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  • Piede bovino: genetica e patologie

    Piede bovino: genetica e patologie

    Le lesioni del piede e la loro manifestazione clinica prin­cipale, cioè le zoppie, rappresentano un problema considerevole nell’allevamento bovino, principal­mente da latte, e determinano perdite economiche importanti oltre a sollevare considerazioni relative al benessere animale.

    Le zoppie, in quanto a frequenza e impatto, rientrano a buon diritto sul podio delle patologie di mandria, insieme all’ipofertilità e alle mastiti, con le quali sono peraltro interrelate.

    In alcuni allevamenti, dati alla mano, figurano addi­rittura al primo posto di questa triste classifica. Le malattie del piede bovino sono considerate come multi­fattoriali e come tali vanno affrontate. La loro gestione implica riflessione su diversi aspetti dell’allevamento quali condizioni ambientali e igiene, alimentazione, capacità di rilevamento precoce degli animali zoppi e conseguente intervento, protocolli di pareggio preven­tivo e di trattamento di mandria là dove necessario.

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    La sala di mungitura è uno dei luoghi privilegiati in cui apprezzare la morfologia podale e le eventuali lesioni . © Giovanni Vittorio Scavino

    A questi elementi, sempre in un’ottica di intervento integrato e multimodale, si può aggiungere la selezione genetica.

    Selezione genetica nei bovini

    È senz’altro verosimile affermare che la selezione de­gli animali sia iniziata migliaia di anni fa con la loro domesticazione. Sembra infatti logico pensare che già le società di quel tempo scegliessero quali animali conservare per la procreazione della generazione suc­cessiva, sulla base di criteri fenotipici individuali come la taglia, lo sviluppo muscolare, il colore, la presenza o l’assenza di corna, la docilità etc.

    Si ritiene che a partire dal XVIII secolo si siano costi­tuite le prime razze, intendendo con questo termine un insieme di individui che rientrano all’interno di un certo standard fenotipico e che vengono fatti riprodurre fra di loro.

    Col tempo, e a momenti molto diversi per ciascuna razza, sono stati creati i primi libri genealogici che permettevano di identificare gli individui e di collocarli in rapporto alla loro ascendenza e discendenza.

    L’avvento dei primi controlli di performance come la valutazione precisa della quantità e della qualità (pro­teina, grasso etc.) del latte prodotto ha cominciato successivamente a fornire dei dati fenotipici oggettivi su cui basare la selezione.

    All’inizio del XX secolo, i matematici Ronald Fisher e Sewall Wright contribuirono in modo consistente alla formulazione della genetica quantitativa, di mo­delli matematici per la genetica delle popolazioni e a definire la nozione di “valore genetico”. Quest’ultimo, determinato dai geni che un individuo trasmette ai suoi discendenti, è stimato in base all’effetto medio che questi geni hanno sulla discendenza, in altre pa­role, per un determinato carattere, sullo scarto fra le performance della sua discendenza e la media della popolazione.

    Partendo da queste teorie, negli anni ’40 dello scorso secolo, Lanoy Hazel sviluppò il concetto di “indice ge­netico”, cioè la combinazione lineare delle performance di un individuo e di tutti i suoi parenti ponderata dal livello di parentela con l’individuo indicizzato.

    Gli indici messi a punto da Hazel furono utilizzati per molti anni. Da un lato dimostrarono efficacia e portarono a un effettivo miglioramento di certe per­formance a livello di razza. Dall’altro, manifestarono tutta una serie di limiti e di imprecisioni: non tenevano sufficientemente in conto, per esempio, dell’influenza dell’ambiente.

    Nel 1973, Charles Henderson sviluppò il sistema BLUP (Best Linear Unbiased Prediction) che permette di sti­mare simultaneamente gli effetti genetici e gli effetti ambientali sulla performance.

    In estrema sintesi, a partire dalla metà del XX secolo, i progressi nel campo della genetica, della statisti­ca e dell’informatica hanno aperto la via a tecniche analitiche sempre più accurate e sofisticate che sono state applicate con successo alla selezione di caratteri multipli.

    Prendendo ad esempio la razza Holstein, la lattifera più diffusa al mondo, si stima che negli ultimi cent’anni la produzione media di latte sia aumentata di cinque volte, mantenendo i tassi di proteina e grasso pres­soché invariati.

    Questo incremento sensazionale ha tuttavia compor­tato un prezzo da pagare in termini di longevità, fer­tilità, resistenza alle malattie, emergenza di caratteri recessivi indesiderati e deleteri.

    La necessità di frenare il processo di fragilizzazione della razza, e probabilmente anche la pressione di una società sempre più sensibile alle problematiche del benessere animale, hanno successivamente portato ad un approccio selettivo più equilibrato, non basato solo sulle performance produttive. Caratteri quali la longevità, la facilità al parto, la conformazione della mammella e la resistenza alle mastiti, sono stati inseriti nei programmi di selezione riuscendo ad invertire il trend negativo.

    Relativamente alle patologie podali, per diverse razze sono ormai disponibili anche indici relativi agli ap­piombi, all’altezza dei talloni e alla resistenza a certe malattie infettive e non infettive.

    Selezione genetica e selezione genomica

    La selezione genetica tradizionale si basa su metodi statistici per predire il valore genetico individuale.

    Le informazioni si fondano sui dati raccolti sulla proge­nie, sui genitori e su altri individui “parenti”. Si tratta di valutazioni sul fenotipo, sulla performance. I moderni mezzi statistici permettono, come già detto, di sepa­rare in modo piuttosto accurato gli effetti ambientali da quelli genetici.

    Il modus operandi classico che regola la selezione ge­netica consiste nel selezionare giovani tori in base al valore genetico dei loro genitori e di allevarli nei centri genetici per poi sottoporli, non appena possibile, al Progeny test.

    Questa metodologia ha prodotto ottimi risultati ma pre­senta alcuni punti deboli, in particolare la lunghezza del processo di selezione dei tori e la problematicità nel valutare caratteri a difficile misurazione, come sanità, benessere ed efficienza alimentare.

    Nel 2001 un approccio nuovo e rivoluzionario ha visto la luce, anche se la sua applicazione ha dovuto attende­re qualche anno lo sviluppo di un’adeguata tecnologia.

    Tale innovazione è la genomica, tecnica che si basa sull’individuazione di marker genetici ripartiti sul geno­ ma dell’animale. A partire da questi marker è possibile predire il valore genetico.

    L’avvento della selezione genomica, implementata a livello internazionale dal 2009, ha offerto nuove e importanti opportunità e permesso di continuare a evolvere nel miglioramento delle razze bovine, miglio­ramento inteso non solo in termini di pura e semplice produttività.

    Ereditabilità delle patologie del piede

    Si definisce come ereditabilità, in riferimento a un cer­to carattere, la componente di quel carattere dovuta esclusivamente ai geni. Essa definisce, in altre parole, il peso dei geni nel determinismo di un certo carattere fenotipico.

    Viene espressa con un valore numerico compreso fra 0 e 1, dove 0 significa che il determinismo genetico su un dato carattere è nullo e 1 che, al contrario, l’espressione fenotipica di un carattere è dovuta interamente ai geni.

    Nel linguaggio comune viene talvolta confusa con il concetto di ereditarietà, o utilizzata come sinonimo. In realtà l’ereditarietà fa piuttosto riferimento ai mecca­nismi tramite i quali una caratteristica biologica viene trasmessa geneticamente da una generazione all’altra, nell’ambito della biologia molecolare.

    Studi relativi a genetica e lesioni del piede

    La letteratura che affronta il rapporto fra selezione genetica e lesioni del piede è ampia e varia, soprattut­to a partire dalla fine del primo decennio degli anni duemila.

    Molti degli studi più interessanti sono stati resi possibi­li da due fattori principali. Il primo è rappresentato dal tentativo encomiabile di uniformare la nomenclatura delle lesioni a livello internazionale da parte dell’ICAR che ha portato alla pubblicazione di un Atlante (l’ultima versione è del 2020) che individua e descrive ventisette lesioni del piede bovino, definendone le caratteristiche e dando loro un nome “ufficiale”.

    Persistono ancora divergenze a livello internazionale relativamente a certi aspetti, come la differenziazione fra “malattia podale” e “lesione podale” o relativamente alle ipotesi patogenetiche alla base di certe lesioni, ma un grosso passo in avanti è stato fatto.

    Il secondo elemento è la possibilità di accedere ad un’ampia base di dati raccolti da professionisti formati. Tali professionisti sono in primo luogo i podologi, vete­rinari e non. In alcuni Paesi queste banche dati sono state centralizzate e in esse confluiscono grandi quan­tità di informazioni e rilevamenti effettuati in campo.

    In effetti, questo tipo di studi risulta complesso sotto molti punti di vista: i fattori di confondimento dati dall’ambiente e dal management, potenzialmente molto diversi da una realtà all’altra, sono numerosi e il campione su cui si basa l’analisi statistica neces­sita di numeri elevati e di precisione nei rilevamenti.

    Il fatto che le modalità pratiche del pareggio possano differire da un Paese all’altro fornisce un ulteriore elemento di complessità nell’approccio. Ma è in corso anche da questo punto di vista un processo di uni­formazione grazie alla nascita in molti Stati (fra cui l’Italia) di associazioni ufficiali che riuniscono chi pratica il mestiere e agli scambi fra di esse, resi possi­bili anche dall’organizzazione di meeting e congressi.

    La letteratura specifica

    Come già accennato, dagli articoli che trattano l’ere­ditabilità delle patologie podali, compare una gran­de varietà di approcci e di metodi. La grandezza del campione non è sempre tale da sopportare una generalizzazione dei risultati. Il campione stesso consiste talvolta in dati provenienti dai rilevamenti di professionisti formati e in altri casi da podologi il cui livello di formazione non è noto e anche da alle­vatori. Alcune volte si tratta di intere mandrie che subiscono il pareggio e la conseguente rilevazione dei dati. Alcuni autori ritengono invece che il dato di mandria sia significativo anche se solo una certa percentuale di questa è passata nel travaglio. Questa percentuale è variabile a seconda degli studi, dal 75 al 20 %.

    Molti articoli si differenziano per la definizione di “nuovo caso” su uno stesso animale, definendo soglie cronologiche anche molto diverse.

    Gli autori portano maggiore o minore attenzione a certi elementi come età dell’animale e numero di lattazioni, momento della lattazione e distanza dal parto etc. Certi distinguono fra zampe anteriori e posteriori, altri prendono come unità l’animale con i suoi quattro arti.

    Queste sono solo alcune delle differenze. Nonostante ciò, scremando un po’ e escludendo risultati estre­mi e poco verosimili, emerge una certa concordanza generale nelle conclusioni.

    Alcuni degli studi che parrebbero più affidabili di­stinguono fra patologie infettive e patologie di tipo metabolico-meccanico, inserendo fra le prime la der­matite digitale, la dermatite interdigitale/erosione del corno dei talloni e, una minoranza, anche il flemmone interdigitale. Nel secondo gruppo compaiono l’ulcera della suola, il complesso di lesioni della linea bianca, l’emorragia soleare, l’ulcera della parete.

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    Emorragia diffusa della suola. © Mathieu Cousin

    Da essi si delinea, in primo luogo, una correlazio­ne statisticamente significativa fra le malattie dello stesso gruppo e una mancanza di correlazione fra patologie dei due diversi gruppi. In altre parole, un bovino che presenta una lesione di tipo infettivo quale la dermatite digitale avrebbe più probabilità di svi­lupparne una seconda di tipo infettivo che non una seconda di tipo meccanico. E viceversa.

    Tale dato sembrerebbe giustificare questo tipo di approccio, a patto che il campione sia sufficiente­mente grande e preciso da poter ponderare il fattore ambientale.

    Per quanto riguarda l’ereditabilità delle malattie in­fettive il trend che emerge è il seguente (si escludono i valori estremi, determinati il più delle volte sulla base di campioni insufficienti):

    • dermatite digitale: l’ereditabilità è stimata fra lo 0,02 e lo 0,11;
    • dermatite interdigitale: fra lo 0,04 e lo 0,10.
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    Lesione di dermatite digitale, stadio M2.
    © Giovanni Vittorio Scavino

    Alcuni autori trattano la DD e la DI come un’unica “entità infettiva” e ottengono risultati sovrapponibili.

    Per quanto riguarda l’ereditabilità delle patologie non infettive, dunque di ordine meccanico/metabolico:

    • ulcera soleare: fra 0,02 e 0,07.
    • lesioni della linea bianca: fra 0,02 e 0,09.
    • emorragia della suola: fra 0,03 e 0,06.

    Sempre in relazione alle malattie non infettive, quella che risulta avere il maggior indice di ereditabilità in assoluto è il tiloma.

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    Tiloma con lesione di dermatite digitale. Il tiloma è la lesione che presenta, secondo la letteratura, l’ereditabilità più elevata fra le patologie del piede bovino.
    © Marc Delacroix

    Si trovano inoltre studi che si occupano dell’eredita­bilità delle patologie podali legate alla laminite e alla laminite cronica.

    L’interpretazione dei loro risultati è tuttavia resa com­plicata dal fatto che la definizione stessa di laminite è, allo stato attuale delle conoscenze, piuttosto pro­blematica e la sua stessa patogenesi, così come le sue cause e concause, presenta dei punti oscuri e solleva disaccordo fra gli specialisti.

    Alcuni articoli scelgono un approccio differente al pro­blema e si basano su parametri che esulano dai dati derivanti dal pareggio in campo.

    Si cita l’esempio degli studi che prendono in considera­zione il locomotion score e il lameness score e ne stimano una eventuale ereditabilità. Per quanto riguarda il primo parametro è stata ritenuta un’ereditabilità variabile fra lo 0,09 e lo 0,14. Utilizzando invece il lameness score su misurazioni ripetute, l’ereditabilità è stata giudicata fra lo 0,07 e lo 0,10.

    Ulteriore criterio è quello della misura di certe caratte­ristiche fisiche del piede, come la lunghezza della pa­rete dorsale dell’unghione e l’altezza dei talloni facendo emergere dei valori di ereditabilità piuttosto alti, fino allo 0,38. Questi valori non hanno tuttavia passato il vaglio di altri studi che sembrerebbero ridimensionare il dato.

    Interessante lo spunto di certi autori che studiano la correlazione genetica fra la conformazione di zampe e piedi e le malattie podali. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, tale correlazione è raramente messa in evidenza e, quando questo è il caso, risulta comunque essere bassa.

    Indici relativi alla salute del piede

    Per diverse razze bovine sono ormai disponibili indici utili alla selezione genetica per migliorare la salute dei piedi. Per la razza Holstein, in Francia, sono presenti da qualche anno due indici specifici relativi alla resistenza alle lesioni infettive (RLI) e a quelle non infettive (RLNI).

    Il primo è stato calcolato per il 50 % sulla resistenza alla dermatite digitale, per il 25 % alla dermatite inter­digitale e all’erosione del corno dei talloni e per il 25% sul tiloma. Il RLNI è invece stato calcolato per il 40 % sulla resistenza alle lesioni della linea bianca, per il 40 % all’ulcera soleare, per il 10 % sull’emorragia estesa della suola e sempre per il 10% sull’emorragia circoscritta della suola.

    Un approccio del tutto sovrapponibile è stato utilizzato anche per la razza Montbeliarde, per la quale troviamo un indice SLI (Sintesi Lesioni infettive) e un indice SLM (Sintesi Lesioni Meccaniche). In quest’ul­timo è stata inserita anche la rotazione dell’unghione.

    Per la razza normanna esiste un indice basato sulla dermatite e un altro sull’ulcera soleare.

    In Canada, già dal 2017, è stato ufficializzato l’indice ge­netico e genomico relativo alla resistenza alla dermatite digitale. I tori testati hanno un’attendibilità superiore al 70 %. I tori con indice pari a 100 dovrebbero produrre una progenie in cui l’82% delle figlie è resistente alla dermatite digitale (o comunque più resistente rispetto alla media della popolazione) e per ogni unità di indice questa percentuale aumenta dell’1%. Per esempio, il toro 105 avrà l’87% di figlie senza casi di dermatite di­gitale. I caratteri morfologici correlati con questo indice sono l’altezza del tallone (0,035) e l’indice morfologico per arti e piedi (0,29).

    Conclusioni

    Malgrado l’insieme degli studi presenti in letteratura supporti il dato di una ereditabilità limitata delle le­sioni e malattie podali, grazie agli attuali strumenti statistici e ai grandi progressi nel campo della selezione giunti con l’avvento della genomica, è possibile effet­tuare una selezione per il miglioramento dei problemi podali e per la diminuzione dell’impatto delle zoppie nell’allevamento bovino. Come già ricordato, le pato­logie podali sono multifattoriali e la selezione geneti­ca sarebbe comunque da inserire in un programma multimodale ad ampio raggio per il raggiungimento degli obiettivi.

    Per un’ulteriore evoluzione nelle conoscenze delle pato­logie del piede bovino e per rendere sempre più preciso l’approccio da mettere in atto per il loro controllo, è auspicabile che continui il lavoro di raccolta e centralizzazione dei dati provenienti da professionisti formati e che la rete di scambi fra attori di Paesi diversi continui e si intensifichi.

    Per maggiori informazioni:
  • Il lupo: tra nuove protezioni legislative e sfide sanitarie

    Il lupo: tra nuove protezioni legislative e sfide sanitarie

    Il lupo (Canis lupus) è da sempre simbolo di equilibrio ecologico e conflitti culturali. Il 3 dicembre 2024, il Comitato permanente della Convenzione di Berna ha votato a favore del declassamento dello status di protezione del lupo, portando la specie da “rigorosamente protetta” a “protetta”, riducendo le restrizioni sulla sua gestione, pur mantenendo un livello di tutela significativo. Questo cambiamento normativo ha implicazioni rilevanti per la gestione su tutto il territorio europeo.

    Il ruolo ecologico del lupo e il suo impatto sulla biodiversità

    Il lupo è un predatore apicale (si colloca al vertice della catena alimentare) e svolge un ruolo insostituibile nel mantenere l’equilibrio degli ecosistemi. Predando erbivori come cervi, cinghiali e caprioli, questo animale regola le popolazioni di queste specie, evitando che la loro pressione alimentare comprometta la rigenerazione delle foreste e la biodiversità vegetale.

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    © Dario Pautasso – shutterstock.com

    La presenza del lupo contribuisce inoltre alla creazione di paesaggi più eterogenei, favorendo la coesistenza di un numero maggiore di specie vegetali e animali. Un effetto indiretto ma significativo della presenza del lupo è il cosiddetto “effetto trofico a cascata”, osservato in ecosistemi dove il ritorno di grandi predatori ha ripristinato equilibri perduti.

    Studi recenti hanno evidenziato come i lupi possano influenzare positivamente gli ecosistemi riducendo l’eccessiva pressione da parte degli ungulati su foreste e praterie. Questa azione, nelle zone frequentate dai lupi, favorisce la crescita di piante arbustive e alberi che a loro volta offrono habitat a uccelli, insetti e piccoli mammiferi. Questo fenomeno contribuisce a rafforzare la resilienza degli ecosistemi ai cambiamenti climatici e alle pressioni antropiche.

    Inoltre, il lupo gioca un ruolo importante nel contenimento delle specie invasive o fuori controllo, come alcune popolazioni di cinghiali o di nutrie, che possono causare danni significativi alle colture agricole e agli habitat naturali. Il controllo naturale esercitato dai lupi riduce la necessità di interventi umani, spesso meno efficaci e più costosi.

    L’importanza del lupo per la biodiversità si estende anche al mantenimento della salute genetica delle popolazioni di prede. Predando preferenzialmente individui deboli o malati, il lupo contribuisce a migliorare la qualità genetica delle popolazioni di prede, riducendo la diffusione di malattie e rafforzando la resilienza complessiva dell’ecosistema.

    Il lupo: una specie complessa e diversificata

    In Italia, il lupo è rappresentato principalmente dal lupo appenninico (Canis lupus italicus), una sottospecie autoctona a cui viene riconosciuto un ruolo cruciale nella regolazione delle popolazioni di ungulati selvatici nel Belpaese.

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    Esemplare di lupo appenninico (Canis lupus italicus).
    © Wirestock Creators – shutterstock.com

    Tuttavia, negli ultimi decenni, l’espansione delle popolazioni di lupi europei ha portato a fenomeni di ibridazione con cani domestici (Canis lupus familiaris) e a possibili interazioni con altre sottospecie alloctone. Alcune sottospecie alloctone di lupo, come il lupo europeo (Canis lupus lupus), sono state occasionalmente coinvolte in piani di reintroduzione e conservazione in varie aree d’Europa, principalmente in risposta alla necessità di ripristinare la presenza di predatori apicali in ecosistemi impoveriti. Sebbene tali iniziative siano state meno rilevanti per l’Italia, esse hanno contribuito alla diffusione di individui provenienti da altre aree del continente, aumentando la diversità genetica delle popolazioni presenti.

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    Esemplare di lupo europea (Canis lupus lupus).
    © Rudmer Zwerver – shutterstock.com

    Tuttavia, ciò ha anche sollevato preoccupazioni riguardo alla possibile competizione ecologica e alla perdita di specificità genetica del lupo appenninico. Questa diversità genetica pone sfide significative per il monitoraggio e la conservazione. Il rischio di perdita dell’identità genetica del lupo appenninico richiede programmi di monitoraggio intensivo, supportati da analisi genetiche avanzate e interventi mirati per ridurre l’ibridazione.

    Gli interventi di reintroduzione sono stati attuati anche in regioni dove il lupo era scomparso a causa della caccia e della perdita di habitat. Ad esempio, in alcune zone alpine sono stati segnalati lupi provenienti da popolazioni slovene e croate, che hanno gradualmente colonizzato nuove aree grazie a corridoi ecologici naturali e alla riduzione della persecuzione umana. Questi movimenti sono stati monitorati attraverso tecnologie avanzate come radiocollari GPS e analisi del DNA ambientale, strumenti che hanno permesso di comprendere meglio le dinamiche di espansione e le interazioni tra diverse popolazioni di lupi.

    Il monitoraggio genetico svolge un ruolo fondamentale anche nella prevenzione dell’ibridazione con i cani selvatici o rinselvatichiti, la cui presenza minaccia l’integrità genetica del lupo italiano. Progetti come quelli finanziati dal programma LIFE (vedi sotto) hanno messo a punto strumenti innovativi per identificare gli ibridi e per applicare misure di conservazione mirate, come la sterilizzazione selettiva degli ibridi.

    Inoltre, l’espansione del lupo in regioni storicamente non occupate ha portato a nuove interazioni ecologiche, con implicazioni per le comunità locali e per le dinamiche delle popolazioni di prede.

    I numerosi progetti LIFE Wolf hanno svolto un ruolo fondamentale nel fornire strumenti innovativi per affrontare queste sfide, incluso lo sviluppo di metodologie per l’identificazione degli ibridi e strategie di intervento per la gestione delle popolazioni miste.

    LIFE Wolf

    Uno degli strumenti principali per la conservazione del lupo in Europa è il programma LIFE Wolf. Questo progetto mira a ridurre i conflitti tra lupi e attività umane attraverso l’implementazione di misure di prevenzione, il monitoraggio genetico e la sensibilizzazione delle comunità locali. Grazie al supporto finanziario dell’Unione Europea, LIFE Wolf ha contribuito significativamente alla tutela delle popolazioni di lupo, promuovendo soluzioni sostenibili per una coesistenza pacifica.

    Il progetto si è concentrato anche sul miglioramento delle tecniche di monitoraggio, introducendo l’uso di fototrappole e analisi del DNA non invasive, raccolto da campioni fecali o di pelo. Questi metodi hanno permesso di ottenere dati più accurati sulla distribuzione e sulla struttura delle popolazioni di lupi, favorendo interventi più mirati.

    In Italia, il programma LIFE WOLFALPS EU ha incluso anche iniziative specifiche, come la formazione di personale qualificato per la gestione dei conflitti e la creazione di reti di collaborazione tra allevatori e ricercatori. Questi sforzi hanno portato alla riduzione del bracconaggio e al miglioramento della percezione pubblica del lupo.

    Zoonosi e salute pubblica

    La crescente interazione tra lupi, cani e popolazioni umane solleva anche questioni legate alla salute pubblica. Sebbene il lupo non rappresenti un rischio diretto per la trasmissione di zoonosi rispetto ad altre specie, è comunque vettore potenziale di malattie emergenti e riemergenti. La prevenzione delle zoonosi richiede un approccio multidisciplinare basato sul principio One Health, che considera la salute umana, animale e ambientale come interconnesse. I veterinari hanno un ruolo chiave nel monitorare le patologie, collaborando con le autorità sanitarie e promuovendo campagne di sensibilizzazione nelle comunità rurali.

    Le principali zoonosi trasmesse dal lupo

    • Rabbia: sebbene l’Italia sia attualmente considerata indenne dalla rabbia, il rischio persiste in aree di confine o attraverso il movimento di fauna selvatica infetta. La prevenzione richiede controlli rigorosi e campagne di vaccinazione per i cani domestici nelle aree a rischio.
    • Sarcocistosi: parassitosi zoonotica causata da Sarcocystis spp., coinvolge i lupi come ospiti definitivi e può rappresentare una minaccia per gli animali domestici e l’uomo.
    • Echinococcosi alveolare: provocata da Echinococcus multilocularis, è una zoonosi grave che può avere implicazioni significative in termini di salute pubblica.
    • Parassitosi gastro-intestinali: i lupi possono essere reservoir per parassiti come Toxocara canis e Ancylostoma spp., che possono infettare sia gli animali domestici sia l’uomo.

    Pericoli e minacce legati ai lupi

    Nonostante la percezione diffusa del lupo come minaccia diretta per l’uomo, gli attacchi a esseri umani sono estremamente rari e spesso legati a situazioni di estremo stress o abituazione. Tuttavia, i lupi rappresentano un rischio per il bestiame, causando perdite economiche significative agli allevatori. La predazione su animali domestici ha alimentato conflitti nelle aree rurali, dove le misure preventive come recinzioni elettrificate e cani guardiani sono ancora poco diffuse.

    La decisione dell’UE di declassare il lupo a “specie protetta” potrebbe facilitare l’adozione di misure di controllo più flessibili, ma richiede un equilibrio tra esigenze ecologiche e sociali.

    Inoltre, il bracconaggio rappresenta una minaccia persistente, con l’uccisione illegale di lupi che spesso sfocia in dinamiche sociali complesse, alimentando tensioni tra le comunità locali e le istituzioni.

    Il quadro normativo

    Il lupo (Canis lupus) è una specie di interesse conservazionistico a livello europeo come da normativa vigente. È una specie rigorosamente protetta ai sensi della Convenzione della “Conservazione della vita selvatica e degli habitat naturali” dalla Convenzione di Berna (1979).

    La Direttiva Habitat 92/43/CEE, definisce poi il lupo come specie prioritaria e a protezione rigorosa perché vulnerabile e a rischio. Esistono però alcune eccezioni, elencate in dettaglio nell’Allegato V della Direttiva Habitat, secondo cui le popolazioni di lupo possono essere oggetto di gestione con prelievo (Spagna, Grecia, Polonia, Bulgaria, Finlandia, Lettonia, Estonia, Slovacchia).

    In Italia la Direttiva Habitat è recepita dal DPR n. 357/1997 (Regolamento di attuazione della direttiva 92/43/ CEE); mentre la Convenzione di Berna è attuata tramite la Legge del 5 agosto 1981, n. 503. Inoltre, in Italia il lupo è specie particolarmente protetta ai sensi dell’art. 2 della Legge dell’11 febbraio 1992, n. 157.

    Il declassamento del lupo a “specie protetta” è stato introdotto per consentire una gestione più flessibile in aree in cui la crescita della popolazione di lupi ha generato conflitti significativi.

    Le normative italiane, come il Piano di conservazione e gestione del lupo adottato dal Ministero dell’Ambiente, rimangono fondamentali per bilanciare la tutela della specie con le esigenze delle comunità locali. Queste includono misure come il risarcimento per i danni causati dai lupi e la promozione di tecnologie innovative per la prevenzione dei conflitti.

    A livello regionale, alcune amministrazioni hanno avviato programmi pilota per testare nuove strategie di prevenzione, come l’uso di droni per monitorare le attività dei lupi o lo sviluppo di applicazioni mobili per segnalare avvistamenti in tempo reale.

    In alcune Regioni, inoltre, sono stati istituiti centri di recupero per lupi feriti o in difficoltà, con l’obiettivo di favorire la conservazione della specie e il reinserimento in natura.

    Il lupo e la coesistenza: una sfida multidisciplinare

    La coesistenza con il lupo richiede un impegno congiunto da parte di molteplici attori: veterinari, biologi, amministratori locali e comunità rurali. La sfida non è solo biologica, ma anche culturale e sociale. La percezione del lupo varia notevolmente tra le diverse aree del Paese, e la comunicazione scientifica gioca un ruolo cruciale nel superare pregiudizi e stereotipi.

    Investire nella formazione e nell’educazione ambientale può contribuire a ridurre i conflitti e a promuovere una convivenza armoniosa. Progetti scolastici, campagne di sensibilizzazione e visite guidate nei parchi sono strumenti efficaci per far comprendere l’importanza ecologica del lupo e il suo ruolo nei nostri ecosistemi. Un esempio di successo è rappresentato dai programmi educativi integrati nei parchi nazionali, dove i visitatori possono osservare i lupi nel loro habitat naturale e apprendere informazioni scientifiche sulle loro abitudini e sul loro impatto ecologico.

    La recente decisione dell’UE apre nuovi scenari nella gestione del lupo, ponendo sfide e opportunità per la convivenza con questa specie iconica. Per i medici veterinari, il lupo rappresenta un punto di incontro tra salute animale, pubblica e ambientale, incarnando pienamente il principio One Health. Una gestione efficace richiederà il coinvolgimento di tutte le parti interessate, dalla comunità scientifica alle realtà locali, per garantire un equilibrio sostenibile tra conservazione e convivenza

  • L’afta epizootica torna in Germania dopo 37 anni

    L’afta epizootica torna in Germania dopo 37 anni

    Dopo oltre 35 anni dall’ultima segnalazione, nel 1988 in Bassa Sassonia, un focolaio di afta epizootica è stato segnalato il 10 gennaio 2025. La positività al virus è stata osservata in un allevamento di bufali (Bubalus bubalis) nel comune di Hoppegarten, nella regione Märkisch-Oderland situata nello Stato del Brandenburgo, non lontano da Berlino.

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    La posizione dell’allevamento di bufali in cui è stato registrato, il 10 gennaio scorso, un focolaio di afta epizootica.

    Nell’allevamento erano presenti 14 bufali (che in Germania vengono allevati in piccole mandrie, utilizzate generalmente per la gestione del paesaggio), dei quali tre sono morti a causa della malattia.

    Le misure di controllo in corso di epidemia di afta epizootica

    Sono state subito impostate tutte le misure di controllo, che hanno portato all’abbattimento dell’intero effettivo dell’allevamento colpito, nonché alla soppressione di altri animali presenti in allevamenti circostanti, che avevano avuto contatti con il primo allevamento infetto: così sono stati soppressi 55 capre e pecore, 170 suini e tre bovini, per la vicinanza con l’allevamento infetto oppure perché presenti in un’azienda agricola che aveva acquistato fieno dall’allevamento di bufali qualche giorno prima della dichiarazione del focolaio di afta.

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    © I Made Rai Yasa – shutterstock.com

    Le indagini effettuate nelle zone di sorveglianza e protezione hanno comunque determinato che, al 20 gennaio, nessun altro ungulato domestico, oltre ai tre deceduti, è stato trovato positivo all’infezione. Per motivi precauzionali, le autorità sanitarie della Germania hanno comunque disposto controlli sugli animali sensibili all’afta movimentati dal Brandeburgo verso gli altri Stati tedeschi a partire da dicembre 2024 e sugli ungulati selvatici, oltre ad aver disposto nelle zone interessate una serie di divieti come il divieto di caccia, di escursionismo nei parchi e sui sentieri e le passeggiate a cavallo.

    Inoltre, a titolo precauzionale, lo zoo e il parco faunistico di Berlino sono stati chiusi ai visitatori a tempo indeterminato, per la presenza di specie sensibili al virus come cervi, capre, pecore, giraffe, cammelli ed elefanti. Per alcuni parchi naturali del Brandeburgo è stato mantenuto l’accesso, ma con restrizioni (sono stati chiusi i recinti in cui animali e persone possono interagire) e l’obbligo, per visitatori e personale, di passare attraverso tappetini igienizzanti.

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    Il famoso ingresso dello zoo di Berlino. © Kiev.Victor – shutterstock.com

    Responsabile il sierotipo O

    Le indagini virologiche svolte dal Laboratorio di riferimento tedesco per l’afta epizootica, il Friedrich Loeffler, hanno portato ad accertare che il virus coinvolto nel focolaio tedesco appartiene al sierotipo O (per il quale è disponibile un vaccino) attualmente circolante in regioni del Medio Oriente e dell’Asia.

    Non è ancora nota invece l’origine e la via d’ingresso del virus nei bufali tedeschi; tra le possibili vie di infezione ipotizzate vengono indicate la presenza del virus in paglia infetta o la sua diffusione tra i cinghiali.

    Nell’Unione Europea la vaccinazione preventiva è vietata dal 1991 ma la Direzione Generale per la sicurezza alimentare ha segnalato che si potrebbe eventualmente prendere in considerazione la vaccinazione d’emergenza; a tal proposito il Friedrich Loeffler Institute ha segnalato di avere una banca degli antigeni dell’afta epizootica, creata appositamente per casi come l’attuale epidemia, che, una volta attivata dagli Stati tedeschi, è in grado di produrre entro pochi giorni i vaccini necessari.

    L’impatto sul mercato UE

    A scopo precauzionale, diversi Paesi hanno sospeso le importazioni dalla Germania di carni bovine, ovine e suine, oltre che di animali vivi, a cominciare da Corea del Sud, Messico e Regno Unito. La Commissione Europea, stante la situazione, in conformità al Regolamento delegato (UE) 2020/687, ha adottato misure urgenti per prevenire la diffusione della malattia e ridurre al minimo l’impatto sul commercio interno dell’UE, e per impedire ingiustificate restrizioni commerciali da parte di Paesi terzi (Decisione di Esecuzione (UE) 2025/87, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea del 14 gennaio 2025), attuabili immediatamente, senza attendere il parere del Comitato Permanente per le piante, gli animali, gli alimenti e i mangimi.

    La Decisione ha imposto alla Germania l’istituzione di una zona soggetta a restrizioni, comprendente una zona di protezione di raggio 3 km e una zona di sorveglianza di raggio 10 km aventi per centro il primo focolaio, come previsto dall’articolo 21 del Regolamento delegato (UE) 2020/687. In questa zona dovranno essere applicate, fino all’11 febbraio, le misure previste nelle zone di protezione e di sorveglianza.

    Il Ministero dell’agricoltura tedesco ha salutato con favore la decisione della Commissione Europea in quanto l’istituzione di tale zona ha consentito l’applicazione del principio di regionalizzazione, che limita il blocco del commercio nell’UE dei prodotti di origine animale delle specie interessate dalla malattia solo alla zona di restrizione.

    La situazione in Italia

    In Italia, la Direzione Generale della Salute animale del Ministero della Salute ha diffuso una nota in cui, oltre a fare il punto della situazione tedesca, ha segnalato di aver disposto, tramite gli UVAC, il rintraccio di tutte le partite di animali spedite dal Brandeburgo a partire dal 1° dicembre 2024 e fino alla conclusione dell’emergenza. Su tali partite gli UVAC, tramite i servizi veterinari localmente competenti, e sulla base delle indicazioni del Centro di referenza, disporranno il sequestro nei luoghi di prima destinazione, con controlli clinici e di laboratorio.

    Il 16 gennaio è stata inoltre resa disponibile sul sito del Centro di Referenza Nazionale la nuova versione del Manuale operativo per l’afta epizootica, facente parte del Piano di emergenza nazionale per le emergenze di tipo epidemico.

    In Europa l’ultimo focolaio di afta epizootica è stato confermato al 2011, in Bulgaria. Nel 2001 invece era toccato al Regno Unito subire un’importante epidemia, diffusasi poi in Francia, Irlanda e Paesi Bassi. Il virus rimane attualmente endemico in Turchia, Medio Oriente e Africa, oltre a molti Paesi asiatici e parti del Sud America.

  • Ansia da separazione nel gatto, leggenda o realtà?

    Ansia da separazione nel gatto, leggenda o realtà?

    Le patologie comportamentali negli animali da compagnia come cane e gatto sono molto frequenti e sono una delle principali cause di abbandono o di cessione. L’ansia da separazione è uno tra i disturbi comportamentali più diffusi e viene diagnosticata maggiormente nel cane. Negli ultimi anni però si è indagato se l’ansia da separazione possa affliggere anche il gatto e come possa interferire sul suo benessere.

    Ansia da separazione nel cane: come si manifesta?

    L’ansia da separazione è stata ben studiata nel cane in quanto non solo è un problema al quanto diffuso, ma può causare una rottura del legame con il pet owner. Convivere con un cane affetto da ansia da separazione ha pesanti ripercussioni sulla qualità della vita non solo del cane ma anche del detentore, che si vede limitato sia nelle sue attività che nella sua libertà, con conseguente grande disagio e frustrazione che una situazione del genere può provocare. Oltre a ciò, una volta diagnosticata, la terapia richiede un lungo impegno e grande sforzo da parte dei pet owner.

    Entrando nel dettaglio di questa patologia comportamentale, alla base vi è un forte stato di stress e ansia manifestato dal cane nel momento in cui viene separato dalla figura di attaccamento. Spesso, già nel momento della preparazione per uscire di casa da parte di quest’ultima, la sintomatologia correlata a questa patologia può manifestarsi.

    Quindi, fattori prodromici come mettersi le scarpe, indossare il cappotto/giubbotto e prendere le chiavi di casa possono innescare reazioni di ansia e di agitazione nel cane, che inizia a seguire per casa il pet owner manifestando tipici sintomi di ansia come ansimazione, salivazione, mimiche facciali come orecchie ripiegate sulla testa, vocalizzazioni come piagnucolare. Nel momento in cui la figura di attaccamento esce di casa, il cane può incrementare la sintomatologia già evidenziata, eliminare feci e urine in casa, distruggere oggetti come mobili, porte ecc. ed emettere vocalizzazioni anche per tutto il tempo in cui rimane da solo.

    In alcuni casi possono comparire altri sintomi come anoressia, vomito e diarrea, depressione o inattività. Sulla base della vasta gamma dei segni di stress, è stato ipotizzato che lo stress causato dalla separazione potrebbe essere associato a diversi stati interiori nel cane e l’intensità di questi stati interiori può modificare la manifestazione comportamentale.

    È stato anche supposto che non solo l’ansia potrebbe essere responsabile per il comportamento di separazione: questo nuovo approccio è rafforzato dalla teoria secondo cui le differenze individuali possono influenzare sia il modo in cui si percepisce la situazione particolare, sia il tipo di emozione che essa suscita. Paura, fobia e frustrazione sono stati indicati come possibili stati emotivi che possono favorire l’insorgenza dell’ansia da separazione.

    E nel gatto?

    La popolarità del gatto come animale da compagnia ha stimolato la ricerca scientifica per approfondire la conoscenza sul rapporto con l’essere umano e su come questo possa influire sul suo comportamento e sul benessere. Nonostante si ritenga che il gatto sia un animale solitario e che quindi possa più facilmente sopportare l’assenza dei pet owner per lunghi pe riodi di tempo, non ci sono estesi dati scientifici a supporto di questa tesi.

    Al contrario, recenti studi hanno osservato che i gatti possono essere considerati esseri sociali, essendo in grado di generare legami con i loro proprietari, e quindi è probabile che mostrino anche comportamenti e reazioni fisiologiche causate dalla loro assenza.

    A prova di ciò, in un esperimento condotto per verificare l’attaccamento dei gatti verso i loro proprietari, utilizzando una versione modificata del test di Ainsworth, i gatti hanno mostrato una maggiore frequenza di comportamenti esplorativi e giocosi quando accompagnati dai loro proprietari rispetto a quando erano soli o accompagnati da una persona sconosciuta. Analogamente, questi gatti hanno mostrato una minore frequenza di comportamenti di allerta e inattività quando i loro proprietari erano presenti.

    Un altro studio ha verificato un aumento dei comportamenti affiliativi nei gatti dopo il ricongiungimento con i loro proprietari.

    Tutti questi studi hanno mostrato che i gatti esprimono maggiore sicurezza e stabilità in presenza dei proprietari, mentre in assenza di questi ultimi sono più ansiosi e stressati. Alla luce di ciò, è risultato importante indagare scientificamente l’ansia da separazione nel gatto.

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    La sintomatologia identificata che maggiormente viene manifestata dai gatti con ansia da separazione comprende: comportamento distruttivo, eccessiva vocalizzazione, eliminazione inappropriata di urine e uno stato mentale di depressione e/o apatia. Anche defecazione inappropriata, disturbi gastroenterici come vomito e diarrea, eccessivo auto-grooming (alopecia psicogena) e pacing sono stati descritti in gatti con ansia da separazione. Non è ancora chiaro se l’iperattaccamento possa avere un ruolo anche nel gatto, è stato però osservato che questo animale è in grado di stabilire un legame di attaccamento con l’essere umano come avviene nel cane e nel bambino.

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    Trattamento dell’ansia da separazione nel gatto

    Il trattamento per l’ansia da separazione nel gatto può essere suddiviso in tre categorie:

    1. gestione dell’ambiente
    2. terapia farmacologica
    3. modifiche comportamentali

    Gestione dell’ambiente

    Ci sono diversi modi per modificare l’ambiente del gatto e mitigare la sintomatologia correlata all’ansia di separazione; l’inserimento di arricchimenti ambientali può essere una buona strategia. Tutti i giochi e le attività che stimolano i comportamenti specie-specifici, come cacciare e scovare la preda sono presidi terapeutici importanti per abbassare lo stress e l’ansia nel gatto.

    Possono essere utili i puzzle feeders, una sorta di giochi con cui il gatto deve interagire per ottenere il cibo all’interno; offrirli ai pet prima di iniziare a prepararsi per uscire può tenerli occupati in modo da distrarli dai preparativi pre-uscita di casa e intrattenerli in un’attività piacevole.

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    Allo stesso tempo è utile ignorare i comportamenti di richiesta di attenzione, quando possibile. Invece, le attenzioni vanno date quando il gatto è calmo e mostra segni di indipendenza e autonomia dalla figura di attaccamento.

    Stabilire una routine costante si è dimostrato utile nella gestione dei disturbi d’ansia negli animali domestici.

    Terapia farmacologica

    Scopo dell’impiego di farmaci ansiolitici e di nutraceutici specifici è principalmente quello di apportare modifiche a livello di neuromodulatori e neuromediatori presenti nel SNC del gatto. La terapia farmacologica può aiutare i gatti a far fronte più facilmente alle situazioni stressanti e può anche aiutarli a progredire con le terapie di modificazione del comportamento.

    Farmaci che vengono somministrati su base continuativa per trattare l’ansia nei gatti includono antidepressivi triciclici, inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina o agonisti della serotonina.

    Non va dimenticato anche l’impiego della Cannabis che in questi casi può dare buoni risultati nel controllo delle reazioni di stress e ansia.

    Modifiche comportamentali

    La modificazione del comportamento ha lo stesso scopo della terapia cognitiva nella psicologia umana: l’obiettivo è che il gatto impari a far fronte alle situazioni di stress e a cambiare la sua risposta emotiva.

    L’uso di tecniche di rilassamento e di controcondizionamento è molto utile nel trattamento di questa problematica comportamentale; per esempio, nel momento in cui si prendono le chiavi (segno anticipatorio dell’uscita di casa) si può dare un premio (cibo o gioco) al gatto e poi riporre le chiavi.

    L’ansia da separazione nel gatto è un disturbo comportamentale non facilmente diagnosticato in quanto i sintomi, anche se simili, non sono così eclatanti come nel cane e in molti casi sono difficili da identificare e possono quindi passare inosservati. Ciò è dovuto anche all’attualmente limitato numero di studi scientifici al riguardo. Il fatto che l’ansia da separazione del gatto sia sottostimata e poco studiata non diminuisce però il suo impatto sul benessere animale e la sua importanza per una corretta gestione del gatto domestico.

    Bibliografia
  • Scadenzario fiscale del mese di febbraio 2025

    Scadenzario fiscale del mese di febbraio 2025

    Scadenzario: 30 gennaio 2025

    Ravvedimento operoso per regolarizzare i versamenti delle imposte e delle ritenute entro i 14 giorni successivi alla scadenza prevista

    Scade il termine per regolarizzare, mediante ravvedimento operoso, l’omesso o insufficiente versamento delle imposte e delle ritenute da eseguire entro lo scorso 16 gennaio, beneficiando della riduzione delle sanzioni.

    Per poter regolarizzare l’omesso o insufficiente versamento è necessario, nei quattordici giorni successivi alla data di scadenza prevista, versare:

    • l’importo dovuto;
    • la sanzione, calcolata sull’importo dovuto, pari allo 0,0833% per ogni giorno di ritardo;
    • gli interessi legali per i giorni intercorrenti tra la data di scadenza del versamento fino al giorno nel quale è eseguito il pagamento del dovuto.

    Gli interessi legali devono essere versati separatamente dagli altri importi dovuti eccezion fatta per la regolarizzazione delle ritenute operate. In tale ultimo caso, infatti, gli interessi legali devono, invece, essere versati unitamente all’importo delle ritenute regolarizzate.

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    Scadenzario: 31 gennaio 2025

    Invio dei dati al sistema tessera sanitaria (STS) delle spese sanitarie relative ai documenti di spesa con data di pagamento compresa nel periodo 01/07/2024 – 31/12/2024

    Invio al sistema tessera sanitaria (STS) dei dati di spesa sanitaria da parte dei soggetti tenuti relativi ai documenti di spesa con data di pagamento compresa nel periodo 01/07/2024 – 31/12/2024.

    Scadenzario: 17 febbraio 2025 (cadendo il giorno 15 di sabato e il giorno 16 di domenica)

    Ravvedimento operoso

    Scade il termine per regolarizzare, mediante ravvedimento operoso, l’omesso o insufficiente versamento delle imposte e delle ritenute che da eseguire entro lo scorso 16 dicembre, beneficiando della riduzione delle sanzioni.

    Per poter regolarizzare l’omesso o insufficiente versamento è necessario versare l’importo dovuto; la sanzione (1,25% dell’importo dovuto) e gli interessi legali calcolati sull’ammontare dell’importo dovuto, per i giorni intercorrenti tra la data di scadenza del versamento fino al giorno nel quale è stato eseguito il pagamento.

    Gli interessi legali devono essere versati separatamente dagli altri importi dovuti, tranne per la regolarizzazione delle ritenute operate, caso in cui gli interessi legali vanno versati unitamente all’importo delle ritenute regolarizzate.

    Versamento ritenute fiscali

    Scade il termine per il pagamento delle ritenute alla fonte d’acconto e relative, tra gli altri, ai compensi per rapporti di lavoro dipendente e ad essi assimilati nonché lavoro autonomo corrisposti nel mese precedente. Scade anche il termine per il versamento delle addizionali comunali e regionali trattenute.

    Versamento mensile IVA

    Scade il termine per il versamento dell’IVA dovuta dai veterinari e dalle associazioni professionali che eseguono le liquidazioni periodiche IVA con cadenza mensile.

    Versamento contributi INPS

    Scade il termine per eseguire il versamento dei contributi INPS, calcolati sulle retribuzioni di lavoro dipendente del mese precedente. Entro oggi, è necessario eseguire anche il versamento del contributo della gestione separata dovuto sui compensi corrisposti nel mese precedente ai soggetti tenuti all’iscrizione alla già menzionata gestione separata dell’INPS.

    Versamento a saldo dell’imposta sostitutiva sulle rivalutazione del TFR

    Scade il termine per i datori di lavoro, per il versamento del saldo dell’imposta sostitutiva (al netto dell’acconto eventualmente versato nello scorso mese di dicembre), sulle rivalutazioni del fondo per il trattamento di fine rapporto maturate nell’anno precedente.

    Versamento contributi INAIL autoliquidazione del premio

    I datori di lavoro devono eseguire entro oggi il versamento del premio assicurativo anticipato per l’anno in corso unitamente all’eventuale conguaglio relativo all’anno precedente. Il pagamento del premio può essere versato anche in quattro rate (gravate di interessi) con scadenza 17 febbraio 2025, 16 maggio 2025, 20 agosto 2025, 17 novembre 2025.

    Il termine per la presentazione della dichiarazione delle retribuzioni effettivamente corrisposte nel corso dell’anno 2024 è, invece, previsto per il 28 febbraio 2025.

    Veterinari titolari di partita iva – versamento rateale dell’ammontare dovuto a titolo di acconto delle imposte da corrispondere per l’anno d’imposta 2024

    Scade il termine per il versamento rateale della seconda rata dell’ammontare dovuto, a titolo di acconto delle imposte da corrispondere per l’anno d’imposta 2024, secondo le risultanze della dichiarazione dei redditi – modello REDDITI 2024 – dalle persone fisiche titolari di partita IVA che nel periodo d’imposta 2023 abbiano svolto un’attività di impresa o di lavoro autonomo e che abbiano dichiarato ricavi o compensi di ammontare non superiore a 170.000 euro.

    La rata è gravata degli interessi nella misura del 4% annuo.

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    Scadenzario: 28 febbraio 2025

    Versamento imposta di bollo su fatture elettroniche – Imposta di bollo su fatture elettroniche IV trimestre

    Ricorrendone le condizioni, scade oggi il pagamento dell’imposta di bollo relativa alle fatture elettroniche emesse nel quarto trimestre. Il pagamento può essere eseguito mediante il servizio presente nell’area riservata dell’Agenzia delle Entrate con addebito su conto corrente bancario o postale, o utilizzando il modello F24 da presentarsi in modalità telematica utilizzando, il codice tributo: 2524 – Imposta di bollo sulle fatture elettroniche – quarto trimestre.

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    Versamento rata dovuta per la “rottamazione-quater” delle cartelle di pagamento

    I contribuenti che hanno aderito e che hanno ricevuto la comunicazione di accoglimento della domanda alla definizione agevolata dei debiti derivanti da ruoli, accertamenti esecutivi e avvisi di addebito affidati agli agenti della riscossione (“rottamazione quater”) e che hanno richiesto la rateazione della somma dovuta in un numero massimo di 18 rate di uguale importo da corrispondere in quattro anni (con scadenza il 28 febbraio, il 31 maggio, il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno), devono versare entro oggi, la rata dovuta.

    Il pagamento è considerato tempestivo se effettuato entro cinque giorni dalla scadenza del termine.

    Comunicazione dei dati contabili riepilogativi delle liquidazioni IVA periodiche con riferimento ai dati contabili relativi ai mesi di ottobre, novembre e dicembre 2024 ovvero al quarto trimestre 2024

    I contribuenti devono trasmettere telematicamente all’Agenzia delle Entrate entro oggi la comunicazione dei dati contabili riepilogativi delle liquidazioni IVA periodiche con riferimento ai dati contabili trimestrali, indipendentemente dalla periodicità con cui eseguono le liquidazioni iva ed effettuano i versamenti dell’imposta sul valore aggiunto (mensile o trimestrale).

    I veterinari che eseguono le liquidazioni e i versamenti IVA con cadenza mensile comunicano i dati contabili riferiti alle liquidazioni periodiche dei mesi di ottobre, novembre, dicembre 2024.

    Coloro che eseguono le liquidazioni e i versamenti IVA con cadenza trimestrale comunicano i dati contabili riferiti alla liquidazione periodica trimestrale (ottobre – dicembre 2024).

    Sono esonerati dalla presentazione della Comunicazione in questione i contribuenti non obbligati alla presentazione della dichiarazione annuale IVA o all’effettuazione delle liquidazioni periodiche, sempre che, nel corso dell’anno, non vengano meno le già menzionate condizioni di esonero. Tra gli altri contribuenti, titolari di partita IVA, esclusi dall’obbligo di presentazione della comunicazione, si devono ritenere esclusi anche i contribuenti titolari di partita IVA:

    • che beneficiano del regime dei minimi (art. 27, Dl 98/2011);
    • che beneficiano del regime forfettario (L. 190/2014);
    • che nel periodo di riferimento della comunicazione dei dati, non hanno effettuato alcuna operazione, né attiva né passiva, né hanno crediti d’imposta da riportare al periodo successivo.

    INAIL – Presentazione telematica della dichiarazione delle retribuzioni corrisposte

    Scade il termine per la presentazione telematica della dichiarazione delle retribuzioni effettivamente corrisposte nel corso dell’anno 2024.

  • Vitellaia: i vantaggi dei box con vitelli in coppia

    Vitellaia: i vantaggi dei box con vitelli in coppia

    L’alloggiamento del vitello in gabbiette singole sta conoscendo le sue ultime stagioni e dovrà essere sostituito con altre soluzioni. Non è il solo punto di dubbio sul futuro prossimo della vitellaia e su come dovrà essere organizzata, perché un altro fattore di non poco conto, su cui ancora non c’è certezza solo per tempi e modi, è la permanenza del vitello con la madre per alcuni giorni dopo il parto.

    Di questo si è parlato in due appuntamenti tenutisi nel dicembre scorso: la prima iniziativa è stata un convegno svoltosi presso la sede del Consorzio del Parmigiano Reggiano a Reggio Emilia, la successiva un convegno dell’Università di Milano e del CRPA dove sono stati presentati i risultati finali di una prova sperimentale per verificare in condizioni di campo le differenze registrate in vitelli che avessero vissuto le prime settimane in box singoli o in coppia.

    Vitellaia: tema cruciale per tutta la filiera del latte

    Partiamo dal primo evento, svoltosi il 6 dicembre scorso. Che la gestione della vitellaia richieda attenzioni nuove – ha ricordato Gaetano Cappelli, responsabile del Servizio di Produzione primaria Parmigiano Reggiano – è di mostrato dai dati critici che arrivano da questa fase di allevamento, con un impatto sulla redditività dell’intera stalla e sul suo consumo complessi vo di antibiotici.

    Alle sfide classiche si aggiungono ora, per tutta la filiera del latte e della sua trasformazione, quelle poste dalle nuove indicazioni provenienti dall’Europa riguardanti l’allevamento in gruppo dei vitelli fin dai primissimi giorni di vita e il contatto madre-vitello dopo la nascita.

    Attenzione a vitelli e vitellaia (lavorando già sulle bovine in asciutta)

    Ancora non ci sono indicazioni vincolanti, ma è solo una questione di tempo; quindi meglio cominciare a ragionarci su per capire come questo nuovo approccio possa essere inserito in una routine gestionale consolidata e in stalle (la maggioranza) già al limite come spazi e suddivisioni della mandria.

    Lo ha ricordato il prof. Paolo Moroni (Università di Milano), primo relatore del convegno di Reggio Emilia, inquadrando la situazione. Moroni ha più volte sottolineato la necessità di guardare alla vitellaia come a un settore strategico non solo per la stalla, ma per tutta la filiera del latte: le richieste del consumatore in termini di benessere, sostenibilità, basso consumo di antibiotici può essere soddisfatta solo se alla base della filiera del latte ci sono stalle in cui le bovine sono sane, e questo dipende in larga misura proprio da come si svolge l’allevamento nelle primissime settimane di vita, che influenza molto di quello che sarà la carriera della bovina, per produzioni, sanità e durata in stalla.

    E poi non va trascurato un dettaglio: il consumatore ha una particolare attenzione all’allevamento del vitello, quel che accade in vitellaia è argomento sensibile.

    Infine, ci sono le nuove disposizioni europee che porranno sfide impegnative e di non facile soluzione. È il caso – ha sottolineato il prof. Moroni – dell’allevamento dei vitelli in gruppo (pratica che renderà sicuramente complicata la gestione delle infezioni e la prevenzione dei contagi), oppure del dovere di assicurare per un certo numero di giorni il contatto vacca-vitello prima della separazione, che richiederà altri spazi da dedicare a questa nuova fase dell’allevamento e complicazioni gestionali.

    Temi su cui il relatore ha invitato a riflettere per sperimentare soluzioni pratiche a misura delle stalle italiane, recuperando dati e indicazioni utili a orientare il dibattito in corso, evidenziando anche eventuali effetti negativi di certe interpretazioni (è il caso dello stress per il vitello in seguito alla separazione dalla madre che aumenta con l’aumentare del periodo di contatto con essa) e proporre soluzioni più praticabili per le nostre realtà, contrastando una prassi consolidata che vede il passaggio dalla raccomandazione europea alla norma vincolante basandosi su sensibilità e dati del Nord Europa, realtà da latte assolutamente non paragonabili alle nostre.

    Moroni ha quindi ricordato come le attenzioni sul vitello debbano in iniziare ancora prima che nasca, con la difesa dallo stress da caldo delle bovine in asciutta, per gli effetti negativi che questo ha sulla vitella: immediatamente dopo il parto, nelle prime settimane di vita e anche nel proseguo della carriera, con minori produzioni e maggiore incidenza delle malattie. Il relatore ha quindi ripreso il concetto di spazio, fattore critico anche in vitellaia per le densità elevate spesso presenti e ha parlato quindi di colostratura.

    L’equilibrio prezioso tra fattori in una vitellaia che funziona

    Sulla colostratura ha proseguito la dott.ssa Sabrina Bertani, veterinaria specializzata nell’allevamento del vitello. La relatrice ha sottolineato come la vitellaia rappresenti da sola il 20% dei costi totali di un’azienda da latte e come il 23% delle vitelle nate non arrivi al primo parto. Ancora, il 39% delle perdite si ha nelle prime 24 ore e un altro 36% entro lo svezzamento.

    Se questi sono i numeri e le percentuali è anche perché tutta la fase di colostratura presenta punti critici da individuare e migliorare. Il vitello, che nasce privo di immunoglobuline materne, deve ricevere colostro nelle primissime ore di vita e in quantità elevata. La relatrice ha ricordato i pericoli connessi al somministrare un colostro di bassa qualità, non solo per una ridotta presenza di immunoglobuline, ma anche per contaminazioni microbiche che ne riducono l’efficacia una volta somministrato.

    La dott.ssa Bertani ha poi sottolineato un altro aspetto importante del colostro, non sempre valutato nella sua interezza: cioè che, oltre alle immunoglobuline, apporta sostanze bioattive particolarmente necessarie per stimolare un migliore sviluppo della mucosa intestinale.

    Un controllo attento della qualità del colostro (tenore in immunoglobuline, assenza di contaminazioni in fase di prelievo, igienicità delle fasi di conservazione e utilizzo), un monitoraggio dell’entità del trasferimento di immunoglobuline mediante prelievi sul vitello sono pratiche centrali in una buona routine della colostratura, con l’obiettivo di avere, anche grazie a questa pratica, vitellaie dove i rischi di diarree neonatali prima e sindromi respiratorie dopo impattano meno e sono più facilmente gestibili.

    Con una sottolineatura finale, Sabrina Bertani ha avvertito che le perdite in vitellaia sono sempre dovute alla rottura di un equilibrio, tra personale addetto, strutture, gestione del colostro, dell’alimento, dell’acqua, di temperature e ventilazione, igiene, agenti patogeni e difese immunitarie degli animali. Individuare ciò che ha portato al disequilibrio è la via obbligata per la soluzione del problema.

    Una prova di campo per verificare l’allevamento in coppia

    Il secondo appuntamento dedicato ai vitelli ha trattato, l’11 dicembre scorso, il progetto Vitelli Cage-Free, finanziato dal PSR della Regione Lombardia indirizzato al tema della possibile eliminazione delle gabbie per la stabulazione dei vitelli nella fase di pre-svezzamento, come indicata nel Parere scientifico EFSA “Welfare of calves” del 2023. L’obiettivo del progetto è quello di individuare le migliori soluzioni, sostenibili anche economicamente, per supportare allevatori e consulenti nelle scelte stabulative per i vitelli in questa delicata fase della loro vita.

    Coinvolti nel progetto l’azienda agricola Barbiselle srl di Persico Dosimo (CR), insieme al Dipartimento di Medicina Veterinaria e Scienze Animali dell’Università di Milano, la Fondazione CRPA Studi Ricerche di Reggio Emilia e la Società Agricola Dosso Pallavicino di Cicognolo (CR).

    La parte iniziale del convegno, con la relazione delle docenti dell’Università di Milano Gaia Pesenti Rossi e di Elisabetta Canali, è stata dedicata alla presentazione dei risultati della prova, che ha avuto luogo in due periodi nelle due aziende citate: luglio-novembre 2023 e luglio-ottobre 2024.

    Nell’azienda Barbiselle, dove la vitellaia è indoor con box a capannina scoperti, sono stati coinvolti due gruppi di vitelle (8 in box singoli e 8 allevate in box doppi); mentre nell’azienda Dosso Pallavicino sono state coinvolte 6 vitelle allevate in box singoli e altrettante in coppia. In questo caso la vitellaia è outdoor, con le classiche capannine tipo igloo. Il totale delle vitelle coinvolte è stato di 28, con un periodo di studio da 2 a 70 giorni di vita. Le vitelle in coppia erano nate al massimo con 24 ore di distanza.

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    Una delle due vitellaie oggetto di raccolta dati (quella outdoor dell’azienda Dosso Pallavicini di Cicognolo) con vitelle alloggiate in coppia e singolarmente a confronto. © L. Acerbis

    Tutte avevano ricevuto un’adeguata colostratura e relativo trasferimento dell’immunità passiva. L’alimentazione prevedeva due pasti giornalieri a base di un milk replacer, oltre a mangime starter e fieno ad libitum. Tutte le prassi operative erano quelle comunemente adottate nelle due aziende per la gestione della vitellaia. Giornalmente venivano monitorati gli animali, con una check list e verificando i dati dell’accelerometro posizionato su ogni vitella. A intervalli regolari (2, 7, 21, 35, 56 e 70 giorni) è stato osservato il comportamento, misurato l’incremento ponderale e sono stati eseguiti i rilievi sanitari.

    In coppia crescono di più

    Partiamo con gli accrescimenti. La ricerca ha evidenziato superiori pesi finali e incrementi giornalieri per le vitelle allevate in coppia rispetto a quelle in box singolo, fatto più evidente nella vitellaia outdoor.

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    Incremento ponderale delle vitelle nelle diverse tipologie di vitellaia.

    Riguardo al tempo di riposo e alle sue modalità, la ricerca ha mostrato dati sovrapponibili tra l’allevamento singolo e in coppia. Mediamente le vitelle riposavano 19-19,5 ore al giorno nella prima settimana di vita, scendendo a 15,5-16 ore a fine periodo, in entrambe le soluzioni. Nella coppia, dopo i primi giorni nei quali i soggetti si comportavano in modo indipendente tra loro, si è instaurata una sincronia nei tempi di riposo tra le due vitelle durante le 24 ore, indicatore questo – è stato sottolineato – di benessere positivo.

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    Nell’allevamento in coppia i vitelli hanno accrescimenti migliori, una migliore attività locomotoria nonché spazio e possibilità per sviluppare comportamenti innati e giocare tra loro. Queste interazioni sociali hanno sviluppi positivi anche nelle fasi successive di allevamento.
    © L. Acerbis

    Quanto ai dati sanitari, punto di caduta di tutte le perplessità legate all’abbandono dell’allevamento singolo, i dati della prova hanno smentito i timori: le vitelle allevate in coppia non hanno mostrato una maggiore incidenza di problematiche sanitarie rispetto a quelle allevate singolar mente.

    Ovviamente quando un animale in coppia si è ammalato anche l’altro ha sviluppato la malattia, in particolare per le forme enteriche. Vediamo qualche numero. La principale problematica sanitaria è stata la diarrea neonatale, potenziata da condizioni di stress da caldo. Si sono avuti nel complesso 30 episodi di diarrea.

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    Episodi di diarrea neonatale in vitellaia.

    Anche nell’uso di antibiotico i dati dell’allevamento in coppia sono stati migliori: si è ricorso a terapia antibiotica su 9 vitelle allevate singolarmente (7 casi di diarrea e 3 forme respiratorie) e su 5 vitelle allevate in coppia (2 casi di onfaliti, 2 casi di diarrea e una forma respiratoria).

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    Il box individuale rende più facile la gestione, migliore il controllo dell’alimento e previene la suzione crociata. Tuttavia, presenta svantaggi: stress da isolamento per il vitello, assenza totale di interazioni sociali e scarso sviluppo di abilità, che accrescono le difficoltà dell’animale nell’affrontare nuove situazioni in seguito. © L. Acerbis

    Serve più tempo e attenzione nella gestione della coppia

    Tirando le somme, le due ricercatrici hanno sottolineato come l’allevamento in coppia sia fattibile, con crescita e incrementi giornalieri maggiori, tempi e modalità di riposo adeguati e un’incidenza di patologie simile alle vitelle stabulate individualmente e con un minore uso di antibiotico. Fattibile, quindi, ma considerando che richiede molta attenzione nella sua gestione rispetto all’allevamento singolo.

    Da qui alcuni suggerimenti pratici. Ad esempio, l’allevamento in coppia può essere fatto dalla nascita, ma più importante è una buona colostratura e igiene mantenuto nel tempo, che deve essere considerato per insegnare ai vitelli a nutrirsi, per ovviare al rischio di un’alimentazione difforme nella coppia. Attenzione ad avere animali con ordine di nascita e peso simile.

    Quanto al problema del cross-sucking, questo può verificarsi in coppia, ma è fortemente legato alla gestione alimentare e quindi può essere attenuato con quantità di latte adeguate, mangime starter e fieno a disposizione.

    Vitelli in coppia: pro e contro

    Nella relazione di Alessandro Gastaldo (CRPA di Reggio Emilia), è stato allargato il focus dell’attenzione alla valutazione costo/beneficio delle diverse possibilità a disposizione per andare oltre l’allevamento singolo. L’esposizione ha considerato l’allevamento in coppia, l’allevamento dei vitelli in coppia dopo una fase con la madre o con una balia e l’allevamento in gruppo dopo una fase in coppia.

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    L’allevamento in gruppo dei vitelli con allattatrice automatica (una stazione ogni 10-12 vitelli), che può seguire una fase di alcune settimane di allevamento in coppia, garantisce ottime interazioni sociali, possibilità di gioco e sviluppo di comportamenti innati. L’allattatrice automatica permette di avere certezze sull’assunzione individuale di latte, in termini di corrette quantità, somministrazioni frazionate, concentra zioni e temperature. © L. Acerbis

    Per ogni modalità si sono evidenziati pregi e difetti, arrivando alla conclusione che l’allevamento in coppia dei vitelli fino a 56 giorni sia la soluzione più semplice, la cui implementazione presenta il minor numero di controindicazioni tecniche ed economiche. Certo viene richiesta una maggiore presenza e attenzione, accuratezza nella gestione dell’alimentazione, per essere sicuri che entrambi gli animali assumano la giusta quantità di latte e non ci siano squilibri che conducono a problemi quali la suzione crociata, rischio da tenere sempre in considerazione nell’allevamento in coppia.

    Gli aspetti sanitari della soluzione in coppia anche per Alessandro Gastaldo non sono una criticità, considerando che sempre più chiaramente emerge che la salute del vitello sia il risultato di un approccio multifattoriale che vede coinvolti tanti fattori, a partire dalla colostratura, fondamentale per ridurre al minimo la mortalità dei vitelli, specialmente nella fase perinatale.

    Imparare a gestire sia la qualità che la quantità del colostro somministrato effettivamente ai vitelli aiuta anche a ridurre al minimo l’impiego degli antibiotici e ad abbandonare definitivamente ogni pratica metafilattica.

  • Enteropatia cronica nel gatto e come gestirla

    Enteropatia cronica nel gatto e come gestirla

    Il quinto e ultimo incontro del ciclo dedicato alla salute dei felini1 organizzato da AIVPA (Associazione Italiana Veterinari Piccoli Animali) ha avuto come relatore il prof. Matteo Cerquetella (DVM, Dipl. MU, prof. associato in clinica medica veterinaria, Scuola di Bioscienze e Medicina Veterinaria, Università di Camerino), che si è soffermato sugli aspetti più importanti rispetto alla gestione dei pazienti affetti da enteropatia cronica in termini di approccio diagnostico e terapeutico, analizzando la letteratura scientifica per capire in quale direzione sta andando la ricerca e quali potrebbero essere le novità nel prossimo futuro.



    Microbiota e disbiosi

    Tra i fattori che influenzano il microbiota intestinale rientrano le malattie intestinali, le differenze di specie, l’età, l’ambiente in cui il paziente vive, la dieta, l’eventuale assunzione di farmaci e una certa variabilità individuale. A proposito di quest’ultima, non a caso il microbiota viene definito “impronta digitale” perché è specifico per ogni paziente. In questo contesto assume enorme importanza l’indice di disbiosi, un parametro calcolato tramite una PCR quantitativa per cercare specifici tratti di DNA e individuare specifici batteri.

    L’indice di disbiosi è costituito da un numero che può essere positivo o negativo: se è al di sopra dello zero, quindi positivo, indica la presenza di disbiosi, se è al di sotto, negativo, è indice di eubiosi o normobiosi. La PCR quantitativa ha il limite di individuare soltanto alcuni batteri predefiniti, tuttavia l’indice di disbiosi può predire con accuratezza le variazioni del microbioma individuate con la tecnica shotgun, fornendo, inoltre, maggiore comparabilità tra gli studi, riproducibilità superiore, sensibilità analitica accresciuta.

    Inoltre, il poter disporre di un parametro uniforme tra i vari pazienti (cioè un indice positivo si associa sempre a disbiosi, e viceversa), permette di ridurre la variabilità individuale.

    Approccio all’enteropatia cronica nel gatto

    L’iter diagnostico comprende la raccolta dell’anamnesi, la valutazione clinica, gli esami di laboratorio (emocromo, biochimico, feci, urine, funzionalità pancreatica, funzionalità tiroidea nell’adulto e, se è il caso, FIV e FeLV) e quelli strumentali (ecografia addominale e studio radiografico).

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    © Maria Sbytova – shutterstock.com

    Nell’ambito della gestione alimentare di un soggetto con enteropatia cronica o quando si sospetta una diarrea responsiva alla dieta, riveste molta importanza anche l’anamnesi alimentare: ragionare sul regime alimentare più opportuno per un determinato paziente, infatti, non dovrebbe prescindere dal sapere cosa quel paziente ha mangiato fino a quel momento, se si tratta dello stesso alimento da sempre o se ci sono state variazioni, oppure se ha già fatto in precedenza uno o più trial dietetici. Una dieta inadeguata nella prima fase della vita può predisporre a problemi gastrointestinali nell’adulto.

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    © shofiphoto – shutterstock.com

    Nel caso in cui nessuno degli esami eseguiti dia una risposta si passa ai trial dietetici, perché, nel caso dei felini enteropatici, più della metà dei pazienti è responsiva alla dieta.

    È molto poco probabile che un batterio sia causa di enteropatia cronica. Il fatto che alcune forme rispondano agli antibiotici non significa necessariamente che si stia trattando il patogeno responsabile di quella condizione. La spiegazione potrebbe essere che, tramite l’uso del farmaco, stiamo azzerando o riducendo il numero e la diversità batterica e quindi, in qualche modo, questo permette di ricreare un equilibrio che era venuto meno. I patogeni, però, sono normalmente presenti nell’intestino; ciò che fa la differenza è, appunto, l’equilibrio con tutti gli altri batteri”.

    prof. Matteo Cerquetella (DVM, Dipl. MU, prof. associato in clinica medica veterinaria, Università di Camerino)

    Entrando nel merito della gestione alimentare di un soggetto con enteropatia cronica o quando si sospetta una diarrea responsiva alla dieta, di fatto non esiste un approccio che vada bene per tutti i pazienti e si procede per prove ed errori. Questa modalità, però, non consente di distinguere tra le forme di allergia, intolleranza o quelle di enteropatia lieve, semplicemente permette di identificare un soggetto con diarrea o enteropatia responsiva alla dieta.

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    © Leka Sergeeva – shutterstock.com

    Si possono somministrare:

    • diete idrolisate, che riducono al minimo la sollecitazione del sistema immunitario (pareri contrastanti) e generalmente si associano ad alta digeribilità;
    • alimento monoproteico, a circa il 50% dei gatti pazienti cronici risponde bene;
    • dieta gastrointestinal (anche low-fat);
    • dieta casalinga (prescritta dal nutrizionista).

    Non sono da trascurare i probiotici, ai quali vengono riconosciute proprietà di riequilibrio del microbiota (nel trattamento dell’IBD, in prevenzione e trattamento di gastroenteriti acute nel cane), di immunomodulazione (trattamento IBD e prevenzione di allergie), di riequilibrio di alcuni parametri ematici nel cane (lipidi, colesterolo e proteine). Gli studi a riguardo sono in numero esiguo ma promettenti, sia in relazione all’efficacia, sia riguardo alla possibilità del loro utilizzo in svariati ambiti.

    Soggetti non responsivi al trial alimentare

    Nei pazienti non responsivi al trial alimentare si procede con un esame endoscopico, al fine di discernere se possa trattarsi di IBD o di neoplasia, anche se differenziarle non è semplicissimo.

    Per quanto riguarda l’IBD, la diagnosi può essere fatta se sono presenti segni gastroenterici cronici (>3 settimane) persistenti o ricorrenti, se c’è un’evidenza istopatologica di flogosi mucosale in assenza di altre cause evidenti che possano giustificare la flogosi, se la condizione è non responsiva a un appropriato trial dietetico e antiparassitario e se c’è risposta clinica ad antinfiammatori o immunosoppressori. La sola presenza di infiltrato infiammatorio, in assenza delle altre condizioni, non consente di emettere diagnosi di IBD.

    La distinzione tra IBD e linfoma alimentare a piccole cellule (LGITL) richiede un approccio istologico, l’immunoistochimica e il test di clonalità in PCR. Alcuni casi rimangono comunque dubbi, tanto che molte evidenze suggeriscono che le due condizioni possano essere un continuum piuttosto che due entità separate, che peraltro spesso coesistono.

    A questo proposito, nel 2023, il consensus del College americano di medicina interna (ACVIM) ha precisato che non esiste un unico test o esame che possa differenziare LPE (enterite linfoplasmocitaria) e LGITL nei gatti con enteropatia cronica. La diagnosi deriva dall’unione di tutti gli strumenti disponibili e l’istopatologia rimane il cardine nella differenziazione delle due condizioni (solo la citologia può aiutare ad escludere altre diagnosi). C’è molta aspettativa circa le scienze “omiche” (es. trascrittoma, ma non solo).

    Modulazione positiva di microbiota e ambiente intestinale

    Per migliorare la condizione a livello intestinale di un soggetto con disbiosi ed enteropatia cronica, si può agire in tre modi:

    • fornendo substrati utili allo sviluppo batterico (dieta, prebiotici);
    • fornendo ceppi batterici dagli effetti benefici (probiotici);
    • fornendo prodotti del metabolismo batterico dagli effetti benefici per l’organismo (postbiotici).

    Sono tutti interventi efficaci, ma l’impatto della dieta è molto più rilevante rispetto agli altri.

    Il trapianto fecale

    Il relatore ha infine parlato del trapianto fecale: si tratta di un intervento molto interessante dal punto di vista dei risultati terapeutici per quanto riguarda l’efficacia probiotica e postbiotica, e sembrerebbe anche che abbia contemporaneamente effetto antinfiammatorio e immunostimolante.

    Vi sono però alcune domande, in Medicina Veterinaria (così come in Umana), a cui è ancora necessario dare una risposta: quali pazienti (cane/gatto) e quali patologie si possono trattare? Quale dev’essere il protocollo terapeutico (somministrazione singola, multipla, che quantità, quale via di somministrazione)? Come monitorare i pazienti? Come selezionare i donatori (metaboloma – attualmente non regolamentato)? Cosa succede nel lungo periodo?

    Se nell’uomo la ricerca ha già dato delle risposte a queste domande, per quanto riguarda i pet ad oggi sono stati pubblicati solo pochissimi studi, i cui risultati, però, sembrano molto promettenti. Sono in corso, infine, studi sull’uso di cellule staminali autologhe.

    Domande e risposte con il prof. Cerquetella

    Domanda: Quanto ritiene probabile che le diverse classi di enteropatie basate sulla risposta terapeutica (FRE, food-responsive enteropathy, SRE, steroid-responsive enteropathy, NRE, non-responsive enteropathy) possano essere in alcuni casi in realtà diversi momenti temporali di una patologia con un processo patogenetico comune? In sostanza, alcuni casi di NRE potrebbero essere in realtà uno stadio avanzato di una FRE che smette di essere responsiva alla dieta perché nel corso di mesi o anni il grado di infiammazione, alterazione immunitaria e disbiosi arrivano a un punto tale da non poter essere più tenuti sotto controllo con dieta o farmacologicamente?

    Relatore: Sì, è assolutamente possibile.

    Domanda: Omeprazolo e altri inibitori di pompa alterano il microbioma intestinale? E il cambiamento è temporaneo o permanente?

    Risposta: Gli studi sono pochi a riguardo, ma si sa che sono in grado di alterarlo. Tuttavia, non è possibile al momento sapere se in modo temporaneo o permanente.

    Domanda: In che percentuale l’età allo svezzamento influisce sul corretto sviluppo del microbiota?

    Risposta: Non esiste letteratura per rispondere a riguardo. In ogni caso credo sia fondamentale un corretto svezzamento, perché lo sviluppo del microbiota si ha nelle primissime fasi della vita.

    Domanda: I probiotici umani sono utili nel cane e nel gatto?

    Risposta: Gli studi sono pochi e usano tutti i tipi di probiotici. Generalmente risultano efficaci. Ricordo comunque che qualsiasi batterio usato come probiotico non ha l’obiettivo di sostituire i batteri presenti, ma ha azione di riequilibrio in quel momento.

    Domanda: Quali valori dell’ematochimico sono significativi per la diagnosi e in che modo si modificano?

    Risposta: In caso di enteropatia cronica non c’è una risposta esatta, perché sono in causa diversi fattori.

    Domanda: Qual è l’importanza dell’aggiunta di fibra?

    Risposta: Un utilizzo moderato e molto equilibrato ha la sua efficacia nelle forme del grande intestino.

    1. 6/12/24. “Gestione del paziente enteropatico cronico felino”. Moderato dal dott. Umberto Maggiolini (DVM, membro del Consiglio AIVPA). Webinar del ciclo “Focus sulla nutrizione felina”, organizzato da AIVPA in collaborazione con Schesir. ↩︎


  • Il gatto obeso e la gestione nutrizionale

    Il gatto obeso e la gestione nutrizionale

    Nei Paesi occidentali l’obesità è la patologia nutrizionale più diffusa negli animali da compagnia e in Italia, pur mancando un dato recente ufficiale, si stima che almeno il 60% dei felini domestici “cittadini” che vengono portati in un ambulatorio sia in sovrappeso.

    Far dimagrire un gatto per riportarlo al suo peso forma, però, può essere una vera sfida per il medico veterinario ed è per questo che AIVPA (Associazione Italiana Veterinari Piccoli Animali), nel terzo incontro1 del ciclo di webinar dedicati all’alimentazione e alla salute dei gatti moderato dalla dott.ssa Maria Paola Cassarani, ha approfondito l’argomento insieme alla dott.ssa Liviana Prola (medico veterinario nutrizionista, PhD, dipl. ECVCN).



    Come approcciare il paziente obeso

    Nella gestione del dimagrimento è importante tenere conto di vari fattori. Se è vero che nel gatto il primo fattore di rischio è la castrazione, è altrettanto vero che una comunicazione poco chiara con il proprietario può essere alla base dell’inefficacia del processo terapeutico.

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    © Honour.kn – shutterstock.com

    Riguardo alla castrazione si è discusso molto sulle possibili motivazioni che portano all’aumento di peso: inizialmente quest’ultimo era stato imputato a una modifica dell’assetto ormonale in cui si riduce il dispendio energetico dell’animale a riposo, ma che non trova corrispondenza nella riduzione delle quantità di alimento. In sostanza, dopo l’intervento il paziente continua ad essere alimentato tanto quanto prima, anche se il suo fabbisogno energetico è cambiato.

    Nel 2007, invece, uno studio neozelandese2 ha dimostrato che la sterilizzazione induce nel paziente un aumento della fame e ciò complica non poco la gestione. A questo punto non si tratta più soltanto di ridurre il quantitativo di cibo; è necessaria una gestione multifattoriale che comprenda sicuramente una modifica della dieta e dello stile di vita (molto più semplice da realizzare nel cane) ma, prima di tutto, un’appropriata comunicazione con la famiglia.

    Una delle domande che spesso mi pongono è: il mio gatto è davvero in sovrappeso?”, ha spiegato la dott.ssa Prola, “questo perché normalmente il proprietario, soprattutto nel caso di gatti, ha instaurato delle abitudini borderline”.

    dott.ssa Liviana Prola (medico veterinario nutrizionista, PhD, dipl. ECVCN)

    Il sovrappeso può rendere la vita del paziente più breve e predisporlo a diversi disordini di carattere clinico: problemi ortopedici (57%), cardiovascolari, respiratori, endocrino/metabolici (ad es. diabete), dermatologici (40%), oncologici, riproduttivi e anestesiologici.

    Le cattive abitudini da parte dei proprietari

    Tra le errate abitudini dei proprietari di gatti ci sono:

    • stimolare e poi soddisfare gusti alimentari per cibi altamente appetibili;
    • non prendere in considerazione le calorie derivanti dai fuoripasto;
    • incoraggiare l’appetito come segno di buona salute;
    • fornire cibo come palliativo per il gatto quando viene lasciato solo;
    • fornire cibo al posto di gioco ed esercizio fisico.
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    © Svetlana Rey – shutterstock.com

    Tutti questi aspetti sono stati valutati in uno studio di concerto tra medici veterinari e psicologi tedeschi da cui è emerso che nutrire l’animale stimola il rapporto comunicativo. I proprietari di animali in sovrappeso passano più tempo, rispetto ai proprietari di pet normopeso, a guardare l’animale mentre mangia. Inoltre, spesso i proprietari non considerano il sovrappeso o l’obesità come una patologia e, di conseguenza, non sono consci del rischio reale di perdere i loro animali.

    La dieta nel gatto obeso

    La restrizione calorica è l’unico elemento di tipo nutrizionale che finora si è dimostrato utile ad aumentare l’aspettativa di vita di un animale. Il sovrappeso del gatto è definito come uno squilibrio, per prolungato periodo di tempo, tra apporto energetico e fabbisogni. L’apporto energetico può aumentare per eccesso di cibo, elevata appetibilità e aumento della fame; il calo dei fabbisogni può essere dovuto a castrazione, sedentarietà, età, predisposizione genetica. L’obiettivo del trattamento è il raggiungimento del peso ideale dell’animale e il suo mantenimento per il resto della vita: questo nel gatto è lo step più difficile.

    Il piano di dimagrimento

    La prima cosa da fare è un piano di dimagrimento, con valutazione dello stato nutrizionale e di quale dovrebbe essere il peso ottimale del paziente in esame.

    • Spesso l’entità del peso che il gatto dovrebbe perdere è davvero notevole, ed è difficile che il proprietario psicologicamente accetti un calo così drastico. È necessario quindi fissare e comunicare un obiettivo intermedio. Ad esempio, nel caso di un gatto che pesa 10 kg, con peso ideale di circa 4 kg, si potrebbe optare per il raggiungimento, come primo obiettivo, di 6 kg, per poi valutare come proseguire.
    • Per quanto riguarda il calcolo del fabbisogno energetico di mantenimento e la riduzione del peso, si dovrebbe conoscere l’assunzione attuale di calorie, e ciò è solitamente difficile, perché il proprietario non ha idea di quanto cibo il gatto assuma durante le 24 ore. Formula per il fabbisogno di mantenimento del gatto (sterilizzato): kcal/die = 75 x peso ideale del gatto0,67. A questo punto, dato che l’obiettivo è la perdita di peso, si dovrà applicare un fattore di correzione di dimagrimento, che oscilla tra 0,8 e 0,9. Nel gatto bisogna fare molta attenzione: mai attuare una restrizione energetica troppo spinta perché, a differenza del cane, se durante il dimagrimento si mobilitano troppi grassi questi possono accumularsi a livello epatico e provocare lipidosi epatica. Applicando il fattore di restrizione energetica indicato ci si aspetta una perdita di peso tra lo 0,5% e il 2% a settimana; dunque, è necessario far comprendere al proprietario che per il raggiungimento dei primi risultati sarà necessario del tempo.
    • Lo step successivo al calcolo del fabbisogno energetico del paziente è il calcolo dell’energia apportata dall’alimento. Le calorie dei cibi non sono riportate in etichetta perché non è un’informazione obbligatoria, ci si dovrà quindi regolare diversamente. Per ciascun macronutriente (proteine, carboidrati e grassi) è possibile stabilire un peso partendo dai dati in etichetta: il valore relativo alle proteine si moltiplica per 4, quello dei grassi per 9; per quanto riguarda i carboidrati, non indicati in etichetta, si calcolano per differenza e moltiplicando poi il risultato per 4. In questo modo è possibile calcolare quante kcal apportano 100 g di alimento.
    • Una volta ottenuti entrambi i dati (fabbisogno ed energia) si può procedere con il calcolo della proporzione per calcolare la quantità corretta di alimento da somministrare. Ad esempio: calcolato un fabbisogno 205 kcal e un apporto energetico di 100 g di alimento pari a 400 kcal: 100 g : 400 kcal = x : 205 kcal; dunque la quantità (x) di alimento da somministrare sarà x = 51 g/die. In termini pratici, è chiaro che somministrare 50 grammi di crocchette al giorno (circa una tazzina da caffè) è quasi inaccettabile per un proprietario che fino al giorno prima somministrava la stessa quantità in un singolo pasto (magari come merenda), e ciò renderà difficilissima la gestione del gatto.
    • A questo punto l’esigenza è capire quale alimento utilizzare. Ridurre l’alimento consueto non è appropriato dal punto di vista energetico, perché oltre alla quantità si riducono anche i macronutrienti necessari. L’alimento dietetico, invece, ha una concentrazione di proteine molto più alta ed è formulato per apportare meno calorie a parità di quantità. Le proteine determinano un “lavoro metabolico” elevato e mantengono la massa magra in corso di dimagrimento. Un’altra strategia utilizzabile è il “mix feeding”, che permette di arrivare a valori proteici elevati. Nel cibo secco, infatti, le proteine non possono superare un certo limite, per la necessità strutturale di utilizzare una certa quantità di amido, che non è possibile ridurre. Il cibo umido, invece, non ha questo limite e quindi può essere costituito anche da un singolo alimento proteico.

    E se il paziente obeso non dimagrisce?

    L’obesità è una delle patologie con il più alto tasso di insuccesso terapeutico e con un tasso elevatissimo di recidive.

    • Una delle insidie, riscontrata anche nell’uomo, che possono intralciare il processo di guarigione è rappresentata dall’effetto rebound. In questo caso un paziente, in cui si è riusciti a normalizzare il peso, tornerà sovrappeso ingerendo meno calorie rispetto a quante sono state necessarie la prima volta. È come se, in qualche modo, il metabolismo diventasse più efficace a convertire alimenti in calorie.
    • Un’altra insidia può essere la mancanza di compliance da parte del proprietario (che di solito viene persa quando il gatto comincia ad essere troppo spesso affamato) e del gatto, di solito per scarsa appetibilità.
    • A proposito dell’appetibilità, esistono due fattori che possono modificare il senso di sazietà del gatto: la concentrazione di grassi (un alimento con un’alta inclusione di grassi fa sì che il gatto assuma più alimento), e i digest (o palatability enhancers), cioè supplementi per alimenti che aiutano ad aumentarne molto l’appetibilità. Se un paziente rifiutasse qualsiasi tipo di alimento dietetico, la seconda opzione potrebbe essere l’alimentazione casalinga, basata su un piano nutrizionale ad hoc formulato con il supporto del medico veterinario nutrizionista.

    In ogni caso, se al follow-up il paziente non è dimagrito, vanno indagati possibili errori gestionali da parte del proprietario.

    In alternativa, si possono tentare altre strategie:

    • l’inclusione della fibra, che però nel gatto non dà i risultati sperati in quanto, pur avendo dei vantaggi (si lega ai nutrienti, abbassa il picco glicemico), un’alta quantità nell’alimento riduce l’appetibilità per alcuni gatti (una soluzione potrebbe essere lo Psyllium, ben tollerato dal gatto e appetibile nella maggior parte dei casi);
    • la dieta iperproteica, con un apporto proteico equiparabile a quello che il gatto avrebbe in natura mangiando piccoli roditori o simili, che sembra essere maggiormente efficace. Attenzione però, perché, se l’età non rappresenta un limite, alcune condizioni, come l’insufficienza renale, rappresentano una controindicazione per questo tipo di dieta. In questo caso si interviene solo con calcolo delle calorie e inserimento della fibra.
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    © TarasBeletskiy – shutterstock.com
    1. 6/11/24. Gatti in forma: strategie nutrizionali per contrastare il sovrappeso e l’obesità felina. Terzo webinar del ciclo: “Focus sulla nutrizione felina”, organizzato da AIVPA. ↩︎
    2. Cave NJ, Backus RC, Marks SL, Klasing KC. Oestradiol and genistein reduce food intake in male and female overweight cats after gonadectomy. N Z Vet J. 2007;55(3):113-9. ↩︎


  • Diabete felino: dalla diagnosi alla terapia dietetica

    Diabete felino: dalla diagnosi alla terapia dietetica

    Nel secondo incontro1 del ciclo di webinar dedicato a nutrizione e medicina felina organizzato da AIVPA (Associazione Italiana Veterinari Piccoli Animali) il dott. Andrea Corsini (DVM, PhD, ECVIM-CA Internal medicine, EBVS, responsabile del servizio di medicina interna del cane e del gatto e del servizio di patologia clinica presso l’OVUD dell’Università di Parma), ha toccato i punti salienti del diabete mellito felino fornendo informazioni spendibili nella pratica quotidiana.



    Definizione e fattori di rischio del diabete felino

    Il diabete mellito (DM) è una malattia dalle molte sfaccettature; la definizione data dall’ESVE (European Society of Veterinary Endocrinology) attraverso il progetto ALIVE condiviso dalla SCE (Society for Comparative Endocrinology, Società americana di endocrinologia veterinaria), lo identifica come un gruppo eterogeneo di malattie con eziologie multiple, caratterizzate da iperglicemia derivante da una secrezione inadeguata di insulina” (DM tipo 1, insulino-dipendente), “da un’a zione inadeguata dell’insulina” (DM insulino-resistente, include tipo 2), ”o da entrambe”.

    Dunque il diabete non è definibile come un’unica malattia, ma come un insieme di condizioni che possono avere meccanismi sottostanti diversi. Nel gatto i fattori di rischio più importanti sono:

    • età: nel 95% dei casi si tratta di gatti al di sopra dei 5 anni, la mediana va da 10 a 13 anni a seconda degli studi. Alcuni gatti tuttavia possono sviluppare la malattia anche più giovani;
    • sesso: circa il 70% dei gatti diabetici è di sesso maschile (ad oggi non è noto il perché di questa predisposizione);
    • obesità: è fortemente associata allo stile di vita indoor e alcuni studi hanno dimostrato come, per ogni aumento di un chilo rispetto al peso forma, aumenta di circa il 30% l’insulino-resistenza;
    • terapia con glucocorticoidi per comorbilità;
    • razza (in particolare il Burmese).
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    © Marc Dumont – shutterstock.com

    Diagnosi di diabete felino

    Dal punto di vista della presentazione clinica, i sintomi classici sono PU/PD, polifagia e perdita di peso. Nel gatto si aggiunge solitamente un’altra possibile complicazione, la plantigradia.

    Per aiutare, non tanto nella diagnosi, solitamente abbastanza intuitiva nei casi con sintomatologia evidente, quanto nel monitoraggio, ALIVE fornisce un Diabetic Clinical Score, che attribuisce un punteggio da 0 a 3 a vari aspetti della patologia e, dal totale finale, permette di valutare in modo oggettivo la presenza o meno di un miglioramento clinico significativo nel singolo paziente.

    Nell’interpretazione degli esami di laboratorio è necessario tenere presente il fattore “iperglicemia da stress”. È vero che quanto più il glucosio è alto tanto più è sospetto, ma in caso di stress tale parametro può salire moltissimo, con picchi di 360 mg/dl (talvolta anche di 500 mg/dl); quindi non basta il semplice riscontro di iperglicemia per emettere la diagnosi ma, in base ai criteri ALIVE, si devono considerare i due casi seguenti:

    • glicemia random uguale o maggiore a 270 mg/ dl con segni clinici classici e almeno un’alterazione tra aumento delle fruttosamine sieriche e glicosuria in più di un’occasione su campioni prelevati in ambiente domestico almeno 2 giorni dopo qualsiasi evento stressante;
    • glicemia random (a digiuno o non) tra 126 e 270 mg/dl e almeno due alterazioni tra segni clinici classici di iperglicemia senza altre cause plausibili, aumento delle fruttosamine sieriche e glicosuria in più di un’occasione su campioni prelevati in ambiente domestico almeno 2 giorni dopo qualsiasi evento stressante.

    È importante ricordare che non sempre i proprietari si accorgono dei segni clinici e quindi non li riferiscono. Una volta formulata la diagnosi serve il minimum database, cioè un insieme di dati che permettono di inquadrare la situazione a tutto tondo anche, per esempio, per identificare la presenza di eventuali patologie concomitanti.

    Esami collaterali consigliati

    Oltre ad anamnesi, esame obiettivo generale con misurazione della pressione (il diabete è causa di ipertensione), profilo biochimico, esame delle urine e valutazione delle fruttosamine sieriche, altri esami considerati utili in alcuni casi per la valutazione del paziente felino diabetico sono:

    • esame emocromocitometrico, utile se si sospettano comorbilità (solitamente però i gatti diabetici non presentano alterazioni significative);
    • ecografia addominale, qualora si sospetti la copresenza di triadite o pancreatite cronica;
    • valutazione del T4 totale, indicata negli anziani;
    • valutazione delle IGF-1, idealmente dopo almeno 6 settimane di terapia insulinica per evitare il rischio di falsi negativi. Tale parametro è utilizzato per diagnosticare l’acromegalia (o ipersomatotropismo), causa comune di diabete mellito nel gatto (si stima che il 18-25% dei gatti diabetici sia affetto da acromegalia).

    Gli obiettivi terapeutici e come
    ottenerli

    L’obiettivo della terapia è ridurre o eliminare i segni clinici riferibili al diabete per permettere al gatto di stare meglio.

    • In presenza di alterazioni nel BCS, che sia obesità o cachessia, si deve cercare di normalizzarlo.
    • Andrebbero evitate il più possibile complicanze della terapia, come per esempio gli episodi ipoglicemici o, al contrario, iperglicemici, con la comparsa di chetoacidosi diabetica.
    • Infine, si deve cercare di garantire un’adeguata qualità di vita al paziente, ma anche al proprietario, dato che è una patologia dal forte impatto sulla vita di entrambi. Infatti, la remissione del diabete non è considerata un obiettivo primario (sebbene possibile in circa il 30% dei gatti trattati con terapia insulinica). Essa può essere definita come quella condizione in cui il gatto non è più dipendente dalla terapia per più di quattro settimane; tuttavia, ciò non costituisce una guarigione dalla malattia: i gatti in remissione restano malati che, in alcuni casi, possono anche recidivare. Quindi è necessario porre attenzione alla comunicazione con il proprietario in modo da non creare false speranze.

    Comunicare con il proprietario

    Creare un rapporto di fiducia con i proprietari è alla base della buona riuscita del trattamento terapeutico. Non tutti i proprietari però sono uguali, è quindi fondamentale capire chi si ha di fronte. È necessario valutare lo stile di vita, le possibilità economiche e come queste si correlano tra loro (es. buone possibilità economiche ma mancanza di tempo e viceversa).

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    © AnnaStills – shutterstock.com

    Va poi considerato che non tutti riescono a gestire correttamente determinati tipi di monitoraggi terapeutici o ad avere la stessa confidenza con le nuove tecnologie.

    Cercare di comprendere quanto può essere duro ricevere una diagnosi di diabete per il proprio gatto è altrettanto fondamentale per raggiungere un adeguato livello di comunicazione con il cliente.

    Da uno studio2 è emerso che tra le maggiori preoccupazioni dei proprietari ci sono la volontà di raggiungere un maggiore controllo della malattia, la difficoltà a lasciare gli animali con amici, parenti o in pensione e la paura di possibili eventi ipoglicemici durante la propria assenza (es. per lavoro) e quindi l’impossibilità di prestare soccorso immediato. Durante una prima visita, quindi, le informazioni da fornire sono parecchie.

    Difficilmente una visita può durare meno di un’ora, perché avremo la necessità di chiarire i dubbi, spiegare il tipo di terapia scelta e perché, come eseguirla, come monitorarla, che tipo di dieta adottare ecc. Consideriamo un buon risultato se il proprietario uscendo dall’ambulato ricorda il 10-20% di quello che gli abbiamo detto. Per questo motivo le cose dette devono essere riportate in forma scritta .Molto utili sono, ad esempio, brochures o documenti, precedentemente preparati, che affrontino i principali aspetti della patologia, da lasciare al proprietario dopo il colloquio. In questo modo una volta a casa avrà la possibilità di consultare quel documento anziché, ad esempio, andare su Internet e trovare indicazioni errate o diverse da quelle che noi abbiamo fornito”.

    dott. Andrea Corsini (DVM, PhD, ECVIM-CA Internal medicine, EBVS)

    I farmaci a disposizione

    Le opzioni terapeutiche a disposizione, a cui è importante associare anche dieta, esercizio fisico e il trattamento delle patologie concomitanti, comprendono la somministrazione di insulina e, di recente applicazione, l’uso di farmaci ipoglicemizzanti orali, inibitori dei recettori SGLT2. Esiste anche un’altra categoria di farmaci, gli agonisti GLP-1, che mimano l’azione dell’ormone glucagon-like peptide-1, mai utilizzati in monoterapia.

    Le insuline in commercio sono molteplici, ma solo due sono registrate per uso veterinario; pertanto, sono queste quelle da prendere in considerazione come prima scelta, in particolare l’insulina zinco protamina. Molto importante è anche il corretto utilizzo delle siringhe, che cambiano in base alla tipologia di insulina utilizzata (contraddistinte da tappo rosso quelle ad uso veterinario, mentre è arancione quelle per la terapia nell’uomo).

    Il dosaggio terapeutico di partenza è 0,25-0,5 U/kg ogni 12 ore (senza superare le 2U/somministrazione); nel gatto si tende a preferire un dosaggio per soggetto anziché per chilo, quindi 1-1,5 U/gatto ogni 12 ore, perché in pazienti obesi o in sovrappeso esiste il rischio di sovradosaggio.

    L’importanza del monitoraggio

    Il monitoraggio della terapia è determinante, perché a volte la terapia sembra non essere efficace, ma per sapere se il vero problema è l’insulina, si devono avere dati adeguati sul paziente. Attualmente il metodo migliore è dato dal monitoraggio continuo della glicemia tramite sensore, anche se, ovviamente, il punto di partenza è sempre la valutazione dello score clinico.

    Anche le fruttosamine si possono usare per il monitoraggio. Utili quando misurate nel tempo nello stesso paziente, danno una stima delle concentrazioni di glucosio nelle 1-3 settimane precedenti e non sono influenzate dall’iperglicemia da stress; di contro, indicano il valore medio del glucosio ma non l’andamento nell’arco della giornata; inoltre non riflettono variazioni recenti, non permettono di chiarire la causa del mancato controllo glicemico, richiedono l’invio a laboratori di riferimento e i risultati non sono immediati (oltre a limiti nella standardizzazione del test e nella definizione degli intervalli di riferimento).

    Uno dei problemi da affrontare nel corso del monitoraggio è l’elevatissima variabilità glicemica nei pazienti, correlata sia a eventi su cui il medico può intervenire, sia a fattori che non possono essere modificati, ad esempio l’assorbimento dell’insulina, alterazioni nei meccanismi di contro-regolazione, oppure nella velocità di svuotamento gastrico.

    Da questo punto di vista, una novità positiva è stata l’arrivo in commercio degli SGLT2i (Sodiumglucose co-transporter 2 inhibitors, inibitori del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2). Di questi, in Veterinaria oggi è disponibile solo il velagliflozin.

    Questi farmaci agiscono a livello renale: nella parte più prossimale del tubulo contorto prossimale, esistono dei recettori SGLT di tipo 1 e 2, che consentono il riassorbimento del glucosio. I farmaci bloccano i recettori tipo 2 e inducono, di conseguenza, il rilascio di glucosio con le urine, aumentando la glicosuria senza compromettere il riassorbimento generale (i recettori tipo 1 rimangono attivi permettendo di evitare l’ipoglicemia).

    L’aumentata escrezione renale porta a normalizzazione della glicemia, eliminando l’effetto glucotossico sulle cellule beta del pancreas e inducendo così un miglioramento della funzionalità pancreatica e della sensibilità all’insulina. Ovviamente, il presupposto perché questa terapia funzioni è che il pancreas endocrino del paziente abbia una funzionalità residua con produzione di insulina endogena.

    Il monitoraggio continuo

    Oggi la metodica più accurata di monitoraggio continuo del glucosio è FreeStyle Libre 33: un sensore, pre-calibrato dal produttore, che, posizionato sul paziente, viene azionato tramite app, e misura il glucosio interstiziale (non quello ematico, e questo spiega le possibili differenze con i valori rilevati dal glucometro o tramite esame biochimico), per 15 giorni consecutivi. Il medico veterinario, registrandosi sulla piattaforma online LibreView, può consultare l’andamento del paziente in tempo reale e fornire un feedback al proprietario.

    Il paziente ideale per il velagliflozin

    Il candidato “ideale” per l’impiego di velagliflozin è un gatto neodiagnosticato, in buone condizioni generali (gatto “happy”) con assenza di comorbilità. Un candidato “possibile”, da valutare, è un paziente già in terapia insulinica in buone condizioni generali (gatto “happy”), a cui però bisogna prestare maggiore attenzione, perché potrebbe esserci un rischio un po’ più alto di avere delle complicazioni come la chetoacidosi diabetica. Da evitare assolutamente in gatti in cattive condizioni cliniche (gatto “unhappy”) con gravi comorbilità come malattia renale cronica in stadio avanzato o altre comorbidità significative e gravi.

    Il criterio fondamentale è che tutti i gatti in cui si decide di iniziare la terapia, anche se sono in buone condizioni generali, non devono presentare chetonuria.

    • Nei nuovi pazienti si inizia la somministrazione di velagliflozin a 1 mg/kg sid. Nei gatti in trattamento con insulina il passaggio si fa non somministrando la dose serale di insulina e iniziando il velagliflozin a 1 mg/kg la mattina successiva.
    • Monitorare l’efficacia della terapia con singola misurazione della glicemia, più fruttosamine, più valutazione clinica ai giorni 7, 14 e 21.
    • Monitorare anche le eventuali complicanze valutando la chetonuria ogni giorno per 2 settimane, con valutazione clinica chetonemia ai giorni 7, 14 e 21. I monitoraggi a lungo termine vanno ripetuti a 1 mese e ogni 3 mesi.
    • La terapia con velagliflozin va interrotta se si rileva iperglicemia persistente (controllare però l’aderenza alla terapia e prendere in considerazione iperglicemia da stress), se si rileva chetosi/chetonuria, se compaiono segni clinici come letargia, inappetenza, vomito, disidratazione, cachessia, diarrea persistente. Quando il gatto torna ad essere iperglicemico, reintrodurre la terapia insulinica. È possibile anche considerare la reintroduzione del farmaco una volta che il paziente supera la fase acuta della patologia che si è scatenata, ma questo va valutato caso per caso.
    • In caso di trattamento con velagliflozin il paziente è a rischio di comparsa di chetoacidosi diabetica (DKA) euglicemica (Glu < 250 mg/dL), soprattutto nei primi 14 giorni di trattamento, quindi oltre alla glicemia, bisogna controllare sempre i chetoni. In questi casi la terapia va sospesa e introdotto il protocollo per la gestione della DKA come in un qualsiasi gatto iperglicemico.

    La dieta nel gatto diabetico

    Il gatto diabetico si può gestire anche senza una dieta specifica, l’importante è lavorare sui vari aspetti per gestirlo al meglio. In particolare, nella fase iniziale ci si può adattare all’esigenza/preferenza del gatto (o del proprietario), si possono scegliere prodotti simili per composizione alla dieta desiderata e magari lentamente provare a introdurre dei prodotti più indicati per la gestione del diabete, tenere in considerazione prodotti a ridotto contenuto di carboidrati ma con un adeguato contenuto calorico.

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    © New Africa – shutterstock.com

    In gatti con comorbilità va data priorità alla gestione della comorbilità e dunque, un paziente nefropatico e diabetico dovrà fare una dieta renale, oppure un gatto con una IBD responsiva alla dieta dovrà fare la sua dieta idrolizzata.

    Uno dei problemi che si possono avere in questi pazienti è il calo dell’appetito. Ciò può portare ad un’assunzione altalenante di cibo che può diventare problematica in un gatto che riceve l’insulina, in cui potrebbero manifestarsi delle grosse variabilità da un giorno all’altro, dovute ai cambiamenti nella quantità di cibo che assume nell’arco della giornata, e questo aumenta i rischi di avere episodi ipoglicemici o di sviluppare complicanze come per la lipidosi epatica.

    Per quanto riguarda i gatti in terapia con velagliflozin, non c’è ancora una risposta chiara sulla dieta più indicata da adottare.

    1. 23/10/24. Diabete felino senza segreti: dalla diagnosi alla terapia
      nutrizionale. Nell’ambito del ciclo: Focus sulla nutrizione felina,
      Organizzato da AIVPA in collaborazione con Schesir. ↩︎
    2. Niessen SJ, Powney S, Guitian J, Niessen AP, Pion PD, Shaw JA, Church DB. Evaluation of a quality-of-life tool for cats with diabetes mellitus. J Vet Intern Med. 2010;24(5):1098-105. ↩︎
    3. Dispositivo ad uso umano commercializzato da Abbott. ↩︎


  • Gestione dello stato epilettico e delle crisi convulsive a grappolo secondo il consensus ACVIM

    Gestione dello stato epilettico e delle crisi convulsive a grappolo secondo il consensus ACVIM

    Sono state pubblicate le linee guida (ACVIM)1 per il trattamento dello stato epilettico e delle crisi a grappolo nel cane e nel gatto. Di seguito percorriamo le indicazioni fornite dagli autori che si prefiggono di fornire un’impronta pratica nella gestione delle emergenze epilettiche.

    Definizioni di stato epilettico e di crisi a grappolo

    Lo stato epilettico (status epiletticus, SE) è definito da una crisi che perdura più di 30 minuti o da un grappolo con crisi intervallate da mancato recupero dello stato di coscienza tra gli episodi, della durata superiore ai 30 minuti.

    In realtà dopo questo tempo sono già stati messi in atto processi spesso irreversibili e progressivi che comprendono anche la morte neuronale, per cui si è concordi nel suggerire un trattamento dello stato epilettico quando questo superi i 5 minuti.

    Le crisi a grappolo (cluster seizures, CS) sono rappresentate da un numero di episodi convulsivi superiore a 2 nell’arco di 24 ore; le crisi a grappolo, specialmente se numerose, possono rappresentare un rischio simile a quello dello stato epilettico o progredire ad esso.  

    Le 4 fasi dello stato epilettico

    Il tasso di mortalità dello stato epilettico si aggira intorno al 30% ed è significativamente superiore in caso di ritardo nel trattamento o di refrattarietà. Ben descritto nell’uomo, lo SE è caratterizzato generalmente da perdita di coscienza e attività motoria tonico-clonica (CSE, stato epilettico convulsivo) ma esistono anche stati epilettici non convulsivi (NCSE) in cui si può avere assenza di movimento o brevi mioclonie o nistagmo associato o meno a coma.

    Lo stato epilettico si distingue in 4 fasi a seconda del tempo intercorso e dei relativi processi patofisiologici.

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    Fasi dello stato epilettico (SE) e loro differenze per quanto riguarda i processi patofisiologici sottostanti coinvolti e la sensibilità al trattamento farmacologico (Fonte: ACVIM Consensus. Statement on the management of status epilepticus and cluster seizures in dogs and cats; 2023).

    Le procedure da seguire

    Le linee guida prodotte dal consensus si basano sulla letteratura preesistente, sull’esperienza clinica di un gruppo di neurologi selezionato, su studi sperimentali e, talvolta, su linee guida derivate dalla Medicina Umana. Gli articoli scientifici sono stati ricercati nei tre principali database scientifici (MEDLINE/ PubMed, Google scholar e CAB Abstracts) o recuperati dagli atti dei principali convegni di neurologia veterinaria.

    Negli studi analizzati, una percentuale superiore al 50% di risposta positiva (es. cessazione delle crisi) viene considerato un successo terapeutico e il trattamento considerato efficace. Questa percentuale potrebbe risultare scarsa in studi con basso numero di casi, per cui gli studi in esame vengono classificati in base a presenza di evidenza a favore o contro alta, bassa o contrastante; in caso di assenza di evidenza scientifica viene considerata l’esperienza del gruppo di neurologi selezionato, oltre a studi sperimentali, libri di testo e, ancora, studi di Medicina Umana.

    In tutto sono stati presi in considerazione 109 studi sia clinici che di farmacocinetica. Gli studi clinici vengono divisi per specie: canina (più del 50% degli studi sono di alta evidenza scientifica) e felina (il 60% degli studi sono di moderata evidenza). Il risultato è la classificazione delle procedure in cinque classi:

    • altamente raccomandata (A)
    • moderatamente raccomandata (B)
    • poco raccomandata (C) dove il trattamento può risultare inefficace o potenzialmente non sicuro
    • non raccomandato (D) quando il trattamento è inefficace e/o non sicuro
    • rifiutate (E) perché al momento mancano prove scientifiche e/o esperienza clinica sufficiente, sebbene possano rappresentare dei trattamenti efficaci
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    Raccomandazioni farmacologiche ACVIM in corso di stato epilettico SE) del cane. CRI: infusione endovenosa continua, EV: endovenosa, IM: intramuscolare, IN: intranasale, PO: orale (Fonte: ACVIM Consensus Statement on the management of status epilepticus and cluster seizures in dogs and cats; 2023).

    Midazolam: la prima scelta

    Prima di fornire i protocolli farmacologici per lo SE e il CS nel cane e nel gatto gli autori hanno giustamente precisato come la terapia farmacologica sia comunque correlata alla terapia di supporto per gestire le potenziali complicanze e alla rapida ricerca diagnostica per correggere potenziali cause delle crisi stesse (es. ipoglicemia).

    Tra le benzodiazepine di prima scelta viene sottolineata la maggiore efficacia (> 70%) e sicurezza del midazolam sia che venga somministrato per via endovenosa (EV) che per via intranasale (IN). Secondo alcuni, la somministrazione IN è considerata superiore alla somministrazione EV, in particolare per la rapidità di somministrazione, che non prevede l’applicazione di accesso venoso.

    La risposta positiva alle benzodiazepine si ha con la cessazione della crisi in meno di 5 minuti; in caso contrario o in caso di ripresentazione di crisi dopo 10-60 minuti si parla di SE ricorrente o scarsa efficacia.

    La tempistica intercorsa tra la somministrazione del farmaco e l’efficacia è spesso aneddotica e in solo due studi si definisce il tempo di 5 minuti come tempo utile a valutare l’efficacia del farmaco. L’indicazione è quindi di ripetere il bolo di benzodiazepina dopo almeno 2 minuti fino a un massimo di 3 boli, dopo i quali si consiglia di passare alla somministrazione endovenosa (EV) in infusione continua (CRI) di midazolam (raccomandazione ACVIM A nel cane e ACVIM B nel gatto) o di diazepam (raccomandazione ACVIM B nel cane e ACVIM D nel gatto a causa di scarsa sicurezza). Il ritardo nella somministrazione dei boli ripetuti potrebbe compromettere l’efficacia.

    Diazepam meno sicuro di midazolam?

    È importante ricordare come il diazepam, a differenza del midazolam, abbia un assorbimento alla plastica (siringhe, sacche, linee infusionali) che può portare a una riduzione di efficacia nelle CRI che arriva al 70% in 24 ore. Il diazepam è considerato meno sicuro del midazolam anche a causa del fatto che viene spesso diluito in glicol-propilenico, e questo potrebbe essere causa di flebiti o ipotensione soprattutto in corso di somministrazione rapida.

    I farmaci di seconda scelta

    Come farmaci di seconda scelta nel trattamento di emergenza dello SE o del CS sono considerati il levetiracetam, il fenobarbitale e la fosfenitoina.

    • La somministrazione di levetiracetam è consigliata per via endovenosa (ACVIM A nel cane e ACVIM B nel gatto) ma, qualora non sia possibile, il farmaco viene utilizzato per via orale, intramuscolare o rettale.
    • Il fenobarbitale, in condizioni di normale funzionalità epatica, è utilizzato con dosaggio di carico nei pazienti non trattati, mentre un qualsiasi aumento del dosaggio in pazienti già in terapia a lungo termine idealmente dovrebbe essere valutato sulla base di una fenobarbitalemia recente.
    • La fosfenitoina endovena è da considerarsi un farmaco aggiuntivo nei casi refrattari all’utilizzo di levetiracetam e/o fenobarbitale (ACVIM B nel cane).

    I farmaci di seconda scelta possono tuttavia essere introdotti insieme alle benzodiazepine o subito dopo, perché hanno capacità patofisiologiche supplementari agendo su subunità dei recettori GABA-A non sensibili alle benzodiazepine, sui recettori GABA extrasinaptici, sui recettori NMDA e AMPA, rilasciando glutammato presinaptico o, ancora, intervenendo sui canali del sodio e del calcio voltaggio-dipendenti.

    I farmaci di terza scelta

    I farmaci di terza scelta sono rappresentati da ketamina (somministrazione EV in bolo eventualmente seguito da CRI, ACVIM A nel cane e ACVIM E nel gatto) e successivamente da dexmedetomidina (somministrazione EV in bolo o CRI, ACVIM B nel cane e ACVIM E nel gatto) qualora la ketamina da sola non sia sufficiente.

    La dexmedetomidina (e la medetomidina) sono farmaci alfa-2 agonisti e agiscono riducendo i neurotrasmettitori eccitatori tramite la soppressione del sistema nervoso simpatico e del rilascio di noradrenalina, specialmente nella regione dell’ippocampo, dell’amigdala e della corteccia cerebrale. Inoltre godono di proprietà neuroprotettive in quanto riducono la richiesta di ossigeno cerebrale, riducono l’edema tramite vasocostrizione e contribuiscono al mantenimento della normale pressione arteriosa media.

    Tra gli effetti avversi ricordiamo la riduzione della respirazione, la bradicardia, le aritmie cardiache e l’ipotermia; tuttavia quest’ultima (36,7-37,7 °C) potrebbe, secondo uno studio, giocare un ruolo positivo nel controllo dello SE.

    Come seconda fase, in caso di mancata efficacia viene consigliato l’utilizzo di propofolo EV seguito eventualmente da CRI (ACVIM A nel cane). L’utilizzo di propofolo nel gatto dev’essere ridotto al minimo a causa della possibile tossicità ed effetti collaterali (AVIM C nel gatto).

    Gli effetti collaterali emodinamici di alfa-2agonisti e propofolo possono essere contrastati dalla ketamina, e anche per questo spesso questo farmaco si associa ai suddetti.

    Il propofolo agisce come agonista sui recettori GABA A, come agonista sui recettori della glicina, come antagonista sui recettori NMDA così come sui recettori del calcio. Gli effetti collaterali includono depressione cardiovascolare e respiratoria con necessità di intubazione per perdita del riflesso faringeo. Inoltre il farmaco è solitamente formulato con alcol benzoico al 2% che non ne garantisce l’uso tramite CRI potendo dare sintomi avversi di tipo neurologico e cardiovascolare.

    Per quanto riguarda il gatto, con l’utilizzo del propofolo si può osservare la formazione di anemia con corpi di Heinz, malessere, anoressia, diarrea, edema facciale e aumento dei tempi di recupero. Nonostante in tutti gli studi valutati non venga definita con precisione la gravità dei sintomi avversi così come l’effettivo sviluppo in rapporto a tempi e dosi di somministrazione, la prolungata CRI di propofolo nel gatto non è consigliata.

    In caso i farmaci precedenti non siano efficaci nel controllo del SE o del CS, si considera la somministrazione di altri farmaci anestetici iniettabili quali il pentobarbitale e il tiopentale sodico mediante somministrazione EV e CRI (ACVIM B nel cane e ACVIM C nel gatto), o farmaci anestetici inalatori (ACVIM B nel cane e nel gatto).

    Altri interventi farmacologici e non solo

    Altri interventi farmacologici (ACVIM E nel cane e nel gatto) quali la somministrazione di magnesio EV e allopregnanolone o ancora, interventi non farmacologici (come, ad esempio, la neurostimolazione del nervo vago, la stimolazione magnetica transcranica ripetitiva e la stimolazione cerebrale profonda) possono essere presi in considerazione in caso di refrattarietà dello SE o del CS (considerati stati super-refrattari).

    In Medicina Umana in tutti gli stati e in particolare nei pazienti super-refrattari dello SE si utilizzano farmaci immunosoppressori come i cortisonici perché sono in grado di ridurre le interleuchine infiammatorie (IL-1, IL-1B, IL-6) e il fattore di necrosi tumorale (TNF-a) reputati responsabili del mantenimento dell’attività convulsiva.

    Inoltre gli immunosoppressori nell’uomo riescono a regolare alcuni trasportatori (come la glicoproteina P) e a controllare il passaggio di farmaci e sostanze attraverso la barriera ematoencefalica (BBB); nei nostri animali non sono ancora stati prodotti studi a riguardo per cui non sono state fornite raccomandazioni relative all’uso di immunosoppressori.

    Lo svezzamento farmacologico

    Il trattamento – qualunque esso sia – necessario alla cessazione dell’attività convulsiva viene proseguito indicativamente per 24-48 ore, eccezion fatta per quei farmaci che potrebbero causare effetti collaterali o tossicità (es. le somministrazioni CRI). L’aspetto clinico dovrebbe idealmente essere confermato dall’elettroencefalografia soprattutto nei casi di stato epilettico non convulsivo (NCSE) nonostante la maggior parte delle strutture non sia in possesso della strumentazione necessaria.

    Per evitare ricadute dello SE i farmaci devono essere ridotti e sospesi gradualmente e possibilmente in ordine inverso rispetto alla loro introduzione, con una riduzione del 25-50% ogni 4-6 ore per i farmaci somministrati tramite CRI, provvedendo alla riduzione e sospensione di un farmaco alla volta.

    I farmaci inalatori possono essere sospesi più rapidamente, così come i farmaci potenzialmente rischiosi secondo giudizio medico.

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    1. Charalambous M, Muñana K, Patterson EE, Platt SR, Volk HA. ACVIM Consensus Statement on the management of status epilepticus and cluster seizures in dogs and cats. J Vet Intern Med. 2024; 38(1):19-40. doi:10.1111/jvim.16928. ↩︎