già un criterio differenziale. Infatti, perdite di coscienza non transitorie, cioè prolungate, possono verificarsi in corso di coma, di ipossia e di ipoglicemia. Le eziologie della perdita di coscienza transitoria sono molteplici ma possono riassumersi in due grandi classi anatomiche, quella cardiovascolare, la sincope, e quella neurologica, l’epilessia.

    La sincope

    La sincope è caratterizzata da un’interruzione transitoria del flusso cerebrale ovvero un’ipoperfusione cerebrale. Il flusso cerebrale rappresenta circa il 15% della portata cardiaca e dipende dalla pressione arteriosa e quella venosa. Pertanto, qualsiasi fattore in grado di cambiare uno di questi due parametri è in grado di condizionare il flusso cerebrale e potenzialmente causare sincope. È dunque facile dedurre che un disturbo del ritmo cardiaco o una disfunzione sistolica così come una stasi venosa o una vasodilatazione arteriosa possono anch’esse contribuire alla sincope.

    Tuttavia, raramente la perdita transitoria di coscienza può essere osservata in cani con una marcata sindrome brachicefalica a causa di un’ipossia transitoria in genere sotto sforzo. L’anamnesi dovrebbe in caso di sincope essere molto meticolosa in modo da mettere in evidenza delle possibili caratteristiche tipiche e differenziali.

    L’epilessia

    L’epilessia è quasi sempre preceduta da una fase detta “aura” durante la quale l’animale appare disorientato o manifesta un cambio improvviso del comportamento, e seguita da una fase post-ictale che fa seguito alla perdita di coscienza e che in genere è caratterizzata da una debolezza profonda e prolungata, da qualche minuto a due-tre ore.

    Le manifestazioni della crisi possono invece essere sovrapponibili tra la causa cardiaca e quella neurologica. Infatti, l’ipossia cerebrale che si produce durante una sincope di origine cardiovascolare può dare luogo a segni clinici quali l’opistotono o le contrazioni tonico-cloniche dei muscoli degli arti, più raramente emissione di feci o urina. In genere però non si osservano ptialismo, nistagmo e movimenti masticatori che sono invece tipici dell’epilessia.

    Le cause cardiovascolari

    Ritornando alle cause cardiovascolari, queste sono molteplici ma possono riassumersi nelle due forme principali: quella neuromediata e quella cardiaca.

    La prima forma è causata da una risposta esagerata del sistema nervoso autonomo che può indurre una vasodilatazione (vasodepressiva) a causa di una diminuzione del tono simpatico e una bradicardia (cardioinibitoria) per aumento del tono parasimpatico. Le due situazioni possono verificarsi simultaneamente a causa, per esempio, di stimoli barorecettoriali come lo stimolo dei seni carotidei, oppure in situazioni rappresentano degli stimoli vagali come la tosse, la defecazione, o alle volte dei processi acuti infiammatori e algici dell’addome come la pancreatite, l’enterite con peritonite ecc.

    Delle forme neuromediate o riflesse fa parte anche il riflesso di Bezold-Jarisch che scatena le stesse alterazioni summenzionate a partire da uno stimolo dei mecanocettori situati nelle pareti ventricolari destre e sinistre. Un’eccessiva stimolazione di questi recettori può verificarsi in corso di ipovolemia per un meccanismo definito “contrazione a camera vuota”, e anche nei quadri ipertrofici secondari alle stenosi aortica e polmonare. Anche l’ipertensione arteriosa può causare dei riflessi vagali che possono scatenare una sincope riflessa.

    La sincope cardiaca invece è quella tipicamente causata da asistolia o bradicardia prolungata. Sono sufficienti 6 secondi di interruzione del flusso cerebrale per causare ipoperfusione cerebrale e sincope nel cane a riposo, probabilmente anche meno se l’animale sta facendo attività intensa. Nel gatto questi tempi possono essere leggermente più lunghi (8-10 secondi), probabilmente per il fatto che il gatto è in genere più piccolo del cane e rispetto a quest’ultimo ha un istinto di auto-preservazione più pronunciato.

    Cosa causa allora questa interruzione di flusso per un tempo così lungo? Senz’altro l’asistolia, cioè l’assenza di battito cardiaco. Un’asistolia così lunga si verifica per esempio in caso di arresto sinusale tipicamente nel contesto di malattia del nodo del seno; o ancora in corso di blocco atrioventricolare di grado avanzato ovvero di secondo grado avanzato, o terzo grado quando il ritmo di scappamento che sostiene la portata cardiaca, si interrompe improvvisamente senza un motivo specifico.

    Nel gatto più spesso che nel cane si può verificare il blocco atrioventricolare parossistico che è sempre un blocco di secondo grado avanzato che si può reiterare più volte a distanza di pochi minuti e per alcune ore e causare manifestazioni cliniche molto simili all’epilessia a causa dell’ipossia cerebrale che accompagna queste asistolie ripetute.

    Nel gatto (più che nel cane), la sincope può essere causata raramente anche dalla tachicardia che sia ventricolare o sopraventricolare. Perché una tachicardia induca ipoperfusione cerebrale, essa dovrebbe essere molto rapida. In letteratura e nell’esperienza dell’autore, la sincope può essere osservata nel gatto quando la frequenza cardiaca supera i 300 bpm per la ventricolare e i 375 per la sopraventricolare. Tuttavia, occorrono a volte molti secondi o minuti perché la sincope si verifichi. Ciò probabilmente perché la bassa portata non si verifica nei primi istanti della tachicardia ma soprattutto se questa è sostenuta.

    Nel caso dei blocchi atrioventricolari, per emettere diagnosi è sufficiente un esame ECG.

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    © Try_my_best – shutterstock.com

    Per la malattia sinusale e la tachicardia bisogna ricorrere all’esame Holter di 24 ore. Quest’ultimo è particolarmente utile per la diagnosi di malattia sinusale in quanto permette il conteggio e la quantificazione precisa delle pause sinusali e del blocco atrioventricolare spesso associato.

    Invece per le sincopi riflesse il challenge diagnostico è più complesso. Infatti, le sincopi possono verificarsi in maniera sporadica e occasionale quando gli stimoli sopraggiungono: ci sono pazienti che hanno sincope una volta al mese durante cicli di riacutizzazione di gastro-enterite cronica; in questi casi l’Holter di 24 ore difficilmente risulterà diagnostico. Esistono però dispositivi che possono essere impiantati sottopelle e che sono in grado di percepire il segnale elettrico cardiaco in maniera permanente, e che possono attivarsi automaticamente in caso di percezione di pause o di tachicardia, ma possono ugualmente registrare dei minuti di ECG su comando del proprietario dell’animale nel momento in cui quest’ultimo divenisse sintomatico.  

    1. Ferasin L, Linney C. Coughing in dogs: what is the evidence for and against a cardiac cough? J Small Anim Pract. 2019;60(3):139-145. doi: 10.1111/jsap.12976. ↩︎
    2. Lyssens A, Lekane M, Gommeren K, Merveille AC. Focused Cardiac Ultrasound to Detect Pre-capillary Pulmonary Hypertension. Front Vet Sci. 2022;9:830275. doi:10.3389/fvets.2022.830275 ↩︎
    3. Humm K, Hezzell M, Sargent J, Connolly DJ, Boswood A. Differentiating between feline pleural effusions of cardiac and noncardiac origin using pleural fluid NT-proBNP concentrations. J Small Anim Pract. 2013;54(12):656-661. doi:10.1111/jsap.12152. ↩︎
  • Cellule mesenchimali stromali: una risorsa multifunzione

    Cellule mesenchimali stromali: una risorsa multifunzione

    Nell’ambito del percorso formativo online orga­nizzato da GISMVet (Gruppo Italiano Staminali Mesenchimali – Sezione Veterinaria), il prof. Stefano Grolli (Dipartimento di Scienze veterinarie dell’Università di Parma), ha tenuto una lezione riguardante i prodotti terapeutici derivanti da tes­suti ricchi di cellule mesenchimali stromali (MSC); a cui è seguita una relazione del dott. Offer Zeira (medico veterinario libero professionista esperto di MSC in campo appli­cativo), il quale ha parlato della terapia cellulare nelle malattie neurologiche degli animali e degli aspetti traslazionali.



    Frazione Stromale Vascolare (SVF): una fonte eterogenea di cellule rigenerative

    Le cellule mesenchimali stromali sono cellule multipotenti che si trovano in nu­merosi tessuti, come midollo osseo, tessuto adiposo, cordone ombelicale e altre fonti biolo­giche. Il fascino terapeutico delle MSC risiede nella loro capacità di differenziarsi in vari tipi di cellule (osteociti, condrociti, adipociti). Inoltre esse influenzano l’ambiente circostante attraverso una potente azione paracrina, rilasciando fattori di crescita, citochine e altre molecole bioattive che modulano la risposta infiammatoria e pro­muovono la riparazione dei tessuti danneggiati.

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    Immagine riassuntiva delle numerose attività biologiche delle cellule mesenchimali stromali (MSC). Per gentile concessione del Gruppo Italiano Staminali Mesenchimali – Sezione Veterinaria (GISMVet).

    Il processo di preparazione delle cellule mesenchimali stromali è partico­larmente complesso, sia per il numero di passaggi, che per la necessità di numerose accortezze da mettere in atto per non inficiare l’efficacia del preparato.

    La Frazione Stromale Vascolare (SVF) è una delle principali fonti di cellule mesenchimali stromali impiegate in campo veterinario. Derivata dal tessuto adiposo, è una popolazione cellulare eterogenea che contiene, oltre alle MSC, anche fibroblasti, periciti, cellule endoteliali e cellule del sistema immunitario (co­me linfociti, monociti e macrofagi); a queste si aggiungono fattori di crescita solubili e matrice extracellulare. Questa composizione diversifica­ta conferisce alla SVF una capacità rigenerativa notevole, poiché ogni tipologia cellulare contri­buisce a promuovere diversi aspetti del processo di guarigione. Esistono due principali modalità di preparazione della SVF: la digestione enzimatica e le tecniche meccaniche.

    • La digestione enzimatica, che utilizza enzimi come le collagenasi, permette di ottenere la cSVF (cellularSVF) che contiene cellule dissocia­te, fattori di crescita, scarsa o assente matrice extracellulare organizzata; non considerata tra i prodotti minimamente manipolati, la cSVF segue una regolamentazione normativa stringente.
    • Le tecniche meccaniche utilizzano invece stru­menti di disgregazione fisica per isolare le cellu­le dalla matrice extracellulare, mantenendo un livello minimo di manipolazione del prodotto. Il prodotto ottenuto è la tSVF (tissueSVF), che contiene cellule dissociate, fattori di crescita, matrice extracellulare organizzata. Non subisce trattamenti chimici e rientra nella categoria dei prodotti minimamente manipolati. Approccio con­siderato meno invasivo, ha minori implicazioni regolatorie.

    Il grasso microframmentato: microfat e nanofat

    A differenza della SVF, il grasso microframmentato (anch’esso derivato dal tessuto adiposo) conser­va gran parte dell’architettura tissutale originale, mantenendo intatte le connessioni tra le cellule stromali e la matrice extracellulare.

    • Il microfat si ottiene mediante un processo di frammentazione meccanica che utilizza forze moderate per rompere il tessuto adiposo senza danneggiare le cellule. Ricco di cellule mesenchimali stromali e altri tipi cellulari che mantengono la loro capacità rigene­rativa, è particolarmente adatto per applicazioni in cui è richiesto un supporto strutturale, come la riparazione ossea o cartilaginea. In uno studio condotto su cani affetti da lesioni al legamento crociato anteriore, l’iniezione di microfat ha ac­celerato significativamente la guarigione ossea, riducendo il tempo di recupero post-chirurgico e migliorando la stabilità articolare. Un altro stu­dio, sull’uso del microfat in cani con osteoartrite spontanea, ha dimostrato che l’iniezione intra-arti­colare ha ridotto il dolore e migliorato la mobilità nei pazienti.

    • Il nanofat è una versione ulteriormente proces­sata del microfat, caratterizzata da dimensione cellulare ancora più ridotta e da un contenuto maggiore di fattori di crescita e citochine.

    Questi prodotti vengono utilizzati principalmente per stimolare la rigenerazione tissutale in modo più mirato.

    Applicazioni cliniche dei prodotti ricchi di cellule mesenchimali stromali in Veterinaria

    Da condizioni degenerative a quelle conseguenti a traumi, le principali aree di utilizzo dei prodotti ricchi di MSC in ambito veterinario includono:

    • osteoartrite e patologie articolari: l’osteoartrite è una delle principali patologie degenerative che affliggono cani e cavalli, causando dolore, mobilità ridotta e qualità di vita compromessa. Iniezioni in­tra-articolari di SVF o microfat, si sono dimostrate efficaci nel ridurre l’infiammazione, stimolare la rigenerazione cartilaginea e migliorare la funzione articolare, con effetti benefici duraturi;
    • lesioni tendinee e muscolari: nei cavalli sportivi, le tendinopatie rappresentano una causa frequente di zoppia e possono richiedere lunghi periodi di riabilitazione. Le cellule mesenchimali stromali, in particolare il microfat, hanno dimostrato di accelerare la rigenerazione del tessuto tendineo, riducendo il tempo di recupero e migliorando la resistenza e la funzionalità dei tendini trattati;
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    © 135pixels – shutterstock.com
    • riparazione ossea e fratture: grazie alla loro ca­pacità di stimolare la neoformazione ossea e mi­gliorare l’integrazione delle cellule nell’ambiente circostante, le cellule mesenchimali stromali e il grasso microframmentato si sono rivelati preziosi nella gestione di fratture complesse e ritardi di consolidazione ossea.

    Cellule mesenchimali stromali in neurologia

    Le cellule mesenchimali stromali stanno anche offrendo nuove speranze di trattamento per condizioni gravi e degenerative del sistema nervoso.

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    Alcune patologie a coinvolgimento neurologico trattate con cellule mesenchimali stromali.

    Diverse malattie neurologiche sono infatti tuttora senza una valida possibilità terapeutica, e molte di queste malattie, sia nell’uomo che negli animali, presentano un’eziologia autoimmunitaria. Inoltre, spesso il decorso è simile nell’uomo e negli ani­mali, specialmente per quanto riguarda il cane; ne deriva una notevole importanza degli aspetti traslazionali.

    Metodiche di somministrazione e tecniche avanzate

    Il trattamento con cellule mesenchimali stromali in neurologia può avvenire attraverso diverse vie di somministrazione, tra cui quella intratecale (cisterna magna) per patologie del sistema nervoso centrale, intra-carotidea in casi acuti e persino intra-oculare per le patologie della retina. Queste tecniche di somministrazione permettono un’azione mirata delle cellule mesenchimali stromali.

    Uno degli ambiti più promettenti dell’applicazione delle cellule mesenchimali stromali è la rigenerazione dopo traumi al mi­dollo spinale o ernie discali: questo trattamento ha dimostrato un recupero della funzionalità mo­toria grazie alla capacità di rigenerare i neuroni e modulare l’infiammazione. Alcuni pazienti, dopo settimane di terapia, hanno mostrato miglioramenti notevoli nella deambulazione, evitando l’uso di supporti ortopedici come carrelli.

    Un altro svilup­po innovativo nell’uso delle MSC è il loro impie­go come “cavallo di Troia” per veicolare farmaci chemioterapici nei tumori (es. glioma canino): le cellule mesenchimali stromali caricate con paclitaxel hanno dimostrato di ridurre la crescita del glioma in modelli animali, aprendo nuove prospettive per il trattamento di tumori cerebrali sia nei cani che nell’uomo.

    Per maggiori informazioni:
    • Greenwood V, Clausen P, Matuska AM. Micro-fragmented adipose tissue cellular composition varies by processing device and analytical method. Sci Rep. 2022;12(1):16107. doi:10.1038/s41598-022-20581-1.
    • Laroni A, de Rosbo NK, Uccelli A. Mesenchymal stem cells for the treatment of neurological diseases: Immunoregulation beyond neuroprotection. Immunol Lett. 2015;168(2):183-90. doi:10.1016/j.imlet.2015.08.007.
    • Pennasilico L, Di Bella C, et al. Effects of autologous microfragmented adipose tissue on healing of tibial plateau levelling osteotomies in dogs: a prospective clinical trial. Animals (Basel). 2023;13(13):2084. doi:10.3390/ani13132084.
    • Zeira O, Asiag N, Aralla M, et al. Adult autologous me­senchymal stem cells for the treatment of suspected non-in­fectious inflammatory diseases of the canine central nervous system: safety, feasibility and preliminary clinical findings. J Neuroinflam. 2015;12:181. doi:10.1186/s12974-015-0402-9.
    • Zeira O, Scaccia S, Pettinari L, et al. Intra-articular admi­nistration of autologous micro-fragmented adipose tissue in dogs with spontaneous osteoarthritis: safety, feasibility, and clinical outcomes. Stem Cells Transl Med. 2018;7(11):819-828. doi:10.1002/sctm.18-0020.