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  • Alfabeto del gattino: B come benessere

    Alfabeto del gattino: B come benessere

    Il secondo incontro del ciclo formativo “L’alfabeto del gattino” organizzato da GISPEV (Gruppo Italiano Studio Pediatria Veterinaria), si è focalizzato sul mantenimento dello stato di benessere del gattino durante una visita medico-veterinaria. Relatrice dell’incontro è stata la dott.ssa Raffaella Bestonso (medico veterinario comportamentalista, esperto in comportamento animale FNOVI, socia fondatrice di AIVPAFe), che ha esordito nell’esposizione con l’analisi della percezione da parte del proprietario della visita veterinaria, in particolare quella pediatrica, a cui viene sottoposto il gatto: da uno studio del 2010 è emerso che per il 27% dei proprietari la visita veterinaria rappresenta un evento stressante e che è diffusa la convinzione che la vita indoor del gatto riduca la necessità di visite.

    Un’esperienza rigorosamente positiva

    Le visite iniziali del gattino devono rappresentare un’esperienza positiva per l’animale, ma anche per il proprietario. Quest’ultimo sceglie la struttura veterinaria a cui affidare le cure del proprio animale influenzato da diversi fattori ma valutando soprattutto la modalità con cui il veterinario tratta l’animale.

    Per quanto riguarda invece il paziente, esperienze negative, stress, contenzione e ansia sono spesso causa di comportamenti aggressivi durante la visita ambulatoriale. A tal proposito, è stato sottolineato che l’apprendimento e l’associazione delle esperienze che il gattino vive rimarranno durature nel tempo, sia quelle positive che quelle negative.

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    © Brian A Jackson – shutterstock.com

    Il medico veterinario che si occupa di pet dovrebbe dunque sempre monitorare se l’approccio alla visita clinica e la struttura stessa in cui opera siano cat friendly”, così come indicato dalla ISFM (International Society of Feline Medicine) e cioè considerare:

    • elevati standard di cura e benessere per i gatti;
    • presenza di personale preparato nel gestire correttamente gatti e gattini (con rispetto e delicatezza);
    • un ambiente dedicato ai gatti e rispettoso delle esigenze feline per ridurre lo stress e favorire l’approccio del personale operativo;
    • il programma Cat friendly practice di AAFP (America Association of Feline Pratictioner), secondo il quale il team dev’essere accogliente verso i gatti, utilizzando un corretto approccio clinico in considerazione del corredo etologico di questi animali.

    La metodologia di comunicazione adottata dal medico veterinario dovrebbe essere sempre empatica e costruttiva, con chiare indicazioni e informazioni di base sulla corretta gestione dell’animale, soprattutto in caso di prima esperienza di accoglienza di un gatto da parte di proprietari neofiti (in particolare è opportuno soffermarsi sull’allestimento domestico delle cucce, sulla zona di alimentazione, per le lettiere, e su tipologia e modalità di utilizzo di trasportini per viaggi e contenzione).

    L’esperienza “visita del gattino”

    L’esperienza “visita” del gattino inizia prima della visita clinica in sé, con l’approccio al trasportino, l’esperienza del viaggio, l’esposizione a odori, suoni, panorami nuovi, l’attesa in un luogo nuovo (rappresentato dalla sala d’aspetto) con la possibile presenza di altri animali della stessa specie o di specie differenti.

    È necessario affrontare con il proprietario l’argomento della scelta del trasportino (che dovrebbe essere rigido e con apertura anche dall’alto) e del suo utilizzo in modo corretto (ad esempio lasciandolo, nell’ambiente domestico, in compresenza di odori e oggetti famigliari), spiegando anche che è utile instaurare alcune abitudini che possono essere correlate a esperienze positive (ad esempio, iniziare con piccoli viaggi non legati alla visita veterinaria).

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    © alenka2194 – shutterstock.com

    Alcuni consigli utili e pratici da indicare al proprietario affinchè il viaggio non diventi un’esperienza negativa per il gattino sono:

    • dotare il trasportino di un cuscino e coprirlo con una coperta;
    • utilizzo di oli essenziali e feromoni appaganti;
    • in caso di più gattini, utilizzare diversi trasportini;
    • posizionare il trasportino a terra per limitare la cinetosi;
    • un atteggiamento di guida calmo, evitando rumori forti e musica a volume elevato;
    • sostenere e fissare il trasportino per evitare oscillazioni o urti contro oggetti;
    • nei tragitti a piedi il trasportino andrebbe portato con due braccia per evitare oscillazioni, e ad altezza elevata per evitare possibili incontri con cani e per soddisfare il comportamento esplorativo dall’alto, tipico del gatto.

    Per quanto riguarda la struttura, gli ambienti dovrebbero essere adeguatamente puliti e igienizzati, evitando deodoranti o profumi troppo intensi, ventilando gli ambienti e garantendo adeguata illuminazione, sistemi di contenimento per evitare fughe, diffusori spray (con oli essenziali come lavanda, vetiver, salvia, basilico, e/o feromoni felini) oppure dispositivi a onde sonore e vibrazioni.

    Accettazione e sala d’attesa rappresentano il primo impatto del proprietario e dell’animale con la struttura. Sarebbe dunque auspicabile garantire, all’arrivo in struttura, un ambiente tranquillo, senza sovraffollamento per evitare stress sia alle persone che agli animali.

    La sala d’attesa dovrebbe essere cat friendly e dedicata in modo da poter garantire la sicurezza e tranquillità di cui il gatto ha bisogno per ambientarsi. La zona dedicata ai gatti dovrebbe essere visivamente separata da quella in cui sostano cani, con spazio a sufficienza per offrire posti a sedere per i proprietari e sistemazioni per i trasportini in alto (120 cm o più dal pavimento).

    Il trasportino coperto offre protezione e limitazione alle minacce visive anche con altri soggetti felini. Una cartellonistica informativa sarà utile a dare indicazioni ai proprietari riguardo alla gestione degli spazi tra gatti e cani, mentre può essere molto apprezzata dalle persone in attesa la consultazione di materiale divulgativo sui gatti e in particolare sulla gestione del gattino.

    Tutti gli ambienti della struttura dovrebbero avere una temperatura confortevole con illuminazione a luce naturale o comunque con luce non troppo intensa, limitando i rumori forti e, ove possibile, insonorizzando le sale visita per evitare la percezione di vocalizzazioni di altri animali (interpretabili dal gattino come minacce). Inoltre, le finestre dovrebbero essere schermate per evitare la percezione di minacce all’esterno (ad esempio, per il passaggio di un cane).

    La possibilità di dedicare orari differenti alle visite dei cani e dei pazienti felini può poi limitare lo stress dovuto alla promiscuità di specie. Sarebbe anche opportuno disporre di una sala visita dedicata esclusivamente alla visita di soggetti felini, con porte e finestre dotate di sistemi di controllo per evitare fughe, ponendo attenzione a evitare che si formino aree non evidenti e inaccessibili per gli operatori in cui i gattini potrebbero andare a nascondersi.

    Il tavolo visita dovrebbe essere dotato di una copertura in gomma antiscivolo e corredato di cibo e giochi. Attrezzature e apparecchi (ad esempio bilance, termometri, tosatrici) dovrebbero essere scelti in materiali morbidi, non traumatizzanti, e dovrebbero essere silenziosi e a portata di mano per evitare troppi movimenti, fastidiosi per il gattino.

    Dedicare al gattino (e al proprietario) il tempo necessario

    La visita clinica del gattino (soprattutto la prima) richiede un tempo adeguato alla raccolta anamnestica. Nel corso di quest’ultima il gattino avrà la possibilità di prendere confidenza con l’ambiente dal trasportino o direttamente esplorando la sala visita. Non sempre la visita dev’essere effettuata sul tavolo visita, ma può avvenire in altre zone dell’ambulatorio dove il gattino si sente più a suo agio.

    Sarebbe auspicabile evitare un iniziale contatto diretto improvviso (che può essere traumatico) e non forzare l’uscita dell’animale dal trasportino, ma favorire un approccio proattivo da parte del gattino stesso. Per una visita efficace occorre:

    • muoversi lentamente;
    • adottare un tono di voce moderato;
    • evitare rumori forti e improvvisi (ad esempio, sibili);
    • evitare frequenti interruzioni della visita e l’ingresso di estranei;
    • evitare il contatto visivo diretto e tenere il gattino rivolto verso il proprietario durante la visita clinica;
    • effettuare manipolazioni dolci (che mimino carezze);
    • evitare contenzioni (come la presa dalla collottola);
    • condurre le procedure più “fastidiose” (come la rilevazione della temperatura e l’ispezione del condotto auricolare) preferibilmente alla fine della visita;
    • sospendere la visita in caso di manifestazioni di disagio da parte del gattino;
    • tenere a disposizione un asciugamano per la contenzione in previsione di procedure più impegnative.
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    © Juice Flair – shutterstock.com

    Nella comunicazione con un proprietario neofita è necessario fornire fin dalla prima visita alcune utili informazioni. La comunicazione con il proprietario di un gattino dev’essere comunque sempre corredata da empatia e comprensione e deve utilizzare un linguaggio chiaro, comprensibile e appropriato, sfruttando diversi mezzi di comunicazione (orale, visivo, scritto) per indicare le varie scadenze di visite cliniche, indagini diagnostiche e profilassi; risulta utile programmare eventuali invii di promemoria tramite diversi canali (messaggistica, e-mail, ecc).

    Consigli per il proprietario

    Alcune informazioni sono importanti per una corretta gestione alimentare e comportamentale del gattino.

    • Il gatto è un cacciatore e carnivoro obbligato (attirato dal suono e dall’odore delle prede), crepuscolare, territoriale, molto sensibile agli odori, tendenzialmente solitario. I gattini imparano il comportamento di caccia e durante la crescita si esercitano ad attaccare (consigliabile evitare il gioco con mani e piedi).
    • Il gatto ha abitudini alimentari con piccoli e frequenti pasti in zone appartate e solitarie.
    • Per l’abbeverata (con acqua pulita cambiata frequentemente) sono consigliabili fontanelle o ciotole poco profonde, disposte in zone lontane dal cibo.
    • Le lettiere devono essere posizionate lontano dal cibo e dalle zone di passaggio.
    • Creare un arricchimento ambientale con giochi, tane, nascondigli, tiragraffi, una zona riservata al grooming, e zone elevate con mensole, scale e percorsi.

    Il gattino ricoverato

    La degenza può essere una condizione molto stressante per il gattino; dunque, risulta fondamentale che l’ambiente sia pulito, sicuro, silenzioso. Regolarità e prevedibilità delle interazioni per controlli clinici e terapie aiutano inoltre a soddisfare la necessità di controllo tipica del gatto, con riduzione dello stress.

    Il ricovero dei gatti dovrebbe essere previsto in gabbie poste a un’altezza di almeno 120 cm dal suolo, con pareti solide che impediscano il contatto visivo con altri soggetti. Le gabbie in acciaio sono “fredde” e potenzialmente riflettenti, quindi andrebbero rese confortevoli suddividendole in zone in cui il gattino si percepisca nascosto e/o zone sopraelevate, ad esempio, ponendo all’interno un trasportino o una scatola di cartone.

    Coperte e oggetti provenienti da casa, alimento e tipologia di lettiera abituali aumentano il comfort durante la permanenza in degenza. Anche stimoli positivi come gioco e carezze alleviano lo stress del gattino ricoverato, soprattutto se l’interazione avviene con un ridotto numero di operatori. La conoscenza da parte del proprietario dell’organigramma dello staff che si occupa del loro gatto costituisce elemento importante; l’utilizzo di fotografie con l’indicazione dei nominativi e delle competenze dei sanitari può rafforzare la compliance nell’affidamento dell’animale.


    Le altre lettere dell’alfabeto del gattino:


  • Alfabeto del gattino: A come alimentazione

    Alfabeto del gattino: A come alimentazione

    Il GISPeV (Gruppo Italiano Studio Pediatria Veterinaria), affiliato AIVPAFe (Associazione Italiana Veterinari Patologia Felina), ha dato avvio a una serie di webinar progettati per approfondire, in maniera sistematica e didattica, le peculiarità del gattino, focalizzandosi, nel primo incontro, sulla sua nutrizione grazie all’intervento della dott.ssa Alessia Candellone (DMV, EMSAVM – European Master of Small Animal Veterinary Medicine, Phd, ECVCM Dipl. Elig.).

    Punto di partenza e fil rouge degli incontri è l’assioma: il gatto non è un piccolo cane; le sue peculiarità fisiologiche, anatomiche e comportamentali sono da tenere in considerazione nella valutazione nutrizionale soprattutto in età pediatrica.

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    © deanfry1978 – shutterstock.com

    Il gattino in fase post-natale

    La fase post-natale (da 0 a 4 settimane di vita) dell’età pediatrica consiste nel passaggio dalla nutrizione placentare alla nutrizione orale. Questa fase può essere ulteriormente suddivisa in:

    • fase neonatale: dalla nascita al 13° giorno di vita (apertura degli occhi);
    • fase di transizione: dal 14° giorno alla 3° settimana di vita;
    • fase di socializzazione: dalle tre settimane di vita allo svezzamento.

    La nutrizione è prevalentemente lattea (colostro, latte materno o latte artificiale), e, per i soggetti rimasti orfani in mancanze di balie l’alimento migliore resta il latte artificiale specie-specifico o il più simile possibile per le caratteristiche nutrizionali (in particolare la capacità energetica) a quello di gatta.

    Il fabbisogno energetico del gattino è di circa 15 kcal/100 g di PV (peso vivo) per i primi 3 giorni di vita fino ad arrivare a 20-25 kcal/100 g PV dai 6 giorni in poi. La densità energetica del latte artificiale è di circa 1 kcal/ml di prodotto ricostituito, e ciò facilita il calcolo della quantità da somministrare al giorno.

    In caso di mancata assunzione del colostro nelle prime 12 ore è possibile somministrare colostro felino surgelato, oppure siero iperimmune. Oltre al fabbisogno energetico è fondamentale garantire il fabbisogno idrico, che nel gattino è pari a 180 ml di acqua/kg PV/die. In caso di allattamento naturale questo fabbisogno è soddisfatto dal latte materno stesso; in caso di alimentazione con latte artificiale la corretta diluizione è dunque fondamentale, eventualmente con un’integrazione idrica a parte.

    Attenzione particolare alla gestione del gattino orfano

    Attenzione va posta nella gestione degli orfani, in particolare con:

    • il mantenimento di una temperatura corporea ottimale;
    • il riscaldamento del cibo da somministrare;
    • il monitoraggio del peso almeno due volte al giorno (la curva di crescita ottimale del gattino in fase post-natale è di circa 7 g/die);
    • la somministrazione di almeno 6-8 pasti;
    • la verifica che avvenga la defecazione;
    • l’igiene dell’ambiente in cui cresce il gattino.
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    © KoOlyphoto – shutterstock.com

    Lo svezzamento

    Lo svezzamento (da 4 a 14 settimane di vita) è la fase più critica per quanto concerne il sistema immunitario e il microbiota intestinale. In tale fase avviene l’espansione logaritmica dei batteri lattici presenti, con popolazioni batteriche miste (clostridi, Bacteroides). Lo sviluppo del sistema immunitario va di pari passo con la variabilità degli antigeni che l’animale incontra, e la reazione immunitaria al microbiota intestinale è una condizione essenziale che deve avvenire durante lo svezzamento. Se assente o influenzata negativamente dall’uso di antibiotici, si potrebbe determinare un imprinting patologico del sistema immunitario stesso, con un’aumentata suscettibilità e/o patologie infiammatorie su base disbiotica.

    Il passaggio dal latte all’alimento semisolido-solido carneo deve avvenire gradualmente, nell’arco di 3 settimane, considerando sempre anche il fabbisogno idrico. Per quanto riguarda la tipologia di alimento da somministrare, più è assortita la variante antigenica e più si favorisce la diversificazione di popolazione costituente il microbiota, riducendo quindi il rischio di patologie immunitarie successive.

    La fase di accrescimento

    Nel periodo dalle 14 settimane di vita fino alla maturità il punto focale è rappresentato dal rispetto dell’apporto energetico (100 kcal/kg peso metabolico0,67 secondo le linee guida 2024 FEDIAF), per la prevenzione del sovrappeso e dell’obesità e per scongiurare patologie metaboliche (diabete) e ortopediche. È stato ricordato che la tipologia di alimento e la composizione della dieta possono alterare l’assunzione di alcuni nutrienti, ad esempio è possibile una cardiomiopatia nutrizionale per carenza di taurina in mangimi grain free.

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    © Yarkovoy – shutterstock.com

    La composizione del mangime riportata sulle etichette deve comprendere i tenori nutrizionali come da indicazioni legislative. Inoltre, anche i prodotti commerciali per animali domestici possono essere causa di intossicazioni, per contaminazioni all’origine o durante la somministrazione. In particolare, uno studio effettuato tra il 2011 e il 2016 a Milano ha mostrato come l’1% delle intossicazioni alimentari nel gatto possano essere riferibili a ingestione di alimenti commerciali contaminati all’origine.

    Anche nei soggetti pediatrici si assiste a patologie nutrizionali legate all’ingestione di cibo contaminato (tossinfezione alimentare) ma non sono attualmente disponibili dati in bibliografia. In un breve accenno alla dieta BARF, ne è stata ribadita la criticità a livello di salubrità microbiologica (in particolare per quanto concerne Campylobacter spp. e Salmonella spp.), che dev’essere garantita soprattutto nell’impiego di alimenti carnei (in particolare di avicoli).

    I fatturi nutrizionali chiave

    • Proteine: i gatti sono super carnivori a ogni età; elevata è la richiesta di azoto alimentare e aminoacidi essenziali quali taurina e arginina.
    • Grassi: fonte primaria di energia, sono indispensabili (es. acido arachidonico e linoleico), ed è importante il bilanciamento omega 6 – omega 3 per supportare lo sviluppo neurologico e immunitario.
    • Vitamine e minerali: nel gatto non avviene sintesi dele vitamine A e D a livello cutaneo. Inoltre, minerali come calcio, fosforo e magnesio sono essenziali per lo sviluppo osseo e dentale ma è importante una corretta integrazione per evitare carenze ed eccessi.

    Le altre lettere dell’alfabeto del gattino:


  • Cane fobico: il percorso terapeutico comportamentale

    Cane fobico: il percorso terapeutico comportamentale

    La pupilla si dilata, la frequenza del respiro e il battito cardiaco aumentano, il corpo si prepara a rispondere all’evento stressante… La paura insorge in modo automatico come risposta a uno stimolo considerato minaccioso, e rappresenta un’emozione funzionale poiché permette all’individuo, al gruppo sociale in cui vive e alla sua progenie di sopravvivere. La risposta “fight or flight” è una reazione normale e fisiologica: il cane può fuggire o aggredire.

    I trigger del cane fobico

    Gli stimoli che inducono paura non solo provengono dall’ambiente esterno (come, ad esempio, un rumore) ma anche dal ricordo di un evento. Ogni emozione, infatti, “colora” un’esperienza attribuendole un significato positivo (mi è piaciuto) o negativo (mi sono spaventato, mi sono arrabbiato e così via). Sembra che il ricordo degli eventi negativi si conservi in modo più vivido anche se i dettagli sono percepiti con minor coerenza rispetto a ciò che è realmente accaduto.

    Al giorno d’oggi però si preferisce parlare di esperienza emotiva poiché è stata dimostrata la presenza di una componente cognitiva: le emozioni non sono solo dettate da ciò che accade in quel momento ma è possibile imparare dalle esperienze passate e modificare il nostro comportamento.

    Il cane nelle condizioni positive, per esempio quando è felice, contrae i muscoli che portano le orecchie ad avvicinarsi alla testa. Nelle condizioni negative, per esempio quando l’animale ha paura, è più frequente l’azione dei muscoli che portano a socchiudere le palpebre, leccare le labbra, ansimare, leccare il naso; le orecchie, invece, sono appiattite sulla testa e portate all’indietro.

    Paure ereditarie e apprese

    È probabile che il sistema emotivo del cane si sia evoluto non solo per facilitare la comunicazione con i propri simili ma anche con gli esseri umani. Un recente studio, infatti, ha rilevato che i cani emettono molte più espressioni facciali quando li osserviamo e sono capaci di sollevare il sopracciglio per assumere un atteggiamento che ricorda la tristezza così da attirare la nostra attenzione.

    Alcune paure possono essere ereditate mentre altre possono essere apprese. I topi, per esempio, sono capaci di trasmettere ciò che conoscono ai propri piccoli. Condizionando alcuni di questi animali a provare paura quando percepiscono uno specifico odore, questa sensazione può essere trasferita ai neonati fino a due generazioni successive. I bambini possono acquisire alcune paure sviluppate dalla madre a causa di traumi vissuti nel passato: le esperienze negative sono apprese “ricavandole” dalle espressioni del volto materno durante il racconto dell’accaduto.

    Il sistema nervoso del cucciolo, nel corso della crescita, attraversa momenti particolari dello sviluppo chiamati periodi sensibili. Tutto ciò che il piccolo conoscerà, soprattutto durante i primi tre mesi circa di vita, arricchirà la sua banca dati. Oggetti, rumori, odori, persone, altri cani, gatti e così via sono “esaminati” e incamerati nella memoria del cucciolo così da non averne paura in futuro.

    Il ruolo educativo della mamma è fondamentale per realizzare tutto ciò: il piccolo deve essere capace di gestire al meglio le proprie emozioni così da sfruttare le potenzialità dell’apprendimento. L’assimilazione delle informazioni, infatti, avviene con facilità quando le emozioni provate sono ad un livello “medio”. Gli eccessi emozionali (“picchi” o disregolazioni), invece, ostacolano l’apprendimento.

    La fobia

    La fobia, nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” dell’uomo, è definita come “paura intensa e persistente, eccessiva o irragionevole, provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o di una situazione specifica”. Questa classificazione può essere utilizzata anche nella medicina del comportamento del cane.

    Secondo l’origine è possibile distinguere fobie ontogenetiche e fobie post-traumatiche.

    • Le fobie ontogenetiche sono legate alle condizioni dello sviluppo comportamentale: il cane ha paura degli stimoli che non ha conosciuto in modo corretto durante i periodi sensibili (soprattutto il periodo di socializzazione che si estende dal primo al terzo mese di vita). È opportuno evidenziare che non è importante solo la quantità delle esperienze realizzate ma anche la loro qualità: per esempio, un cucciolo accarezzato dalla maggior parte delle persone sconosciute incontrate durante la passeggiata può diventare diffidente nei confronti degli esseri umani; la manipolazione effettuata a priori, senza il consenso dell’animale, si trasforma in un’esperienza “colorata” da emozioni negative come per esempio il disagio, il timore e la frustrazione.
    • Le fobie post-traumatiche, invece, sono dovute alla presenza di uno stimolo d’intensa entità in una situazione senza via di fuga come, per esempio, un’aggressione improvvisa da parte di un altro cane o l’essere vittima di un incidente. Anche il cane può essere affetto dal disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Nell’essere umano tale condizione consiste in un grave disturbo d’ansia che origina in seguito all’esposizione a un evento traumatico come le esplosioni durante una guerra, la morte, gli incidenti e gli eventi estremi come terremoti, inondazioni e così via. Il cane manifesta alterazioni comportamentali persistenti che non terminano nelle settimane successive al trauma.

    Le fobie più comuni

    Gli stimoli fobogeni più comuni sono inerenti a:

    • rumori (come per esempio spari, tuoni, fuochi d’artificio, sibilo del vento tra le mura domestiche, una porta che sbatte, e così via);
    • esseri umani (soprattutto di sesso maschile);
    • altri cani;
    • oggetti statici o in movimento.

    La sintonia emozionale

    Il profilo caratteriale timoroso, così come la ridotta qualità delle cure materne ricevute, concorrono ad aumentare la fragilità emozionale del cucciolo e, di conseguenza, la probabilità della comparsa di paure e fobie. Mamma cane stringe con i propri piccoli una relazione molto particolare. Nell’ultimo periodo di gravidanza le emozioni della madre sono già percepite dai cuccioli: le contrazioni dell’intestino legate allo stress, per esempio, o le carezze sull’addome della femmina gravida, inducono la percezione di disagio o di piacere da parte dei piccoli.

    La sintonia emozionale prosegue alla nascita e dopo il parto: il legame di attaccamento permette la crescita fisica e psichica dei neonati. Inoltre, la femmina secerne dalle ghiandole poste tra le file delle mammelle i feromoni di appagamento che aiutano i cuccioli a sentirsi “bene” e rilassati. La mamma rappresenta una base sicura e una maestra di vita (centro referenziale): tranquillizza, rassicura e mostra “come si fa”.

    Con la crescita il legame di attaccamento si “allarga” ai membri del gruppo con cui il piccolo vive (l’allevatore, i cani, gli altri animali) e ai componenti della famiglia umana. Il legame tra cane e referente è da considerarsi al pari dell’attaccamento del bambino alla propria mamma. L’essere umano è, a tutti gli effetti, la figura di riferimento/accudimento di questo animale e tra le due specie nasce una vera e propria relazione affettiva.

    Il quadro clinico del cane fobico

    La risposta comportamentale del cane agli stimoli fobogeni consiste nell’attivazione del sistema nervoso autonomo (tachicardia, tachipnea, midriasi, tremori, scialorrea, ipervigilanza, dispepsia, biascicare, sbadigliare, eruttare, vomitare, emettere minzioni e/o defecazioni emozionali), nella modificazione del comportamento esploratorio (agitazione, inibizione, evitamento, fuga) e/o nell’apparizione del comportamento di aggressione per irritazione (offensiva e/o difensiva) e da paura.

    La regolazione emotiva è la capacità dell’individuo di gestire le proprie emozioni in modo flessibile. La situazione vissuta è “analizzata” e “valutata”: il comportamento emesso è, di conseguenza, adattato al contesto. Quando questa competenza non è presente, si parla di disregolazione emotiva. Il cane, a causa della presenza di un piano prossimale di esperienza ridotto, vive le emozioni positive o negative alla massima intensità (“picco emotivo”).

    La predisposizione genetica (tratto di personalità timoroso) e la deficitaria qualità del legame di attaccamento nei confronti della propria madre sono fattori che peggiorano il quadro clinico.

    Durante la visita comportamentale, che dura circa novanta minuti, il clinico raccoglie informazioni su tutti i comportamenti del paziente (alimentare, assunzione di acqua, di toeletta, il sonno, eliminatorio, di aggressione, di socializzazione, ludico, sessuale, lo sviluppo comportamentale) ponendo domande ai membri della famiglia. La storia clinica del cane chiude la prima parte della consultazione. Durante la visita, il medico osserva il comportamento dell’animale: come interagisce con la persona estranea (il veterinario), con la famiglia e/o con i propri simili conviventi.

    Durante la visita, il medico veterinario rileva:

    • le capacità del cane di perlustrare l’ambiente e di esplorare gli oggetti presenti nello spazio adibito all’esame;
    • le emozioni mostrate e le motivazioni esternate;
    • l’attitudine a chiedere supporto alla famiglia umana (guardando, vocalizzando o richiedendo il contatto);
    • la comunicazione espressa.

    È opportuno realizzare un’attenta diagnosi differenziale con le patologie organiche. Un cane adulto che all’improvviso mostra una sintomatologia riferibile a una fobia ed evolve rapidamente in assenza di cause apparenti deve far pensare alla presenza di alterazioni a carico dell’apparato muscoloscheletrico (dolore acuto e/o cronico), patologie endocrine (ipotiroidismo, ipercorticosurrenalismo), deficit degli organi sensoriali o affezione del sistema nervoso centrale.

    Interazione intestino-cervello

    È necessario valutare durante la visita comportamentale anche l’interazione tra intestino e cervello, cioè la relazione tra il microbiota intestinale e il sistema nervoso centrale. Nell’essere umano, infatti, sono emerse da un lato l’esistenza di un importante feedback tra le patologie gastrointestinali e le condizioni neuropsichiatriche soprattutto in coloro che soffrono di ansia e depressione, dall’altro la correlazione tra i sintomi gastrointestinali e la severità di tali patologie. La funzionalità del microbiota intestinale dev’essere ripristinata anche nel cane grazie alla collaborazione con un medico veterinario esperto in nutrizione.

    Valutare anche l’apparato muscoloscheletrico del paziente

    Durante la visita comportamentale è opportuno valutare anche la funzionalità e l’efficienza dell’apparato muscoloscheletrico del paziente. Il dolore acuto e cronico, infatti, aumentano l’instabilità emozionale dell’individuo e ne incentivano l’irritabilità e l’impulsività. Cani affetti da dolore cronico mostrano un comportamento di evitamento legato alla paura e manifestazioni di ipersensibilità ai rumori. Questi soggetti sviluppano un’importante tendenza alla generalizzazione: anche stimoli e situazioni simili a quelle fobogene provocano in breve tempo una risposta di allarme.

    Il percorso riabilitativo

    Ogni percorso dev’essere strutturato ad hoc poiché le caratteristiche del sistema famiglia interspecifico sono uniche: non esiste una “ricetta” preformata!

    … non vi sono regole. Non esiste una via prestabilita per il recupero. Ogni paziente (sistema interspecifico, ndr) deve scoprire o creare i propri schemi motori o percettivi, le sue personali soluzioni alle sfide che sta affrontando e il compito del terapeuta sensibile è aiutarlo in questa impresa”.

    Oliver Sacks, neurologo britannico

    Il significato dei comportamenti alterati

    Il percorso riabilitativo inizia quando il clinico illustra ai referenti il significato dei comportamenti “alterati” del cane, fornisce le misure di sicurezza e i primi consigli pratici durante la visita comportamentale.

    • Le misure di sicurezza permettono all’animale di essere protetto nelle situazioni che non è capace di gestire oppure abbassano il rischio della comparsa di un comportamento di aggressione. Ne sono un esempio le passeggiate in luoghi tranquilli ed evitare i contesti in cui il cane si trova in difficoltà. Inoltre, l’animale deve essere protetto dalle interazioni (verbali e tattili) con gli esseri umani e i conspecifici di cui ha paura. Le misure di sicurezza sono temporanee e possono essere modificate durante le visite di controllo.
    • Per quanto riguarda i consigli gestionali, quando il cane è in difficoltà è necessario evitare le punizioni (anche quelle verbali) e rincuorarlo con parole dolci e una carezza. Così facendo non si “rinforza” la paura ma si attiva il legame di attaccamento che favorisce l’affiliazione: l’animale si fiderà e affiderà ai membri della famiglia facendo loro riferimento quando è a disagio. Un questionario ha evidenziato che i cani che vivono con referenti considerati “giocosi” e “pazienti” hanno una maggiore capacità di apprendimento quando coinvolti in nuove attività. L’uso della punizione, invece, porta a risultati opposti. Durante la prima parte del percorso è opportuno mantenere una routine quotidiana stabile così che il cane possa prevedere ciò che accadrà durante la giornata. La prevedibilità, infatti, è uno dei principali fattori che riduce la difficoltà legata alla comparsa di eventi improvvisi e imprevisti. Anche le passeggiate dovrebbero essere realizzate nei luoghi abituali e conosciuti dall’animale. I consigli gestionali possono essere modificati durante le visite di controllo.

    Terapia biologica o farmacologica?

    Il clinico, in base alle manifestazioni emozionali e alle attitudini comportamentali mostrate dal cane, sceglie di somministrare la sola terapia biologica (feromoni, integratori alimentari, rimedi vibrazionali – bouquet di fiori di Bach o Australiani -, oli essenziali e così via) o di avvalersi della terapia farmacologica (psicotropi, altre molecole – gabapentin, pregabalin – e così via).

    I principi attivi impiegati sono numerosi ma ogni clinico ne “preferisce” alcuni, quelli che utilizza spesso e in cui ripone “fiducia”. La terapia non ha l’obiettivo di “calmare” o “sedare” il cane ma attenuare la disregolazione emozionale così da permettere l’acquisizione di nuove competenze. I “picchi emozionali”, infatti, ostacolano l’apprendimento: un animale spaventato o sempre all’erta è concentrato sul proprio disagio e le strategie rivolte ad acquisire nuove conoscenze potrebbero non sortire alcun cambiamento.

    Quando usare gli psicofarmaci

    “Gli psicofarmaci agiscono a livello della sinapsi e della neurotrasmissione chimica. La neurogenesi sembra avvenire soprattutto a livello dell’ippocampo ventrale ed è stimolata negli animali da laboratorio e nell’essere umano anche dal trattamento con farmaci antidepressivi. Il gap temporale è di tre-quattro settimane. Personalmente baso la mia scelta sui sistemi emozionali maggiormente espressi dal cane: paura/terrore oppure frustrazione/rabbia.

    Anche altri fattori entrano in gioco nella decisione come, per esempio, l’ambiente di vita (appartamento in una zona molto trafficata quando il cane ha paura dei rumori), la presenza di soggetti fragili (bambini, persone anziane, con disabilità emozionale o fisica) o la manifestazione del comportamento di aggressione. È necessario in quest’ultimo caso valutare il rischio per quanto riguarda i membri della famiglia (esseri umani e altri animali), le persone o i conspecifici sconosciuti.

    Quando si tratta di psicotropi la soluzione migliore è conoscere e utilizzare pochi farmaci e padroneggiarli molto bene. In base alla mia esperienza preferisco associare tecniche terapeutiche differenti e unirle in una sinergia: questo approccio permette di ridurre le dosi dei singoli “ingredienti” e “potenziare” il risultato. È importante conoscere tutte le caratteristiche delle molecole per informare il gruppo famiglia sugli effetti indesiderati che, soprattutto durante le prime settimane di somministrazione, il cane potrebbe manifestare”.

    Dott. ssa Sabrina Giussani
    DVM, Esperto in Comportamento animale e in IAA, Dipl. Comportamentalista ENVF, Master in Etologia applicata e
    benessere animale, presidente senior SISCA.

    Attenzione alla sterilizzazione/ castrazione

    La castrazione e la sterilizzazione possono peggiorare lo stato emozionale del cane; qualora l’intervento fosse necessario, è opportuno stabilizzare dapprima il quadro comportamentale del paziente.

    Le linee guida WSAVA1 pubblicate nel marzo 2024 recitano: “in alcuni cani sia maschi che femmine, l’aggressività verso estranei e membri della famiglia è aumentata dopo la gonadectomia ed è stata segnalata una relazione tra la castrazione prepubere e l’ansia/mancanza di fiducia e un aumento generale dei problemi comportamentali”; inoltre, “nella femmina, i problemi comportamentali devono essere analizzati da medici veterinari esperti in comportamento prima che venga raccomandata una gonadectomia irreversibile” mentre nel maschio non tutti i comportamenti aggressivi sono correlati al testosterone”.

    Per tanti anni, invece, si è affermato che la sterilizzazione/castrazione fosse una terapia per i problemi comportamentali tra cui il comportamento di aggressione.

    L’obiettivo dell’intervento riabilitativo

    La riabilitazione è una branca della medicina volta al recupero di una funzione compromessa. Il modello cui la scrivente fa affidamento è definito sistemico poiché interviene non solo sulle singole abilità del paziente ma anche sulla rete di rapporti che questo stringe con il gruppo in cui vive. Obiettivo dell’intervento riabilitativo è fornire al cane e al sistema famiglia nuove competenze per vivere la quotidianità.

    Affrontare direttamente gli stimoli fobogeni non porta all’animale alcun beneficio: scontrarsi con il motivo della visita senza possedere gli strumenti per controllarlo aumenta la frustrazione e il disagio emozionale del cane. In presenza di una fobia, infatti, difficilmente si può attuare un processo di abituazione.

    L’abituazione è un meccanismo inibitorio che sopprime progressivamente la risposta dell’organismo al ripresentarsi dello stimolo. È considerata una forma elementare di apprendimento poiché connessa a una diminuzione di attenzione e reattività allo stimolo piuttosto che all’acquisizione di nuovi comportamenti. Non è possibile abituarsi a ciò che provoca “dolore” psichico; può, invece, instaurarsi la rassegnazione che consiste nell’accettazione passiva di ciò che avviene.

    Il percorso riabilitativo si svolge in collaborazione con l’istruttore cinofilo formato in riabilitazione. Questa figura realizza incontri pratici con il sistema famiglia interspecifico così da raggiungere gli obiettivi preposti dal clinico. Quando la terapia prescritta ha fornito gli effetti desiderati, il clinico informa l’istruttore in merito alla situazione comportamentale e sanitaria del cane.

    È importante riferire al tecnico, per esempio, eventuali intolleranze alimentari che potrebbero, con l’ingestione di premi in cibo, scatenare nel cane manifestazioni allergiche.

    L’attività ludica, importante strumento

    Le attività proposte sono di tipo ludico-cognitivo, cioè attività di gioco e di interazione realizzate in un contesto ludico. Attraverso il gioco vengono stimolate le capacità cognitive e comunicative di ogni partecipante in un clima di “divertimento”. L’attività ludica è riconosciuta come un importante strumento educativo poiché permette di sviluppare abilità di elaborazione delle informazioni, competenze comportamentali e sociali.

    Il gioco sollecita contemporaneamente funzioni cognitive, comunicative, attentive e mnestiche. Inoltre, il gioco può essere modulato su diversi livelli di complessità ed è il contesto ideale per esercitare e osservare lo sviluppo dell’autoregolazione di cui pianificazione e inibizione sono un esempio pratico.

    È opportuno evidenziare che l’intero sistema famiglia e non solo il cane deve partecipare al processo di cambiamento: non è soltanto l’animale che deve modificare il proprio comportamento ma l’intero gruppo sociale deve raggiungere un nuovo equilibrio relazionale.

    Durante i primi incontri pratici l’istruttore, osservando il comportamento del cane, mostra ai referenti i segnali di agio (che indicano disponibilità e curiosità) e di disagio (che indicano mancata disponibilità e “chiusura”) emessi dal cane.

    Segnali di agio:

    • Facies “distesa”, occhio “vispo” o a “mandorla”, baffi in avanti
    • Labbra che disegnano un “sorriso”
    • Orecchie in avanti, rilassate
    • Coda alta e rilassata oppure a mezz’asta
    • Cinetica regolare, gestualità ridotta
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    Occhio a “mandorla”, baffi in avanti; la facies “distesa” è uno degli indicatori di agio nel cane. © S. Giussani

    Segnali di disagio:

    • Aumento della frequenza cardiaca e respiratoria, dilatazione della pupilla (midriasi)
    • Facies “tesa”, occhio spalancato, commessure labiali “stirate”, baffi in tensione
    • Orecchie indietro
    • Leccare le labbra, deglutire, sbadigliare, tremare
    • Cinetica irregolare, gestualità aumentata, sollevare un arto anteriore
    • Minzioni e defecazioni emozionali
    • Leccarsi, grattarsi, cavalcare
    • Aumento della frequenza di assunzione di acqua
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    Occhio spalancato, commessure labiali “stirate”, baffi in tensione: la facies tesa è uno dei segnali di disagio nel cane. © S. Giussani
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    Nei molossoidi le “rughe” sulla fronte sono un segnale che indica la presenza di disagio. © S. Giussani
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    Le orecchie all’indietro e avvicinate alla testa sono un segnale comunicativo che indica paura. © S. Giussani
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    Nel corredo comportamentale del cane il leccarsi le labbra rappresenta uno dei segnali di disagio. © S. Giussani

    Comprendere lo stato emozionale dell’animale permette di migliorare la comunicazione tra i componenti del sistema famiglia interspecifico. Supportare e sostenere (con la postura, il tono della voce, un contatto fisico) il cane quando si trova in difficoltà in modo adeguato e proteggerlo dalle situazioni che lo mettono a disagio è il primo passo per raggiungere un nuovo equilibrio relazionale. In seguito, grazie alle attività ludico-cognitive proposte, il tecnico favorisce la comparsa di strategie che permettono all’animale di gestire un picco emozionale (disregolazione emozionale). Allontanarsi dalla situazione o osservare a distanza sono un esempio di tali modalità.

    Lo scaffolding

    La zona di sviluppo prossimale è un concetto introdotto dallo psicologo pedagogista Lev Semënovic Vygotskij e indica lo spazio virtuale in cui si può osservare ciò che un bambino è in grado di fare da solo e quali sono le potenziali competenze raggiunte nel momento in cui è sostenuto da un adulto competente. Questo scambio di capacità avviene nella zona di sviluppo prossimale e l’aiuto fornito al piccolo (al cane) da un adulto (l’istruttore cinofilo e il referente) prende il nome di scaffolding.

    La parola inglese scaffold si riferisce agli attrezzi utilizzati per realizzare una costruzione: il tutor sostiene e supporta il cane nello sviluppo di nuove abilità realizzando esperienze in ambiente protetto. Il sostegno è il focus del percorso riabilitativo e dev’essere adattato alle caratteristiche del sistema famiglia interspecifico e ai progressi realizzati dal cane.

    L’aiuto fornito, dapprima dall’istruttore e in seguito dai referenti, deve permettere all’animale l’acquisizione di competenze in piena autonomia. È possibile aumentare in modo efficace il piano prossimale di esperienza solo quando le emozioni positive provate dal cane sono state “fissate”. Altrimenti si realizzano solo performance (cioè sequenze comportamentali imparate a memoria) che mascherano (come un “coperchio”) il disagio emozionale dell’animale.

    È importante evidenziare che nell’essere umano le emozioni positive “allargano” il campo d’attenzione e i repertori comportamentali mentre quelle negative hanno un’azione opposta. Le emozioni positive inducono una serie di “amplificazioni” a livello cognitivo e relazionale che migliorano le strategie di coping dell’individuo. Le emozioni positive, quindi, favoriscono una maggiore capacità di fronteggiare eventi avversi. Il ripetersi nel tempo di esperienze positive trasforma il nuovo stile di coping in una modalità abituale e durevole di affrontare le situazioni, e ritengo che la stessa cosa avvenga anche nel cane.

    Sintonizzarsi in modo automatico con l’altro

    È necessario prestare attenzione al contagio emozionale, una forma primitiva di empatia che consiste nella tendenza a “sintonizzarsi” in modo automatico con l’altro. Le emozioni dei caregiver possono influenzare quelle del cane grazie al legame di attaccamento che unisce le due specie. La diffusione di emozioni negative, inoltre, avviene con maggiore facilità rispetto al contagio di emozioni positive poiché si tratta di una risposta adattativa che permette di rispondere ai segnali di pericolo.

    Dopo due incontri pratici è consigliabile realizzare una visita di controllo così da verificare da un lato le competenze acquisite dal cane e dai referenti, e dall’altro identificare lo step successivo. Il clinico e l’istruttore cinofilo si confrontano dopo ogni incontro pratico e ogni visita di controllo.

    Il percorso riabilitativo termina quando il sistema famiglia interspecifico riesce a vivere la propria quotidianità in modo appagante.

    1. A tal proposito vedere:
      ↩︎
    Per saperne di più:
  • Manifestazioni equestri: nuova normativa sul benessere animale

    Manifestazioni equestri: nuova normativa sul benessere animale

    l Decreto 8 gennaio 2025, emanato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per lo Sport, introduce requisiti stringenti in materia di sicurezza, salute e benessere di cavalli atleti e pubblico nelle manifestazioni equestri che si svolgono al di fuori di impianti o percorsi autorizzati.

    Questo decreto si inserisce nel quadro della riforma sportiva avviata con il Dlgs n. 36/2021, che ha disciplinato anche gli sport equestri. Per la professione veterinaria, questa normativa rappresenta un nuovo punto di riferimento cruciale per l’aggiornamento di compiti e responsabilità nel delicato settore delle competizioni e rievocazioni storiche con equidi.

    L’ambito di applicazione del Decreto

    L’ambito di applicazione del Decreto include le manifestazioni equestri pubbliche o aperte al pubblico, incluse le prove, in cui vengono impiegati equidi, ad eccezione di mostre, sfilate e cortei. Sono escluse le manifestazioni equestri che si svolgono all’interno di impianti e percorsi già autorizzati dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (MASAF), dalla Federazione Italiana Sport Equestri (FISE), dalla Fitetrec-Ante o da un ente di promozione sportiva riconosciuto per gli sport equestri.

    L’articolo 1 del DPCM introduce una serie di definizioni, tra cui alcune sono di particolare interesse per la professione veterinaria, come la figura del “medico veterinario ippiatra”, individuato come un medico veterinario con comprovata esperienza nel settore degli equidi, sottolineando la necessità di competenze specialistiche nella gestione sanitaria degli equidi atleti.

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    © Budimir Jevtic – shutterstock.com

    Gli equidi sono definiti come “cavalli atleti” ai sensi dell’articolo 22 del decreto legislativo 28 febbraio 2021, n. 36, cioè equidi registrati, non destinati alla produzione alimentare, utilizzati per l’attività sportiva e la partecipazione alle competizioni equestri. La registrazione richiede il Documento di Identificazione conforme al Regolamento (UE) n. 262/2015 e l’iscrizione al “repertorio cavalli atleti” presso le federazioni indicate dal decreto o enti di promozione sportiva competenti.

    Una maggiore attenzione agli aspetti sanitari e al benessere degli equidi

    Viene, inoltre, disciplinato (articolo 3) il procedimento per l’autorizzazione delle manifestazioni equestri rientranti nel suo ambito di applicazione, la quale dovrà essere rilasciata dall’autorità competente previo parere di una Commissione, integrata da un medico veterinario dell’Azienda sanitaria locale territorialmente competente e dal tecnico del fondo. Questa integrazione evidenzia una maggiore attenzione agli aspetti sanitari e al benessere degli equidi, fin dalla fase istruttoria del procedimento previsto.

    L’istanza di autorizzazione deve includere una relazione che attesti il rispetto delle misure di sicurezza e salute per fantini, equidi e pubblico. La Commissione verifica, inoltre, la conformità dello stato dei luoghi al progetto presentato. Il veterinario ASL e il tecnico del fondo, che integrano la Commissione, sono individuati dall’autorità competente entro sette giorni dal ricevimento della domanda.

    Molto spazio al ruolo e alle responsabilità del medico veterinario ippiatra

    L’articolo 5 è interamente dedicato agli equidi e ai fantini, alla relativa sicurezza e alle garanzie di benessere animale, ma dedica anche molto spazio a delineare in modo preciso il ruolo e le responsabilità del medico veterinario ippiatra, la cui presenza deve sempre essere garantita dall’ente organizzatore durante manifestazioni e prove, per eseguire tutte le valutazioni necessarie all’ammissione degli equidi alle manifestazioni. Esse sono le seguenti:

    • Gli equidi devono avere una struttura psico-fisica idonea alla prestazione richiesta.
    • Non possono essere utilizzati equidi che non abbiano compiuto quattro anni alla data della manifestazione.
    • È vietato l’uso di cavalli di razza purosangue inglese nelle manifestazioni che prevedono corse di velocità.

    Una specifica indicazione del medico veterinario presente è richiesta anche per la scelta di bardatura, attrezzature e ferratura. Questa disposizione rafforza il ruolo del veterinario anche nella valutazione e nella prescrizione degli ausili più idonei per la protezione degli animali.

    Prima dell’evento, il veterinario effettua l’esame obiettivo generale sugli animali, ne valuta le condizioni (anche sulla base di documentazione sanitaria fornita dal veterinario di fiducia) ed esegue, se necessario, visite più approfondite o ulteriori accertamenti per l’ammissione degli equidi. È responsabile della scelta degli equidi nonché, come sopra riportato, della bardatura, delle attrezzature e della ferratura degli animali.

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    © Jaromir Chalabala – shutterstock.com

    I compiti del medico veterinario iniziano da qui

    Stato di salute e identificazione

    Gli equidi devono essere in buono stato di salute, regolarmente identificati e registrati. La verifica di tali requisiti è demandata sia al medico veterinario dell’azienda sanitaria locale competente per territorio che al medico veterinario ippiatra, in una sinergia che rafforza i controlli sanitari.

    Sicurezza e soccorso

    L’ente organizzatore deve assicurare un adeguato servizio di soccorso per gli equidi secondo quanto previsto nell’allegato 4, che specifica la dotazione necessaria del mezzo di soccorso e/o trasporto (inclusa la disponibilità di un sistema di trasporto per animali non deambulanti, di farmaci per la terapia d’urgenza e di un telo di protezione per proteggere le operazioni di soccorso dalla vista del pubblico) e la disponibilità di una struttura veterinaria per equidi.

    Scheda tecnica e monitoraggio

    Il medico veterinario ASL presente durante l’evento deve poi inviare una scheda tecnica (conforme all’allegato 1) al Centro di referenza per il benessere animale dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna. L’Istituto è tenuto a inviare ogni anno, a sua volta, una relazione al Ministero della Salute, che pubblica annualmente i dati statistici sulle manifestazioni.

    Deve essere adottato un regolamento antidoping per le manifestazioni equestri

    L’articolo 7 vieta il trattamento degli animali con sostanze ad azione dopante, e gli enti organizzatori devono effettuare controlli a campione, anche prima della gara, e adottare un regolamento antidoping. La nuova disciplina sembra rappresentare un passo avanti per il benessere animale rispetto alla precedente ordinanza del 2011. Aspetti migliorativi includono la definizione di “cavallo atleta”, l’integrazione obbligatoria dei veterinari nella Commissione di vigilanza, il ruolo centrale del veterinario ippiatra, con responsabilità più definite rispetto al passato, l’obbligo di soccorso adeguato, limiti di età e razza degli animali, il sistema di raccolta dati, controlli antidoping rafforzati, e maggiore attenzione al tracciato.

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    © Tiwiplusk – shutterstock.com

    Per i medici veterinari interessati al ruolo di ippiatra, l’entrata in vigore del decreto:

    • rende più rilevante il possesso di competenze specialistiche e aggiornamento professionale;
    • comporta un ruolo proattivo nella fase di autorizzazione, partecipando alla Commissione di vigilanza con pareri vincolanti sugli aspetti sanitari;
    • aumenta le responsabilità con riferimento alla valutazione pre-gara dell’idoneità psico-fisica, alla scelta degli ausili e all’ammissione degli animali alle manifestazioni;
    • richiede preparazione alla gestione di emergenze sanitarie, inclusa l’eutanasia;
    • induce alla collaborazione interprofessionale, con enti organizzatori, fantini, tecnici del fondo e autorità competenti;
    • attribuisce un ruolo cruciale al veterinario ASL nella fase di raccolta dati e monitoraggio, attraverso la compilazione della scheda tecnica.

    È, inoltre, possibile un coinvolgimento nei controlli antidoping a campione.

    In conclusione, il Decreto 8 gennaio 2025 attribuisce un ruolo centrale al medico veterinario, in particolare al veterinario ippiatra, nella tutela della salute e del benessere degli equidi impiegati nelle manifestazioni equestri.

    Questa normativa non solo rafforza quanto già previsto dal Dlgs n. 36/2021, ma introduce un approccio più strutturato alla gestione veterinaria delle manifestazioni equestri, evidenziando la crescente responsabilità della professione nel garantire standard elevati di sicurezza e benessere animale anche in un settore che presenta fattori di rischio per gli animali.

    In un contesto in cui le aspettative sociali e normative nei confronti della tutela degli animali sono in continua evoluzione, questo Decreto potrebbe rappresentare un passo significativo verso una maggiore professionalizzazione del settore e una regolamentazione più armonizzata.

  • Cambiare è possibile?

    Cambiare è possibile?

    La giornata sembra non finire mai: sono le nove di sera e Rossi ha ancora due clienti che lo aspettano in sala d’attesa e il “solito imprevisto” paziente critico di fine serata. “Dovrei organizzare meglio gli appuntamenti e lasciare un po’ di spazio anche per me!”, sussurra con poca convinzione un veterinario esausto.

    Noi esseri umani siamo strani animali. In alcuni momenti sappiamo essere geniali e coraggiosi, in altri tutto il contrario: ottusi e codardi. A volte ci spaventa un pensiero o anche una semplice parola e, tra le tante, quella che lo fa più di tutte è CAMBIARE! Nei confronti di questa parola nutriamo lo stesso fascino che proviamo pensando ai paesaggi vulcanici della Nuova Zelanda, ne siamo attratti, sono luoghi dove prima o poi vorremmo andare, ma rimandiamo il viaggio perché l’ambiente è – si bellissimo – ma ci sembra così ostile.

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    © Dilok Klaisataporn – shutterstock.com

    Si, vorrei proprio, ma…” rispondiamo quando qualcuno ci propone la sua soluzione a qualche nostro problema, una soluzione che ci chiede di cambiare qualche cosa nel nostro modo di comportarci o pensare.

    Un equilibrio assai precario

    Viviamo quotidianamente dentro una sorta di equilibrio che ci sembra stabile, ma in realtà è assai precario. Come tutti gli altri organismi viventi cerchiamo di mantenere una condizione di omeostasi e ogni volta che qualcosa perturba il nostro equilibrio, che provenga dal nostro mondo esterno o interno, avvertiamo subito l’impulso di rifugiarci nelle nostre certezze.

    Facciamo come il bambino quando esplora un nuovo ambiente: se avverte un rumore improvviso si spaventa e corre dalla mamma a cercare conforto nelle sue carezze. Allo stesso modo davanti a un mutamento improvviso, o anche al suo ologramma proiettato dal futuro, corriamo a farci cullare nella sicurezza del “mondo che conosciamo”. Il cambiamento ha lo stesso fascino di una foresta vergine: ci attrae e desideriamo esplorarla, ma ci sentiamo più sicuri se indugiamo a immaginarne l’origine dei suoni e scrutarne la vegetazione lussureggiante ritti in piedi, sullo zerbino, davanti alla porta di casa.

    È innegabile: anche noi, come il dottor Rossi, siamo esseri abitudinari. Lo verifichiamo ogni volta che ci laviamo i denti, apparecchiamo la tavola, ci vestiamo o guidiamo l’auto. L’abitudine non solo ci fa sentire “al sicuro” ma permette al nostro cervello di occuparsi di altre questioni. Un comportamento abituale diventa routinario quando passa in modalità automatica e consente alla nostra mente di fare qualcos’altro, mentre il corpo procede nelle sue azioni.

    Se provassimo a passare in modalità manuale – provando ad esempio a lavarci i denti con la mano che abitualmente non usiamo – ci accorgeremmo come il cervello smetta di spaziare nei mondi del futuro, dove regnano le preoccupazioni o in quelli del passato, dove governa il rimorso, per dedicarsi al presente, una dimensione temporale nella quale solitamente non viviamo.

    L’abitudine “ci tiene a galla”

    Quindi sì, siamo esseri abitudinari e anche se ci crediamo molto più complicati – a pensarci bene – il nostro “carattere” coincide semplicemente con una serie infinita di abitudini che abbiamo accumulato durante la nostra vita e che, nel tempo, hanno messo robuste radici. Non solo abitudini a fare le stesse cose quasi ogni giorno, ma anche abitudini nel pensare, parlare con noi stessi, interpretare e dare un senso a quanto ci accade, a quello che fanno o dicono gli altri e al mondo in cui viviamo.

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    © Josep Suria – shutterstock.com

    Abitudine è, da un lato, tranquillità, sicurezza e benessere, ma dall’altro è immobilità, rigidità e un quieto accontentarsi. È il salvagente al quale aggrapparsi quando nel mare dell’incertezza si scatena una tempesta. Qualcosa che ci tiene a galla, impedendoci di affogare nelle profonde acque dell’incognito, ma che a lungo andare ci impedisce di apprendere l’arte del nuoto e poter così giungere a nuovi approdi.

    Paura di provare paura

    Quando si parla di cambiamento la paura fa novanta. Paura di fallire, di essere giudicati, ripudiati, umiliati. A volte è solamente paura dell’ignoto, di perdere il controllo, ma altre più semplicemente è paura di provare paura. Se Rossi vorrà migliorare la sua qualità della vita dovrà seriamente riflettere sul perché non riesce a diventare la persona che davvero desidera essere. Cosa realmente glielo impedisce?

    Esistono alcune grandi verità riguardo il cambiamento comportamentale.

    • La prima è che per abbandonare le proprie abitudini ci si deve impegnare con tutte le energie disponibili.
    • La seconda è che il cambiamento si produce solo dall’interno. Lo sperimentiamo ogni giorno. Nessuno può farci cambiare idea se non siamo noi stessi a volerlo, tant’è che davanti alla supplica dell’amico, del partner o del collega “Vorrei che tu fossi…facessi…” si attiva immediatamente il nostro sistema anti-persuasione e di conseguenza tendiamo a fare perfettamente l’opposto di quanto ci viene richiesto, secondo l’insana abitudine di rimanere refrattari ai “buoni consigli”.
    • La terza verità è che dobbiamo agire il cambiamento dentro un mondo imperfetto, in un ambiente in gran parte fuori dal nostro controllo.

    Gli attivatori psicologici: sabotatori del tentativo di cambiamento

    Quando progettiamo di cambiare un qualcosa nella nostra vita, troviamo immediatamente una manciata di buonissime ragioni per non farlo. Sono delle convinzioni che scattano come la molla di una trappola sabotando il nostro tentativo di cambiamento e giustificando ogni nostro fallimento o stato di inerzia. Queste prendono il nome di attivatori psicologici.

    Di seguito qualche esempio:

    • sovrastimiamo frequentemente la nostra forza di volontà e capacità di autocontrollo, ignorando che l’ambiente nel quale viviamo nasconde mille insidie capaci di azzerare queste forze;
    • per ogni nostro scivolone momentaneo abbiamo la scusa del “giorno speciale”, e conferiamo ad alcuni eventi eccezionali, che sia il nostro compleanno o qualche altra ricorrenza, la capacità di introdurre un certo grado di incoerenza nel nostro agire risoluto e bloccare il cambiamento già sul nascere (la frase tipica è: “Ma si dai, per questa volta farò un’eccezione!”);
    • nel confronto con gli altri ci consideriamo migliori e quindi il pensiero “lui è peggio di me e dovrebbe migliorare” ci immunizza dal dover cambiare;
    • per tutti i compiti che riteniamo elementari pensiamo di non avere bisogno di una struttura che ci aiuti a eseguirli e abbiamo due convinzioni fortemente limitanti: disprezziamo la semplicità (riserviamo la nostra attenzione solo alle cose complicate) e ci infastidisce dover seguire regole precise (alzi la mano chi legge i libretti delle istruzioni). Fondamentalmente siamo poco umili e senza umiltà non si cambia;
    • sottovalutiamo la quantità di tempo che serve per fare qualcosa e siamo convinti che esso sia una risorsa inesauribile. In realtà abbiamo solo poco più di ottomila ore all’anno, che diventano quasi seimila togliendo quelle in cui dormiamo. Questa convinzione crea le basi del nostro procrastinare irrefrenabile;
    • non mettiamo mai in conto gli imprevisti o i fattori di distrazione che inevitabilmente il futuro ci riserverà. E ce ne riserverà molti, stiamone certi;
    • crediamo fortemente che un evento clamoroso cambierà la nostra vita e noi, prima o poi, avremo una sorta di illuminazione. Questo si chiama pensiero magico e alimenta la credenza che si possa avere un’esperienza istantanea di profondo cambiamento. È però assodato che ogni cambiamento che si basi sull’impulso invece che sulla strategia non può durare a lungo;
    • crediamo che nel raggiungere i nostri obiettivi sia le energie che l’entusiasmo non ci abbandoneranno mai, anche se in realtà l’autocontrollo è una risorsa abbastanza limitata, il processo di cambiamento è lungo e la stanchezza, prima o poi, si farà sentire;
    • siamo certi che il cambiamento, una volta raggiunto, sia per sempre. Pensare che raggiungere un obiettivo possa risolvere ogni cosa crea un falso senso di stabilità. La verità è che eliminare vecchi problemi semplicemente ne crea di nuovi. Posso, infatti, essere felice per la mia nuova e così ambita posizione lavorativa, ma una volta insediato arriveranno le preoccupazioni del dover essere all’altezza dell’incarico e le responsabilità del nuovo ruolo;
    • pensando al futuro non mettiamo mai in conto gli imprevisti o i fattori di distrazione che inevitabilmente incontreremo. Spesso esiste un’elevata probabilità che si verifichino tutti quegli eventi a “bassa probabilità”;
    • siamo stati educati a pensare che i nostri sforzi verranno riconosciuti e ricompensati, nella credenza di base che la vita sia “giusta”. La legge della realtà ci insegna il contrario e ogni nostra aspettativa delusa dal vedere ignorate le regole della “giustizia cosmica” ingrasserà la palude del risentimento;
    • temiamo che cambiando possiamo “non riconoscerci più” e perdere noi stessi. Da ciò l’ostinazione a rimanere “sempre gli stessi” per conservare l’immagine che abbiamo di noi, la nostra identità, dimenticandoci che il modo di definire la nostra immagine è solo uno tra i tanti possibili.

    In parole povere, pensiamo di saperci valutare con giudizio e obiettività, ma nei fatti ci sovra o sotto stimiamo con grande frequenza, sbagliando grossolanamente. Se il dottor Rossi vorrà diventare il “professionista organizzato e sereno che trova il tempo per coltivare anche le proprie passioni” che ha in mente, dovrà prima di tutto individuare tutti quegli attivatori psicologici che lo tengono intrappolato nei vecchi comportamenti, e solo dopo potrà procedere lungo la strada del cambiamento.

    La mente collabora poco al cambiamento

    Sembra incredibile come la nostra mente, uno strumento che nell’evoluzione della vita umana si è dimostrato così prezioso nel fare adattare la specie alle richieste dell’ambiente, sostenendo sia grandi che piccoli cambiamenti, sia così poco collaborativa quando il bisogno di cambiare origina da dentro di noi.

    La professione medico veterinaria ha vissuto in questi ultimi anni degli stravolgimenti epocali nelle conoscenze, negli strumenti, nell’organizzazione e nel modo di praticarla. Ai veterinari di oggi la società richiede conoscenze e competenze sempre nuove e aggiornate alla velocità supersonica dei mutamenti che impone la tecnologia. Tutto quello che ci circonda ci chiede di cambiare perché è in continuo e inarrestabile movimento.

    Come esseri umani, nella dolce comodità delle nostre abitudini, sappiamo che cambiare non è affatto facile. Il solo pensiero di farlo scatena emozioni che ci mettono a disagio, che ci convincono a rimanere nello stato di malessere che conosciamo, anziché incamminarci lungo un sentiero insolito e sconosciuto. È innegabile che i pensieri e le emozioni che proviamo in ogni momento influiscano enormemente sul nostro modo di vivere e agire nel mondo.

    Allo stesso modo le certezze che ci siamo costruiti negli anni, attraverso il nostro personalissimo modo di “sperimentare la vita”, ci sussurrano di non lasciare la via vecchia e conservare quell’equilibrio che abbiamo raggiunto così faticosamente, stazionando nell’illusoria quiete di uno status quo dove la lamentazione diventa padrona di casa.

    Ma se per il nostro benessere è così importante cambiare, che cosa ci impedisce di farlo? Abbiamo visto che portiamo in dotazione tutta una serie di abitudini e convinzioni che non ci aiutano certo ad aggiungere molte novità alla nostra vita e così, alcune volte, abbiamo l’impressione di trovarci nella palude della noia ad ammirare un orizzonte ignoto e lontano.

    Il desiderio di liberarci può anche essere forte, ma senza la giusta determinazione gli stivali affondano sempre di più nel fango che si crea ogni volta; tentiamo di uscirne svogliatamente finché, alla lunga, svincolarsi dal pantano diventerà impossibile. A quel punto diciamo all’amico che ha catturato l’infelicità nei nostri occhi: “Ma si, non mi lamento, alla fine è la cosa migliore e in giro c’è chi è messo peggio!

    Cosa ci impedisce di cambiare?

    Questo comportamento dimostra che l’essere umano non è razionale, ma razionalizzante, ossia decide sulla base delle sue emozioni (e non sul risultato di un ragionamento) ma poi trova scuse “ragionevoli” (razionalizza) per giustificare, a sé stesso e agli altri, la sua decisione sbagliata o, per meglio dire, il suo “colpo di genio”!

    Purtroppo, oltre a ciò che dipende strettamente da noi, dobbiamo tenere in considerazione un altro acerrimo nemico del cambiamento: l’ambiente. Ogni nostro comportamento è, infatti, un’aberrazione innescata dall’ambiente. Crediamo di controllarlo quando, in realtà, diventiamo vittime del suo potere spietato. Un ambiente che, sempre per le convinzioni di prima, tendiamo a interpretare in modo erroneo.

    Quando, dopo mille fatiche, abbiamo deciso di realizzare un cambiamento in qualche aspetto della nostra vita, ecco che succede qualcosa che ci mette i bastoni tra le ruote, impedendoci di mutare o portandoci molto lontano da dove saremmo voluti arrivare.

    Ogni volta che l’ambiente cambia, anche il nostro comportamento ne viene alterato. L’ingresso in un nuovo ambiente modifica anche il nostro comportamento: si pensi al differente modo di comportarci che abbiamo dentro le mura di casa, dal meccanico o entrando in ambulatorio coi nostri colleghi. Basta una piccola variazione dell’ambiente per trasformarlo in uno scenario catastrofico. La temperatura non idonea di una sala d’attesa può raggelare o riscaldare gli animi di chi aspetta per entrare in visita.

    Basti pensare che alcuni ambienti vengono progettati appositamente per spingerci ad agire contro i nostri stessi interessi; pensiamo a come è organizzato un centro commerciale ad esempio: ogni cosa è studiata per “farsi desiderare ed essere comprata”. L’ambiente influenza quindi le nostre decisioni e ci spinge a seguire i nostri desideri immediati, ma non a operare quelle abitudini che ci porterebbero beneficio nel lungo termine.

    L’ambiente ci spinge a seguire i nostri desideri immediati

    La sera, in una camera da letto col televisore, tendiamo a seguire una serie che ci piace rimandando a chissà quando una bella dormita. Spesso non siamo in grado di riconoscere come l’ambiente condizioni le nostre abitudini e manchiamo di autodisciplina. L’ambiente è quindi tutt’altro che statico poiché cambia in continuazione, ma quello più pericoloso non è il macro-ambiente, bensì ogni più piccolo e specifico contesto dove interagiamo poiché ogni situazione nuova nella quale entriamo è una trasformazione che per immersione “contagia” anche noi.

    Potrei adirarmi e comportarmi aggressivamente solo in una certa situazione, ad esempio quando alla riunione partecipa anche il collega anestesista che non tollero più. Se vogliamo che la nostra barca del cambiamento giunga nel porto che desideriamo, dobbiamo diventare consapevoli del nostro comportamento e di come l’ambiente ci possa trasformare in qualcos’altro. Da questa consapevolezza nasce l’azione correttiva e si attiva un comportamento positivo.

    Meccanismi di attivazione costante: gli attivatori comportamentali

    L’ambiente è quindi un meccanismo di attivazione costante (attivatore comportamentale) che dobbiamo tenere in considerazione perché se non lo facciamo sarà lui a considerare noi, trasformandoci in individui che non riconosceremo più. In generale un attivatore comportamentale è qualunque stimolo in grado di influire sul nostro comportamento e può essere:

    • diretto o indiretto: se provoca un cambio immediato del comportamento (un tizio che ride mi scatena un sorriso improvviso) oppure dopo un certo tempo (una foto mi fa pensare a una certa persona, che deciderò di contattare);
    • esterno o interno: se proviene dall’ambiente (sensi) o dai nostri pensieri (o sentimenti);
    • conscio o inconscio: se ci rendiamo conto di come plasma il nostro comportamento (so che un ferro rovente non va toccato) oppure ci cambia inconsapevolmente (se parliamo di una giornata uggiosa ci sentiamo tristi);
    • prevedibile o inatteso: se ci aspettiamo la sua influenza (un tizio indisponente sappiamo già che ci farà arrabbiare) oppure ci prende di sorpresa provocando un comportamento inaspettato;
    • incoraggiante o scoraggiante: se ci stimola a fare (o continuare) oppure all’inerzia (o a interrompere);
    • produttivo o controproducente: se ci fa fare un passo in avanti o indietro verso la persona che vorremmo diventare.

    Gli attivatori, di per sé, non sono né buoni né cattivi, tutto dipende da come noi vi rispondiamo. Una madre “molto” amorevole può fare sentire uno dei due figli adorato e l’altro asfissiato. Sulla base di queste due ultime coppie di attivatori è possibile allestire una matrice che esprime la costante tensione tra quello che desideriamo e ciò che ci serve: vogliamo gratificazioni a breve termine, ma ci servono benefici a lungo termine. Questo conflitto costante ci lacera e permea ogni cambiamento in età adulta.

    Siamo noi a decidere cosa rende incoraggiante uno stimolo

    In funzione dell’esperienza di vita di ciascuno e, quindi, delle proprie convinzioni, una stessa coppa di gelato potrebbe ingolosire l’uno e nauseare l’altro. Allo stesso modo decidiamo se uno stimolo è produttivo. Pensiamo allo stimolo-attivatore della “sicurezza economica”: a qualcuno un aumento di stipendio consente di costruirsi una casa, a qualcun altro di andare al casinò: stesso attivatore (soldi) e stesso obiettivo (sicurezza economica), ma risposta diversa (investimento vs fallimento).

    Il conflitto tra queste due istanze contrapposte può portarci, nella migliore delle ipotesi, verso ciò che vogliamo (incoraggiante) e ciò che ci serve (produttivo), nella peggiore al suo esatto contrario. Queste situazioni “estreme” accadono raramente, poiché è più frequente che scegliamo ciò che vogliamo, allontanandoci da quello che in verità ci servirebbe.

    schema-ambiente-attivatori-comportamentali
    I 4 quadranti rappresentano quattro diversi ambienti con i rispettivi attivatori capaci di modificare il nostro comportamento.
    • Lo vogliamo e ci serve: è la situazione ideale, dove gli attivatori incoraggianti e produttivi si incontrano regalandoci gratificazioni nel breve termine e consentendoci, al contempo, di perseguire progetti nel lungo termine. Gli attivatori tipici di quest’area sono lodi, riconoscimenti, ammirazione altrui e ricompense economiche. Sono stimoli che ci fanno impegnare al massimo nel “qui e ora” e sostengono la nostra motivazione nel raggiungere obiettivi futuri.
    • Lo vogliamo ma non ci serve: qui abbiamo un attivatore che ci incoraggia nell’immediato, ma è controproducente nel lungo termine. Sono i piaceri, le distrazioni e le tentazioni della vita che ci distraggono dai nostri obiettivi, come guardare una lunga serie tv (gratificazione immediata) anziché andare a dormire e risvegliarsi riposati l’indomani (maggiore lucidità sul lavoro).
    • Ci serve ma non lo vogliamo: sono tutti quegli attivatori che non gradiamo ma sappiamo esserci utili quali regole, disciplina, punizioni, paura o dolore. Il dolore, in particolare, è l’attivatore scoraggiante per eccellenza, spingendoci a interrompere immediatamente un comportamento che ci fa stare male.
    • Non ci serve e non lo vogliamo: include le situazioni senza via d’uscita, che ci rendono infelici e dalle quali non sappiamo come allontanarci, come isolamento, mancanza di rispetto, ostracismo e pressione del gruppo. Si raccolgono tutti i tipi di ambiente che attivano un comportamento malsano e ci conducono lontano dai nostri obiettivi, ma non sempre un attivatore produce esiti negativi. La pressione di un gruppo potrebbe spingere un giovane ad abbandonare la sua carriera universitaria, oppure motivarlo a isolarsi per continuare a studiare, una situazione poco piacevole nell’immediato ma proficua nel lungo termine.

    Questi 4 quadranti rappresentano quindi quattro diversi ambienti con i rispettivi attivatori capaci di modificare il nostro comportamento in modo tale da da orientarlo verso gli obiettivi di cambiamento auspicati, possibilmente che ci servono e anche desideriamo.

    Se il dottor Rossi volesse fare qualche passo in avanti sulla strada del cambiamento, nella direzione di quello che “desidererebbe diventare” dovrebbe considerare meglio questo strumento: questa griglia permette di fare un inventario degli attivatori presenti nella sua vita, renderlo consapevole dell’ambiente nel quale si trova per capire se stia operando all’interno di un quadrante produttivo o meno.

    Ripetendo ogni tanto la riflessione proposta da questo esercizio si raggiunge una consapevolezza migliore del proprio grado di adattamento ambientale e delle dinamiche che tendono a trattenerci, facendo assomigliare il nostro tentativo di “spiccare il volo” verso il cielo della realizzazione al fallimentare decollo del tacchino quando si crede aquila.


    Di seguito le altre avventure disponibili del dott. Rossi alle prese con le sfide della vita da veterinario:

  • Gestione sanitaria e sostenibilità in acquacoltura: istituzioni e settore a confronto

    Gestione sanitaria e sostenibilità in acquacoltura: istituzioni e settore a confronto

    Presso l’auditorium C. Piccinno del Ministero della Salute, si è svolto un workshop, organizzato dall’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie (IZSVe), che ha visto la partecipazione di figure istituzionali, esperti e rappresentanti del settore per approfondire l’applicazione del Regolamento (UE) 2016/429 – Animal Health Law (AHL).

    L’incontro ha messo in luce i principali cambiamenti normativi e le sfide che il comparto dell’acquacoltura si trova ad affrontare, con particolare attenzione a biosicurezza, sorveglianza sanitaria e sostenibilità.

    Le istituzioni e l’importanza della collaborazione

    L’apertura dei lavori ha visto l’intervento del sottosegretario di Stato alla salute On. Marcello Gemmato, che ha sottolineato come l’Italia riesca a performare nel settore grazie alla stretta collaborazione tra i Ministeri della Salute e delle Politiche agricole alimentari e forestali, un modello di One Health che ha già portato a risultati concreti in altri ambiti, come il contenimento della peste suina africana.

    Ha inoltre evidenziato il problema dell’antibioticoresistenza, un’emergenza che in Italia causa circa 13.000 decessi all’anno, corrispondenti a un terzo delle morti europee attribuibili a questa problematica. Per contrastarla, il Paese ha già ridotto del 40% l’uso di antibiotici nel settore zootecnico. È stato inoltre sottolineato che al recente G7 la lotta all’antibioticoresistenza è stata un punto centrale delle discussioni, evidenziando la necessità di un approccio globale per affrontare questa emergenza sanitaria.

    A seguire, Giovanni Leonardi (capo del Dipartimento della salute umana, della salute animale e dell’ecosistema (One Health) e dei rapporti internazionali del MinSal) ha ribadito l’importanza della collaborazione tra ricerca, operatori di settore e istituzioni, sottolineando come la condivisione delle conoscenze tra settore pubblico e privato sia essenziale per affrontare le nuove sfide sanitarie.

    Il dott. Ugo Della Marta, capo dei Servizi veterinari italiani, ha evidenziato il peso economico dell’acquacoltura italiana, che oggi rappresenta un settore in espansione e strategico per l’economia nazionale. Il dottore ha inoltre ribadito come l’Italia, con una produzione tra le prime quattro in Europa per valore e volumi, abbia la responsabilità di adeguarsi agli standard comunitari per garantire la sicurezza e il benessere animale.

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    © Leonid Sorokin – shutterstock.com

    A chiudere la prima parte introduttiva dell’evento, la dott.ssa Antonia Ricci, direttrice dell’IZSVe, ha posto l’attenzione sul ruolo chiave della ricerca pubblica degli Istituti nel supporto alle imprese del settore e della capacità di creare rete territoriale in modo da essere sempre vicini alle problematiche delle imprese, che nel settore dell’acquacoltura sono per la stragrande maggioranza imprese piccole o microimprese.

    Le nuove sfide della sanità animale in acquacoltura

    Il workshop si è aperto con l’intervento del prof. Giuseppe Arcangeli (direttore del Centro ittico specialistico dell’IZSVe) il quale ha illustrato i problemi emergenti dell’acquacoltura, focalizzandosi su alcuni punti chiave:

    • le strategie vaccinali per le malattie che colpiscono la marinocoltura, che nell’ultimo anno ha visto una perdita di produzione importante a causa di focolai molto intensi di lattococcosi, patologia sostenuta da Lactococcus garvieae;
    • l’impatto dell’aumento delle temperature marine e il monitoraggio ambientale, che evidenziano come il cambiamento climatico stia esponendo il settore a ondate di caldo anomalo, con temperature del mare che nel 2024 hanno toccato i 30 °C per lunghi periodi. Per contrastare questo fenomeno, il dott. Arcangeli ha sottolineato la necessità di una rete di monitoraggio avanzata con sonde multiparametriche e dati satellitari, sviluppata in collaborazione con enti di ricerca come il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e con l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (ARPA) per garantire un controllo efficace dei parametri ambientali e prevenire impatti negativi su pescicoltura e molluschicoltura;
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    Variazione della temperatura del mar Mediterraneo dal 1982 al 2025. Grafico elaborato dal Centro de Estudios Ambientales del Mediterráneo (CEAM) su dati NCEI (National Centers for Environmental Information). SST= sea surface temperature, temperatura del mare in superficie.
    • la difficoltà nel definire i patogeni emergenti, soprattutto nella molluschicoltura, dove le problematiche sanitarie non sono attribuibili a singoli agenti patogeni, ma piuttosto all’interazione complessa di diversi microrganismi con l’ambiente e l’ospite, concetto che rientra nella definizione di patobioma. Questo approccio considera l’insieme dei fattori microbici e ambientali come determinanti dello stato di salute degli organismi allevati, rendendo necessario un cambiamento nella gestione sanitaria rispetto ai modelli tradizionali.

    Le criticità del settore dell’acquacoltura

    A seguire sono intervenuti il dott. Andrea Fabris (DMV, direttore dell’Associazione Piscicoltori Italiani – API) ed Eraldo Rambaldi (biologo, direttore dell’Associazione Mediterranea Acquacoltori – AMA), che si occupa interamente del settore della molluschicoltura. Il primo relatore ha elencato le principali criticità del settore, tra cui costi di produzione in crescita, carenza di farmaci veterinari e un aumento della competizione commerciale con Paesi UE ed extra-UE. Ha inoltre evidenziato l’importanza della biosicurezza e del monitoraggio digitale, e posto l’attenzione sulla scarsa disponibilità di farmaci specifici per il settore, evidenziando la necessità di incentivare lo sviluppo e l’uso di vaccini stabulogeni.

    Rambaldi ha invece illustrato la crisi della molluschicoltura italiana. L’aumento delle temperature marine e l’aumentata presenza di specie aliene come il granchio blu (Callinectes sapidus) hanno avuto impatti devastanti sulla produzione di vongole veraci (Ruditapes philippinarum), crollata del 70% in meno di un decennio, e dei mitili, come la cozza (Mytilus galloprovincialis) che è crollata del 50% arrivando a una produzione nel 2024 di sole 30.000 tonnellate.

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    © Gianluca Colombi – shutterstock.com

    Riguardo ai predatori, un altro problema che è stato sottolineato è l’aumento delle predazioni da parte di specie come la tartaruga caretta (Caretta caretta) e orate selvatiche (Sparus aurata), il cui comportamento è cambiato a causa del riscaldamento globale, e rappresenta una minaccia ulteriore per la sopravvivenza del seme di molluschi. Questi predatori, che normalmente riducevano la loro attività nei mesi invernali, ora restano attivi tutto l’anno, aggravando ulteriormente la crisi della molluschicoltura.

    Il dott. Rambaldi ha spiegato come l’unico settore in crescita sia quello dell’ostrica (Magallana gigas) che, grazie alla sua maggiore resistenza alle alte temperature e ai predatori marini, ha registrato negli ultimi anni un aumento produttivo molto soddisfacente, con 600 tonnellate del 2024, contro le 47 tonnellate prodotte nel 2012.

    Tuttavia, ha denunciato la dipendenza dall’importazione del seme estero e la necessità di aprire schiuditoi in Italia (che ad oggi non sono presenti) per garantire maggiore autonomia, e di adeguare l’IVA sul prodotto in quanto è considerato “bene di lusso” in Italia (unico Paese in Europa a considerarlo tale). In effetti per i molluschi e i crostacei l’IVA rimane del 10%, ma sono esclusi astici, aragoste e ostriche, per i quali tale imposta è del 22%.

    Biosicurezza e benessere animale

    La questione della biosicurezza è diventata sempre più centrale nell’acquacoltura italiana, con l’obiettivo di prevenire la diffusione di malattie infettive e migliorare la gestione sanitaria degli allevamenti. La dott.ssa Anna Toffan, dirigente veterinario presso il Laboratorio di ittiovirologia dell’IZSVe e la dott.ssa Manuela Dalla Pozza, dirigente veterinario di primo livello, responsabile del Laboratorio di epidemiologia applicata all’ambiente acquatico dell’IZSVe, hanno esaminato il Decreto Ministeriale del 25 settembre 2024, che introduce nuove misure obbligatorie per garantire standard elevati di biosicurezza.

    Questo Decreto stabilisce che ogni allevatore dovrà redigere un piano di biosicurezza, chiarendo le misure igienico-sanitarie e strutturali obbligatorie che devono essere attuate, da condividere con gli enti territoriali, e nominare un responsabile aziendale della biosicurezza. Tale figura sarà incaricata di vigilare sulla corretta applicazione di tali misure, indispensabili per prevenire la diffusione delle malattie negli impianti di acquacoltura.

    La dott.ssa Dalla Pozza ha sottolineato che il Decreto rappresenta un passo fondamentale verso un approccio più rigoroso alla gestione del rischio sanitario, specificando che gli allevamenti dovranno implementare misure obbligatorie come il controllo degli accessi, protocolli di disinfezione più stringenti e l’implementazione strutturale degli impianti.

    Inoltre, è stata annunciata l’attivazione di corsi di formazione ufficiali, organizzati dal Centro di referenza dell’IZS della Lombardia ed Emilia-Romagna, per fornire agli allevatori gli strumenti necessari ad adeguarsi ai nuovi obblighi normativi e ad approfondire le migliori pratiche di biosicurezza.

    Grave lacuna normativa sul benessere animale

    L’ultimo intervento del workshop è stato quello del dott. Amedeo Manfrin, veterinario dirigente presso il Centro specialistico ittico dell’IZSVe, che ha affrontato il delicato tema del benessere animale nell’acquacoltura. Il dott. Manfrin ha evidenziato una grave lacuna normativa: attualmente, non esistono disposizioni dettagliate che regolino le condizioni di benessere delle diverse specie ittiche allevate. Le normative esistenti, infatti, si limitano a indicazioni generiche senza differenziare tra specie, sistemi produttivi e modalità di trasporto e macellazione. Questa carenza legislativa rischia di rallentare i progressi del settore in termini di sostenibilità e di tutela degli animali allevati.

    Manfrin ha ribadito l’importanza di adottare parametri scientifici condivisi per definire standard di benessere applicabili in modo specifico alle diverse tipologie di acquacoltura. Ha inoltre sottolineato il ruolo chiave dei manuali tecnici redatti dagli enti di ricerca, che negli ultimi anni hanno contribuito a fornire linee guida pratiche agli allevatori. Tuttavia, per garantire un reale progresso in questo ambito, è necessario un intervento normativo più strutturato a livello nazionale ed europeo.

    Un aspetto particolarmente critico riguarda le modalità di stordimento e macellazione dei pesci, spesso trascurate rispetto agli standard adottati per altre specie animali. Manfrin ha spiegato come l’introduzione di linee guida più precise potrebbe favorire l’adozione di pratiche meno stressanti per gli animali e migliorare la qualità del prodotto finale. Ha inoltre fatto riferimento ai più recenti studi sugli indicatori di stress e benessere nei pesci, sottolineando la necessità di un approccio basato su evidenze scientifiche per definire protocolli più efficaci.

    Infine, Manfrin ha lanciato un appello per un maggiore coinvolgimento degli allevatori e degli enti di ricerca nel processo di definizione delle future normative, affinché queste possano essere realistiche e applicabili nella pratica, senza penalizzare la competitività delle aziende italiane sul mercato europeo ed extra-UE.

  • Onicodistrofia lupoide simmetrica in un American Staffordshire terrier

    Onicodistrofia lupoide simmetrica in un American Staffordshire terrier

    Un cane American Staffordshire terrier femmina di 5 anni, alimentato con diete industriali bilanciate e sottoposto a regolari profilassi vaccinali e antiparassitarie, è stato portato in visita perché il proprietario ha notato la progressiva perdita delle unghie (onicomadesi) e onicodistrofia a più arti.

    Anamnesi

    Il problema è diventato evidente da circa due mesi. Il proprietario riferisce che il cane ha presentato zoppia a causa del sollevamento e successiva perdita dell’unghia dello sperone del piede posteriore destro, in assenza di altre lesioni o prurito. Ne è seguita progressivamente la perdita di altre unghie, sia dalle zampe posteriori che da quelle anteriori.

    Sul cane è stato eseguito un test sierologico ambulatoriale (qualitativo) per Leishmania spp. con esito negativo ed è stata impostata una terapia a base di meloxicam per otto giorni, associata ad antisettici e antibiotici applicati localmente per due settimane, con scarsi risultati.    

    Visita clinica

    All’esame obiettivo generale non si osservano segni clinici degni di nota. All’esame dermatologico non si rilevano lesioni a coinvolgere altre aree cutanee, tranne le unghie.

    Le lesioni ungueali interessano i quattro arti e sono caratterizzate da:

    1. Onicomadesi (distacco e perdita dell’astuccio corneo dell’unghia)
    2. Onicolisi dell’unghia del secondo dito anteriore destro (separazione della parte distale dell’unghia che risulta ancora adesa al letto ungueale nella sua parte prossimale), con dolorabilità alla palpazione
    3. Onicoschisi (fissurazione laminare) dell’unghia del terzo dito del piede anteriore destro
    4. Onicoressi (rottura spontanea dell’unghia per fragilità)
    5. Onicogrifosi all’unghia del 2° dito del piede posteriore destro (deformazione dell’unghia che si presenta allungata e distorta)
    6. Onicodistrofia (anomala formazione/ricrescita dell’unghia) a livello di diverse dita.

    Diagnosi differenziali

    Il cane presenta un quadro clinico dermatologico di lesioni esclusivamente ungueali. Le diagnosi differenziali compatibili includono parassitosi, malattie infettive, leishmaniosi, malattie immunomediate o autoimmuni (lupus, pemfigo, malattia da crioagglutinine, reazioni da farmaco, reazioni allergiche al cibo, vasculiti, malattie ischemiche), ma la presenza di alterazioni esclusivamente alle unghie in tutti gli arti, in assenza di altre lesioni dermatologiche, e di segni sistemici, depone a favore dell’ onicodistrofia lupoide simmetrica (SLO, detta anche onichite lupoide).

    Iter diagnostico

    La diagnosi si basa sull’anamnesi, sulla visita clinica, sulla biopsia tramite amputazione di una falange (solitamente lo sperone; indagine non proposta perché secondo le considerazioni di più Autori gli esiti istopatologici non sono correlabili solo a questa malattia ma aspecifici) e sugli esiti degli esami di laboratorio (esclusione di altre malattie sistemiche, leishmaniosi).

    Vengono eseguiti:

    • valutazione delle estremità distali degli arti tramite lampada di Wood, con esito negativo
    • un campionamento di peli e di materiale dalle pliche periungueali e dalle unghie lesionate (tramite raschiato e nastro adesivo), per la citologia ed esame microscopico, dai piedi anteriori e posteriori
    • un prelievo di sangue per screening ematologico e biochimico e test sierologico quantitativo (IFI) per leishmaniosi

    Dai campioni ungueali esaminati si rilevano cellule epiteliali (nucleate e non nucleate), materiale amorfo e sovracrescita microbica (batteri di forma bastoncellare e malassezie). Non si rilevano parassiti, ife o spore fungine.

    Il test quantitativo (IFI) per leishmaniosi è risultato negativo (1:80) e i risultati di emogramma, elettroforesi sierica e chimica clinica, sono risultati tutti nei range di normalità.

    Diagnosi: onicodistrofia lupoide simmetrica

    Viene emessa diagnosi di onicodistrofia lupoide simmetrica (SLO), conosciuta anche come onichite lupoide.

    Vengono dunque stabilite alcune indicazioni terapeutiche:

    • sostituire la dieta attuale con una dieta idrolizzata a base di pesce e somministrare integratori arricchiti in omega-3 e omega-6 e vitamina E, due volte al giorno, ai pasti
    • somministrare come farmaco immunomodulatore l’oclacitinib (0,6 mg/kg die) giornalmente per due o più mesi
    • somministrare giornalmente pentossifillina a 20 mg/kg mattino e sera per due mesi
    • come terapia topica da applicare nelle aree ungueali lesionate, previa detersione locale con amuchina, utilizzare uno spray a base di idrocortisone aceponato 0,584 mg/ml, mattino e sera per 3 settimane, poi diradare a un’applicazione a giorni alterni per una settimana, e in mantenimento applicare due giorni consecutivi a settimana

    I trattamenti più utilizzati in caso di onicodistrofia lupide simmetrica (SLO)

    In corso di malattie immunomediate o autoimmuni spesso si ricorre all’uso di farmaci immunomodulatori. Sebbene l’onicodistrofia lupide simmetrica sia considerata immunomediata, l’uso di potenti farmaci immunosoppressori è raramente indicato poiché gli effetti collaterali possono essere significativamente più importanti rispetto ai benefici ottenuti.

    Il trattamento più ampiamente utilizzato è l’integrazione con acidi grassi omega 3/omega 6, sebbene non sempre sia efficace.

    Altri farmaci utilizzati nella gestione delle malattie ungueali sono la pentossifillina alla dose di 15-20 mg/kg bid (per vasculiti, dermatopatie ischemiche) e la vitamina E (400 mg/cane bid).

    La malattia può richiedere terapia prolungata (diversi mesi), prima di ottenere adeguata risposta/ controllo; inoltre può presentare recidive o rimanere silente dopo l’avvenuta risposta terapeutica.

    Trattamenti alternativi includono dosi elevate di vitamina E, azatioprina e/o prednisolone (2-4 mg/kg sid nel cane) e diete idrolizzate.

    La maggior parte dei casi tende a recidivare se il trattamento viene interrotto.

    Trattamenti adiuvanti includono poi il taglio e la limatura frequenti delle unghie e l’applicazione di una colla acrilica. Nei casi refrattari alla terapia medica, l’onichectomia è un’opzione ragionevole ed efficace.

    Evoluzione clinica

    Dopo circa dieci settimane di trattamento i proprietari segnalano che, nonostante il cane abbia perso gradualmente quasi tutte le unghie, non presenta più zoppia o dolore alla palpazione dei piedi, e che diverse unghie sono in fase di ricrescita; alcune si presentano ancora lesionate, alcune normali, ma più corte.

    È stato prescritto di mantenere la dieta e la terapia impostata sino alla ricrescita di tutte le unghie per provare successivamente a diradare o a sospendere (in base alla risposta clinica e in assenza di ricadute).

    Onicodistrofia lupoide simmetrica: una patologia protagonista di numerosi studi

    Il paziente descritto in questo caso presenta un quadro clinico di onicodistrofia lupoide, termine coniato dal medico veterinario dermatologo Danny W. Scott nel 1995 per descrivere le lesioni ungueali osservate in 18 cani (da 3 a 8 anni di vita) affetti da onicomadesi multi-digitale a rapida insorgenza che esitava nella ricrescita di unghie distrofiche, ovvero più corte, storte, fissurate, di minor consistenza e decolorate (onicorressi, onicolisi e onicomalacia).

    Le alterazioni istopatologiche erano caratterizzate da una dermatite dell’interfaccia di grado variabile caratterizzata da degenerazione idropica e apoptosi basale, infiltrato lichenoide linfo-plasmacellulare e incontinenza pigmentaria (lesioni simili al lupus eritematoso da cui il termine lupoide). Da allora sono stati pubblicati diversi lavori che a conferma delle caratteristiche cliniche e del pattern istopatologico di questa entità.

    • In uno studio, l’autore ha ipotizzato che le alterazioni istologiche osservate in alcuni soggetti affetti da onicodistrofia lupoide possano essere legate a cause diverse e che l’infiltrato mononucleato a banda e la dermatite dell’interfaccia possano essere un “pattern reattivo” proprio delle unghie del cane e non esclusivo dell’onicodistrofia lupoide. Lo stesso autore ha inoltre sottolineato come il termine lupoide sia poco indicato per descrivere le lesioni istopatologiche, suggerendo il termine più generico di onichite idiopatica.
    • Un altro studio, eseguito sulle caratteristiche anatomiche dell’unghia normale dei cani, ha dimostrato come le unghie sane presentino normalmente vacuolizzazione dei cheratinociti della matrice ungueale e focali distacchi dermo-epidermici; tale caratteristica anatomica complicherebbe ulteriormente l’interpretazione dei rilievi bioptici in corso di onichite idiopatica, soprattutto nei casi con lievi alterazioni istopatologiche.

    Onicodistrofia lupoide simmetrica: l’eziologia è sconosciuta

    L’onicodistrofia lupoide simmetrica è stata osservata in numerose razze e con maggiore frequenza nel Pastore tedesco, nello Schnauzer, nel Rottweiler e nel Setter Gordon. Le lesioni cliniche sono caratterizzate da onicomadesi che in poche settimane interessa tutte le unghie dei piedi con esposizione del derma che si presenta eritematoso ed emorragico. La paronichia non è frequente e i soggetti colpiti presentano dolore e zoppia.

    A parte le lesioni ungueali, i cani non manifestano altre alterazioni dermatologiche né sintomi sistemici o alterazioni ematochimiche. La causa non è nota ma la risposta ai farmaci immunomodulatori suggerisce una patogenesi immunomediata. Attualmente è considerata un modello di reazione cutanea immunomediata probabilmente con diverse eziologie. Può verificarsi secondariamente a reazioni avverse a cibo, farmaci o vaccinazioni, oppure come componente di un’altra malattia immunomediata, in particolare il pemfigo foliaceo.

    La predisposizione di razza suggerisce un coinvolgimento genetico ma molti casi in cui non risulta possibile trovare una causa sottostante sono classificati come idiopatici. Tra le diagnosi differenziali cliniche si considerano le vasculiti, le dermatopatie ischemiche, il lupus eritematoso sistemico, il pemfigo volgare o il pemfigoide bolloso ma, a differenza dell’onicodistrofia lupoide, raramente queste forme hanno una localizzazione esclusivamente ungueale, coinvolgendo quasi sempre altre aree cutanee.

    La presenza di sovracrescita microbica o infezioni (batteriche o da lieviti, come Malassezia spp.) sono considerate una complicanza opportunista secondaria e non la causa primaria della malattia.

    Bibliografia:
  • Radioprotezione in veterinaria: conoscere la legge per tutelarsi

    Radioprotezione in veterinaria: conoscere la legge per tutelarsi

    Non c’è prevenzione senza (in)formazione. È uno dei capisaldi su cui potrebbe fondarsi quasi ogni aspetto della Medicina, e quello della radioprotezione è un campo che rientra a pieno titolo in questa massima. È lo stesso Decreto legislativo 101/2020, decreto “principe” in questa materia, a sancire l’obbligo di formazione per il lavoratore ai fini di assicurarne la migliore protezione possibile.

    Al fine di fornire ai colleghi un’adeguata conoscenza del quadro normativo vigente, delle responsabilità e degli obblighi connessi con la buona pratica da adottarsi durante attività con utilizzo delle radiazioni ionizzanti, il presidente dell’Ordine dei veterinari di Catania, Renato Paolo Giunta, ha organizzato il corso formativo accreditato AGENAS “La Radioprotezione dell’operatore In Medicina Veterinaria alla luce del Dlgs 101/2020”, ospitato dall’Area Catania dell’IZS della Sicilia.1

    Sono intervenuti: la dott.ssa Lucia Maria Valastro (dirigente fisico, medico Esperto qualificato di 3° grado in radioprotezione), il dott. Salvatore Bellia (medico specialista in medicina del lavoro, medico autorizzato per la radioprotezione medica e componente del Direttivo nazionale dell’Associazione italiana di radioprotezione) e la dott.ssa Vincenza Mongelli, dirigente fisico, medico esperto qualificato di 2° grado in radioprotezione    

    Le radiazioni ionizzanti

    La radioprotezione è la disciplina applicata alla protezione dell’uomo e dell’ambiente dagli effetti dannosi delle radiazioni”, si legge sul sito del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, “La determinazione dei criteri e delle procedure da applicare a questo scopo è oggetto di studio da parte di numerosi organismi nazionali ed internazionali, fra i quali il più autorevole è la International Commission for Radiological Protection (ICRP), una commissione scientifica autonoma fondata nel 1928 della quale fanno parte alcuni dei massimi esperti internazionali del settore”.

    Quando si parla di radiazioni, ci si riferisce a particelle/ onde elettromagnetiche che hanno un’energia particolarmente alta (non inferiore a 3×1015 Hertz), tale per cui, quando essa interagisce con la materia è in grado di produrre ioni (da cui “ionizzanti”), inducendo la perdita di elettroni da atomi stabili. Questi ioni possono creare danni agli atomi e alle molecole che costituiscono la materia e da ciò deriva la pericolosità di questo tipo di radiazioni, cui si riferisce la radioprotezione.

    Le unità di misura utilizzate sono:

    • dose assorbita, che si misura in gray (Gy), è una grandezza che indica l’energia rilasciata per unità di massa e vale in generale per qualunque tipo di radiazione ionizzante in un tessuto o un organo;
    • dose equivalente, che si misura in sievert (Sv). Si ottiene pesando la dose assorbita per la qualità della radiazione ed è definita per il singolo organo o tessuto (es. cristallino, pelle, ecc);
    • dose efficace, che si misura in millisievert (mSv), frazione decimale del Sv, ed è la somma di tutte le dosi di tutti gli organi del corpo.

    Per quanto riguarda le sorgenti di radiazioni ionizzanti, sono di due tipi:

    • naturali (composte dalla radiazione cosmica e da quella terrestre, vanno a costituire il fondo naturale di radioattività)
    • artificiali (ad esempio quelle usate in Medicina per fare diagnosi e terapia)

    Il fondo naturale è molto importante da tenere in considerazione proprio in virtù del fatto che, pur con le varie oscillazioni dovute all’altitudine o alla composizione dei materiali, gli organismi viventi ne sono sempre circondati. Il fondo naturale ha un valore medio, perché dipende da tanti fattori, come per esempio la vicinanza a un vulcano, che aumenta l’esposizione.

    Studi in letteratura riportano che, ad esempio, chi vive in Italia – solo per il fatto di stanziare in questo territorio – è esposto come fondo naturale a 2,4 millisievert in media in un anno solare. “Non dobbiamo farci intimorire da questo dato, si tratta della normalità”, ha precisato la dott.ssa Lucia Maria Valastro, “Tuttavia, questo valore è molto importante da tenere in considerazione rispetto ai limiti di esposizione alle fonti artificiali”.

    Gli effetti delle radiazioni ionizzanti

    Il danno da radiazioni può avvenire su tre diversi livelli:

    • fisico-chimico, con produzione di radicali liberi;
    • chimico per l’interazione con le strutture della cellula;
    • biologico per le alterazioni cellulari provocate.

    Gli effetti possono essere:

    • deterministici (o graduati): si manifestano negli individui esposti solo se la dose è stata superiore a un valore di soglia, e possono avere un grado di gravità variabile: su questi interviene la radioprotezione;
    • stocastici (o probabilistici), si conoscono solo su base probabilistica, perché ogni soggetto reagisce alle dosi differentemente.

    Esempi di effetti stocastici sono lo sviluppo di tumori o disordini ereditari nella progenie delle persone esposte; esempi di effetti deterministci sono invece la cataratta, tutte le leucemie (tranne la leucemia linfatica cronica), i linfomi (tranne il linfoma di Hodgkin) e tumori solidi. Gli effetti delle radiazioni in gravidanza dipendono dalla dose e ancor di più dal periodo gestazionale; si può andare dall’aborto all’effetto teratogeno.

    Il Dlgs 101/2020

    Considerati gli effetti delle radiazioni e che, in generale, non esiste una “dose sicura”, appare giustificata la profonda cautela imposta dalla legislazione europea e nazionale.

    Il Dlgs 31 luglio 2020, n. 101 – Attuazione della Direttiva 2013/59/Euratom, stabilisce norme di sicurezza al fine di proteggere le persone dai pericoli derivanti dalle radiazioni ionizzanti; le disposizioni del Decreto legislativo fissano i requisiti e i regimi di controllo relativi alle diverse situazioni di esposizione. La legge impone che i rischi derivanti dall’esposizione siano ridotti al minimo e per farlo parte da un’ipotesi molto cautelativa, non basata su dati sperimentali, ovvero parte dal presupposto che il rischio sia zero solo nel caso in cui la dose di radiazioni sia pari a zero.

    Ciò è ovviamente impossibile a causa del fondo naturale di radioattività, ma permette di adottare la massima cautela, in quanto si tende allo zero anche se non è possibile raggiungerlo.

    I principi fondamentali su cui si basa l’apparato radioprotezionistico sono tre: giustificazione, ottimizzazione e limitazione delle dosi. Senza l’applicazione di tali principi, in sequenza, è impossibile fare radioprotezione.

    • Il principio di giustificazione stabilisce che l’esposizione a dosi aggiuntive di radiazioni è giustificabile solo se i benefici derivanti sono netti e dimostrabili (nel caso della Medicina Veterinaria, relativi alla salute dell’animale).
    • Il principio di ottimizzazione stabilisce che, se giustificata, l’esposizione dev’essere mantenuta la più bassa ragionevolmente ottenibile (principio ALARA, As Low As Reasonably Achievable) per ottenere il risultato clinico/ diagnostico desiderato.
    • Il principio di limitazione della dose afferma che le dosi individuali (in questo caso dell’operatore che usa l’apparecchio radiogeno, non del paziente), anche se ammissibili sulla base dei principi di giustificazione e di ottimizzazione, non devono comunque eccedere i limiti di valori stabiliti per legge in un periodo di tempo ben preciso.

    La legge fornisce due limiti di dose:

    • limiti per l’individuo della popolazione (1 mSv in un anno), cioè l’individuo che potrebbe esporsi a radiazioni artificiali non come lavoratore o come paziente (ad esempio chi abita vicino a uno studio di radiologia, oppure un proprietario che attende nella sala d’aspetto della struttura sanitaria);
    • limiti per il lavoratore esposto (20 mSv in un anno), cioè la persona che, in virtù della sua attività lavorativa, utilizza delle sorgenti di radiazioni artificiali e può esservi esposto.
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    © Maria Sbytova – shutterstock.com

    Il Decreto 101 si applica alle “pratiche” che implicano un rischio da radiazioni ionizzanti, definite come “un’attività umana che può aumentare l’esposizione di singole persone alle radiazioni provenienti da una sorgente di radiazioni ed è gestita come una situazione di esposizione pianificata”. In Medicina Veterinaria la pratica è l’uso di apparecchiature radiologiche per diagnosi o terapia che potrebbero portare un aumento della dose negli individui rispetto al fondo naturale. Ciò è valido sia per i piccoli ambulatori che per i grandi ospedali.

    Le figure coinvolte nella radioprotezione

    Le figure coinvolte negli adempimenti previsti per legge sono: il datore di lavoro/esercente, l’esperto di radioprotezione, il medico autorizzato, il lavoratore esposto. Per ciascuno di essi sono stabiliti obblighi da rispettare e sanzioni amministrative o penali nel caso in cui tali obblighi non vengano
    rispettati.

    L’esercente/datore di lavoro

    Il datore di lavoro è la persona fisica o giuridica che ha la responsabilità giuridica, ai fini del Dlgs 101/2020, nell’espletamento della pratica. Nel caso, ad esempio, di uno studio veterinario, l’esercente può essere il veterinario stesso, purché sia il titolare della struttura. L’esercente deve adottare tutti i provvedimenti che permettano il rispetto dei limiti di dose, sia per gli individui della popolazione sia per i lavoratori, assicurando la cosiddetta sorveglianza fisica, cioè l’insieme di tutte le indicazioni formulate dall’esperto di radioprotezione.

    Per nominare l’esperto di radioprotezione esiste un’apposita modulistica.2 Oltre alla nomina, deve sussistere una dichiarazione di accettazione d’incarico, che dev’essere conservata dal datore di lavoro presso la sede della struttura in quanto può essere richiesta dagli organi di vigilanza durante un’ispezione. In caso di cessazione d’incarico di un precedente esperto, la nomina del nuovo consulente deve essere immediatamente successiva; non è, cioè, ammesso alcun gap temporale. Inoltre, il datore di lavoro deve fornire tutte le informazioni necessarie sia all’esperto subentrante che a quello uscente, il quale si assume alcuni compiti di chiusura della documentazione.

    Dopo la nomina dell’esperto, il datore di lavoro deve richiedere immediatamente la relazione sulla valutazione dei rischi e fornire, a riguardo, tutte le informazioni necessarie per la redazione della relazione, come ad esempio le planimetrie, le sorgenti di radiazione presenti, l’organizzazione del lavoro e le mansioni dei lavoratori. Se le informazioni fornite non sono aderenti alla realtà, la responsabilità è di chi le fornisce, non dell’esperto di radioprotezione.

    Si precisa, inoltre, che la relazione può essere soggetta a variazioni nel tempo, ad esempio per modifica degli apparecchi o della loro ubicazione. L’assenza di questa valutazione è sanzionata dalla legge. Una volta ricevuta la relazione, l’esercente ha, tra gli obblighi, quello di prendere atto della classificazione degli ambienti e di segnalarli con apposita cartellonistica. In particolare, va ricordato che nel caso dei macchinari il rischio è presente solo in caso di accensione, mentre con le materie radioattive il rischio è costantemente presente.

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    © Kaspri – shutterstock.com

    L’esercente deve anche predisporre le norme interne di protezione e sicurezza, che contengono accorgimenti comportamentali che i lavoratori devono seguire. Queste devono essere firmate dall’esercente stesso e dall’esperto e vanno obbligatoriamente esposte in tutti i luoghi frequentati dai lavoratori, in particolare nelle zone controllate. L’esercente, inoltre, è tenuto ad assicurarsi che i lavoratori osservino queste norme e deve fornire i dosimetri e i dispositivi di protezione individuale (DPI) per i lavoratori esposti.

    Infine, il Dlgs 101/2020 prevede l’obbligo di registrazione per tutti i detentori di sorgenti di radiazioni ionizzanti al portale STRIMS (Sistema Tracciabilità Rifiuti Materiali e Sorgenti) dell’ISIN (Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione). Dopo essersi registrati al sito, i soggetti tenuti dovranno trasmettere le informazioni relative a ciascuna operazione effettuata, alla tipologia e alla quantità delle sorgenti oggetto dell’operazione entro dieci giorni dall’inizio della detenzione o dalla cessazione.

    L’esperto di radioprotezione

    L’esperto di radioprotezione è la persona, incaricata dal datore di lavoro o esercente, che possiede le cognizioni, la formazione e l’esperienza necessarie per adempiere ai compiti previsti per la protezione dalle radiazioni ionizzanti. Può essere un laureato in fisica, chimica o ingegneria, che abbia conseguito un titolo abilitante presso il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali e che sia presente nell’apposito elenco ministeriale.

    I gradi di abilitazione sono tre, e solitamente nelle strutture veterinarie è sufficiente un esperto di radioprotezione di primo grado ma se ci sono strumenti con energia dai 400 kVolt ai 10 MVolt o si somministrano sostanze radioattive agli animali a scopo di diagnosi o terapia, servirà almeno un esperto di secondo grado. L’esercente di una struttura non può esserne l’esperto, anche se in possesso dell’abilitazione. L’esperto redige la relazione sulla valutazione dei rischi, la relazione annuale di radioprotezione e tutte le relazioni che servono ad autorizzare la struttura sanitaria a detenere le fonti di radiazione; inoltre si occupa anche di rilasciare il benestare all’utilizzo di un apparecchio nuovo, modificato, o sostitutivo.

    Per conto del datore di lavoro, poi, l’esperto redige e tiene aggiornato anche il registro di sorveglianza fisica (o registro delle valutazioni di radioprotezione). Si tratta di un dossier, che può diventare anche piuttosto corposo, che va tenuto presso la sede della struttura, che dev’essere sottoscritto sulla prima pagina dal datore di lavoro e deve recare l’indicazione del numero di pagine totali. Deve contenere almeno: le relazioni (ai sensi artt. 109 e 131 del Dlgs 101/2020), le planimetrie, la classificazione, tutti i benestare rilasciati dall’esperto di radioprotezione, nonché le prime verifiche. Deve contenere anche le schede personali dosimetriche dei lavoratori esposti, per le quali esiste un modello predefinito (modello B, riportato nell’allegato 23 del Dlgs 101/2020).

    Nel caso di un esercente che si avvalga di lavoratori esterni, autonomi o dipendenti da terzi, l’esperto è tenuto ad assicurare la tutela dei rischi derivanti dai rischi di radiazioni ionizzanti mediante accordi contrattuali con il lavoratore autonomo o con il datore di lavoro da cui il lavoratore esposto dipende; in quest’ultimo caso deve assicurarsi che le valutazioni di dose vengano trasmesse al datore di lavoro.

    L’esperto si occupa anche di classificare i lavoratori all’interno di una struttura. I lavoratori possono essere classificati come:

    • non esposti”, cioè coloro che non sono suscettibili di ricevere una dose superiore a 1 mSv per anno
    • esposti”, a loro volta classificati in lavoratori esposti di categoria A o di categoria B.
      • I lavoratori esposti di categoria A sono quelli suscettibili di ricevere una dose superiore a 6 mSv per anno, e devono avere il libretto personale di radioprotezione.
      • I lavoratori esposti di categoria B sono quelli suscettibili di ricevere una dose compresa tra 1 mSv e 6 mSv per anno, le cui dosi vanno annotate nella scheda dosimetrica.

    I documenti del registro di sorveglianza fisica devono essere conservati per almeno 5 anni, anche dopo la cessazione dell’attività. Le schede personali dosimetriche vanno conservate fino alla cessazione del rapporto di lavoro e poi trasmesse al medico autorizzato (le copie vanno tenute per 5 anni). Nel caso di cessazione definitiva, tutti i documenti vanno trasmessi anche all’ispettorato del lavoro competente per territorio, che ne assicura la conservazione.  

    La relazione sulla valutazione dei rischi

    L’esperto di radioprotezione ha l’obbligo di stilare, per conto del datore di lavoro, una relazione che elenchi in modo specifico i rischi presenti nella struttura. Un volta redatta e firmata dall’esperto, la relazione deve essere acquisita e sottoscritta dal datore di lavoro. Il Dlgs 101/2020 impone che il documento abbia data certa: esso va quindi fornito all’esercente via PEC o con Raccomandata A/R. Nel caso in cui l’esercente non sia d’accordo con quanto scritto nella relazione, non può rifiutarla ma può solamente cambiare esperto e chiedere una nuova relazione, nel frattempo però deve seguire quanto indicato in quella in vigore.

    Nella relazione sulla valutazione dei rischi vengono individuate e classificate le zone della struttura a rischio radiazione. Le zone sono tre:

    • zona controllata, solitamente il locale dove l’apparecchiatura radiologica è ubicata;
    • zona sorvegliata, ad esempio la zona comandi o quella di passaggio;
    • zona libera, dove il livello di esposizione è uguale a quello all’esterno della struttura.

    Il medico autorizzato

    Una volta che i lavoratori sono stati classificati, vige l’obbligo di nominare un medico autorizzato, cioè un medico abilitato presso il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, ai sensi del Dlgs 101/2020, a svolgere l’attività di radioprotezione medica e la sorveglianza medica per lavoratori esposti a radiazioni ionizzanti. Egli ha il compito di stabilire se un lavoratore può effettivamente lavorare con un dato rischio.

    Nell’attesa del parere medico, il lavoratore non può assolutamente svolgere mansioni che prevedano l’uso di radiazioni ionizzanti. Il compito principale del medico autorizzato consiste nel condurre le visite mediche. Quelle previste sono: visita medica preventiva, visite periodiche, visite straordinarie e sorveglianza sanitaria eccezionale. In seguito alla visita medica, il medico esprime il parere di idoneità (idoneo, non idoneo, idoneo a determinate condizioni) per iscritto su un certificato che va consegnato per via telematica al lavoratore e al datore di lavoro.

    Dopo la visita medica preventiva, si svolgono successive visite mediche periodiche, a cadenza annuale per i lavoratori di categoria B e ogni sei mesi per i lavoratori di categoria A (tuttavia, se indicato, il medico autorizzato può decidere di prolungare questi tempi). Anche in questo caso il medico esprime il giudizio di idoneità.

    Per quanto riguarda le visite straordinarie, queste possono riguardare, ad esempio, la valutazione del lavoratore dopo la fine dell’esposizione (ciò per il fatto che si tratta di un rischio a lungo termine). Altri tipi di visita comprendono la visita su richiesta del lavoratore e la visita da effettuare prima della cessazione del rapporto di lavoro (ad esempio per cambio di datore lavoro, pensionamento, ecc.).

    Esistono poi le visite eccezionali; ad esempio, se il lavoratore viene consapevolmente esposto a dosi superiori al limite perché non è possibile procedere diversamente. In questo caso va richiesta l’autorizzazione all’Autorità competente e, qualora il medico autorizzato lo ritenga necessario, da quel momento in poi il lavoratore verrà inserito in un programma di sorveglianza sanitaria periodica, finché il medico non sarà di diverso parere. In questi casi, il limite fissato scende da 20 a 10 mSv/anno.

    Appare opportuno precisare che il giudizio del medico autorizzato, che dev’essere sempre chiaro per il datore di lavoro, riguarda solo ed esclusivamente le radiazioni ionizzanti; quindi se il lavoratore è soggetto ad altri rischi, sarà sottoposto a due visite: una di medicina del lavoro, che comprende tutti i rischi tranne quello radiologico, e l’altra per il rischio radiologico.

    Il medico autorizzato, l’INAIL e il lavoratore

    In generale, gli accertamenti che il medico autorizzato può decidere di far compiere al lavoratore sono diversi in base alle circostanze, ma tutti i risultati vanno conservati nella cartella personale fino a che il lavoratore non compie (o avrebbe compiuto) 75 anni e comunque per almeno 30 anni dopo la fine dell’esposizione a radiazioni. Questo è un compito dell’INAIL, a cui il medico autorizzato è obbligato a inviare la cartella clinica a fine rapporto di lavoro. Nella cartella sono indicate anche tutte le dosi a cui il lavoratore è stato sottoposto.

    Per quanto riguarda i giudizi di idoneità, il lavoratore può, entro 30 giorni dal ricevimento dello stesso, fare ricorso al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali. Se entro 30 giorni il Ministero non fornisce nessuna risposta, il ricorso è da considerarsi respinto. A quel punto è possibile, eventualmente, fare ricorso al TAR o al Presidente della Repubblica.

    Nel caso in cui il lavoratore sia stato giudicato non idoneo, dev’essere allontanato da quella parte della sua attività che lo espone alle radiazioni. Il datore di lavoro non può decidere diversamente, altrimenti rischia da 1 a 2 anni di arresto, oltre a un’ammenda da 20 a 90mila euro.

    Il lavoratore

    Oltre ad essere soggetti alle classificazioni precedentemente elencate, i lavoratori devono anche sottostare a precisi obblighi:

    • osservare tutte le disposizioni previste;
    • usare i DPI e i dosimetri secondo istruzioni ricevute;
    • segnalare immediatamente al datore di lavoro qualsiasi alterazione dei dispositivi di sicurezza;
    • astenersi dal compiere di propria iniziativa operazioni che esulino dalle proprie competenze;
    • sottoporsi alla sorveglianza sanitaria;
    • partecipare ai programmi di formazione organizzati periodicamente dal datore di lavoro.
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    © Tyler Olson – shutterstock.com

    In specifici momenti è obbligatorio seguire i corsi, ovvero all’inizio del rapporto di lavoro, se arriva una nuova attrezzatura o si cambia, oppure se c’è un cambio di mansione. Al di là di queste occasioni, i corsi devono essere organizzati con una certa periodicità, in particolare a cadenza quinquennale (e non “triennale” come erroneamente indicato nel Dlgs 101/2020, poi soggetto a correzione). Il Decreto riporta anche gli argomenti da affrontare e le figure deputate alla formazione, cioè esperti di radioprotezione e medici autorizzati, che devono anche essere in possesso della qualifica di figura del formatore ai sensi della vigente normativa.

    Nel caso dei lavoratori esterni, l’esercente è tenuto ad accertarsi che il lavoratore abbia ricevuto la formazione generale e deve provvedere a fornire la formazione specifica in merito ai rischi specifici presenti nella propria struttura.

    Tutti i lavoratori sono obbligati per legge a seguire i corsi di formazione e addestramento in ambito radioprotezionistico organizzati dal datore di lavoro, così come sono obbligati i datori di lavoro ad organizzarli.

    1. Catania, 23/2/25. ↩︎
    2. In allegato al documento “La pratica radiologica nel settore veterinario”, pubblicata da INAIL e ASL Roma 6, scaricabile dal sito portaleagentifisici.it ↩︎
  • Febbre Q, una zoonosi diffusa negli allevamenti di ruminanti

    Febbre Q, una zoonosi diffusa negli allevamenti di ruminanti

    In Italia la febbre Q nel bestiame è molto diffusa sia negli allevamenti di ovicaprini che in quelli di bovini da latte; sembra interessare un allevamento bovino su due e più di un terzo degli allevamenti ovicaprini sono sieropositivi per Coxiella burnetii.

    La FNOVI (Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani) ha organizzato un webinar1 per discutere dell’impatto di questa malattia che mette a rischio la redditività dell’allevamento e la salute degli operatori del settore.

    Febbre Q: problema zoonosico o zootecnico?

    Alda Natale (DVM, dirigente dell’IZS delle Venezie e membro del Comitato europeo febbre Q) ha aperto la sua relazione parlando dell’aspetto zoonosico della malattia. La febbre Q fu descritta per la prima volta in Australia nel 1935; nel nostro Paese fece la prima comparsa nel 1946, quando si verificarono alcuni focolai nelle truppe americane di stanza in Italia centrale e meridionale, probabilmente a causa di contatti con greggi vaganti infette. In un primo tempo la malattia ha avuto un andamento epidemico, per poi assumere carattere di endemia.

    Le specie colpite

    Negli animali, la malattia è più conosciuta e controllata rispetto a quanto avviene per l’uomo, anche se sono sempre i focolai umani a dare risalto all’infezione (nonostante la diagnosi non sia inserita nella routine). Già dal 1953 la malattia era nota negli animali in tutte le Regioni italiane, ma un tempo le segnalazioni erano poco frequenti sia per i mezzi diagnostici poco efficienti, sia per le scarse possibilità terapeutiche.

    Negli animali, la malattia interessa essenzialmente la sfera riproduttiva e nei ruminanti i sintomi sono soprattutto a carico degli animali gravidi. Infatti, il sintomo principale – seppure con alcune eccezioni – è costituito dall’aborto, che solitamente si manifesta nell’ultima parte della gravidanza, anche se non è escluso che si possa presentare più precocemente.

    Rispetto agli ovicaprini, nel bovino la malattia appare più subdola in quanto gli eventi abortivi sono meno frequenti, ma comporta condizioni di infertilità e ipofertilità. C. burnetii può infatti causare infezioni persistenti, con riattivazione in condizioni di stress o, soprattutto, nelle successive gravidanze.

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    © Parilov – shutterstock.com

    Sono state anche segnalate forme respiratorie (tosse estiva al pascolo), e in alcuni soggetti l’escrezione nel latte può durare anni. Il patogeno colpisce anche gli allevamenti bufalini; sono state inoltre rinvenute positività in cinghiali, suini, equidi, caprioli nonché, con sporadiche segnalazioni, cani.

    In Italia non sono stati svolti studi sul gatto, ma in Canada si sono verificati focolai umani a causa di contatto con gatte partorienti.

    Il batterio

    La denominazione di febbre Q deriva da “query fever” (“febbre sconosciuta”), in quanto nei primi casi riportati non era stato identificato l’agente eziologico. C. burnetii è un piccolissimo coccobacillo Gram negativo (G-), patogeno intracellulare obbligato con la caratteristica di produrre forme di resistenza simili a spore. Tale capacità, molto rara per un batterio G-, lo rende estremamente resistente nell’ambiente.

    La febbre Q sta diventando una malattia emergente sia negli animali sia nell’uomo ed è citata nel report sulle zoonosi dell’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare), con 805 casi umani confermati nel 2023.

    Per quanto riguarda la ricerca diretta dell’agente eziologico sul singolo animale, le medie europee segnalate nel report non si discostano molto da quelle italiane (4,7% nelle pecore, 11,2% nelle capre e 6% nei bovini). Infatti, la malattia ha una distribuzione uniforme a livello europeo, anche se, a causa della sottosegnalazione, i numeri reali non sono noti.

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    © N-sky – shutterstock.com

    Considerando la sierologia di gruppo o la ricerca dell’agente eziologico per allevamento le percentuali salgono molto, tanto che il tasso di allevamenti positivi fra quelli bovini è di uno su due. Per quanto riguarda l’importanza delle differenti vie di trasmissione, le specie di cui preoccuparsi maggiormente sono le capre, seguite dai bovini, mentre le matrici più pericolose sono i materiali abortivi e gli invogli fetali.

    Da questo punto di vista risulta molto importante anche la contaminazione ambientale: grazie alla sua grande resistenza ambientale, il batterio si può annidare nella polvere per poi essere trasmesso mediante aerosol. Si riteneva possibile anche la trasmissione attraverso le zecche; tuttavia, questi ectoparassiti sono importanti per il mantenimento di Coxiella in natura, ma non per l’infezione degli animali e nell’uomo.

    La diagnosi

    Sebbene sia assodata la presenza endemica di C. burnetii negli allevamenti da latte, le prevalenze riscontrate nei vari studi sono molto variabili, sia per differenze reali fra le diverse situazioni, sia perché i mezzi diagnostici si sono evoluti nel corso del tempo.

    A tal proposito, è importante capire quale tipo di diagnosi si cerca. • Se si vuole solo sapere se Coxiella sta circolando a livello di gruppo di animali (ad es. piani di monitoraggio, in caso di emergenza) si può usare coma matrice il latte di massa.

    Se si sta indagando su un problema riproduttivo, è più utile fare diagnosi sugli aborti o su tamponi vaginali, sempre lavorando sul singolo animale.

    C. burnetii può essere ricercata mediante PCR su tamponi vaginali, cotiledoni della placenta, feti abortiti, latte, feci, urine (solo nella fase precoce di infezione, finché non compaiono gli anticorpi), oppure nell’ambiente e quindi su pascolo, lettiera, paglia, letame e lana, anche se per queste matrici l’indagine risulta più difficile.

    È possibile effettuare una PCR real-time su tampone vaginale, organi fetali e placenta di bovine che abbiano partorito da meno di 8 giorni, oppure una fissazione del complemento su sangue di bovine che abbiano abortito da più di 15 giorni e non più di 4 mesi o di bovine che abbiano avuto problemi di fertilità negli ultimi 4 mesi.

    I Piani aborti regionali offrono un’ottima occasione di monitoraggio anche per la febbre Q, che risulta la ragione di aborto più frequente dopo neosporosi e BVD.

    La diagnosi differenziale comprende cause non infettive e infettive.

    • Cause non infettive
      • Fenomeni di intossicazione
      • Traumi
      • Stress
      • Farmaci
      • Allergie
    • Cause infettive
      • Brucellosi (da escludere nelle zone indenni)
      • Clamidiosi
      • Toxoplasmosi
      • Neosporosi
      • Leptospirosi
      • Salmonellosi
      • Micoplasmosi
      • Listeriosi
      • BVD (diarrea virale bovina)
      • IBR (rinotracheite infettiva dei bovini)

    Prevenzione e controllo

    Le linee guida EFSA per la prevenzione di C. burnetii si basano innanzitutto sulla riduzione della diffusione del patogeno tra animali, persone e ambiente.

    In azienda si consiglia di:

    • usare dispositivi di protezione individuale (DPI) per manipolare aborti, placenta, letame e lana;
    • implementare i protocolli di vaccinazione;
    • separare adeguatamente la sala parto;
    • effettuare la quarantena sui nuovi ingressi;
    • spargere il letame in assenza di vento e con la massima umidità ambientale possibile;
    • pulire adeguatamente le strutture e attuare protocolli di biosicurezza.
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    Per contrastare C. burnetii occorrono protocolli standardizzati a livello internazionale, ma adattati alle realtà e alla legislazione locale, programmi di sorveglianza applicabili in caso di emergenza e la consapevolezza di veterinari e allevatori di lavorare per prevenire i focolai umani oltre che per migliorare la produttività.

    Attuare buoni protocolli igienici, sorveglianza passiva su aborti e infertilità e vaccinazione servono a prevenire le situazioni di emergenza, in cui le misure diventano molto costose in termini anche etici se si deve ricorrere agli abbattimenti.

    Riuscire a controllare questa patologia conduce a un miglioramento della produttività, tenuto conto del fatto che la febbre Q può persistere in allevamento per anni, soprattutto se non si individuano gli animali malati cronici. Tale infezione potrebbe essere la causa primaria di aborti o complicare la situazione se si aggiunge alla presenza di altri patogeni.

    Anche se talvolta potrebbe apparentemente sembrare così, non corrisponde a realtà l’esistenza di aziende che, pur essendo positive, non manifestano sintomi: infatti un’attenta analisi consente di evidenziare i danni in azienda, i soggetti più pericolosi sono gli escretori a lungo termine.

    La notifica è obbligatoria

    La malattia è inclusa nell’elenco del Regolamento 2016/429 sulle malattie animali trasmissibili, ed è considerata anche un agente di bioterrorismo. Compresa tra le malattie di categoria E, è anche una zoonosi e quindi si applicano le norme per la notifica (obbligatoria per il laboratorio, il veterinario e l’allevatore) e la comunicazione (anche se non è ben definito cosa avvenga dopo la notifica), nonché le norme di sorveglianza.

    Eradicazione non attuabile

    L’eradicazione non è ad oggi un obiettivo attuabile, in quanto non esistono allevamenti indenni, non esiste un modo sicuro di certificare la negatività del singolo animale, l’inquinamento ambientale persiste per anni ed è fin troppo facile, per l’infezione, rientrare con fieno, vento o qualsiasi vettore, animato o inanimato.

    Tuttavia, anche se il 40% dei campioni di latte di massa risulta positivo alla PCR, non è dimostrata la trasmissione attraverso il consumo di latte.

    Zoonosi negletta

    Vittorio Sambri (professore ordinario del Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche – settore scientifico disciplinare: microbiologia e microbiologia clinica – dell’Università di Bologna) ha definito la febbre Q come una zoonosi fortemente negletta, che rimane per lo più celata, specialmente nel nostro Paese.

    Una particolarità di C. burnetii è quella di presentare nella parete cellulare una molecola di lipopolisaccaride (LPS) strutturalmente e antigenicamente distintiva. In base alla struttura del LPS, il batterio esiste in due forme antigeniche distinte:

    • la fase I, virulenta,
    • la fase II, non virulenta.

    L’esistenza di queste due fasi è importante sia per la diagnosi sierologica che per la comprensione della patogenesi della malattia. Il batterio possiede un cromosoma circolare molto piccolo, con un contenuto di geni e informazioni limitato. Una volta inglobato nei macrofagi, il microrganismo riesce a impedire la fusione fra fagosoma e lisosomi, impedendo la fagocitosi e riuscendo a sopravvivere e replicare all’interno della cellula che avrebbe dovuto distruggerlo.

    Il genere Coxiella include altre specie simili, ad esempio C. cheraxi, trovata nei gamberi di fiume, e un nuovo organismo simile a Coxiella presente negli uccelli e nelle zecche. Queste ultime possono albergare endosimbionti simili a Coxiella che aumentano la capacità dell’artropode di trasmettere altri patogeni attraverso il pasto ematico.

    Il batterio cresce bene sulle linee cellulari ma l’isolamento colturale viene effettuato solo per ricerca e all’interno di laboratori con livello 3 di biosicurezza, e non è utilizzato come metodo diagnostico. I dati sulla diffusione di C. burnetii sono disomogenei nelle varie aree geografiche in quanto le indagini epidemiologiche si basano sulle notifiche; occorre anche considerare che molti casi umani restano asintomatici.

    La febbre Q è stata riportata in tutto il mondo ma la per la maggior parte i focolai sono limitati nel tempo e nel numero di pazienti coinvolti. Se il focolaio è rilevante per circolazione del patogeno e ampiezza di diffusione si pone un problema di sanità pubblica, ed è quanto è avvenuto in Olanda fra il 2007 e il 2010 con un focolaio che ha coinvolto più di 4.000 persone, di queste il 20% ha fatto ricorso all’ospedalizzazione e c’è stata una percentuale rilevante di forme croniche.

    Nell’uomo, dopo l’esposizione si può sviluppare una forma acuta che spesso evolve in una forma cronica con diverse conseguenze, la più importante delle quali è una lesione valvolare cardiaca (2% dei casi). Il malfunzionamento valvolare che ne deriva può portare a endocardite nell’arco di 2 anni nel 30-60% dei soggetti.

    L’infezione può rimanere asintomatica per il 60% dei casi, e anche in caso di sintomi lievi spesso non viene diagnosticata. La forma più grave che richiede ospedalizzazione riguarda solo il 2-5% dei casi. La terapia prevede tetracicline e fluorochinoloni per tempi estremamente lunghi, anche 18 mesi.

    La febbre Q può sfociare in una conseguenza cronica e debilitante chiamata QFS (Q fever Fatigue Syndrome): si tratta di una condizione che segue la fase acuta e che coinvolge i principali apparati del corpo. Si verifica in circa il 20% dei soggetti e determina una stanchezza persistente non pericolosa per la vita, ma con pesanti conseguenze sociali ed economiche, in quanto comporta scadimento della qualità di vita e incapacità di lavorare. Questa sindrome è stata identificata come causa principale delle perdite economiche associate all’epidemia olandese del 2007-2010 stimate in oltre 300 milioni di euro.

    I focolai in Italia

    Il sistema di sorveglianza nazionale ed europeo è garantito dall’EFSA e dall’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control). Pur non esistendo programmi di monitoraggio obbligatori, la positività negli animali dev’essere notificata all’EFSA, che restituisce dei report periodici con valutazione del rischio, raccomandazioni e pareri scientifici. Per quanto riguarda l’uomo, le comunicazioni vengono inoltrate all’ECDC che si occupa di stilare analoghi bollettini.

    I focolai umani italiani degli ultimi anni sono risultati sempre legati agli ovicaprini. Nel 1987- 88 sono stati segnalati 235 casi all’interno della comunità di San Patrignano a causa di greggi detenute nella struttura; nel 1993 un focolaio ha coinvolto 58 persone a Vicenza a causa del contatto con greggi vaganti; nel 2003 si sono contati 133 casi in una comunità carceraria, dovuti a greggi vaganti che si erano fermate nelle vicinanze del carcere.

    Le infezioni da attribuire al contatto con bovini sono di solito casi singoli e quindi più difficili da diagnosticare. L’unico focolaio è stato quello del 2021 a Bolzano che ha coinvolto 14 persone che avevano visitato una piccola azienda di bovine da latte a vocazione turistica, e avevano assistito a un parto.

    1. 11/3/25. ↩︎
  • Alimentazione del coniglio: le nuove linee guida

    Alimentazione del coniglio: le nuove linee guida

    Nel novembre del 2024 grazie a FEDIAF (la Federazione europea delle aziende produttrici di petfood) sono state pubblicate le linee guida europee sulla corretta alimentazione del coniglio, che si pongono l’obiettivo di contribuire alla produzione di alimenti commerciali per conigli bilanciati e nel rispetto della legislazione europea in materia di nutrizione animale, di diventare il documento di riferimento in materia di alimentazione per conigli pet sia per le autorità dell’Unione Europea che per i privati, i consumatori o professionisti e di fornire informazioni scientifiche valide sulla formulazione e sulla valutazione degli alimenti per conigli domestici.

    Fisiologia digestiva del coniglio

    I conigli sono erbivori stretti, con un sistema digestivo progettato per trarre il massimo beneficio da diete ad alto contenuto di fibra e basso valore energetico. Il loro apparato digerente, che rappresenta circa il 30% del peso corporeo totale dell’animale, include un grande cieco, in cui la fibra digeribile viene fermentata dalla microflora presente. Questo processo produce il ciecotrofo, feci molli ricche di proteine, vitamine e minerali essenziali, che viene consumato dall’animale raccogliendolo direttamente dall’ano (ciecotrofia, fondamentale per completare l’assorbimento dei nutrienti).

    Fondamentale a livello intestinale è anche la valvola ileo-cecocolica, importante perché permette la separazione della fibra: quella indigeribile viene spinta verso l’intestino crasso ed espulsa attraverso i pellet fecali, duri; la fibra digeribile viene invece indirizzata nel cieco.

    Un altro elemento caratteristico della fisiologia del coniglio è la crescita continua dei denti; pertanto, una dieta ricca di fibra lunga e abrasiva, come il fieno, è essenziale per prevenire problemi dentali come la malocclusione. Infine, il comportamento naturale di foraggiamento e masticazione costante dei conigli deve essere rispettato anche in cattività per il loro benessere sia fisico che mentale.

    L’importanza della fibra nella dieta del coniglio

    La fibra, nelle sue diverse componenti, rappresenta il fondamento della dieta del coniglio domestico, perché svolge molteplici funzioni.

    1. Salute intestinale: le fibre fermentescibili, come pectine ed emicellulose, favoriscono una corretta fermentazione nel cieco, contribuendo all’equilibrio della flora batterica.
    2. Motilità intestinale: le fibre non fermentescibili, come lignina e cellulosa, garantiscono il movimento regolare del cibo nel tratto gastrointestinale, prevenendo stasi e blocchi.
    3. Usura dentale: le fibre abrasive mantengono i denti sani e correttamente consumati, prevenendo patologie dentali. I denti dei conigli crescono per tutta la vita di circa 2-3 mm a settimana; ciò rende questi animali altamente dipendenti da una dieta che ne promuova un’usura costante e naturale. La masticazione di fibre lunghe, come quelle presenti nel fieno, non solo consuma i denti ma mantiene anche il corretto allineamento dentale, prevenendo problemi come malocclusione e formazione di punte dentali.
    4. Infine la fibra ha anche un ruolo cruciale nel mantenimento di un peso corporeo sano. Essendo un componente voluminoso e poco calorico, favorisce la sazietà; ciò è particolarmente importante per la prevenzione dell’obesità, problema comune nei conigli domestici che vivono in spazi limitati e con meno opportunità di esercizio fisico. È buona norma, quindi, che i conigli abbiano accesso costante a fieno di alta qualità.

    Caratteristiche della fibra e linee guida

    La fibra non è un elemento unico, ma un insieme complesso di componenti che si distinguono per struttura chimica e funzione.

    • Fibra non fermentescibile (indigeribile): composta da lignina e cellulosa, ha un ruolo chiave nel mantenere la motilità intestinale. Le fibre indigeribili garantiscono che il cibo transiti regolarmente nel tratto gastrointestinale, prevenendo problemi come la stasi gastrointestinale;
    • Fibra fermentescibile (digeribile): include pectine ed emicellulose, che supportano la salute del microbiota intestinale.

    Le linee guida FEDIAF sottolineano l’importanza di bilanciare queste due tipologie di fibre per garantire sia il supporto meccanico alla digestione che la nutrizione microbica, e forniscono raccomandazioni precise sulle quantità minime di fibra necessarie nella dieta del coniglio:

    • fibra neutro-detergente (NDF): almeno 300 g/kg di dieta totale
    • fibra acido-detergente (ADF): almeno 170 g/ kg di dieta totale

    Su una confezione di alimento commerciale per conigli, se non sono indicati i valori della fibra nei termini sopra descritti bisogna assicurarsi che ci sia indicato almeno il valore di fibra grezza. Quindi, in termini di fibra grezza (un indicatore meno preciso), si raccomandano valori tra 140 e 160 g/kg. È fondamentale che la fibra provenga da fonti di alta qualità, come il fieno, e che non sia eccessivamente macinata (come nei pellettati), poiché le particelle troppo fini possono ridurre l’efficacia del processo digestivo e del consumo dentale.

    Le fonti principali di fibra nella dieta sono:

    • il fieno, che deve essere sempre disponibile e costituire almeno il 70-80% della dieta;
    • le verdure fresche, come cavolo riccio, tarassaco e erbe di campo, che apportano fibre fermentescibili e altri nutrienti;
    • gli alimenti commerciali che, se ben bilanciati, possono integrare le altre fonti di fibra;
    • i foraggi complementari: erbe essiccate, foglie di alberi sicuri (ad esempio melo o nocciolo) e rami.

    Nutrienti con dei limiti

    Qualsiasi alimento per conigli prodotto artificialmente dovrebbe indicare chiaramente se è un alimento completo o complementare, tuttavia oggigiorno sono pochissimi gli alimenti per conigli domestici che si possono definire “completi”, la maggior parte sono “complementari” e sono concepiti per essere somministrati insieme a fieno o erba fresca, verdura a foglia e acqua, proprio perché se combinati insieme rendono la dieta completa.

    Nelle linee guida FEDIAF è presente una tabella con i valori nutrizionali adeguati per l’alimentazione del coniglio domestico, ma un alimento complementare per conigli potrebbe di per sé non rispettare i valori riportati nella in tabella.

    tabella-linee-guida-alimentazione-coniglio
    Linee guida per l’alimentazione del coniglio da compagnia (Unit/kg feed, 12% moisture, assuming 10MJ DE/kg).
    Fonte: FEDIAF

    Nella tabella alcuni nutrienti sono segnati con un asterisco, ciò indica che superare i valori giornalieri può essere pericoloso per l’animale (ad es. il calcio e la vitamina D); per i nutrienti privi di asterisco, superare i livelli massimi non comporta problemi per la salute dell’animale oppure non sono disponibili in letteratura dati scientifici adeguati.

    Per gli additivi si fa riferimento al limite massimo legale stabilito dall’Unione Europea a sensi del Regolamento (CE) n 1831/2003 relativo agli additivi nei mangimi. La quantità di proteine nella dieta di un coniglio domestico si considera soddisfatta con ingredienti convenzionali in alimenti composti e foraggi di buona qualità come erba o fieno. Un sovradosaggio proteico giornaliero può causare disturbi digestivi importanti. La quantità di grassi non deve essere eccessiva giacché può causare gravi disturbi: si raccomanda una dose giornaliera che non deve superare i 25-50 g/kg al giorno.

    Caratteristiche ideali di un alimento per conigli da compagnia

    • Contenuto di fibra: deve essere almeno il 18- 20% in fibra grezza (preferibilmente superiore). I migliori prodotti indicano anche i livelli di fibra neutro-detergente (NDF) e fibra acido-detergente (ADF), che forniscono una misura più accurata della qualità delle fibre.
    • Basso contenuto di amidi e zuccheri: alimenti con un alto contenuto di cereali, amidi o zuccheri possono causare obesità, stasi gastrointestinale e squilibri metabolici.
    • Fonti di ingredienti: preferire alimenti con ingredienti naturali e senza additivi artificiali. I prodotti a base di foraggi, erbe e verdure sono più adatti alle esigenze fisiologiche del coniglio.
    • Assenza di ingredienti nocivi: evitare alimenti che contengono semi oleosi, frutta secca o dolcificanti, poiché possono essere troppo calorici o difficili da digerire.
    • Bilanciamento nutrizionale: verificare che il prodotto contenga i livelli adeguati di proteine (14-16%), calcio (massimo 0,8-1%) e un rapporto calcio/fosforo equilibrato (tra 1,5:1 e 2:1).

    Formati degli alimenti per conigli

    Nell’alimentazione dei conigli domestici i prodotti commerciali devono essere scelti con cura per garantire un apporto nutrizionale bilanciato. E nonostante siano pratici e facilmente reperibili, non tutti gli alimenti commerciali sono adatti o sicuri; è quindi essenziale una comprensione approfondita delle diverse tipologie, dei loro vantaggi e dei potenziali rischi. Gli alimenti commerciali si dividono principalmente in tre categorie: miscele grossolane, pellet compressi ed estrusi (nuggets); ognuna ha caratteristiche uniche, con vantaggi e svantaggi da considerare.

    Le miscele grossolane, spesso chiamate “muesli”, sono composte da una combinazione di ingredienti visibili, come cereali, semi, frutta secca, verdure essiccate e pellet. Il loro unico vantaggio è che offrono una varietà di sapori, consistenze e colori che le rende appetibili per i conigli; di contro, hanno parecchi svantaggi. Innanzitutto favoriscono l’alimentazione selettiva (vedere oltre), che spesso porta a squilibri nutrizionali e insufficiente apporto di fibra; di frequente, poi, hanno un alto contenuto di amidi e zuccheri, aumentando il rischio di obesità e problemi digestivi. Per queste ragioni sono da evitare come alimento primario e, se utilizzati, devono essere somministrati in quantità limitata e integrati con fieno di alta qualità per bilanciare lo scarso contenuto di fibra.

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    © Boris Bulychev – shutterstock.com

    Il secondo tipo sono i pellet compressi, ovvero prodotti compatti ottenuti da ingredienti macinati, mescolati e pressati in forme cilindriche. Offrono il vantaggio di avere un’uniformità nutrizionale evitando l’alimentazione selettiva e un maggiore controllo sulla composizione, con livelli bilanciati di fibre, proteine, vitamine e minerali. Presentano però degli svantaggi legati alla misura della grana: se risulta eccessivamente fine o povera di fibra, renderanno il prodotto meno efficace nel favorire la masticazione e l’usura dentale. Un altro svantaggio è legato al fatto che alcuni pellet contengono troppi cereali od oli, con un conseguente maggior contenuto calorico. I pellet compressi sono quindi ideali come complemento al fieno, purché abbiano un contenuto minimo di fibra grezza del 18-20%.

    L’ultima tipologia è quella degli estrusi: simili alle crocchette per cani e gatti, sono prodotti espansi ottenuti attraverso un processo di estrusione, che mescola ingredienti sotto pressione e calore. Sono prodotti con un’alta palatabilità e uniformità nutrizionale, con un contenuto equilibrato di fibre e nutrienti e possono essere formulati specificamente per le esigenze di diverse fasce d’età (giovani, adulti, anziani). Per contro, possono contenere additivi o aromi artificiali per aumentarne l’appetibilità, e il processo di estrusione può ridurre la quantità di alcuni nutrienti termolabili (es. alcune vitamine), se non opportunamente integrati. Quindi possono essere una buona scelta, ma devono essere sempre accompagnati da fieno per garantire un’adeguata usura dentale e un sufficiente apporto di fibra lunga.

    Per scegliere un alimento commerciale di qualità è fondamentale leggere attentamente l’etichetta. In ogni caso, gli alimenti commerciali non devono mai costituire l’unica fonte di cibo per i conigli, ma devono essere utilizzati come complemento a una dieta basata principalmente su fieno di alta qualità, che deve costituire almeno il 70-80% della dieta; si possono somministrare 20 grammi di alimento commerciale al giorno, regolando la quantità in base all’attività fisica e alle condizioni di salute dell’animale.

    Gli alimenti commerciali devono quindi essere un complemento, non una sostituzione. Integrare con verdure a foglia verde (es. prezzemolo, tarassaco, cavolo riccio) per fornire vitamine e minerali naturali.

    Tipi di foraggio

    Inizialmente, per foraggio si intendeva il fieno (erba essiccata) di diversi tipi, ma recentemente il termine ha ampliato il suo significato includendo anche erbe, foglie di piante essiccate, erbe aromatiche e fiori. In linea generale ci sono tre tipi di fieno: erba, leguminose come erba medica e trifoglio, e cereali. Quest’ultimo viene comunemente chiamato paglia e serve più che altro come lettiera.

    Il fieno più venduto e più utilizzato come alimentazione nel coniglio domestico è invece il “fieno di prato”, composto da una miscela variabile di erbe (loietto, festuca e occasionalmente trifoglio) e altre piante/fiori naturali. In questo caso non è possibile fare una stima vera e propria dei nutrienti in quanto esiste un’elevata variabilità legata alla stagione, alle specie presenti, alle condizioni di raccolta, al tipo di conservazione/essiccamento e al rapporto gambo/foglia.

    Si intendono dunque come foraggio anche i prodotti commerciali contenenti foglie e fiori, ad esempio foglie di alberi come melo, gelso e pero, oppure erbe aromatiche quali coriandolo, tarassaco, melissa, menta, ortica e prezzemolo, e anche fiori come camomilla, echinacea, ibisco, lavanda, malva e petali di rosa. Tutti questi nuovi tipi di foraggio sono considerati mangimi complementari, da aggiungere quindi a una dieta più ampia e completa.

    Il ruolo dell’acqua

    Come per tutti gli esseri viventi, l’acqua è fondamentale per la salute del coniglio. I conigli bevono in media 100-150 ml di acqua per chilogrammo di peso corporeo al giorno, con un consumo maggiore di notte e con diete ricche di fibre. L’assunzione di acqua è influenzata da età, temperatura ambientale, stato riproduttivo e dieta ed è direttamente proporzionale all’assunzione di un’alimentazione secca. È essenziale lasciare all’animale la possibilità di accedere liberamente ad acqua fresca e pulita, posta preferibilmente in ciotole pesanti per evitare che vengano ribaltate; il beverino a goccia da roditori è invece inadatto al coniglio domestico.

    Problemi comuni legati all’alimentazione inadeguata

    Un’alimentazione sbilanciata può causare diversi problemi di salute nei conigli, come l’obesità (spesso causata da diete troppo caloriche o dalla mancanza di esercizio) che colpisce circa il 35% dei soggetti tenuti come pet; oppure la stasi gastrointestinale, una condizione grave che può essere aggravata da diete povere di fibre o da malattie dentali. Si verificano anche malocclusioni e altri problemi dentali per carenza di fibre abrasive.

    La stasi gastrointestinale

    La stasi gastrointestinale è una delle condizioni più comuni e gravi nei conigli, che si verifica quando il transito del cibo nel tratto digestivo rallenta o si blocca completamente. Le cause principali includono una dieta povera di fibre e ricca di amidi o zuccheri, che compromette la motilità intestinale e altera l’equilibrio della flora microbica.

    Sintomi principali sono diminuzione dell’appetito o rifiuto del cibo, assenza di produzione di feci o presenza di feci piccole e dure, letargia e postura curva (indicativa di dolore) e gonfiore addominale. Se non trattata, la stasi gastrointestinale può portare a disidratazione, infezioni sistemiche causate da batteri patogeni e, in casi estremi, alla morte.

    La prevenzione alimentare è fondamentale e richiede un apporto adeguato di fibre indigeribili (come quelle presenti nel fieno di alta qualità), la riduzione degli alimenti ricchi di amidi (come pellet contenenti elevate quantità di cereali) e assicurare al coniglio un’idratazione costante e l’accesso ad acqua fresca.

    L’obesità

    L’obesità è un problema sempre più frequente nei conigli pet, specialmente in quelli che vivono in spazi limitati e con scarso esercizio fisico. Un’alimentazione eccessivamente calorica, basata su cibi ad alto contenuto di amidi, grassi o zuccheri, è la causa principale. Le conseguenze sulla salute sono gravi; infatti, l’eccessivo peso corporeo può causare: artrite (con conseguente dolore e difficoltà nei movimenti), problemi respiratori (in quanto il grasso accumulato comprime i polmoni e riduce la capacità respiratoria), malattie cardiache e difficoltà nella ciecotrofia (i conigli obesi spesso non riescono a raggiungere il ciecotrofo, e ciò provoca l’accumulo di feci intorno all’ano e un maggior rischio di infezioni e di miasi).

    Per prevenire questa condizione fisica debilitante bisogna limitare il consumo di pellet ad alto contenuto calorico, garantire l’accesso costante al fieno, che è povero di calorie ma ricco di fibre, e promuovere l’attività fisica fornendo spazio adeguato e predisponendo anche un adeguato arricchimento ambientale.

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    © Best smile studio – shutterstock.com

    Affezioni dentali

    Un’altra condizione frequente in conigli che non hanno un’alimentazione adeguata è la malattia dentale. I conigli hanno denti a crescita continua, e una dieta povera di fibra abrasiva può impedirne la naturale usura. Questo porta a problemi come malocclusione, formazione di punte dentali e infezioni. I segni clinici più evidenti sono: difficoltà a masticare e riduzione dell’appetito, eccessiva salivazione con pelo bagnato intorno alla bocca, perdita di peso e lesioni nella bocca o sugli zigomi dovute alle punte dentali.

    Le cause principali sono legate alla mancanza di fieno (o altri alimenti fibrosi che stimolino la masticazione), e a un’alimentazione basata su pellet troppo fini o cibi morbidi. Per scongiurare questa patologia si deve somministrare fieno di qualità come alimento principale ed effettuare un regolare controllo dei denti consultando un veterinario esperto per eventuali interventi correttivi.

    Disturbi metabolici

    Un’alimentazione inadeguata può anche causare disturbi metabolici come l’eccesso di calcio. I conigli infatti assorbono a livello intestinale tutto il calcio della dieta che, se in eccesso, può causare la formazione di calcoli renali e vescicali, di depositi di calcio nei reni e nella vescica ma anche di sludge: un accumulo di sedimenti nella vescica, che può causare dolore e infezioni.

    Altri disturbi metabolici sono legati in particolare a squilibrio vitaminico di:

    • vitamina D: se carente può compromettere l’assorbimento del calcio, un eccesso può invece causare calcificazioni nei tessuti molli;
    • vitamina C: anche se i conigli possono sintetizzarla autonomamente, una carenza può insorgere in situazioni di stress o malattia.

    Per evitare tutto ciò, è necessario controllare i livelli di calcio nella dieta, preferendo il fieno di graminacee rispetto all’erba medica per i conigli adulti, garantire un rapporto calcio/fosforo equilibrato e integrare vitamine solo sotto supervisione veterinaria.

    Selettività alimentare

    Esistono anche problemi digestivi legati alla selettività alimentare: i conigli, se alimentati con miscele grossolane, tendono a scegliere le parti più appetibili (come semi, cereali e frutta secca), ignorando quelle più ricche di fibra. Questo comportamento, noto come alimentazione selettiva, può portare a un deficit di fibre e conseguenti problemi digestivi, un eccesso di carboidrati e quindi rischio di obesità e squilibri nutrizionali generali.

    La soluzione risiede nel somministrare al pet pellet uniformi e ben bilanciati, ed evitare di riempire continuamente le ciotole, al fine di scoraggiare il comportamento di selezione.

    Altri problemi

    Infine, altri problemi legati all’alimentazione errata possono essere:

    • flatulenza e gonfiore dovuto a un consumo eccessivo di alimenti ricchi di carboidrati fermentabili, come frutta e verdure amidacee;
    • diarrea con diete troppo povere di fibre o con un eccesso di zuccheri che vanno ad alterare la flora intestinale;
    • comportamenti anomali, in quanto la noia derivante da una dieta monotona o dalla mancanza di stimoli alimentari può indurre comportamenti indesiderati come masticare oggetti inappropriati o mangiare in eccesso.

    L’alimentazione sbilanciata rappresenta una delle principali cause di malattie nei conigli pet. Per garantire il loro benessere, è quindi essenziale fornire una dieta basata su fieno di alta qualità, integrare con alimenti freschi e commerciali ben bilanciati, e monitorare regolarmente lo stato di salute dell’animale. Le Linee guida nutrizionali FEDIAF offrono un supporto prezioso tanto per i medici veterinari quanto per proprietari e produttori di alimenti per conigli domestici, per preparare diete bilanciate e sicure. Il rispetto delle specifiche esigenze di questi animali garantisce non solo la loro salute fisica, ma anche un benessere psicologico ottimale.