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  • Cistite idiopatica felina: aggiornamenti da un webinar AIVPA

    Cistite idiopatica felina: aggiornamenti da un webinar AIVPA

    La cistite idiopatica felina (FIC) e le malattie del tratto urinario inferiore felino (FLUTD), che colpiscono la vescica e l’uretra costituiscono un gruppo di patologie che hanno molte cause, ma che presentano similitudini nei segni clinici osservati.

    Tale argomento è stato trattato in un webinar1 dedicato alla salute dei felini organizzato da AIVPA (Associazione Italiana Veterinari Piccoli Animali) e moderato dalla dott.ssa Alessia Candellone (vicepresidente AIVPA), in cui il dott. Stefano Bo (DVM, PhD medicina interna) ha parlato delle strategie per la gestione clinica e nutrizionale delle patologie delle basse vie urinarie dei gatti.



    Cistite idiopatica ovvero senza una causa apparente

    La cistite idiopatica felina, detta anche cistite interstiziale felina per similitudine con l’uomo, è la causa di circa il 60% dei casi di FLUTD (Feline Lower Urinary Tract Disease); seguono le urolitiasi, il plug uretrale, le forme infettive (UTI) e altre cause, come le forme neoplastiche.

    Ma cosa si intende per idiopatico? Una patologia idiopatica è una patologia senza causa apparente, non dovuta a cause esterne note. La cistite idiopatica felina viene classificata come tipicamente non ostruttiva anche se può avere manifestazioni ostruttive; inoltre è episodica e i pazienti guariscono in tempi piuttosto brevi ma le recidive si verificano nel 50% dei casi. Alcuni gatti poi, presentano segni clinici persistenti.

    Solitamente gli esami ematologici del paziente sono normali. Tra i segni clinici si riscontrano: ematuria, disuria, stranguria, pollachiuria, periuria, dolore. Si tratta di segni clinici aspecifici, che possono comparire tutti insieme o singolarmente ed è importante affrontare un corretto iter diagnostico, valutando le diverse diagnosi differenziali e procedendo per esclusione.

    Sono importanti segnalamento, anamnesi, esame fisico, delle urine, emocromocitometrico, biochimico, ecografia, studio radiografico ed eventualmente biopsia per la conferma diagnostica. La causa scatenante non è stata ancora identificata, ma tra le principali sono annoverate l’alimentazione, lo stress e i problemi comportamentali, spesso in interazione tra loro, tanto che l’ipotesi più recente ritiene che la patologia si sviluppi in un paziente suscettibile posto in un ambiente a lui sfavorevole.

    La definizione più corretta è: alterazione immuno-neuroendocrina che, in un soggetto predisposto che non risponde con un adeguato adattamento ad un cambiamento ambientale, provoca paura, ansia e dolore. Si parla anche di “sindrome di Pandora”, perché caratterizzata dal fatto che in questi pazienti spesso si hanno anche altri segni clinici, come vomito e diarrea, segni dermatologici, segni respiratori, ecc.

    Se volessimo dare un’altra definizione si potrebbe parlare di “ansiopatia”, sia nel gatto che nell’uomo, non c’è una predisposizione genetica, ma il soggetto risente molto di ciò che succede durante la gravidanza e nei primissimi giorni/mesi di vita. Si tratta, tuttavia, di una situazione molto complessa, di cui non abbiamo ancora chiaramente in mano tutti i dettagli. Sicuramente possiamo dire che stress ambientali si riflettono sul sistema organico

    dott. Stefano Bo (DVM, PhD medicina interna)

    A livello organico si ha emissione di catecolamine che vanno ad agire a livello vescicale, con un effetto irritante che induce un danno uroteliale, che è la parte portante della patologia, e quindi comparsa di ematuria e dolore.

    Inoltre, non va dimenticato che le urine stesse si comportano come un liquido tossico per i tessuti e, nel momento in cui vengono a contatto diretto con l’uroepitelio vescicale, aggravano il danno.

    Purtroppo, individuare quali siano i fattori di stress non è per niente semplice. L’obesità è sicuramente uno di questi, così come il basso apporto di acqua, la scarsa attività e un uso inadeguato delle lettiere, ma vi è anche una forte influenza dell’ambiente in cui vive il gatto, che comprende le interazioni tra/di tutti i componenti della famiglia (es. nervosismo tra alcuni componenti, visite frequenti di persone estranee, traslochi, ecc.).

    L’importanza della visita clinica

    Com’è stato precedentemente anticipato, la diagnosi di cistite idiopatica viene fatta per esclusione. Ad anamnesi e segni clinici seguono gli esami di laboratorio e la diagnostica per immagini per identificare eventuali cause sottostanti, come la presenza di uroliti.

    L’esame fisico è molto importante e comprende anche una visita ortopedica e neurologica di base. La palpazione della vescica fornisce indicazioni parziali, in quanto segni clinici come dolore e ingrossamento possono essere comuni a cistiti di eziologia differente.

    Nei maschi può esserci presenza di infiammazione o sangue a livello del prepuzio o della punta del pene. È necessario valutare se è presente un’alterazione alopecica del basso addome in assenza di alterazioni cutanee, perché potrebbe essere indice di leccamento dovuto al dolore vescicale, ed è sempre importante valutare l’eventuale presenza, a livello di prepuzio, di cristalli adesi o altro materiale: indicazioni utili per individuare la possibile causa del problema.

    L’esame delle urine

    Nelle analisi delle urine sono molto importanti sia l’esame del sedimento, che permette di evidenziare la presenza di cristalli, leucociti, emazie e batteri, sia il peso specifico, che nel gatto è normalmente alto (>1035) perché le urine sono molto concentrate. Nel caso in cui dovesse essere basso, si possono indagare altre cause.

    Anche il metodo di raccolta è fondamentale. Il prelievo per cistocentesi sembra essere quello più indicato e sicuramente è il metodo d’elezione in caso di urinocoltura; tuttavia, presenta alcuni svantaggi, tra questi il fatto che, in caso di cristalli grossi o aggregati, questi difficilmente passeranno attraverso l’ago.

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    L’ecografia dell’apparato urinario è particolarmente utile nell’iter diagnostico della cistite idiopatica. In tale occasione è possibile inoltre prelevare un campione di urine per cistocentesi. © Gorodenkoff – shutterstock.com

    In presenza di sangue nelle urine, a meno che non si tratti di un prelievo totalmente emorragico, bisogna indagare se sia effettivamente patologica o iatrogena; in questo caso il prelievo andrebbe ripetuto 24 ore dopo per minzione spontanea.

    Se invece è presente ematuria ma non è presente sangue nel prelievo per cistocentesi, ciò potrebbe essere indicativo di una provenienza extravescicale.

    La cristalluria, infine, è un reperto di frequente riscontro (75% dei gatti) ma ciò che fa la differenza è la quantità e la tipologia dei cristalli. L’ecografia permette di capire se sussiste una vera e propria cristalluria, se ci sono anche calcoli e permette di individuare, ad esempio, plicature da infiammazione cronica, masse neoplastiche o infiammatorie, ematomi, segmentazioni della parete.

    La terapia è multimodale

    Il trattamento è complesso, per la maggior parte gli approcci terapeutici sono supportati da pochi studi, e così si procede per tentativi, applicando un protocollo multimodale che comprende il trattamento del dolore, dell’ansia e della paura.

    Sarebbe importante insegnare ai proprietari a riconoscere in tempo i primi segni di cistite, in modo da evitare che il gatto arrivi di nuovo a ostruirsi, come solitamente accade. Per quanto riguarda i farmaci, è possibile utilizzare buprenorfina, maropitant (per nausea e vomito), amitriptilina, gabapentin e ALIAmidi.

    Il dott. Bo ha consigliato di non utilizzare fenossibenzamina, amoxicillina-acido clavulanico, cortisone, mentre il meloxicam va usato con cautela, valutando molto attentamente i parametri renali.

    La dieta

    La nutrizione ha un ruolo importante nella terapia della FIC, e prevede di aggiungere vitamina E e nutrienti, controllare il peso e instaurare una terapia che sia specifica il più possibile. Sono numerosi gli studi che hanno valutato le diete utilizzabili, tutte abbastanza efficaci, ma la strategia migliore risulta l’implementazione del consumo di acqua.

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    Le strategie per aumentare l’assunzione di acqua da parte del gatto sono varie. Tra queste, utilizzare una fontanella può essere d’aiuto in alcuni soggetti. © Vershinin89 – shutterstock.com

    L’obiettivo è quello di diluire le urine e far scendere il loro peso specifico al di sotto del valore di 1030 (empiricamente). I metodi per aumentare l’apporto d’acqua sono moltissimi, ad esempio aumentare la dieta umida, che dovrebbe costituire almeno l’80% del totale. Si possono usare anche diete umide specifiche che contengono un’alta quantità di acqua, ed è segnalata anche la possibilità di usare una dieta arricchita di sodio, ma non ci sono studi che siano completamente soddisfacenti su questo punto.

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    L’alimento umido è fortemente indicato nei soggetti con cistite idiopatica. © Elif Bayraktar – shutterstock.com
    1. 20/11/24. Clin clin plin plin; strategie per la gestione clinica e nutrizionale delle malattie delle basse vie urinarie nei gatti. Quarto incontro del ciclo di webinar “Focus sulla nutrizione felina”, organizzato da AIVPA in collaborazione con Schesir. ↩︎


  • Sterilizzazione di cani e gatti: analisi delle raccomandazioni WSAVA

    Sterilizzazione di cani e gatti: analisi delle raccomandazioni WSAVA

    La World Small Animal Veterinary Association (WSAVA) ha pubblicato per la prima volta nel mese di maggio 2024 le raccomandazioni per il controllo riproduttivo di cani e gatti. Questo lavoro, sviluppato da sei esperti internazionali, è soprattutto un’esaustiva sintesi bibliografica delle attuali conoscenze scientifiche sull’argomento, che incoraggiano i medici veterinari a rivedere la metodica utilizzata per la sterilizzazione nell’attività quotidiana e a favorire un approccio individualizzato.

    I colleghi Alain Fontbonne e Xavier Lévy, diplomati ECAR (European College of Animal Reproduction), ne hanno approfondito alcuni aspetti nel corso di un webinar.

    Metodi di controllo della riproduzione

    Nelle cagne e nelle gatte l’ovariectomia è raccomandata, salvo in casi particolari in cui dev’essere eseguita un’ovarioisterectomia (affezione uterina, femmina gravida o potenzialmente gravida, storia di vaginite prepuberale). I relatori hanno indicato che loro non seguono la raccomandazione della WSAVA di promuovere la sola isterectomia (che consente la conservazione degli ormoni ovarici) per via della mancanza di dati clinici sui potenziali effetti dannosi a lungo termine (lacerazione vaginale durante l’accoppiamento, piometra del moncone uterino, ecc.).

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    Il momento dell’estrazione dell’ovaio con l’aiuto dell’apposito uncino. © X. Levi

    Nei cani maschi, in prima linea gli esperti raccomandano l’applicazione di un impianto di deslorelina (agonista del GnRH), che possiede un’AIC per cani e gatti maschi. L’impianto viene utilizzato come test terapeutico, che consente di valutare l’impatto benefico della castrazione rispetto al motivo del consulto veterinario, e l’entità degli effetti collaterali sul paziente.

    Nel gatto, l’impianto consente nella maggior parte dei casi di eliminare o ridurre le marcature urinarie e i conflitti tra maschi (quando sono sotto influenza ormonale).

    L’impianto rappresenta una buona alternativa anche quando i proprietari temono l’anestesia generale o vedono la gonadectomia come una mutilazione.

    Nei cani, se la richiesta è legata allo stile di vita (presenza di femmine intere in casa), la vasectomia è un’ottima opzione, troppo spesso trascurata, che consente la sterilizzazione senza castrare.

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    Un momento di una vasectomia di un cane. © X. Levi

    Nei gatti outdoor, l’epididimectomia potrebbe permettere di preservare gli ormoni sessuali evitando comunque il sovrappopolamento felino. Si tratta di una tecnica recente, che resta da valutare nella pratica.

    L’impianto di deslorelina è autorizzato nella cagna prepubere solo per ritardare i primi calori prima dei 4 mesi di età; nella cagna adulta, infatti, l’impianto induce i calori e comporta, in rari casi, complicazioni ginecologiche (cisti ovariche, metropatie).

    L’applicazione dell’impianto è altrettanto efficace nella gatta, con lo stesso profilo di rischio della cagna, ma attualmente non possiede un’AIC per questa specie.

    Nella gatta, i calori sono influenzati dalla luce, possono quindi essere prescritti impianti o trattamenti a base di melatonina per via orale, ma la loro efficacia varia e dipende dall’animale; nella migliore delle ipotesi i calori si interrompono per 3-4 mesi.

    Sono allo studio altre strade: alcuni vaccini per la terapia genica sono attualmente in fase di valutazione e i primi risultati sono molto incoraggianti.

    L’età della sterilizzazione

    Le raccomandazioni generali variano in funzione della taglia dell’animale, ma è necessario prendere in considerazione anche alcune particolarità di razza (che non sono correlate unicamente al peso dell’animale).

    • Nei cani di piccola taglia (meno di 15 kg), la sterilizzazione è possibile prima o dopo i primi calori (tra 5 e 8 mesi), salvo in caso di sviluppo anomalo della vulva (vulva incappucciata). In quest’ultimo caso la sterilizzazione deve avvenire imperativamente dopo la pubertà.
    • Nelle razze medie (15-30 kg), la sterilizzazione è indicata a partire dagli 8 mesi di età.
    • Nelle razze di taglia grande (oltre 30 kg), è fortemente consigliata la sterilizzazione tardiva, dopo l’età di 1 anno.

    La sterilizzazione precoce (prima dei 4 mesi di età) non è raccomandata dalla WSAVA, eccetto che per gattini o cuccioli di rifugio. Tuttavia, attualmente non sono disponibili sufficienti studi per concludere che la sterilizzazione precoce abbia effetti dannosi sulla salute, in particolare nel gatto.

    Interessi sanitari della sterilizzazione

    Nel cane maschio, l’interesse della castrazione riguarda la prevenzione dei tumori testicolari, dell’iperplasia prostatica benigna, degli adenomi perianali e delle malattie sessualmente trasmissibili (sarcoma di Sticker).

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    Rimozione di un testicolo criptorchide con torsione. © X. Levi

    Nelle cagne la sterilizzazione consente di prevenire i tumori mammari (soprattutto se effettuata prima del secondo estro), le malattie ovariche, la piometra (che colpisce il 20% delle cagne intere prima dei 10 anni di vita), le pseudolattazioni, l’iperplasia vaginale e i leiomiomi vaginali.

    Secondo alcuni autori la gonadectomia sembra aumentare l’aspettativa di vita (del 13,8% nei maschi e del 26,3% nelle femmine); tuttavia, gli studi che puntano in questa direzione non tengono conto dell’età della sterilizzazione e del fatto che, negli Stati Uniti (dove questi studi sono stati condotti), gli animali sterilizzati sono generalmente meglio medicalizzati rispetto agli animali interi. Esiste quindi un bias statistico maggiore in questo lavoro, che rende i risultati difficili da interpretare.

    Nel cane maschio i comportamenti indesiderati non patologici diminuiscono in circa il 60% dei casi, in particolare le marcature urinarie (soprattutto indoor), le fughe dovute all’attrazione per le cagne e l’atteggiamento di monta sulle persone.

    Gli effetti nocivi sulla salute

    Un animale gonadectomizzato non possiede più ormoni sessuali, e ciò provoca un aumento dei livelli circolanti di FSH e LH. Questi ormoni svolgono molteplici azioni nell’organismo, a tutti i livelli (dai globuli bianchi alle articolazioni).

    • Il legame tra sterilizzazione e comparsa di alcuni tumori è stato oggetto di numerosi studi, i cui risultati sono talvolta contraddittori. In alcune razze, nei soggetti sterilizzati si osserva un aumento di carcinomi transizionali della vescica, osteosarcomi, linfomi, mastocitomi e tumori della prostata. Una ipotesi per spiegare ciò chiama in causa la sovraespressione dei recettori dell’LH all’interno dei tessuti composti da determinate cellule tumorali (linfoma, emangiosarcoma). Tuttavia, questi dati devono essere relativizzati, perché questi tumori rimangono rari nella maggior parte delle razze. Ad esempio, l’incidenza degli emangiosarcomi nei cani interi è inferiore al 2%, ed è stimata tra l’1,5 e il 4% nei cani sterilizzati. Alcuni studi presentano bias statistici che rendono i risultati discutibili, in particolare perché gli animali sterilizzati studiati vivono più a lungo degli animali interi, perché l’incidenza dei tumori aumenta con l’età del cane e perché gli studi non tengono conto dell’età del cane al momento dell’insorgenza della neoplasia. Tuttavia, è opportuno conoscere alcuni casi particolari. È stato dimostrato un forte aumento (dall’8% al 28%) dell’incidenza degli osteosarcomi nei Rottweiler castrati tra 1 e 3 anni di età. Nei Golden retriever sterilizzati prima dell’anno di età, l’incidenza del linfoma è quasi del 10% (contro il 3,5% se la sterilizzazione avviene tardivamente, mentre l’incidenza resta estremamente bassa nei Golden retriever interi). Questi dati non dovrebbero essere estrapolati ad altre razze, anche assimilabili, come il Labrador retriever, per il quale negli stessi studi non sono state confermate queste osservazioni. Nelle razze di piccola taglia, il rischio di un aumento dei tumori non è segnalato, tranne che nei Boston terrier e negli Shih tzu, ma lo studio che li cita non descrive l’esatta natura di questi tumori né il loro aumento di frequenza. Per queste razze è quindi consigliata una sterilizzazione più tardiva. Per i gatti esistono pochissimi dati (solo uno studio tende a indicare risultati comparabili con quelli relativi alla specie canina per quanto riguarda i potenziali effetti indesiderati) e attualmente non è possibile trarre conclusioni sull’impatto della sterilizzazione sullo sviluppo di tumori.
    • Il rischio di incontinenza urinaria post-sterilizzazione riguarda principalmente le razze di peso superiore a 20 kg, in particolare Boxer, Setter, Sharpei, ecc. In queste razze a rischio è consigliato limitare la castrazione e promuovere la sterilizzazione post-puberale (la castrazione precoce aumenta l’espressione clinica dell’incontinenza e la guarigione medica è più difficile).
    • Il rischio di obesità aumenta dopo la sterilizzazione, più spesso nei maschi rispetto alle femmine. Gli animali castrati hanno più difficoltà a perdere peso, e la bulimia può presentarsi molto rapidamente dopo la gonadectomia e persistere per tutta la vita (il controllo dell’assunzione dell’alimento deve quindi essere costante). Allo stesso tempo, il metabolismo diminuisce in modo significativo. Il sovrappeso comporta il rischio di sviluppare diabete e una ridotta aspettativa di vita, soprattutto negli animali di piccola taglia. Il monitoraggio nutrizionale dei cani castrati o sterilizzati medicalmente è essenziale.
    • La castrazione prepuberale ritarda la chiusura delle cartilagini di accrescimento. Sebbene negli studi si possa riscontrare un discreto aumento delle dimensioni delle ossa lunghe, non si osserva alcun impatto clinico, nemmeno per razze giganti come il Maine coon. In cani e gatti non è stato riportato alcun aumento del rischio di frattura, mentre il rischio di rottura del legamento crociato craniale è aumentato in alcuni cani sterilizzati (a seconda della razza) di peso superiore a 20 kg, indipendentemente dal BCS. È sconsigliato sterilizzare le razze a rischio (in particolare Pastore tedesco e Golden retriever) prima dell’età di 1 anno, a maggior ragione i cani da lavoro. Il rischio di sviluppare displasia coxofemorale è aumentato nei cani di peso superiore a 20 kg se vengono sterilizzati prima dell’età di 1 anno.
    • In caso di comportamenti ansiosi o aggressivi, è fortemente sconsigliato castrare l’animale, perché ciò spesso rende la terapia comportamentale meno efficace (a causa della perdita di plasticità neuronale); talvolta si osserva persino un aumento di questi comportamenti patologici. È quindi necessario assicurarsi che l’animale non abbia problemi comportamentali prima di considerarne la castrazione.
    • La sterilizzazione può avere un impatto sul mantello, soprattutto in alcune razze (ad esempio il Cocker spaniel), determinando la comparsa di mantello di aspetto giovanile.

    Raccomandazioni da adattare e in evoluzione

    La decisione di sterilizzare un cane o un gatto deve quindi essere attentamente valutata, considerando specie, razza, sesso, nonché il profilo del proprietario (qualità della medicalizzazione, nozione di “proprietario responsabile”) e lo stile di vita dell’animale. È necessario effettuare sistematicamente un consulto pre-sterilizzaizone per comprendere appieno le aspettative dei proprietari e ottenere il consenso informato.

    Le raccomandazioni della WSAVA saranno senza dubbio modificate negli anni a venire sulla base dei dati scientifici, in continua evoluzione. Inoltre, le razze (e le loro malattie ereditarie) cambiano, così come la visione della sterilizzazione nella nostra società si evolve.

  • Settore lattiero caseario: il punto della situazione al Dairy Summit 2024

    Settore lattiero caseario: il punto della situazione al Dairy Summit 2024

    Un susseguirsi di tavole rotonde con relatori di alto livello rappresentanti di tutto il settore lattiero caseario, che hanno inquadrato la situazione presente cercando di anticipare quella futura.

    Questo è stato il 6° Dairy Summit 20241, l’iniziativa di Tecniche Nuove con le sue testate di settore che, come ha ricordato nel suo saluto di benvenuto Ivo Nardella, amministratore delegato del gruppo milanese, è nata per creare un momento di analisi, confronto e proposta per tutta la filiera lattiero-casearia nazionale.

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    Un momento durante il Dairy Summit 2024.

    L’evento ha permesso ai molti partecipanti di avere un quadro completo della situazione nazionale e internazionale del settore lattiero caseario, delle sue prospettive e delle questioni più urgenti che si prospettano. Un quadro largamente positivo, anche se l’incertezza per la situazione geopolitica internazionale, le perplessità su quello che riserverà la nuova PAC, l’incognita dazi e le preoccupazioni sull’indirizzo che potrebbe prendere la vicenda etichettatura velano leggermente un orizzonte altrimenti sereno.

    I numeri del settore lattiero caseario

    In Italia, come illustrato da Ersilia di Tullio (Nomisma), continua un fenomeno in atto da tempo che riguarda la contrazione del numero di aziende produttrici di latte, sceso a circa 23 mila a giugno 2024 (-15,3% rispetto a giugno 2018) anche se resta sostanzialmente invariato, anzi, in leggerissima crescita, il numero di capi da latte considerando l’analogo periodo 2018-2014: il patrimonio nazionale da latte è pari a 2,6 milioni di capi.

    Le stalle diventano quindi sempre più grandi: nel 2018 il numero medio di capi per stalla era di 94, è salito a 112 nel 2024 (+18,5%). Aumenta anche la produttività delle stalle: se nel 2018 la media produttiva per capo era di 9,22 tonnellate di latte è salita nel 2024 a 9,84 tonnellate, con una crescita del 6,7%. Un dato che certifica la bontà e la consistenza degli investimenti fatti e i miglioramenti avvenuti in termini di selezione, alimentazione, gestione e strutture di allevamento.

    Un altro dato importante che trova conferma dal trend degli ultimi anni è la continua concentrazione del numero di stalle da latte nelle aree più vocate, a scapito delle altre parti del territorio nazionale. La Lombardia è sempre di più la Regione dove si produce più latte, con il 46% del totale e 6 milioni di tonnellate prodotte nel 2023. A seguire l’Emilia-Romagna (2,1 milioni di tonnellate, 16%), il Veneto e il Piemonte (1,2 milioni di tonnellate ciascuna, 9%) e il Trentino-Alto Adige (0,5 milioni di tonnellate, 4%).

    Queste Regioni rappresentano l’85% del latte prodotto in Italia: il rimanente 15% è distribuito nel resto delle altre Regioni, per un totale di 12,9 milioni di tonnellate di latte prodotto nel 2023. Questa tendenza è destinata a rafforzarsi ulteriormente nei prossimi anni, con una diminuzione prevista in particolare al Sud.

    Quanto a produzione, la proiezione dei dati riferiti al 2024 dovrebbe confermare la previsione di 13,1 milioni di tonnellate consegnate, eguagliando la produzione del 2021 nella quale si è raggiunto il picco. Al latte bovino si somma la produzione di quello bufalino e ovicaprino. Nel 2023 sono state consegnate 232mila tonnellate di latte bufalino (-0,4% rispetto al 2021) e 486mila tonnellate di latte ovicaprino (-1,4% rispetto al 2021).

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    © Dedy_SW – shutterstock.com

    Riguardo al livello di autoapprovvigionamento siamo scesi al 73,2% del 2024 dal 91,2% del 2023. Allargando la prospettiva a livello europeo, il decennio 2013-2023 ha fatto segnare una lieve diminuzione di capi (-0,7%) che si prevede in accentuazione nel prossimo decennio (-1,1%). Cresce la produzione media per capo, ma per effetto della riduzione della consistenza bovina la Commissione Settore latte UE prevede una leggera diminuzione (-0,2%) della produzione complessiva di latte per il prossimo decennio.

    Tutto ciò a seguito delle politiche restrittive su stalle e allevamenti adottate soprattutto in alcuni Paesi del Nord Europa, e in generale per le misure ambientali, la spinta verso il biologico, le misure sul benessere animale, che porteranno a una contrazione del numero di capi allevati, non completamente compensato dall’aumento di produttività.

    Consumi e mercati

    Caratteristica italiana è il suo legame con le trasformazioni di qualità a denominazione di origine. Questo permette di avere per il latte prodotto una valorizzazione maggiore rispetto ai mercati internazionali e anche di mantenere un forte legame con il territorio. Sono 856 le Indicazioni geografiche riconosciute in Italia, su un totale di 3.428 nell’intera UE: a queste produzioni è destinato il 47% del latte prodotto in Italia.

    Vale complessivamente 5,5 miliardi di euro il comparto dei formaggi a Denominazione di origine, pari al 60% del valore complessivo dell’intero settore food nazionale.

    Considerando i mercati di vendita, i dati mostrano una situazione molto diversa tra mercato interno ed export. Il mercato nazionale, nel quale latte e derivati costituiscono il 15% della spesa alimentare delle famiglie, è da anni stazionario, l’aumento a valore registratosi negli anni scorsi è addebitabile unicamente alla fiammata inflazionistica.

    Ben diversa è invece la situazione sui mercati esteri, che crescono a ritmo sostenuto con un valore atteso dell’export di formaggi nel 2024 di oltre 5 miliardi di euro. Dal 2014 al 2023 si è registrato un aumento dell’80,4% delle quantità esportate, arrivando nel 2023 a 594.800 tonnellate, con una proiezione per il 2024 di 660mila tonnellate (+12%). Quanto al valore complessivo, nel 2023 è stato di 4.947 milioni di euro e la stima per il 2024 è di una crescita del 9%, arrivando a 5.400 milioni di euro (dal 2014 al 2023 l’aumento di valore dell’export è stato del 129,3%).

    Sui mercati internazionali l’Italia è il terzo esportatore di formaggi, dietro a Germania e Paesi Bassi, con una quota di mercato del 12,6% ma con un trend di crescita (considerando il quinquennio 2018-2023) del 75,2%, il più alto di tutti i Paesi esportatori. C’è un altro dato positivo: analizzando l’export lattiero caseario italiano rispetto a quello dei competitor, si vede che per l’Italia la percentuale dei formaggi sul totale è dell’88%: ciò significa che si tratta di un export di valore, rispetto a prodotti meno qualificati quali latte in polvere o burro che rappresentano quote importanti dell’export di altri Paesi sui mercati mondiali.

    Nel paniere dei formaggi esportati la fanno da padrone i formaggi duri, quali Parmigiano Reggiano e Grana Padano, insieme ai grattugiati, pecorini e altri formaggi duri non Dop, cresce però l’export anche per i formaggi freschi, come le mozzarelle e anche altri freschi non a Denominazione di origine, come gli stracchini. I Paesi esteri dove è maggiormente indirizzato il nostro export in Europa sono Francia, Germania e Regno Unito, seguiti dagli Stati Uniti.

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    © The Image Party – shutterstock.com

    Cresce l’importanza del mercato cinese; i quantitativi sono ancora modesti, ma le percentuali di crescita (+196% la variazione delle importazioni cinesi dal 2018 al 2023) sono tali da rendere questo mercato uno dei più promettenti.

    Dazi ed etichettatura

    L’export italiano cresce dunque in tutti i principali Paesi, ma le tensioni geopolitiche mettono a rischio alcuni rilevanti mercati, in particolare quello americano e cinese. La questione dei possibili dazi sulle importazioni europee da parte del prossimo Presidente degli USA, Trump, così come analoghe misure che potrebbero essere prese dalla Cina, agita gli scenari e crea incertezza nelle previsioni: si calcola che per l’Italia i dazi penalizzerebbero le nostre esportazioni di circa 500 milioni di euro, pari al 10% circa del valore complessivo dell’export.

    Altra questione aperta con possibili effetti negativi sulle vendite dei nostri prodotti è quella della etichettatura fronte pacco degli alimenti. Attualmente circolano nei vari Paesi europei diversi modelli, e tra questi il Nutriscore che ha la spinta di Belgio, Paesi Bassi, Francia, Germania e Spagna oltre che di importanti gruppi della GDO. Come ricordato dal prof. Paolo De Castro, l’Italia con altri Paesi europei sta facendo una battaglia per contrastarlo proponendo un suo sistema di etichettatura, il Nutrinform Battery.

    Il Nutriscore ha infatti una impostazione focalizzata sull’evidenziazione di alcuni aspetti negativi (ad esempio la presenza di sale o di grassi) senza dare indicazioni sugli aspetti nutrizionali positivi. Il risultato è che non solo non informa il consumatore a livello nutrizionale, ma anche ne orienta le scelte, penalizzando in maniera a volte anche grottesca i prodotti italiani di qualità.

    Comunicazione settore-consumatori

    Altro aspetto sottolineato in più tavole rotonde: la necessità non più rinviabile di comunicare in maniera efficace con il consumatore, per raccontare ciò che è l’agricoltura e l’allevamento nella realtà, rispetto a quanto continuamente viene proposto in chiave solo negativa dai media.

    Anche perché dove manca l’allevamento, in particolare quello bovino, si ha un arretramento delle condizioni economiche del territorio oltre che un degrado ambientale. Questo è valido soprattutto per le zone di montagna e, letto attraverso questa lente, il dato della contrazione degli allevamenti in Italia dà ulteriori elementi di preoccupazione.

    Se poi l’allevamento è legato a produzioni a Denominazione di origine la ricaduta positiva sul territorio è ancora più importante. Una recente ricerca fatta dal Crpa ha dimostrato come nelle aree di montagna dell’Emilia-Romagna la vivacità economica e sociale fosse nettamente superiore dove di produceva Parmigiano Reggiano rispetto alle aree al di fuori della zona di produzione della Dop.

    Spunti e considerazioni

    Il Dairy Summit 2024 ha toccato altri temi di attualità per la filiera lattiero casearia. Ad esempio, la nuova PAC, strumento tra i più importanti a livello economico della UE che tuttavia, allontanandosi sempre più dalle ragioni che portarono alla sua creazione, destina ora – come ricordato dal leader della Coldiretti Ettore Prandini – solo il 30% del suo ammontare complessivo al sostegno economico degli agricoltori europei.

    Per questo Prandini ha sottolineato la necessità di pensare a nuove misure di sostegno al di fuori della PAC o a una sua diversa modulazione rispetto ad ora, citando ad esempio le misure legate agli eco-schemi che destinano contributi che in realtà pochi riescono a utilizzare.

    Si deve anche considerare il rischio per gli agricoltori legato ai cambiamenti climatici (che vedono l’agricoltura vittima più che artefice), da proteggere con forme di assicurazione.

    Maria Teresa Pacchioli, ricercatrice del Crpa, ha ricordato anche come per le aziende sia necessario un percorso di formazione per poter essere adeguatamente preparate alle sfide dei prossimi anni, come la certificazione della sostenibilità o la questione dei crediti di carbonio.

    Molto interessante anche la relazione del prof. Pier Sandro Cocconelli, preside di Scienze agrarie, alimentari e ambientali nonché ordinario di Microbiologia agraria dell’Università Cattolica di Piacenza, dedicata alle alternative sintetiche al latte.

    Davvero potrà essere replicato in maniera efficace, sicura e sostenibile in digestori industriali ciò che da millenni avviene nel digestore ruminale e che porta alla produzione di latte? Siamo ancora lontanissimi da ciò, ha assicurato il professore: quello che ora è possibile fare, andando a ingegnerizzare lieviti o alghe, è la bioproduzione di certi componenti bioattivi specifici e, per quanto riguarda le proteine del latte, solo la beta-lattoglobulina.

    Per avere però un prodotto a livello industriale con la complessità del latte e che possa avere un ruolo nelle fasi successive della trasformazione, senza contare l’aspetto puramente legato alla sostenibilità del processo, la strada da percorrere è ancora lunghissima.

    1. Piacenza, 5/12/2024: 6° Dairy summit. Organizzato da Tecniche Nuove. ↩︎
  • Microbiota intestinale: le conoscenze attuali

    Microbiota intestinale: le conoscenze attuali

    l microbiota si indaga dagli anni ‘50, con un intenso aumento delle pubblicazioni scientifiche dal 2005 in avanti; proprio in questo momento che funge da spartiacque sono state rese disponibili alcune tecnologie mediche di ultima generazione che hanno permesso alla ricerca di procedere velocemente e più profondamente.

    Definizione di microbiota e microbioma intestinale

    Il microbiota rappresenta la comunità di microrganismi (eucarioti, archaea, batteri, virus, funghi, protozoi) che abitano in un ambiente specifico, con caratteristiche fisiche e chimiche distinte. Questo ecosistema include un’enorme varietà di microrganismi e tutte le loro attività fondamentali per la salute locale e sistemica dell’ospite.

    Il concetto di microbiota è stato suggerito per la prima volta da Joshua Lederberg, che ha rimpiazzato il termine “flora batterica” per indicare la comunità ecologica di microrganismi commensali, simbiotici e patogeni che condividono lo spazio corporeo con l’ospite. È accettato che il termine “microbiota” sia utilizzato per descrivere altre comunità batteriche residenti su mucose o vari siti corporei (ad esempio la pelle), anche se il microbiota intestinale è quantitativamente il più rappresentato dell’organismo.

    Talvolta sovrapposto al termine “microbiota” – ma in realtà concettualmente distinto – il termine “microbioma” (microbiota + genoma) è oggigiorno utilizzato per riferirsi all’intera massa genetica dei microrganismi. Descrive le comunità genomiche batteriche, probabilmente però si dovrebbe fare riferimento rispettivamente al “batterioma”, “viroma”…

    Sembra che il numero di cellule microbiche sia di circa di 10 volte superiore a quello delle cellule dell’ospite che lo accoglie; il peso del microbiota umano è stimato in 1 kg.

    La composizione del microbiota

    Gli studi sull’uomo esaminano condizioni di eubiosi e disbiosi; infatti, potendo disporre di molti soggetti volontariamente arruolati è possibile creare gruppi omogenei. In Medicina Veterinaria, invece, sussiste il limite delle razze e della genetica che comportano disomogeneità nella casistica.

    Nel cane, il microbiota può contare fino a un milione di geni, una quantità talmente rilevante da essere chiamato per questo motivo “secondo genoma” dell’organismo.

    grafico-phyla-batteri-intestino-cane
    Distribuzione dei tipici phyla batterici nei diversi compartimenti del tratto intestinale del cane
    (tratto da: Schmitz S. et al., 2016).

    Attualmente, l’importanza della variabilità e la sua correlazione con la salute del tratto intestinale non sono ancora totalmente comprese, ma stanno emergendo sempre maggiori evidenze. In generale, il numero e la diversità batterica aumentano gradualmente lungo il tratto gastrointestinale del cane sano:

    • nello stomaco la carica batterica totale è relativamente bassa e appartiene principalmente ai Proteobacteria (99,6%) con una piccola quantità di Firmicutes (0,3%). Le altre specie sono Helicobacter e Lactobacillus spp.
    • la comunità microbica duodenale è composta da: Firmicutes (46,4%), Proteobacteria (26,6%), Bacteroidetes (11,2%), Spirochaetes (10,3%), Fusobacteria (3,6%) e Actinobacteria (1%);
    • nel digiuno sono stati identificati i Proteobacteria come i più abbondanti (46%), seguiti da Firmicutes (15%), Actinobacteria (11,2), Spirochaetes (14,2), Bacteroidetes (6,2%) e Fusobacteria (5,4%).

    Il microbiota di alcune specie animali è stato tipizzato di recente: quello canino è risultato sovrapponibile all’uomo per il 90% (forse anche per il condizionamento dovuto ad almeno 40.000 anni di convivenza?), mentre l’uomo e il suino hanno mostrato solo un 30% di sovrapposizione.

    Eubiosi vs disbiosi, un equilibrio precario

    Il microbiota intestinale si trova in una situazione di equilibrio dinamico. La sua composizione varia in risposta a continui fattori intrinseci ed estrinseci, tra cui la dieta, l’ambiente intestinale, l’età, la genetica e lo stile di vita del soggetto. Se questo equilibrio rimane sano, si avrà un ecosistema che vive in eubiosi. Quando un fattore rompe questo delicato equilibrio e si assiste a un’alterazione qualitativa e quantitativa, si parla di alterazione disbiotica.

    Non è scontato che la disbiosi comporti necessariamente il sopraggiungere di malattia clinicamente diagnosticabile; infatti, diversi individui potrebbero non avere alcun sintomo clinico. Non è da escludere comunque che tale squilibrio potrebbe favorire la prevalsa di alcune specie batteriche dannose che potrebbero incrementare l’infiammazione locale. La risposta dipende dalla gravità del processo e dalle caratteristiche del singolo soggetto.

    Da studi in Medicina Umana è emerso che, in base all’ambiente di vita e alle condizioni socio-economiche, il microbiota cambia. Si parla di “impronta digitale del microbiota e del metaboloma”, in quanto si tratta di organi strettamente specifici e tipici del singolo essere vivente; per questo un microbiota definito “normale” o “di riferimento” non esiste. Uno studio svolto sull’uomo (che ha incluso anche gemelli omozigoti), ha evidenziato che il microbiota intestinale di individui imparentati non era più sovrapponibile di quello di individui non imparentati. Questo indica anche che la dieta e l’ambiente di vita influenzano primariamente oltre che nel breve e nel lungo termine le comunità microbiche intestinali.

    Il microbiota è formato da due parti:

    • core: una volta stabilizzato e consolidato diventa molto resiliente. Modificarlo in maniera profonda risulta difficile in quanto tende a tornare alla sua condizione naturale e di base. Il momento della nascita e dello svezzamento sono fondamentali poiché si assiste ad una fase plastica del core del microbiota. Le specie core nel cane e nel gatto sono simili. Va specificato che un microbiota diverso a causa del sopraggiungere di fattori modulanti non può sostituire totalmente quello “vecchio”, in quanto il fenomeno della resilienza porta il core a tornare al suo assetto originario;
    • zona periferica: composta da specie accessorie (non core). Risulta molto più intaccabile dai fattori intrinseci ed estrinseci quali la dieta, l’ambiente intestinale, l’età, la genetica e lo stile di vita del soggetto.

    Il microbiota intestinale: un organo endocrino multipotenziale

    Il microbiota intestinale è riconosciuto come organo metabolico ed endocrino complesso, altamente attivo e ricettivo, con la potenzialità di influenzare la salute dell’ospite, partecipando a moltissimi processi fisiologici. Ciò avviene attraverso diverse vie metaboliche, come l’attivazione o l’alterazione di reazioni infiammatorie e anche attraverso la produzione dei prodotti fermentativi (acidi grassi volatili e non volatili).

    È coinvolto anche nella sintesi di neurotrasmettitori e ormoni che interagiscono con tutti gli altri organi e apparati dell’organismo. Tra questi i principali sono:

    • Grelina, leptina, peptide Y: coinvolti nella regolazione del comportamento alimentare.
    • Vitamina B12, acido folico, biotina, riboflavina: insieme al selenio e all’adenosina-chinina, partecipano alla metilazione del DNA.
    • Acido butirrico, acido propionico, acido acetico: interagiscono con molti recettori espressi sui linfociti, monociti, cellule B pancreatiche, tessuto adiposo, tessuto cardiaco, sistema nervoso centrale ecc…
    • Serotonina e triptofano: regolano i ritmi circadiani, gli equilibri sonno-veglia e le reazioni emotive.

    Il microbiota partecipa a processi fisiologici e immunologici vitali, tra cui l’omeostasi energetica e il metabolismo, l’equilibrio redox, la sintesi di vitamine, degli acidi biliari e altri nutrienti, la segnalazione endocrina, la prevenzione della colonizzazione di enteropatogeni, la regolazione della funzione immunitaria e il metabolismo di composti xenobiotici.

    In effetti, molte malattie gastrointestinali e sistemiche sono state associate a comunità microbiche intestinali aberranti. Non è chiaro se il microbioma partecipi direttamente alla patogenesi di questi stati patologici, tuttavia, prove crescenti lo vedono implicato a causa di interazioni complesse con i sistemi metabolici e immunitari dell’ospite.

    Attualmente è in corso lo sviluppo di test molecolari per gruppi batterici specifici, calcoli di indici di disbiosi microbica e test per metaboliti postbiotici funzionali per aiutare a valutare la disbiosi. Questi consentiranno una migliore comprensione della fisiopatologia delle malattie gastrointestinali e potrebbero anche portare a nuovi approcci diagnostici e terapeutici.

    Se i cambiamenti della composizione del microbiota siano la causa oppure il risultato delle reazioni immunitarie aberranti osservate nel tratto gastroenterico nel paziente con IBD, resta una questione dibattuta.

    grafico-phyla-batteri-intestino-cane-IBD
    Distribuzione dei phyla batterici nel duodeno di 14 cani con malattia infiammatoria intestinale (IBD) e di 6 cani sani (tratto da: Schmitz S. et al., 2016, basato su: Suchodolski et al., 2012).

    Il trapianto di microbioma fecale (FMT): evidenze in Medicina Veterinaria

    Il trapianto di microbioma fecale comporta il trasferimento di feci da un donatore sano al tratto intestinale di un ricevente malato.

    L’esperienza in Medicina Umana

    Il primo resoconto moderno di FMT, per il trattamento di esseri umani con colite pseudomembranosa, è stato riportato nel 1958. La prima condizione per cui l’FDA ha validato lo status di nuova terapia sperimentale negli Stati Uniti è stata l’infezione da Clostridium difficile. Nei pazienti affetti da clostridiosi ricorrente che presentavano proporzioni ridotte di Bacteroidetes e Firmicutes fecali, si è raggiunto un tasso di guarigione di circa il 90% dopo aver ricevuto il trapianto.

    Nei pazienti riceventi, il microbiota fecale rispecchiava quello del donatore, fino a 24 settimane dopo il trapianto. Sono stati inoltre segnalati miglioramenti clinici in pazienti umani con IBD, sclerosi multipla, distonia mioclonica e colite ulcerosa refrattaria e sindrome metabolica.

    Due review di Medicina Umana mostrano che il trapianto fecale è risultato sicuro ed efficace nell’83-92% dei pazienti, i quali inoltre hanno raggiunto la piena risoluzione dei segni clinici.

    L’esperienza in Medicina Veterinaria

    Se in Medicina Umana l’FMT è ritenuto risolutivo per combattere Clostridium difficile in quanto l’antibiotico non ha effetti, l’enteropatia degli animali domestici non è sovrapponibile al precedente quadro: il trapianto fecale non risulta sufficiente come unica terapia, seppur continuativa nel tempo.

    Attualmente l’esperienza nei piccoli animali per quanto riguarda la sicurezza e l’efficacia di FMT è ancora aneddotica. Due recenti abstract forniscono informazioni sull’FMT nei cani.

    • Un cane con IBD è migliorato notevolmente dopo aver ricevuto un clistere FMT ed è rimasto privo di segni clinici per 3 mesi. Il sequenziamento ha rivelato che 2 giorni dopo l’FMT, il microbiota fecale del cane era più simile al donatore rispetto al suo campione pretrattamento. Il campione fecale post-FMT aveva una maggiore diversità microbica rispetto al campione pre-FMT.
    • Un altro studio ha documentato un FMT riuscito in 8 cani con diarrea associata a C. perfringens refrattaria. Il trapianto è stato somministrato tramite clistere e la diarrea si è risolta in tutti i cani dopo il trattamento.

    Trattandosi di una terapia di supporto che si basa su protocolli totalmente individuali e ancora empirici, non ci sono in letteratura evidenze universali. Alcuni gruppi di lavoro che si occupano di gastroenterologia hanno approfondito il tema del trapianto fecale: nella loro casistica, il 76% dei cani è migliorato dopo il secondo o terzo trattamento. Non bisogna però confondere la guarigione con il miglioramento clinico, infatti, nel corso di enteropatie croniche non sarebbe realistico raggiungere una guarigione totale del processo infiammatorio cronico.

    Il paziente ideale dovrebbe essere giovane e avere un grado lieve-moderato di enteropatia, possibilmente con una risposta clinica non soddisfacente rispetto alle canoniche terapie.

    Gli studi in Medicina Veterinaria indicano la possibilità di svolgere diversi tipi di trapianto fecale:

    • per bocca tramite prodotto che esita da un processo di congelamento, triturazione, liofilizzazione, macinazione, filtraggio, e incapsulamento
    • nel colon-retto tramite clistere (enema)
    • nel colon-retto per via endoscopica

    A causa della scarsità di dati basati sull’evidenza che includono le indicazioni di utilizzo, l’incertezza riguardo alla selezione di donatori appropriati, la preparazione dei campioni fecali del donatore e i metodi di somministrazione, gli autori non raccomandano FMT, tranne che per i casi di diarrea associata a Clostridium e altre enteropatie croniche che sono refrattarie alle terapie standard.

    Microbiota, un organo poliedrico dalle mille relazioni interpersonali

    I cambiamenti nel microbiota gastrointestinale sono associati a malattie nell’uomo e negli animali: infiammazioni intestinali, asma, obesità, sindrome metabolica, malattie cardiovascolari, condizioni immunomediate, condizioni neurologiche e psichiche (es. disturbo dello spettro autistico).

    Studi recenti su animali da laboratorio indicano una finestra in cui il microbiota intestinale entra in profonda relazione con lo sviluppo di diversi organi, sistemi, apparati.

    Microbiota e alimentazione a base di ingredienti animali crudi

    Un grande rischio che la categoria medico veterinaria sta notando negli ultimi anni riguarda la scelta di nutrire gli animali con prodotti di origine animali crudi (BARF = Biologically Appropriate Raw Food). In tutto il mondo industrializzato si assiste alla ricerca di un ritorno alle origini, da qui la tendenza di alcuni proprietari a scegliere diete crude, soprattutto nell’ambito della nutrizione canina (meno in quella felina).

    Diversi studi si sono concentrati proprio sull’alterazione dei microbiota intestinale come anche sugli squilibri nutrizionali e sui rischi igienico-sanitari per la salute pubblica conseguenti a questa scelta. Le possibili infezioni e infestazioni a carico del proprietario possono coinvolgere Salmonella spp., Campylobacter spp., Listeria monocitogenes, Escherichia coli, Clostridium spp., Yersinia enterocolitica, Cryptosporidium, Toxoplasma gondii, Alfaherpesvirus 1 (morbo di Aujesky), Echinococcus multilocularis, Mycobacterium bovis.

    La composizione del microbiota analizzata in soggetti alimentati con dieta BARF aveva un maggior indice di variabilità (beta diversità) in confronto ai cani che utilizzavano sola una dieta estrusa (crocchette), d’altro canto, è emerso un aumentato indice di disbiosi oltre che una maggior abbondanza di Escherichia coli, C. perfringens e streptococchi. Si evince che le comunità microbiche e il metaboloma variano significativamente tra i cani alimentati con BARF e quelli alimentati commercialmente.

    Microbiota e sistema immunitario

    Le prime prove di un effetto terapeutico dei probiotici risalgono al 1909: uno studio descriveva il miglioramento dell’artrite autoimmune dopo l’integrazione con colture vive di Streptococcus lactis e Bacillus bulgaricus.

    Da un’altra ricerca si è visto che i roditori senza batteri (germ free) avevano una conformazione anatomica dei villi diversa dalla normalità. L’intestino in questi soggetti è stato colonizzato con batteri, stimolando lo sviluppo del loro sistema immunitario. Sono state riportate differenze significative anche nei loro metabolomi plasmatici, soprattutto se paragonati a quelli dei topi convenzionali, concludendo che il microbiota interagiva con circa il 10% dei percorsi metabolici dell’ospite.

    La colonizzazione intestinale di cavie germfree ha modificato anche alcuni comportamenti patologici stress-correlati e legati alla sfera affettiva.

    Questo dato indica nuovamente che il microbiota partecipa allo sviluppo degli individui e che può avere effetti anche a lungo termine.

    Negli esseri umani e negli animali da laboratorio, una vasta gamma di malattie sistemiche su base immunomediata quali artrite reumatoide, atopia e asma è stata correlata alla disbiosi intestinale. Queste associazioni non sono state ancora identificate nei piccoli animali.

    Nonostante la scarsità di dati e la mancanza di chiarezza riguardo al ruolo del microbiota nella patogenesi delle condizioni qui esaminate, ci sono chiari collegamenti tra il microbiota intestinale e la salute sistemica.

    Microbiota e cervello/comportamento

    Il sistema nervoso enterico è strettamente collegato a quello centrale, infatti, la comunicazione continua tra i due cervelli avviene grazie ai neuroni (via nervosa) e anche grazie ai neurotrasmettitori e ormoni (via endocrina). Se da un lato il sistema nervoso centrale condiziona la produzione di muco e la peristalsi intestinale, d’altro canto una psiche alterata, con picchi emotivi non ben gestiti, modifica il microbiota.

    In Medicina Umana sono stati svolti approfonditi studi che correlano il morbo di Chron con gli stati di depressione e le patologie intestinali con gli stati epilettici. Questi legami indicano chiaramente quanto il microbiota alterato possa condizionare lo sviluppo neurocomportamentale.

    Alcune ricerche scientifiche hanno evidenziato che il 20% dei pazienti umani con malattie infiammatorie intestinali manifestavano disturbi del sonno e depressione.

    Microbiota e reni

    Studi recenti su cani e gatti evidenziano il legame tra la salute intestinale e quella dell’apparato urinario, “gut-kidney axis”, suggerendo che un intestino sano possa prevenire il passaggio di tossine nel sangue. Questo è particolarmente importante in presenza di patologie renali croniche, poiché tali tossine, se non adeguatamente eliminate, possono aggravare ulteriormente la malattia renale.

    I prebiotici, probiotici e simbiotici rappresentano un’innovativa strategia nutrizionale per supportare la salute degli animali. Possiedono effetti antinfiammatori, antiossidanti e immunomodulatori locali e sistemici. Alcuni esempi di prebiotici con comportamento benefico renale sono:

    • Xylo-oligosaccaridi (XOS). Provenienti principalmente dalle pareti cellulari delle piante che contengono lignocellulosa, favoriscono la crescita di batteri benefici come bifidobatteri e lattobacilli nell’intestino. Nelle malattie renali, gli XOS migliorano la salute del microbiota intestinale, riducendo le tossine uremiche come p-cresil solfato e indoxil solfato, che contribuiscono alla progressione della malattia renale cronica. Gli studi sugli animali hanno mostrato che gli XOS riducono l’infiammazione sistemica e migliorano la funzione renale, diminuendo i livelli di creatinina sierica e di azoto ureico nel sangue.
    • Mannano-oligosaccaridi (MOS). Derivano dalla parete cellulare di lieviti (es. Saccharomyces cerevisiae). Nelle patologie renali croniche, anche i MOS possono migliorare la salute del microbiota intestinale, favorendo la crescita di batteri benefici e riducendo l’accumulo di tossine uremiche che aggraverebbero il danno renale.
    • Psillio (Plantago afra) pianta officinale appartenente alla famiglia delle Plantaginaceae. Il gel che si genera nell’intestino aumenta il volume della massa fecale, ne ammorbidisce il contenuto e stimola meccanicamente la peristalsi facilitando lo svuotamento e la defecazione. La mucillagine ha inoltre proprietà antinfiammatorie e lenitive sulla mucosa. Le bucce e i semi di psillio sono utilizzati per migliorare la salute intestinale e possono avere effetti benefici anche nelle patologie renali. Studi scientifici su cani e gatti hanno dimostrato che l’integrazione con psillio può ridurre l’infiammazione e lo stress ossidativo. Inoltre, migliorano i marker di funzionalità renale, si riducono i livelli di creatinina sierica e azoto ureico nel sangue, si attenua il danno tubulo-interstiziale renale, migliora il microbiota intestinale e la funzione della barriera intestinale, si riducono i livelli sierici di interleuchina (IL)-1, IL-6 e solfato di indossile. Questi risultati dimostrano il potenziale della supplementazione di psillio nel trattamento della malattia renale cronica, rallentando la progressione della malattia.
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    Pianta officinale appartenente alle Plantaginaceae, la Plantago afra (psillio) fornisce bucce e semi che vengono utilizzati per migliorare la salute intestinale e che possono avere effetti benefici anche nelle patologie renali. © cmac2009 – shutterstock.com

    Microbiota e tratto genitale

    Dopo aver trattato i ratti con Lactobacillus e trapianto di microbiota fecale (FMT) proveniente da ratti sani, si è scoperto che i cicli estrali erano migliorati grazie a una diminuzione della biosintesi degli androgeni. Anche la morfologia ovarica si è normalizzata. Nelle donne con infezioni ricorrenti del tratto urinario, la somministrazione orale di un probiotico aiuta a ripristinare il normale microbiota vaginale.

    Sulla base di tale scoperta, è stato condotto uno studio per determinare se la somministrazione orale di un probiotico avrebbe avuto un analogo riscontro anche nelle cagne. Gli studiosi hanno scoperto che la somministrazione orale di un simbiotico commerciale non ha modificato la popolazione vaginale canina, tuttavia, non sono state incluse cagne con una storia d’infezioni ricorrenti urinarie ma solo soggetti sani.

    Altre evidenze indicano che i neonati partoriti per via vaginale ospitano comunità microbiche, Lactobacillus spp. e Bifidobacterium spp., simili a quelle presenti nel canale vaginale della madre. Al contrario, i neonati partoriti tramite parto cesareo sono stati colonizzati da comunità microbiche composte da comuni microbi della pelle come Staphylococcus.

    Questi studi suggeriscono che l’acquisizione neonatale del microbiota intestinale dipende dagli organismi incontrati nei primi giorni di vita dalla madre e dall’ambiente circostante. Anche la modalità di nascita, gli antibiotici e la dieta hanno influenzato la colonizzazione microbica.

    Microbiota e cute

    Sono stati condotti studi per valutare i cani sensibilizzati a Dermatophagoides farinae. Una coppia riproduttiva ha generato due cucciolate, di cui la prima è stata scelta come campione di controllo. La coppia riproduttiva ha ricevuto un probiotico prima della nascita della seconda cucciolata, la quale ha ricevuto il probiotico da 3 settimane a 6 mesi di età.

    Tutti i cuccioli, sottoposti a test allergeni intradermici, sono risultati sensibilizzati a D. farinae, sebbene coloro che hanno ricevuto il probiotico abbiano avuto reazioni ridotte ai test cutanei intradermici e titoli IgE più bassi. I segni clinici dopo l’esposizione all’allergene non erano diversi tra le due cucciolate e la valutazione dei campioni di biopsia cutanea non ha rivelato alcuna differenza nell’espressione della filaggrina (proteina meno espressa negli animali con dermatite atopica).

    Tuttavia, a 3-4 anni d’età i cani che avevano ricevuto il probiotico in giovane età presentavano una gravita dei segni clinici ridotta.

    Microbiota e sindrome metabolica

    Studi recenti hanno rivelato correlazioni convincenti tra obesità, sindrome metabolica e disbiosi intestinale negli esseri umani, negli animali da laboratorio e negli animali domestici. Uno studio condotto su topi germ free a cui è stato inoculato il contenuto intestinale di topi convenzionali suggerisce un collegamento diretto e causale tra il microbiota intestinale e l’aumento dell’adiposità e del peso corporeo. Ciò si è verificato a causa di un accentuato assorbimento intestinale dei monosaccaridi e di un’incrementata deposizione di trigliceridi, nonostante la restrizione calorica.

    Per comprendere meglio va considerato che proprio il microbiota produce acidi grassi a corta catena, molecole che riducono il tempo di transito intestinale e promuovono l’adiposità.

    Anche recenti studi di sequenziamento dell’DNA mitocondriale di campioni fecali di esseri umani obesi, rivelano che l’obesità umana è associata a una ridotta diversità batterica, oltre che a ridotte quantità di Bacteroidetes fecali, dato verificato anche nella specie felina. Coerentemente, la perdita di peso eèstata associata a un aumento proporzionale di Bacteroidetes.

    Non solo la quantità ma anche il rapporto tra diverse popolazioni batteriche e rilevante: uno stato di disbiosi caratterizzato da un rapporto Firmicutes:Bacteroidetes aumentato è stato identificato nei topi obesi.

    Sembra che i cambiamenti nel microbiota sopra citati si verifichino prima che l’obesità sia clinicamente evidente e rilevante.

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    Principali funzioni del microbiota intestinale.

    Conclusioni

    Attualmente le informazioni disponibili riguardo alle conseguenze metaboliche della disbiosi intestinale sono ancora piuttosto limitate, tuttavia, è possibile affermare che l’antica massima “Tutte le malattie iniziano nell’intestino”, affermata da Ippocrate nel III secolo a.C., sembra essere piuttosto coerente con la medicina moderna.

    Le attuali evidenze sul microbiota intestinale in Medicina Umana e animale hanno rivelato inimmaginabili connessioni e interazioni complesse tra cellule, tessuti, organi, sistemi, apparati che aprono la strada verso un interessante filone di ricerca.

    Per saperne di più:
  • Cavallo sportivo ed etologia: l’importanza nel riconoscimento del sovrallenamento e del dolore subclinico

    Cavallo sportivo ed etologia: l’importanza nel riconoscimento del sovrallenamento e del dolore subclinico

    I progressi tecnici compiuti dalla medicina veterinaria equina consentono un trattamento più preciso ed efficiente del cavallo sportivo. Allo stesso tempo, lo sviluppo della ricerca in etologia equina, in un contesto domestico, offre nuovi indicatori comportamentali idonei a rivelare uno stato emotivo degradato, talvolta associato a dolore. Questi due approcci potrebbero rivelarsi del tutto complementari.

    Un’attenta osservazione del comportamento del cavallo sportivo durante l’esame e al di fuori del contesto in cui il disturbo si manifesta e motiva la visita, può fornire preziosi spunti per guidare il medico veterinario nel suo approccio diagnostico. Questo articolo affronta i cambiamenti comportamentali evidenti, quelli più discreti e le fonti di informazione che potrebbero aiutare il medico veterinario durante la raccolta dell’anamnesi.

    Cambiamenti comportamentali evidenti nel cavallo sportivo

    I cambiamenti comportamentali di un cavallo sportivo, sia durante l’esercizio sia al di fuori delle interazioni con l’uomo (nel box, nel paddock o nel prato), devono attirare l’attenzione.

    Il cavaliere di salto a ostacoli Eric Vigeanel, ex cavaliere di completo, medaglia d’argento ai campionati europei a squadre del 2007 e partecipante ai giochi olimpici del 2008, aveva notato uno cambiamento estremamente evidente nel comportamento di uno dei suoi giovani cavalli, di 5 anni, al lavoro da un anno. Il cavallo si alzava improvvisamente a ogni monta, poi saltava sul posto finche il cavaliere non cadeva.

    Considerando che questo cambiamento di comportamento non era gratuito, data la buona volontà di questo cavallo in precedenza, e nonostante l’assenza di segni fisici di dolore, il cavaliere ha richiesto esami approfonditi al suo medico veterinario. Non si riscontrava zoppia, ma era presente un cheratoma in ciascun piede anteriore. Una volta trattate le lesioni, il cavallo è tornato al lavoro e alla gare con un comportamento normale.

    La riluttanza, o il rifiuto di obbedire, che talvolta si manifesta con violenza, si spiega a livello etologico con l’associazione creata dal cavallo tra disagio, dolore, incomprensione e comportamento, che gli permette di sottrarsi più o meno a lungo a questa situazione spiacevole.

    Questo è un processo di apprendimento da parte del cavallo, a volte in un unico momento. Se tale comportamento è stato per lui vantaggioso, lo riprodurrà con maggiore sicurezza, forza o durata fino a quando il fattore scatenante non viene identificato ed escluso e non viene intrapreso un lavoro di rieducazione. La causa scatenante può essere un dolore o la mancata comprensione delle richieste del cavaliere.

    Non tutti i cavalli reagiscono in questo modo. Alcuni continuano a collaborare con il cavaliere nonostante la presenza di dolore. Jean-Marie Clair, che rieduca i cavalli “ribelli”, ritiene che nel 90% dei casi il problema derivi da una causa fisica non individuata e non trattata [comunicazione personale]. Il trattamento riabilitativo dovrebbe quindi prevedere innanzitutto un’accurata valutazione veterinaria, per poter curare eticamente il cavallo.

    Questa constatazione è sorprendente, soprattutto perché secondo le osservazioni degli autori riguarda tutto il mondo equestre: se il cavallo non adotta il comportamento previsto, la sua volontà viene messa in discussione prima di interrogarsi o approfondire la sua condizione fisica. Ciò e probabilmente dovuto ai costi, dato che una valutazione approfondita di questi animali è onerosa, mentre la prospettiva di affidare il cavallo a un “educatore” fa sperare, a volte erroneamente, in una riduzione dei costi. La questione resta aperta, cosi come le ipotesi, ma resta il fatto che il termine “ribelle” suggerisce l’esistenza di un “difetto” nel cavallo più che una possibile sofferenza.

    Malessere generato dall’apprendimento

    L’educazione del cavallo non deve essere trascurata. Dato il gran numero di professionisti che si sono affermati a partire dagli anni 2000 come specialisti nella rieducazione comportamentale dei cavalli per renderli nuovamente idonei all’uso da parte del loro cavaliere, è probabile che siano molti i cavalli che soffrono di difficolta di apprendimento.

    L’International Society for Equitation Science (ISES) è stata costituita nel 2007 per promuovere l’applicazione delle teorie dell’apprendimento (ovvero tutti i concetti e i meccanismi della cognizione animale in etologia) nell’equitazione, al fine di garantire il benessere dei cavalli qualunque sia la loro disciplina.

    Creata da specialisti del comportamento equino, medici veterinari ed etologi, questa associazione richiama l’attenzione dei cavalieri sugli elementi visibili che tradiscono incomprensione o dolore, che, in entrambi i casi, sono sinonimi di disagio, come un’insolita inclinazione della nuca, ripetuti colpi di coda durante determinati movimenti o il rifiuto di eseguire un esercizio che fino a quel momento non presentava alcuna difficoltà.

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    Comportamento conflittuale: dai segnali sottili alla riluttanza evidente 1. Squilibrio del cavaliere. 2. Angolo testa-collo chiuso. 3. Bocca aperta. 4. Arti diagonali non paralleli al trotto. 5. Sclera dell’occhio visibile, sopracciglio corrugato. 6. Orecchie abbassate all’indietro. 7. Lingua fuori. 8. Calcio. 9. Collo alto con schiena incavata. 10. Colpi di coda. 11. Testa inclinata lateralmente. 12. Impennata, salto del montone.

    L’ISES elenca anche dieci principi che rappresentano le raccomandazioni per l’addestramento dei cavalli in base alle conoscenze scientifiche in materia. Le basi di queste conoscenze, in particolare come apprende un cavallo e come deve agire il cavaliere per insegnargli un esercizio, sono incluse dal 2012 nei livelli di progressione della Federazione equestre francese.

    Secondo i cavalieri che hanno integrato con successo questi principi di apprendimento nelle loro tecniche di allenamento, la maggior parte degli altri cavalieri ha ancora margini di miglioramento nel far eseguire ai cavalli i movimenti desiderati senza stancarli con la ripetizione incessante degli esercizi. In effetti, questa ripetizione servirebbe solo a rassicurare il cavaliere più che a sviluppare le capacita di esecuzione del cavallo.

    Caroline Godin, amazzone di dressage, partecipa per il suo secondo anno a livello di Grand Prix con la sua cavalla Querida de Hus, che ha acquisito dopo la doma. Secondo Caroline, la cavalla di 13 anni ha capito cosa doveva fare e quindi ha acquisito facilita nei movimenti e nella loro esecuzione. Mostra cosi più “brillantezza ed energia” e la “freschezza” della cavalla negli ultimi movimenti dell’esercizio conferma che non è né stanca né esaurita fisicamente.

    Nell’allenamento il cavaliere predilige sessioni brevi (non più di 30 minuti dopo il riscaldamento), la varietà delle sessioni di lavoro durante la settimana con delle uscite e un ambiente di vita nel paddock per mezza giornata con un altro cavallo. Nel box la cavalla è in contatto diretto con altri due coetanei (possono pulirsi a vicenda).

    Anche Maxime Collard, cavaliere di dressage che ha partecipato ai giochi di Tokyo nel 2021 con lo stallone Cupido, ritiene ovvio portare varietà nel lavoro dei cavalli. Cosi, per le gare di Gran Premio, il suo cavallo viene addestrato sulla pista di galoppo e all’aperto con dislivelli. Questo cavaliere insiste anche sulla necessità di rispettare i bisogni fondamentali dei cavalli.

    Lo stile di vita è quindi incentrato sulle uscite giornaliere al paddock su erba. Questi due cavalieri, come Eric Vigeanel, ritengono che quando il loro cavallo, qualunque sia la sua età e il livello di allenamento, ha un rendimento inferiore rispetto al passato, bisogna ricercare una causa fisica sottostante. Tutti i criteri pragmatici che utilizzano questi cavalieri non sono certamente scientifici, ma risultano da una successione di interazioni che, sommate tra loro, costituiscono una relazione e indirizzano le loro decisioni. Per oggettivare queste osservazioni sul campo, il contributo del medico veterinario è complementare.

    Prevenire i rischi di sofferenza

    Nell’ottica di prevenire le situazioni che causano dolore, il medico veterinario cerca di garantire il benessere dei suoi pazienti.

    “Il benessere di un animale è lo stato mentale e fisico positivo legato alla soddisfazione dei suoi bisogni fisiologici e comportamentali, nonché delle sue aspettative. Questo stato varia in base alla percezione della situazione da parte dell’animale”

    Anses (Agence nationale de sécurité sanitaire de l’alimentation, de l’environnement et du travail)

    Considerare il benessere si riduce all’osservazione attenta dell’animale e all’avere a disposizione criteri oggettivi, che l’etologia oggi fornisce, anche per quanto riguarda lo stato emotivo. Anche osservare gli elementi dell’ambiente è importante, poiché contribuiscono al benessere o rischiano di alterarlo. Questa parte della valutazione riguarda piuttosto il benessere, vale a dire l’insieme dei mezzi messi in atto per soddisfare i bisogni degli animali pur consentendo la loro interazione con l’uomo.

    Quindi, rispettare la dieta, che dovrebbe essere a base di fibre lunghe, e garantire la possibilità di muoversi liberamente in modo regolare e di avere contatti con i conspecifici sono i tre punti fondamentali che, se carenti, espongono i cavalli a un maggior rischio di sviluppare patologie, come coliche o disturbi comportamentali.

    La qualità delle superfici delle aree di esercizio, le fonti di polvere, la disponibilità di acqua e molti altri punti devono essere controllati per poter valutare in toto il grado di benessere di un cavallo.

    La frequentazione regolare di una scuderia fornisce al medico veterinario un quadro abbastanza preciso. Tutti questi elementi consentono di dare consigli al proprietario al fine di prevenire situazioni di disagio.

    Tra sovrallenamento e sottoallenamento

    Il sovrallenamento è temuto da cavalieri e addestratori, che giustamente si preoccupano di non sottoporre i loro cavalli a sforzi eccessivi. Non sempre l’eccesso di sforzo fisico si traduce in un peggioramento dei parametri vitali che i medici veterinari sanno interpretare. I cambiamenti comportamentali si manifestano prima che qualsiasi indicatore ematobiochimico venga modificato.

    La mancanza di desiderio di recarsi sul luogo dell’addestramento o i tentativi di fuga sono segnali riportati nello studio di Tyler-McGowan e dei suoi colleghi. Anche un’espressione insolita a riposo e cambiamenti nei punti di appoggio sugli arti anteriori potrebbero caratterizzare le conseguenze di un lavoro faticoso. Se segnali simili si associano a ripetuti problemi durante la competizione, probabilmente la colpa e del sovrallenamento.

    Tuttavia, al contrario, in un monitoraggio effettuato da Anne Courouce, l’analisi della fase di addestramento di 4 cavalli ha mostrato che erano troppo poco sollecitati [comunicazione personale]. È stata osservata una forte discrepanza con i giorni di gara in termini di intensità e tipologia di lavoro svolto. I luoghi di addestramento sono stati quindi diversificati (ad esempio, lavoro di fondo nel bosco) e i cavalli hanno ritrovato il morale e non hanno più presentato miosite ricorrente dopo le gare.

    In questo caso, il sottoallenamento e la monotonia della preparazione hanno prodotto effetti simili al sovrallenamento. I consigli del medico veterinario sulla preparazione fisica, per qualunque disciplina e qualunque livello, possono aiutare a migliorare il benessere dei cavalli durante l’esercizio.

    Modificazioni comportamentali discrete

    Prima di arrivare ai segni più importanti, come i vari comportamenti designati come “riluttanza”, ci sono segni più discreti. Un caso complesso di sottoperformance in un cavallo di salto ostacoli di alto livello, presentato a Julie Dauvillier, medico veterinario, è stato risolto grazie alla descrizione del comportamento atipico del cavallo al ritorno dalle sessioni di salto ostacoli [comunicazione personale].

    I numerosi esami effettuati hanno permesso di escludere le cause più frequenti di scarso rendimento e di rilevare la presenza di un processo doloroso senza poterne identificare l’origine.

    Il suo stalliere, esperto e che conosceva il cavallo da diversi anni, aveva notato che era rimasto fermo di fronte al muro per 20 minuti dopo essere tornato dal lavoro, prima di riprendere la “vita di un cavallo normale” e iniziare a mangiare il suo fieno. Le condizioni che determinavano la comparsa di questo comportamento sono state riprodotte in presenza del medico veterinario che, conoscendo le espressioni facciali del dolore, ha potuto osservare e riconoscere i segni del dolore acuto (orecchie all’indietro, mento prominente, labbra serrate, occhi socchiusi).

    Uno scolo nasale durato diversi mesi, poi la sua inspiegabile cessazione, ha suggerito l’esecuzione di un esame radiografico della testa, che ha rivelato la presenza di una cisti sinusale. Una volta operato, il cavallo e tornato ai livelli di performace precedenti e non ha più manifestato momenti di prostrazione dopo il lavoro.

    Per avere elementi condivisibili tra gli osservatori, Gleerup e Lindegaard hanno rivisto tutta una serie di studi e hanno proposto una scala per rilevare il dolore nei cavalli sulla base delle caratteristiche comportamentali.

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    Scala del dolore equino proposta da K. Gleerup e C. Lindegaard.
    *Comportamenti marcati legati al dolore includono quelli facilmente visibili, come i movimenti eccessivi della testa (verticali o laterali), il flehmen, i calci con le zampe posteriori (verso l’addome o in altro), il grattamento con le zampe anteriori, i rotolamenti, i colpi di coda, i movimenti della bocca (sbadigli, digrignamento dei denti), stretching ecc.
    **Si sta parlando di cavalli nel box, ma questo criterio può essere trasposto a un cavallo nel paddock o nel prato confrontando la sua posizione attuale con le sue abitudini.

    Hanno scelto di non includere parametri vitali come la frequenza respiratoria o cardiaca poiché, a seconda del disturbo, questi parametri possono essere modificati e non sono sempre correlati al dolore. La valutazione dura 2 minuti per ogni cavallo. In base alle sue condizioni, a volte è necessario rivalutare il dolore più volte durante il giorno o anche ogni ora. Questa valutazione include una scala del dolore facciale.

    L’aggressività, anche al di fuori del test di avvicinamento, è da considerarsi segno di disagio (ad esempio, morsi o minaccia di morsi al posizionamento del sottopancia).

    Per il cavallo montato, Dyson e Pollard hanno stabilito un repertorio comportamentale in grado di rivelare dolore muscoloscheletrico. La valutazione si basa su 24 criteri, metà dei quali riguardano le espressioni facciali. L’attrezzatura (sella, imboccatura ecc.), il livello del cavaliere, il peso e l’equilibrio potrebbero influenzare queste espressioni comportamentali (ad esempio, apertura della bocca, posizione del muso rispetto alla verticale). Rimuovendo il dolore tramite anestesia, questi comportamenti scompaiono; ciò suggerisce che questi fattori sono di minore importanza.

    Scala del dolore facciale (horse grimace scale)

    Il lavoro di Dalla Costa e dei suoi collaboratori si è concentrato sulle espressioni facciali. Questi autori hanno stabilito una scala del dolore facciale utilizzando cavalli sottoposti a castrazione. La valutazione e espressa in 6 punti. Ogni punto viene valutato con un punteggio compreso tra 0 (elemento osservabile totalmente assente) e 2 (totalmente presente), con un punteggio pari a 1 per gli elementi intermedi. Il punteggio massimo è 12.

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    Espressione facciale del dolore nel cavallo.
    Da Gleerup et al. 2015.

    Questa scala può essere utilizzata per gli interventi di castrazione, la laminite acuta, i disturbi dentali o il dolore viscerale.

    In un altro studio, dove il dolore e indotto dall’applicazione di una crema riscaldante sulla cute e dalla compressione dei muscoli dell’arto anteriore con un bracciale, come per misurare la pressione sanguigna, l’occhio non è semichiuso, contrariamente a quanto notato in precedenti pubblicazioni su diverse fonti di dolore. In questo studio, l’occhio è invece spalancato e da l’impressione di uno sguardo fisso e “intenso” (termine soggettivo usato dagli autori per descrivere una riduzione dell’ammiccamento, probabile segno di preoccupazione, e un occhio spalancato senza lasciar vedere la sclera).

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    © Elya Vatel – shutterstock.com

    L’esperienza sul campo dimostra che questi segnali possono essere osservati anche per altri tipi di dolore, come quello avvertito dai cavalli con una cisti sinusale, menzionata in precedenza. Per contro, per le sindromi da ulcera gastrica, l’espressione facciale non ha rivelato in modo significativo la presenza di dolore, forse per la sua cronicità.

    Con la griglia di valutazione globale dell’espressione del dolore nei cavalli e, in particolare, nello studio dell’espressione facciale, un cavallo senza dolore non ha necessariamente un punteggio pari a zero, in quanto alcuni elementi possono ricevere un punteggio pari a 1. Al contrario, un cavallo che avverte dolore può non manifestare tutti i segni. Inoltre, un elemento della scala preso separatamente non indica la presenza di dolore. Ad esempio, la chiusura dell’occhio è fisiologica nel cavallo che dorme oppure l’attenzione verso una parte del corpo è normale quando il cavallo si gratta.

    I cavalli, come gli esseri umani, hanno soglie del dolore individuali. Ad esempio, in caso di coliche, a parità di dolore, un cavallo purosangue inglese può mostrarsi molto agitato, rotolandosi o gettandosi a terra, mentre un cavallo dal temperamento freddo può apparire abbattuto o si sdraia. È quindi importante che il medico veterinario presti attenzione alle parole di chi conosce ogni animale individualmente per decidere di conseguenza.

    Antropomorfismo e oggettività diagnostica

    Le persone che hanno a che fare quotidianamente con i cavalli (grooms, palafrenieri, cavalieri) spesso fanno osservazioni sull’evoluzione dello stato emotivo e comportamentale di questi animali. Tuttavia, usano termini soggettivi legati ai loro sentimenti personali, cosa che, a volte, porta a non fidarsi della pertinenza delle loro parole. Privarsi di questa fonte di informazioni a causa del suo carattere antropomorfico sarebbe però un peccato. Ascoltare ciò che queste persone hanno da dire può, al contrario, fornire elementi chiave su ciò che prova un animale.

    Pertanto, dire che un cavallo a volte e “scontroso”, “triste” o che “e giù di morale” non è necessariamente una descrizione priva di interesse diagnostico. Resta da interpretare queste testimonianze per renderle utili alla diagnosi.

    Chiedere alla persona di chiarire cosa intende con questi termini, riformulando le sue parole e suggerendo una selezione di possibili comportamenti o posture, aiuta il medico veterinario a superare questa soggettività. Anche l’utilizzo di griglie di valutazione o illustrazioni può guidare questi professionisti affinché possano identificare e definire con precisione i segnali di disagio.

    Conclusioni

    Allo stato attuale delle conoscenze etologiche e dei progressi tecnici in medicina veterinaria, il medico veterinario dispone di numerosi elementi per prendersi cura di un cavallo ai primi segni di forma non ottimale o di cambiamento sospetto nel comportamento. Oltre agli strumenti diagnostici a sua disposizione, può fare affidamento sulle persone che entrano in contatto con l’animale, avendo particolare cura nel riformulare le loro descrizioni per trarne un’interpretazione utile alla diagnosi.

    È opportuno sensibilizzare gli allevatori all’osservazione oggettiva del comportamento equino, affinché possano essere alleati ancora più preziosi nella cura del cavallo. Analogamente, alcune persone hanno bisogno di allenamento, sia per vedere meglio sia per sentire meglio, in particolare i cavalieri, che trascorrono molte ore a cavallo e non hanno linee guida per determinare cosa sta andando bene o meno, e gli stallieri, che vivono a stretto contatto con i cavalli.

    Il rilevamento del dolore più a monte è possibile grazie all’osservazione comportamentale. Ciò richiede formazione sia per i medici veterinari sia per i professionisti che lavorano con il cavallo.

    Bibliografia
  • Dall’acqua al web: le strategie di Elanco Italia per migliorare l’impronta carbonica

    Dall’acqua al web: le strategie di Elanco Italia per migliorare l’impronta carbonica

    Elanco e i progetti di sostenibilità

    Rafforzare l’impegno in ambito ESG e sosteni­bilità è la strategia di Elanco, azienda globale che opera nel mercato della salute degli animali domestici e da allevamento.

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    © Doidam 10 – shutterstock.com

    Un percorso che Elanco Italia declina attraverso diversi progetti innovativi, tra i quali il percorso di sostenibi­lità digitale basato sulla riduzione delle emissioni di CO2 del portale mypetandme.elanco.com/it in collabo­razione con Karma Metrix, a cui si affianca la nuova iniziativa per fornire un’alternativa all’uso di bottiglie di plastica negli uffici, attraverso il progetto WAMI (Water – With a Mission), il cui obiettivo è portare acqua potabile a comunità che non vi hanno accesso andando in direzione della SDG n° 6, dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

    Le emissioni di CO2

    Per quanto riguarda le emissioni di CO2 di mypetand­me.elanco.com/it, Karma Metrix, il primo percorso brevettato di sostenibilità digitale, analizza oltre 20 fattori e con il proprio algoritmo confronta i risultati con il benchmark globale. L’audit conclusa a novem­bre 2024 indica per il portale dedicato a chi vive con animali da compagnia un -6% di emissioni di anidride carbonica rispetto alla mediana mondiale.

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    © Doidam 10 – shutterstock.com

    La performance ottenuta beneficia del la­voro di restyling dell’ecosistema digitale degli ultimi due anni per rendere la presenza in Rete più verde. L’analisi indica che tra i dispositivi con cui ci si collega a Mypetandme, lo smartphone genera più consumi per l’elevato numero di pagine viste per sessione.

    Le aree di miglioramento individuate riguardano la riduzione del peso e un formato più leggero delle immagini, oltre all’eliminazione del codice Java inutilizzato. Consigli su cui i tecnici lavorano per rendere più sostenibile il sito e viatico per consolidare i risultati della prossima rilevazione 2025.

    Il progetto WAMI

    L’adesione al progetto WAMI si aggiunge alle tante at­tività del programma Elanco Healthy PurposeTM per un pianeta più sano: da qui l’impegno a ridurre al minimo l’impronta ambientale dell’azienda anche attraverso un progetto di gestione sostenibile dell’acqua negli uffici amministrativi.

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    Con WAMI, negli uffici italiani di Elanco sono stati installati erogatori collegati alla rete idrica che distribuiscono acqua depurata: un eroga­tore dona un rubinetto a una famiglia, equivalente di 2.682.750 litri donati.

    Elanco è focalizzata sulla sostenibilità e su una complessiva diminuzione delle proprie emissioni inquinanti, tanto sul web quan­to nella vita reale. Per primi nel nostro settore, abbiamo lavorato sul digitale, ottenendo il sigillo di Karma Metrix che contribuisce a rendere più green gli asset digitali di Elanco. Mentre la partnership con Wami ha la duplice finalità di diminuire i consumi di bottiglie in plastica e di aiutare in modo concreto le popolazioni meno fortunate. L’accesso alla rete idrica è fondamentale in termini di salute e di miglioramento della qualità della vita. Siamo determinati a coinvol­gere i colleghi in nuove azioni concrete, con impatti positivi su ciascuno di noi e sulla comunità

    Mario Andreoli, general manager di Elanco Italia
  • Dechra lancia CATNEY® ONE, il potente chelante del fosfato

    Dechra lancia CATNEY® ONE, il potente chelante del fosfato

    L’iperfosfatemia, col tempo, può causare danni a diversi organi e aggravare la patologia renale: tuttavia, l’uso di chelanti del fosfato come il nuovo CATNEY® ONE, come il car­bonato di lantanio, può aiutare a prolungare la vita dei gatti con malattia renale cronica (CKD).

    In un gatto affetto da malattia renale cronica, la ridotta funzionalità renale provoca un accumulo di fosfato (iperfosfatemia).

    Attraverso vari meccanismi compensatori, si sviluppa un’ipo­calcemia, la quale stimola il rilascio dell’ormone paratiroideo (PTH) che provoca il riassorbimento di calcio dalle ossa per aumentare il livello pla­smatico di calcio. La conseguente ipercalcemia può portare alla cal­cificazione dei reni (e altri organi).

    Il carbonato di lantanio: un valido alleato contro l’iperfosfatemia

    Il carbonato di lantanio è un potente chelante del fosfato. Fino all’80% del fosfato contenuto nel cibo viene assorbito nell’intestino. Il lantanio si lega al fosfato formando il fosfato di lantanio, un complesso insolubile che viene successivamente escreto nelle feci.

    Inoltre, secondo le linee guida IRIS (International Renal Interest Society), il carbonato di lantanio è raccomandato per la riduzione del fosfato a partire dallo stadio IRIS II.

    Il carbonato di lantanio lega il fosfato a livello gastrico e intestinale e lo espelle con le feci.

    CATNEY® ONE: il potente chelante del fosfato

    CATNEY® ONE è un mangime complementare in granuli proposto da Dechra, a base di carbonato di lantanio, indicato per ridurre l’assorbimento di fosfato e supportare quindi la funzionalità renale in caso di malattia renale cronica nel gatto.

    CATNEY® ONE è caratterizzato da:

    • alta capacità legante: il carbonato di lantanio forma complessi insolubili con il fosfato, con una capacità legante diverse volte superiore rispetto al carbonato di calcio; efficace a livello gastrico e intestinale: il carbo­nato di lantanio è 100% efficace sia in ambienti acidi (stomaco) che in ambienti basici e neutri (intestino). I prodotti a base di carbonato di calcio legano solo una piccola percentuale di fosfato in un ambiente acido;
    • supporta l’equilibrio elettrolitico: l’uso del car­bonato di calcio per legare il fosfato può portare a ipercalcemia e calcificazione dei tessuti molli e/o dei vasi sanguigni. L’utilizzo di chelanti del fosfato a base di carbonato di lantanio evita questi possibili effetti collaterali.

    È possibile somministrare CATNEY® ONE con qualunque tipo di cibo per gatti. Si consiglia cibo umido o una pasta per gatti come Add One, importante è fornire sempre abbondante acqua fresca da bere. Dopo 2-4 settimane, la quantità di CATNEY® ONE può essere adattata in base ai livelli di fosfato sierico raggiunti. In caso di malattia renale cronica, la durata iniziale di utilizzo è 6 mesi.

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    © Olga Kazanovskaia – shutterstock.com

    CATNEY® ONE è adatto a gatti di tutte le età e di entrambi i sessi.

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    Scopri qui tutti gli approfondimenti su CATNEY® ONE inquadrando il QR code.

    CATNEY® ONE è disponibile in confezioni da 30 bu­stine da 520 mg.

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    Per saperne di più:
    • Blaine J, Chonchol M, Levi M. Renal control of calcium, pho­sphate, and magnesium hoostasis. Clinical Journal of the American Society of Nephrology; 2015; 10(7), 1257–1272.
    • Chew DJ. The role of phosphorus in feline chronic renal disease. In: Scientific Proceedings (2008; pp. 59–65). ISFM Feline Congress 2008 Edinburgh.
    • Chew DJ. Chronic kidney disease (CKD) in Dogs & Cats – Staging and Management Strategies. In: https://www.boxerjkd. com; 2016.
    • Elliott J, Rawlings JM, Markwell PJ, Barber PJ. Survival of cats with naturally occurring chronic renal failure: effect of dietary management. The Journal of Small Animal Practice, 2000; 41(6), 235–242.
    • Gäbel G, Fromm M. Regulation des inneren Milieus – Kapitel 13 Niere. In: Von Engelhardt W, Breves G, Diner M, Gäbel G (Eds.). Physiologie der Haustiere (5th ed. 2015; pp. 299–324).
    • Enke. Hansen O et al. Comparison of the in vitro phosphate binding capacity of lanthanum carbonate with three feed supplemen­ts intended for this use. Poster Presentation. 2023; ISFM Feline Congress; Dublin (Ireland).
    • Schenk PA, Chew DJ, Nagode LA, Rosol TJ. Disorder of Calcium: Hypercalcemia and Hypocalcemia. In S. P. Di Bartola (Ed.), Fluid, Electrolyte, and Acid-Base Disorders in Small Animal Practice (4th ed. 2012, pp. 120–194).
    • W.B. Saunders. Van den Broek H. Hypercalcemia in chronic kidney disease. IRIS International Renal Interest Society; 2022. www. iris-kidney.com.
    • Wecks M, Hofmann J, Dietzmann L. Weiterführende Untersuchungen zur Bindung von Phosphat an Phosphatbinder aus der Flüssigphase (2021; pp. 1–10). Unpublished Report.
    • WelscH B. Die Chronische Niereninsuffizienz der Katze was leisten die verschiedenen Phosphatbinder? Kleintiermedizin, 2009(1/2).
  • CBD tra gli stupefacenti: perché?

    CBD tra gli stupefacenti: perché?

    È noto ormai da diversi mesi che il cannabidiolo (CBD), presente in medicinali a uso orale, è stato relegato tra le sostanze stupefacenti. Nel caso a qualcuno non fosse noto, sarà bene rin­frescare la memoria perché l’ignoranza della legge non comporta scuse e, trattandosi di stupefacenti, le infrazioni sono sanzionate in modo pesante. In altri termini, si va sul penale e in tribunale per direttissima.

    CBD e normativa

    Il 5 agosto scorso è entrato in vigore il Decreto ministeriale del 27 giugno 2024, che ha inserito nella tabella dei medicinali, di cui al DPR 309/90, sezione B, le composizioni di cannabidiolo ottenuto da estratti di Cannabis per somministrazione ad uso orale.

    cannabis-foglie
    © Bits And Splits – shutterstock.com

    Di conseguenza, come ha precisato il MinSal, “le modalità di prescrizione dei medicinali a base di CBD ottenuto da estratti di Cannabis per uso veterinario devono corrispondere a quelle previste per i medicinali a base di sostanze stupefacenti o psicotrope inclusi nella Tabella dei medicinali sezione B, vale a dire su prescrizione veterinaria con ricetta non ripetibile, nel rispetto delle dispo­sizioni impartite dalla Direzione generale della Sanità animale e dei farmaci veterinari in materia di dematerializzazione della prescrizione veterinaria contenenti stupefacenti e sostanze psicotrope”.

    Inoltre, “in considerazione dell’assenza di tali me­dicinali veterinari autorizzati, il medico veterinario deve rispettare (…) le disposizioni relative all’impie­go di medicinali non previsto dai termini dell’AIC per trattare l’animale con un medicinale per uso umano o con preparazioni magistrali, conforme­mente ai termini di una prescrizione veterinaria. Le citate preparazioni magistrali devono essere al­lestite in farmacia su prescrizione veterinaria non ripetibile”.

    Sempre dal 5 agosto, le parafarmacie non possono più detenere per la vendita né medicinali veterinari né composizioni a base di CBD ottenuto da estratti di Cannabis da somministrare per os agli animali, né spedire ricette per tali medicinali.

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    © IRA_EVVA – shutterstock.com

    CBD e THC

    Sempre per rinfrescare la memoria, occorre ricordare che CBD e THC sono i due principali cannabinoidi presenti in Cannabis sativa, e come ricorda il sito cannabe.it: “spesso questi due componenti vengono confusi e associati entrambi al concetto di illegali­tà”; in realtà, il THC è quello più discusso e anche il più noto, perché è il principio attivo in grado di generare effetti psicoattivi (quello che in gergo viene chiamato “high”), motivo fondamentale per cui la cannabis è ancora illegale in molti Paesi del mondo.

    Diversamente, il CBD è un componente molto meno conosciuto ed è assolutamente privo di azioni psicoattive, anche se spesso viene confuso e associato erroneamente al THC.

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    © PRO Stock Professional – shutterstock.com

    Anche il CBD – come il THC – viene sempre più spesso sperimentato e utilizzato dai ricercatori per fini medici perché, grazie alle sue numerose proprietà, è in grado di contrastare in modo efficace e naturale diversi di­sturbi, anche di tipo cronico, e di coadiuvare e sup­portare l’azione di diverse terapie farmacologiche tradizionali.

    A differenza del THC, il CBD non ha effetti psicoattivi e quindi non comporta nessun “high”, ma offre numerosi benefici senza produrre effetti collaterali indesiderati; proprio per questo il CBD è legale praticamente in tutti i Paesi del mondo e non sottoposto alle “nostre” severe restrizioni, come lo era fino a prima dell’agosto 2024.

    Lo studio sulla sicurezza

    Scrivo di questo argomento perché mi sono imbat­tuto su un lungo e dettagliato articolo, pubblicato sul Frontiers in Veterinary Science che mi ha in­curiosito dopo averne letto il titolo: “Studio sulla sicurezza dei prodotti a base di cannabidiolo nei cani sani”.1

    Vado subito a una sintesi della ricer­ca e delle conclusioni. “La tollerabilità di diversi cannabinoidi somministrati per via orale ai cani è stata valutata in uno studio randomizzato, con controllo negativo a dosi ripetute di 90 giorni con un periodo di sospensione di 14 giorni. Beagle sani (16 maschi e 16 femmine) sono stati randomizzati in quattro gruppi di trattamento e trattati con olio di trigliceridi a catena media come controllo o con uno dei seguenti: cannabidiolo ad ampio spettro, cannabidiolo ad ampio spettro con cannabigerolo o cannabidiolo ad ampio spettro con acido canna­bidiolico a 5 mg di cannabinoidi totali/kg di peso corporeo/giorno.

    Gli animali sono stati osservati quotidianamente con esami clinici dettagliati condotti settimanal­mente. Gli animali sono stati monitorati per altre 2 settimane dopo la somministrazione. Sono stati inclusi nello studio peso corporeo, consumo di cibo e valutazioni della patologia clinica.

    I cannabinoidi sono stati ben tollerati quando Beagle maschi e femmine sani sono stati trattati per 90 giorni conse­cutivi. I dati annuali di sorveglianza post-marketing per i prodotti di integrazione derivati dalla canapa venduti per l’uso nei cani dal 2010 al 2023 (anno parziale) mostrano che il tasso per 1 milione di somministrazioni vendute è 2,10 per gli eventi av­versi e 0,01 per gli eventi avversi gravi.

    Sulla base dei risultati di questo studio, di altri studi pubblicati e dei dati di un’ampia sorveglianza post-marketing, i cannabinoidi derivati dalla canapa sono ben tol­lerati nei cani sani a una dose di 5 mg/kg di peso corporeo/giorno”.

    In maggiore dettaglio: “È stata segnalata ipersali­vazione sporadica in alcuni animali nei trattamenti CBD + cannabigerolo e CBD + acido cannabidio­lico. In tutti i gruppi (compreso il controllo), sono stati segnalati riscontri anomali e incidentali in alcuni animali durante gli esami visivi giornalieri o gli esami clinici più dettagliati. Questi sono stati considerati non correlati all’esposizione al CBD e non hanno avuto un impatto negativo sui risultati dello studio. L’osservazione anomala più comune (ma molto rara) è stata la diarrea”.

    Ora, qualcuno mi esibisca la documentazione far­macologica e i test clinici che riguardano i FANS usati generosamente (anche troppo) in campo vete­rinario e mi convinca che il loro profilo di sicurezza è sovrapponibile a quello del CBD e, mi spingo ad affermare, anche con quote equipollenti di THC. Ringrazierò chi me le invierà assieme alla risposta alla mia prima domanda: perché il CBD è stato messo tra gli stupefacenti? Un’idea ce l’avrei anche, ma non la posso scrivere. A buon intenditor…

    1. Bookout W, Dziwenka M, Valm K, Kovacs-Nolan J. Safety study of cannabidiol products in healthy dogs. Front Vet Sci. 2024;11:1349590. doi:10.3389/fvets.2024.1349590 ↩︎
  • Aethina tumida, un bioagressore parassita degli alveari in espansione nel mondo

    Aethina tumida, un bioagressore parassita degli alveari in espansione nel mondo

    Il piccolo coleottero dell’alveare, Aethina tumida, è un insetto originario dell’Africa sub-sahariana, identificato nel 1867 in Africa del Sud, che recentemente ha ampliato il suo areale in maniera preoccupante, e attualmente rappresenta una minaccia economica per l’apicoltura in tutto il pianeta.

    La distribuzione mondiale di Aethina tumida

    Aethina tumida è stata osservata per la prima volta al di fuori del suo areale d’origine nel 1996 negli Stati Uniti, nella Carolina del Sud. Da allora il coleottero, considerato un parassita grave, si è diffuso rapidamente, colonizzando 29 Stati degli Stati Uniti nel 2003. Negli anni 2000 è stato rilevato anche in Australia, Canada, Egitto, Sud America, Asia e più recentemente in Europa, in particolare in Italia (Calabria e Sicilia) nel 2014, fatto che ha innescato un’allerta a livello dell’Unione Europea. L’ultima rilevazione in Sicilia risale al 2019.

    In Portogallo, individuato nel 2004, il coleottero è stato rapidamente debellato. In Francia, il piccolo coleottero si è insediato sull’Isola di Riunione dal luglio 2022 e si ritrova anche nelle vicinanze, in Madagascar e sull’Isola Mauritius.

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    Dalla sua introduzione negli Stati Uniti nel 1996, Aethina tumida è stata identificata in 24 Paesi di diversi continenti. Cile e Argentina, due importanti esportatori di api regine verso l’Unione Europea, sono ancora esenti da questo parassita.

    Il ciclo parassitario

    Il ciclo vitale del coleottero comprende diversi stadi: uovo, larva, ninfa e adulto. La femmina adulta depone tra le 1.000 e le 2.000 uova per ciclo nelle fessure del legno dell’alveare o sulla covata. Queste uova, lunghe 1,5 millimetri, si schiudono in 1-3 giorni, liberando larve onnivore (mangiano miele, uova, pane d’api) di colore bianco crema, che raggiungono oltre 1 centi metro di lunghezza, a seconda del loro stadio e possiedono tre paia di zampe sottili nella parte anteriore e sono ricoperte di spine dorsali.

    Dopo 10-14 giorni di sviluppo all’interno dell’alveare, si spostano nel terreno circostante e si interrano per impuparsi, preferendo terreni sciolti e umidi. La durata della ninfosi varia, a seconda delle condizioni climatiche, da 15 a 74 giorni, e gli adulti emergono dal terreno dopo un periodo di 3-4 settimane.

    L’adulto di Aethina tumida è lungo da 5 a 7 millimetri, ha elitre più corte dell’addome, antenne a forma di clava e parti posteriori laterali del pronoto appuntite, che la distinguono da altre specie simili.

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    Esemplare adulto di Aethina tumida conservato in alcool: sono visibili le antenne a forma di clava, elitre più corte dell’addome e le parti laterali posteriori del pronoto appuntite.
    © S. Boucher

    Il suo ciclo vitale completo, dall’uovo all’adulto, varia da 1 a 6 mesi a seconda delle condizioni ambientali. Il piccolo coleottero predilige il clima mediterraneo a quello temperato poiché necessita di calore e umidità per svilupparsi.

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    Ciclo di Aethina tumida. La femmina adulta depone tra le 1.000 e le 2.000 uova per ciclo nelle fessure del legno dell’alveare o sulla covata.
    (Tratto da: A. tumida, un danger pour la filière apicole. Comité de pilotage de la formation continue Aethina)

    Un parassita prolifico e resistente

    Aethina tumida è in grado di compiere diversi cicli all’anno, a seconda delle condizioni climatiche. In condizioni di clima temperato si osservano da 1 a 2 cicli all’anno, mentre nelle regioni mediterranee si contano da 4 a 6 cicli. Questa capacità di riprodursi rapidamente consente alle popolazioni di crescere in maniera esponenziale: pertanto, una popolazione iniziale di 80 adulti può produrre più di 36.000 individui in 63 giorni, se le condizioni sono favorevoli.

    I coleotteri adulti percorrono fino a 10 chilometri per infestare un nuovo alveare e sono in grado di sopravvivere fino a 9 giorni senza cibo né acqua; queste caratteristiche rendono il loro controllo particolarmente difficile.

    La diffusione facilitata dallo scambio di attrezzature apistiche

    La diffusione di Aethina tumida da un Paese all’altro avviene principalmente attraverso l’importazione di attrezzature o nuclei apistici contaminati. In uno stesso Paese la trasmissione può essere attiva, per mezzo dello spostamento dei coleotteri, o passiva, attraverso il trasporto di materiale contaminato, cere o mediante la transumanza degli alveari.

    Le larve, alla ricerca di un luogo adatto all’impupamento, sono esse stesse in grado di spostarsi su lunghe distanze, fino a 200 metri, per trovare il terreno adatto.

    Il grave danno alle colonie di api

    Nel loro habitat d’origine, l’Africa, le api locali hanno sviluppato strategie efficaci per gestire questo parassita: riescono a intrappolarlo con la propoli, isolando così i coleotteri adulti, e a eliminare le uova e le larve dall’alveare. Tuttavia, in altre regioni dove Aethina tumida si è insediata le api non dispongono di questi meccanismi di difesa, e ciò porta a infestazioni spesso devastanti.

    Il coleottero non provoca malattie, ma danni: le larve si nutrono infatti di miele, polline, uova e larve di api; quando si apre un’arnia molto infestata, i telaini presentano gallerie scavate dalle larve, spesso la covata viene divorata, e il miele può fermentare a causa degli escrementi delle larve (colore arancione) – diventando inadatto al consumo – e colare dall’ingresso dell’alveare. I coleotteri adulti, che evitano la luce, si nascondono negli angoli bui dell’alveare, e ciò rende difficile la loro individuazione.

    Le colonie infestate vengono indebolite e, in assenza di misure di controllo, possono collassare nel giro di poche settimane. Gli alveari alla periferia degli apiari sembrano particolarmente vulnerabili e non è raro vedere le api lasciare l’alveare portando con sé larve di coleottero.

    Per saperne di più:

    Aethina tumida in Italy: updates

  • Parassiti intestinali del cane e del gatto: coproscopia vs test antigenici

    Parassiti intestinali del cane e del gatto: coproscopia vs test antigenici

    Le infestazioni da parassiti intestinali sono comuni in cani e gatti ma i proprietari sono ancora poco sensibilizzati verso l’importanza dello screening e di una sverminazione ragionata, durante tutta la vita dell’animale.

    Si tratta non solo di una questione di prevenzione individuale, ma anche di salute pubblica, visto il carattere zoonotico di alcuni parassiti.

    La prevalenza dei parassiti in Europa

    La prevalenza dei parassiti intestinali nei cani è elevata in Europa occidentale. Lo studio DOGWALKS1 ha determinato quella dei nematodi (ancilostomi, trichiuridi, ascaridi) e di Giardia intestinalis nella popolazione canina e nei parchi urbani d’Europa. Sono stati analizzati circa 2.500 campioni di feci fresche di cane e 164 aree-cani (situate in 33 città di 12 Paesi europei) nell’arco di 6 mesi (nel corso del 2021). I proprietari hanno inoltre risposto a un questionario (contesto di vita, cadenza delle sverminazioni, molecola utilizzata, alimentazione, ecc.).

    Quasi il 25% degli animali allo studio è risultato positivo a un parassita intestinale e il 93% delle aree-cani si è rivelato contaminato, mentre oltre il 60% dei proprietari non ha seguito la frequenza di sverminazione raccomandata dall’ESCCAP (European Scientific Counsel Companion Animal Parasites). Gli animali di età inferiore a 1 anno presentano il tasso più significativo di parassitosi, in particolare a causa di infestazioni da ascaridi, parassiti responsabili di zoonosi potenzialmente gravi (in particolare per le persone immunocompromesse). I cuccioli sono più sensibili e defecano più degli animali adulti, costituendo la principale fonte di contaminazione ambientale.

    I principali parassiti intestinali del cane e del gatto

    In seguito all’infestazione da parte di un parassita intestinale, per la maggior parte i cani  e i gatti adulti restano asintomatici.  Nel caso in cui compaiano segni clinici, si osservano un peggioramento dello stato generale  del soggetto, problemi digestivi o respiratori o  addirittura un ritardo dell’accrescimento negli  animali giovani. Sono stati osservati decessi  per ostruzione intestinale, anemia o shock in  animali molto giovani. Alcuni parassiti intesti nali hanno poi un potenziale zoonosico.  

    Le forme infestanti sopravvivono per diversi  mesi o anche diversi anni nell’ambiente, anche  a temperature estreme.  

    • Gli ascaridi (Toxocara canis) sopravvivono  fino a 6 mesi nel tubo digerente del cane, e una  femmina depone fino a 85.000 uova al giorno. La contaminazione avviene per via orale.  Nell’uomo, l’infestazione da ascaridi può comportare uno stato influenzale, lesioni epatiche,  polmonari, oculari, intestinali o nervose (larva  migrans viscerale).  
    • Gli ancilostomi si trasmettono per contatto.  Nell’uomo le lesioni sono essenzialmente cutanee (larva migrans cutanea).  
    • Giardia intestinalis: la contaminazione avviene per via orale e causa problemi digestivi.  
    • Echinococchi. La contaminazione da parte di questi cestodi si verifica per via orale.  Nell’uomo, le larve di echinococchi formano cisti negli organi interni, causando gravi lesioni, in particolare al fegato (larve di Echinococcus multilocularis), ai polmoni, agli occhi o al cervello (Echinococcus granulosus).

    Screening coproscopico o antigenico?

    Lo screening per i parassiti intestinali costituisce una sfida nella pratica. Di fatto, i cani infestati sono altamente contagiosi, il periodo di prepatenza è spesso lungo (da diversi giorni a parecchie settimane) e gli animali adulti sono più frequentemente asintomatici.

    Due metodi diagnostici sono riconosciuti dagli specialisti dell’ESCCAP: la coproscopia per flottazione con centrifugazione e la ricerca di coproantigeni.

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    L’affidabilità della coproscopia dipende da molti fattori, in particolare i tempi di consegna al laboratorio e l’esperienza del tecnico o del veterinario. L’identificazione delle uova dei parassiti è difficile, poiché a un occhio inesperto queste ultime possono essere confuse con detriti vegetali o pollini. La centrifugazione dovrebbe essere eseguita sistematicamente perché aumenta significativamente la sensibilità.

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    Un classico kit per esame coprologico per flottazione.
    © S. Pecqueur

    La ricerca di coproantigeni si basa invece sul metodo ELISA, che rileva proteine secrete dai parassiti stessi (siano essi maschi, femmine o forme immature) e ne consente l’individuazione precoce fin dal periodo di prepatenza (ovvero quando l’animale non è ancora escretore). Rispetto alla coproscopia, il test antigenico offre migliori sensibilità e specificità.

    Interpretazione del test antigenico

    In un animale sano, sul quale è stato effettuato un test antigenico nell’ambito di uno screening, l’interpretazione è la seguente:

    • se il risultato è negativo: in caso di sverminazione regolare, bisognerà continuare la prevenzione con la stessa frequenza e dovrà essere ricordata al proprietario la sua importanza. In caso contrario, sarà necessario proporre un protocollo adattato all’animale, che andrà testato nuovamente da 1 a 4 volte all’anno;
    • se l’esito è positivo: in caso di sverminazione regolare, sarà necessario verificare l’efficacia della molecola utilizzata (ed eventualmente porsi il problema di un’eventuale resistenza alla molecola, in particolare per quanto riguarda ancilostomi e trichiuridi) e il protocollo. In assenza di trattamenti preventivi, è necessario spiegare al proprietario il piano per il trattamento antiparassitario, le misure igieniche da adottare (raccogliere le feci in giardino, ad esempio) e sensibilizzarlo sui rischi connessi.

    È consigliato ripetere il test 5 giorni dopo il trattamento. Oltre i 10 giorni, non sarà possibile escludere una reinfestazione attraverso l’ambiente.

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    Il test antigenico si rivela dunque interessante per lo screening individuale, e per mette di stabilire un piano di sverminazione individualizzato (evitando di trattare eccessivamente o troppo poco l’animale), di testarne l’efficacia, di partecipare alla sorveglianza epidemiologica della regione e di ridurre i rischi di resistenza agli antielmintici.

    Fonte:

    Articolo redatto sulla base del webinar “Allez les vers! Approche pratique des parasites digestifs les plus fréquentes chez le chat et le chien” (“Affrontiamoli! Approccio pratico ai parassiti intestinali più frequenti nel gatto e nel cane”). Relatrice Charlottte Morel, DVM, specialista in ematologia e biochimica clinica. 25/6/24.

    1. Drake J, Sweet S, Baxendale K, Hegarty E, Horr S, Friis H, Goddu T, Ryan WG, von Samson-Himmelstjerna G. Detection of Giardia and helminths in Western Europe at local K9 (canine) sites (DOGWALKS Study). Parasit Vectors. 2022;15(1):311. doi: 10.1186/s13071-022-05440-2. ↩︎